Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 1 dicembre 2018

Alceste il poeta - Una civiltà sana si nutre accortamente delle fonti dionisiache, le circonda di mille cautele e tabù, ne viene temporaneamente ferita, quindi si distacca e cura la ferita elaborando arte, morale, istituzione.

Quel che devo al passato (mysterium iniquitatis)


Roma, 30 novembre 2018

Sto leggendo L’ordine del tempo, di Carlo Rovelli.
Rovelli è uno scienziato che nega il tempo: tale quantità, il tempo, su cui si sono affaccendate le migliori menti dell’umanità è, infatti, assente nelle equazioni fondamentali della fisica. Tale convinzione, basata su decenni di ricerche ed esposta con una prosa accessibile a chiunque, qui, tuttavia, non interessa.
Ciò che interessa risiede a latere, in una increspatura, pur importante, del suo discorso.
Ciò che m’interessa è questo: l’immane volgersi della materia e dell’universo non è che la traslitterazione, in gergo tecnico e divulgativo, della favola decadente dell’uomo.
Per quanto possa apparire ardito, sconsiderato e folle, insomma, intravedo, in tali innocenti paragrafi, stilati da chi vive in mondi controintuitivi e di vastissima astrazione (mondi per uomini intelligenti, quindi), la parabola di distruzione della civiltà occidentale classica che, lo si voglia o no, col proprio corteo di terrori e magnificenze, ha strutturato la storia della conoscenza tutta.
Leggiamo: innocenti parole:
“Se nient’altro intorno cambia il calore non può passare da un corpo freddo a uno caldo … Questa legge enunciata da Clausius è l’unica legge generale della fisica che distingue il passato dal futuro …
Il legame tra tempo e calore è dunque profondo: ogni volta che si manifesta una differenza tra passato e futuro, c’è di mezzo del calore.
Clausius introduce la quantità che misura questo irreversibile andare del calore in una direzione sola, e – tedesco colto – le affibbia un nome preso dal greco, entropia …
L’entropia di Clausius è una quantità misurabile e calcolabile, indicata con la lettera S, che cresce o resta eguale, ma non diminuisce mai, in un processo isolato. Per indicare che non diminuisce, si scrive:

ΔS≥0

Si legge: ‘Delta S è sempre maggiore o eguale a zero’ e questo si chiama ‘secondo principio della termodinamica’ … è l’equazione della freccia del tempo”.
Perché non applicare il dispiegarsi di tale equazione - fisica - alle leggi morali, alla storia, al pensiero, alla spiritualità; a ciò che, oggi, sta avvenendo? All’Italia?
Leggiamo ancora: innocenti parole:
“L’agitazione termica è come un continuo mescolare un mazzo di carte: se le carte sono in ordine, il mescolamento le disordina. Così il calore passa dal caldo al freddo e non viceversa: … per il disordinarsi naturale del tutto … se le prime 26 carte di un mazzo sono tutte rosse e le successive tutte nere, diciamo che la configurazione delle carte è particolare …. ordinata … una configurazione di bassa entropia”.
Traslitteriamo tutto questo a livello etico e umano; parleremo, quindi, della configurazione speciale chiamata umanità; e di quella particolare concrezione millenaria, la civiltà occidentale, di cui oggi ci si vergogna persino a reclamare l’appartenenza.
È la bassa entropia, ovvero l’alta organizzazione, “a trascinare la grande storia del cosmo”. Rovelli fa l’esempio di una catasta di legna. Un insieme ordinato, apparentemente stabile. Poi la legna brucia, la combustione dissolve i legami di carbonio e idrogeno, subentra la massima entropia, relativamente a quell’organizzazione di materiale: ecco il cumulo di cenere. “Una catasta di legna è uno stato instabile, come un castello di carte, ma finché non arriva qualcosa a farlo crollare, non crolla”.
La catasta di legna è l’etica, la tradizione, l’arte, persino la morale spicciola, la comunità. È instabile poiché artificiale: una santa menzogna. Ma è stata voluta, per resistere.
Immaginiamo una foresta selvaggia. Si creano, con l’esperienza, uomini in grado di ridurla a sé stessi, di addomesticarla, di sublimare quell’intrico a ordinate cataste di legna. Tale uomini distillano un sapere, lo tramandano. Cos’è quella foresta? Sono istinti di autodistruzione, voglia di ritornare all’Indifferenziato, di lacerare sé stessi nell’indistinto. L’uomo, tuttavia, vuole vivere ed escogita le proprie cataste di legna, rendendo appetibile e bello e santo e ordinato ciò che permette una vita ricca e multiforme, felice e disperata: nascono l’arte, la morale, la religione, colpa, peccato, guerra, redenzione, odio, la profonda malinconia.
Gli spiriti dell’uomo, primevi, selvaggi e scatenati come quella foresta primordiale, rorida di humus proliferanti, vengono ricondotti a un nuovo ordine: tale fu il compito delle religioni e dell’organizzazione morale delle società tutte; nonché dell’Artista e del Sapiente.
Solo una mano demoniaca che accende una fiamma può recare quel che si è prodotto alla massima entropia, alla cenere, al nulla.
Il Santo, l’Artista e il Sapiente impediscono all’uomo di perdersi nel buio della foresta interiore. Ne riconoscono, certo, la vitalità indistruttibile: le ramaglie intricate testimoniano di una lotta continua, incessante, in cui il grande vive a spese di ciò che è minuto, e il brulichio dell’invisibile si vendica di ciò che lo sovrasta, insidiandolo senza soste; le acque vivificano e corrodono al tempo stesso, animali indifferenti si nutrono di pienezze e marcescenze, grufolano, distruggono, si moltiplicano divenendo, poi, essi stessi fonte di vita. Da tale vitalità occorre, però, distaccarsi per individuare dei punti fermi, solari, indistruttibili; riferimenti, meridiane, clessidre, mappe, segnature eterne.
Dalle rocce l’Artista scolpisce una statua o delinea una immagine imperitura, che sugge la vita da un simbolismo inesauribile; il Santo trae una legge interiore; il Sapiente la cauta elaborazione di una via tra la natura e l’uomo: dell’uomo stretto fra dionisiaco (l’indifferenziato) e apollineo (la misura). Il dionisiaco è la fonte occulta, l’apollineo la splendida menzogna che lega alla cattività il troppo, lo smisurato, la hybris. Una civiltà sana si nutre accortamente delle fonti dionisiache, le circonda di mille cautele e tabù, ne viene temporaneamente ferita, quindi si distacca e cura la ferita elaborando arte, morale, istituzione.
“Impedimenti che ostacolano e quindi rallentano l’aumento dell’entropia sono ovunque nell’universo”.
L’Occidente è stato questo impedimento. La classicità e il Cristianesimo sono stati davvero il katechon - la catasta di legna - della caduta nell’indifferenziato, nel demoniaco. Le si giudichi come ognuno vuole. Bruciare l’immane tradizione occidentale equivale a terminare l’umanità.
Si sostituisca “alta entropia” con “dissoluzione” e “perdizione” o “impedimento” con “katechon”: troverete la formula per comprendere la disfatta dei tempi. Un teologo oppure un fisico usano metafore diverse per parlare dell’identico destino: alta entropia, Lucifero, indifferenziato, istinto di morte freudiano si equivalgono.
La scienza è un linguaggio; la religione un altro linguaggio; entrambi non sono che riflessi d’un medesimo racconto.
Continua Rovelli: “Quello che … scrive la storia del mondo è l’irresistibile mescolarsi di tutte le cose, che va dalle poche configurazioni ordinate alle innumerevoli configurazioni disordinate. L’universo intero è come una montagna che crolla pian piano. Come una struttura che si sfalda gradualmente. Dagli eventi più minuti ai più complessi, è questa danza di entropia crescente, nutrita dalla bassa entropia iniziale del cosmo, la vera danza di Siva, il Distruttore”.
La resurrezione a Sansepolcro, il Digesto giustinianeo, le architetture romaniche di Tuscania, un divieto, il Saggiatore di Galilei o la mathesis cartesiana - sono tutti geniali coaguli contro il nulla; configurazioni ordinate, valli, trincee, congregazioni di senso, avverse all’irresistibile fluire dell’alta entropia, della disfatta, dell’insensato che aizza l’umanità verso la conflagrazione finale: cenere.
Comprendere la parabola dell’Occidente e di ciò che tiene ancora insieme l’Occidente, nonostante tutto: l’Italia.
L’Italia, per ciò che ha creato e, soprattutto, rielaborato e conservato in tre millenni, costituisce ancora un freno nella corsa all’entropia massima, al deserto, alle tenebre.
Se dico alta entropia posso anche citare la chiusa del Cantico del Gallo Silvestre o il Lovecraft di Azathoth, ma potrei anche parlare di “dissoluzione” o “Anticristo” o “Numero della Bestia” o Aleister Crowley o youporn. Il libertino, il dissoluto, il perverso polimorfo, oggi cittadino onorario del mondo al contrario, e la loro lotta contro il Cristianesimo e la scienza, le leggi e la lugubre severità dell’antico in nome di una falsa libertà: le si intende, ora? L’Illuminismo, il progresso, i diritti civili, il pannellismo fatto merce comune, il femminismo a oltranza, il filomigrazionismo … le si intendono, ora? Non è questione di progressismo o reazione, di democratici o redneck o di altre risibili categorie da gazzetta: qui si parla di restare noi stessi, indurirsi in noi stessi, cercare di trattenere una configurazione morale e civile prima dell’apocalisse.
Da tale punto di vista si comprendono le privazioni degli stiliti, la castità, il fanatismo, il rispetto dei padri, la creazione spietata della gerarchia e dei maestri, la selezione dei capi, i rigori della liturgia, i tre secoli impiegati nella costruzione d'una cattedrale, la codificazione dei comportamenti amorosi, ma anche i culti e le devozioni più sciocche, le tradizioni più aberranti, i sillogismi più assurdi … tutto questo forma la delicata ghirlanda d’una serie di accorgimenti apotropaici tesi a trattenerci sulla soglia della distruzione.
Un Padre della Chiesa ne sapeva più di tutti noi messi assieme.
Ancora Rovelli: “L’intero divenire cosmico è un graduale processo di disordine … l’universo si mescola … nelle interazioni fra le sue parti che si aprono e si chiudono nel corso stesso del mescolamento … grandi regioni rimangono intrappolate in configurazioni che restano ordinate, poi qui e là si aprono nuovi canali attraverso i quali il disordine dilaga”.
Un’etica che “trattiene”, un’arte che ci impedisca di cadere nel baratro dell’Indifferenziato, una sapienza che ci sussurri la bellezza del limite.
La civiltà occidentale, il lume del mondo classico risorto nelle sembianze del Cristianesimo, fu quella “grande regione”, la configurazione che diede senso allo smisurato fluire del disordine. In tale tentativo prometeico risiede l’essenziale contravveleno all’epoca infernale che siamo costretti a vivere.
Ma si può ricreare una grande regione?
La disperazione dell’uomo alla fine dei tempi: capire, nel profondo, che tale missione è quasi impossibile. Trattenere, creare una nuova arte, preservare ciò che fu, ricordare (solo ricordare!) le tracce, testimoniare, mentre interi millenni di senso vengono negati e tutto scivola via fra le dita.

In un mondo che ci perde abbiamo bisogno di uno Stalker per avventurarci e sopravvivere nella Zona, dove le leggi naturali son invertite e l’uomo non può che morire. Ognuno deve forgiare sé stesso come proprio Stalker. La Zona è pura devastazione, è l’oggi: abominio della desolazione; nell’attraversarla si rischia di rinunciare all’umanità. Eppure non possiamo esimerci. Cautamente, fra mille insidie, trovare la nostra camera di redenzione, una bolla, un residuo, una traccia in cui rinvenire il talismano salvifico. Non si tratta di credere in qualcosa o pregare un Dio, né di condividere dogmi, come presumono gli sciocchi (instancabilmente dobbiamo vivere e nel nostro vivere diamo e riceviamo sempre di più, doni, piovono da parti inaspettate e poi la gioia della vita che preme e beve assetata e noi consapevolmente regaliamo attimi di energia, stilli di rugiada, sapendo che quello che facciamo non è altro che una semina che porterà il frutto a maturità e che a sua volta genererà altri frutti, con calma serenità attendiamo la crescita della trama, non siamo spettatori ritorti su noi stessi che attendono gli eventi ma diventiamo protagonisti istintivamente qualche volta consapevolmente con un lavorio che dura tutta l'esistenza gettiamo le basi per progettualità nuove, per ordinare il disordine esistente e incanalarlo verso mete ardite, non è un lavorio facile si incontrano sconfitte vittorie ma ne l'une o l'altre possono fermarci. Quando abbiamo iniziato il cammino non ne eravamo neanche consapevoli, durante abbiamo acquisito consapevolezza, allora l'abbiamo coltivata affinata e la predestinazione è divenuta volontà, luce, spietatezza).

Ai bordi occidentali del masso di tufo che sostiene Orvieto, lontano il vociare delle folle, e il baluginio musivo della facciata del Duomo, ci si ritrova spesso soli, nei pomeriggi invernali. Arrivati al camminamento di via Volsinia, l'occhio è rapito dalla vastità del panorama sottostante, quasi incorrotto, ricco di necropoli e cunicoli, arterie benigne, laggiù, dove il versante scoscende con improvvisa maestà. La sferza del vento occulta i pensieri superficiali; le inquietudini a cui, poco prima, si donava consistenza, svaniscono. Alle spalle, inavvertita, una camera di redenzione residua, la chiesa di San Giovenale.
Non è una chiesa, ovviamente, bensì un grembo materno che accoglie cauto e ricrea forme, incessantemente, da tre millenni.
Un tempio etrusco dedicato proprio a Giove cede lento alla sublimazione protocristiana; le fondamenta pagane sostengono l’edificio pristino; rancori, scismi, aperture; una nuova consacrazione nel 1004; umori longobardi, infiltrazioni bizantine; il gotico rimodula il corpo antico, si accolgono affreschi di scuola locale. La roccia si fa senso, la pittura, la fede, la logica congelano il fluire sconnesso in una configurazione ordinata: la volontà può qui ancorarsi.
Il pavimento liscio, per tanti piedi devoti, la serenità delle stupende pitture su pareti e colonne sussurra di una guerra diuturna contro gli esseri mostruosi della disgregazione.

Queste figure riassumono guerre più antiche, ne prefigurano altre; ogni oggetto, pur minuto, sembra qui dilavato sino all’avorio dell’essenza: non c’è nulla di troppo, tutto serve allo scopo.
San Michele, lancia nella destra bilancia nella sinistra, sottomette la bestia: lo sguardo, cristallino e privo d'ogni paura, è fermo nella quiete della vittoria.

G20 - ma cosa si vedono a fare?


G20: raggiunto accordo sul commercio 

Sul clima gli Usa ribadiscono no a intesa Parigi 

© ANSA/EPA

Redazione ANSABUENOS AIRES
01 dicembre 201818:48NEWS

(ANSA) - BUENOS AIRES, 1 DIC - I leader del G20 hanno trovato l'accordo nel comunicato finale sul commercio. Il G20 vede favorevolmente "la forte crescita economica globale, anche se sempre meno equilibrata tra i paesi" ma sottolinea come "alcuni dei principali rischi, tra cui le vulnerabilità finanziarie, si sono in parte materializzati". Lo si legge nel comunicato finale del G20 di cui l'ANSA ha preso visione. "Riaffermiamo il nostro impegno a utilizzare tutti gli strumenti politici per una crescita forte, sostenibile, equilibrata e inclusiva e per salvaguardare i rischi di ribasso, intensificando il dialogo e le azioni per rafforzare la fiducia".

Il G20 resta spaccato sul sui cambiamenti climatici: i Paesi firmatari dell'accordo di Parigi, tranne gli Usa, confermano come l'intesa sia "irreversibile" e come gli impegni previsti debbano essere "pienamente attuati" pur rispettando le differenze esistenti da stato a stato. Gli Usa ribadiscono la decisione di ritirarsi dall'accordo.

28 novembre 2018 - Il ministro Bonafede ospite a Cartabianca

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1 dicembre 2018 - La rivolta degli ultimi

1 dicembre 2018 - Il babbo di Renzi e il ragazzo nigeriano

15/18 - Una guerra soltanto per la ridistribuzione del potere e delle sfere d'influenza, una guerra fatta per i potenti e le loro beghe


A cent’anni dalla prima guerra mondiale – di Paolo Camillo Minotti (seconda e ultima parte) 30 novembre 2018 


Woodrow Wilson e la «commedia degli equivoci» 

Perché ho parlato di «commedia degli equivoci» di cui il primo attore fu Woodrow Wilson? 

Equivoco Nr.1: La commedia degli equivoci consiste nel fatto che la posizione del presidente americano sull’assetto da dare all’Europa del dopoguerra non coincideva per niente con le posizioni dei paesi firmatari dell’Intesa (quella originaria cioè: Gran Bretagna, Francia, Russia, alle quali si era aggiunta nel 1915 l’Italia) e dei loro alleati. Mentre Wilson, che nel corso della guerra aveva pubblicato le sue tesi in 14 punti, era mosso da una sincera fede nella pace e nella collaborazione fra le nazioni e tra l’altro postulava il divieto della diplomazia segreta e caldeggiava il diritto dell’autodeterminazione dei popoli, i Paesi dell’Intesa avevano iniziato la guerra prefiggendosi obiettivi geo-politici di ingrandimenti territoriali o di estensione della loro influenza che non collimavano per niente con quanto auspicato dal presidente americano. Così per esempio all’Italia, per ottenerne l’entrata in guerra, erano stati promessi fra l’altro il Trentino e il Sud-Tirolo, storicamente da sempre austriaci ed il secondo pure etnicamente tedesco. Siccome l’Intesa si ritrovò ad essere vincitrice, queste promesse vennero in gran parte esaudite, salvo in qualche caso dove vi era contesa fra due nazioni entrambe alleate dei vincitori (per es. l’Italia ottenne solo parzialmente le sue rivendicazioni sulle antiche terre veneziane dell’Istria e della Dalmazia, in quanto esse erano rivendicate pure dal nuovo regno di Jugoslavia dominato dai Serbi, anch’essi alleati dei francesi). Comunque in quasi nessun caso di attribuzione controversa fu applicato il diritto all’autodeterminazione: non si chiese ai croati e agli sloveni se volevano far parte del regno di Jugoslavia, non si chiese ai trentini se volevano essere annessi all’Italia; l’Ungheria venne punita in quanto erede dalla vecchia Austria- Ungheria e 1/3 abbondante degli ungheresi divennero sudditi della Romania, della Jugoslavia o della Cecoslovacchia. Naturalmente le minoranze tedesche che si trovavano un po’ dappertutto negli ex-dominii austro-ungarici vennero anch’esse per nulla considerate. Questa politica creò quelle tensioni che furono poi la premessa per lo scoppio della seconda guerra mondiale (vedasi il caso dei Sudeti). Riassumendo: venne applicata ia volontà dei vincitori, altro che autodeterminazione dei popoli! Questo però lo si seppe solo alla fine della guerra, dato che i citati accordi fra le potenze dell’Intesa erano segreti. Per contro i 14 punti del presidente Wilson per la pace erano conosciuti da tutti, erano stati pubblicati dai giornali di tutto il mondo, percui ebbero una certa influenza per esempio nel convincere il governo tedesco ad accettare l’armistizio. E in generale diedero ai governi dell’Intesa una falsa immagine di democraticità e di rispetto della volontà dei popoli, che in gran parte non era meritata. 

Equivoco Nr. 2: Il secondo equivoco causato dal presidente Wilson fu di ancora maggior peso e segnò tutta la politica europea fra le due guerre. Esso consiste nel fatto che gli USA entrarono nella guerra e contribuirono in modo decisivo a farla vincere dagli anglo- francesi, ma poi si ritirarono sin da subito dalla politica europea. Infatti il Senato degli Stati Uniti si rifiutò di ratificare gli Accordi di Versailles facendone diventare garanti gli USA. Questo fatto non era sorprendente, perché i repubblicani – che erano già stati contrari all’intervento in guerra – nel novembre 1918 vinsero le elezioni di Mid-Term, costringendo il presidente Wilson a correggere la sua politica estera e a non più ricandidarsi alle presidenziali del 1920, che furono vinte dal candidato repubblicano contrario ad alleanze in Europa. Ma tale fatto ebbe delle conseguenze incalcolabili sull’Europa, in pratica causando un disequilibrio strutturale nell’assetto strategico delle potenze europee. In parole povere: la Francia, che aveva vinto la guerra solo grazie all’intervento degli USA (perché in caso contrario probabilmente l’avrebbe vinta la Germania o si sarebbe dovuto addivenire a una pace di compromesso), si trovò a essere la potenza dominante in Europa, dettò le condizioni della pace, fissò i confini fra gli Stati (favorendo i propri amici e clienti e penalizzando gli altri) e divenne la garante dei Trattati di Versailles e dell’equilibrio e della pace in Europa (anche tramite la Società delle Nazioni, un’idea wilsoniana che la diplomazia francese fece propria). E inoltre, assieme alla Gran Bretagna, ridisegnò la carta geografica del Vicino e Medio Oriente. Questo sulla carta: se leggiamo i giornali dell’epoca, vediamo che la Francia godeva in effetti di un grande prestigio, il prestigio che sempre hanno i vincitori. Ma il fatto è che la Francia non aveva la forza sufficiente per assolvere al ruolo che si era ritagliata a Versailles. Questo fatto, combinato con le divisioni politiche interne, a partire dall’inizio degli anni ’30 diede luogo a una politica estera vieppiù rinunciataria e non più baldanzosa come nei primi anni ’20. In estrema sintesi la situazione può essere riassunta così: finchè in Germania vi fu un governo democratico e animato da buona volontà, essa venne trattata in modo inflessibile; a partire dal momento in cui salì al potere Hitler, si cominciò paradossalmente a trattarla in modo accondiscendente. Se dal 1934 al 1938 la politica francese fosse stata concorde e risoluta, forse Hitler avrebbe potuto essere bloccato – quando il riarmo tedesco non era ancora del tutto compiuto – e la II guerra mondiale avrebbe potuto essere evitata (o sarebbe stata tutt’altra cosa, si sarebbe svolta in tutt’altro modo). Mi si dirà: ma perché dare la «colpa» di ciò a Woodrow Wilson? Semplice: egli fece una scelta (l’intervento nella politica europea) che non era in condizione di mantenere in modo duraturo, dato che l’opinione pubblica americana vi era opposta. Alla luce di questo fatto avrebbe fatto meglio a non intervenire in guerra, ma piuttosto a continuare (come fece inizialmente) a offrirsi come mediatore fra le parti, un ruolo che in fondo corrispondeva maggiormente ai suoi convincimenti e tramite il quale forse avrebbe potuto raggiungere dei risultati più vicini ai suoi obiettivi ideali e sopratutto più proficui per i popoli europei (per esempio magari avrebbe potuto convincere l’Austria-Ungheria a concedere delle parziali autonomie ai molti popoli che la componevano, o convincere la Germania a permettere un referendum in Alsazia-Lorena). E se avesse assunto più risolutamente il ruolo di mediatore sin dal 1914, forse sarebbe stato possibile evitare lo scoppio della guerra…. Alternativamente, per contro, sarebbe stato auspicabile che gli USA non si fossero sottratti a guerra terminata al ruolo di garante della pace in Europa. Ma questa ipotesi è più aleatoria della prima, in quanto essa non dipendeva dal volere di una persona ma da quello di milioni di elettori americani…..Certo, se Wilson non avesse perso le elezioni di Mid-term nel 1918 e fosse stato rieletto nel 1920, forse i Trattati di Versailles sarebbero stati meno punitivi e si sarebbe instaurata una migliore collaborazione fra i paesi europei…. 

Uno scenario ipotetico (ovvero: se le cose fossero andate diversamente….)

Ma, tornando alla prima alternativa (non intervento USA e Wilson mediatore fra le parti), non si può escludere che in tal caso la guerra avrebbe potuto essere sostanzialmente vinta dagli Imperi centrali. Forse già alla fine del 1914 o nel 1915. Oppure solo nel 1916 o nel 1917. Ebbene, ciò non sarebbe stata una catastrofe della civiltà, come la propaganda anglofrancese paventava. Quanto prima si fosse conclusa la guerra (quindi con meno morti e minori distruzioni), tanto meno le conseguenze sarebbero state nefaste. Una guerra interrotta nel 1915 o al più tardi nel 1916 avrebbe forse evitato il marasma in Russia (crollo dell’impero zarista, rivoluzione bolscevica e tutto quanto ne seguì). In Francia sarebbero stati risparmiati più della metà dei soldati morti (che furono più di un milione e mezzo). La Francia avrebbe forse dovuto cedere qualche colonia alla Germania, nella migliore delle ipotesi in cambio della restituzione dell’Alsazia-Lorena (o dello svolgimento di un referendum nella stessa), nella peggiore senza tale restituzione; questo a dipendenza delle modalità dell’armistizio, cioè se esso fosse stato concordato da pari a pari grazie alla mediazione di Wilson, oppure invece indotto da un cedimento sul fronte francese. Ci sarebbero state meno distruzioni e meno frustrazioni in tutti i Paesi in guerra, la Germania non sarebbe stata umiliata e non ci sarebbe stata la traumatica iper-inflazione dei primi anni ’20 indi non ci sarebbe stato il nazismo negli anni ’30 né la seconda guerra mondiale. La Germania sarebbe progressivamente e senza traumi diventata un paese democratico, una monarchia costituzionale dove – come è il caso della Regina d’Inghilterra – l’Imperatore non si sarebbe più immischiato nelle scelte politiche. In Francia, in caso di guerra più o meno persa «ai punti» e conclusa con una mediazione, a dipendenza delle circostanze ci sarebbe stata qualche frustrazione, ma non catastrofica: tutt’al più ci sarebbe stato un avvicendamento nella dirigenza politica. Dulcis in fundo, l’impero austro-ungarico non si sarebbe dissolto e si sarebbe evoluto progressivamente in una confederazione di popoli che convivevano pacificamente e civilmente (come era già in gran parte il caso); non ci sarebbe stata quella fiera delle velleità nazionalistiche e delle sopraffazioni a scapito dei paesi vicini e delle minoranze interne che andò in scena nel periodo dell’ entre-deux-guerres (e in qualche caso anche più avanti, fino agli anni ’90….). 

La Francia nel 1920: una «grande potenza» apparente

A dire il vero già all’inizio degli anni ’20 si intravvidero i limiti della potenza anglo-francese: la Francia – è vero – «si fece rispettare» dai tedeschi che ritardavano la consegna del carbone, intervenendo militarmente in Renania per pigliarselo. Ma nell’Europa orientale e in Asia minore gli anglo-francesi non poterono garantire i confini fissati a tavolino a Versailles e nei trattati che seguirono. In Asia minore essi in un primo tempo avallarono le pretese di Grecia e Italia di spartizione dell’attuale Anatolia occidentale e meridionale, ma non intervennero quando l’esercito di Atatürk scacciò greci e italiani. In Europa orientale essi avevano accettato tel quel il confine occidentale della Russia sovietica come era risultato dagli accordi di Brest-Litowsk, ma poi non poterono impedire che esso subisse qualche correzione a seguito della guerra polacco-sovietica dei primi anni ’20. La Gran Bretagna, con il sostegno di Francia e altri paesi, tentò anche di rovesciare il governo comunista russo sostenendo gli eserciti «bianchi», ma il tentativo non ebbe successo. 

L’assetto strategico sancito a Versailles non rispecchiava la forza vera dei vari Paesi, dunque era squilibrato e potenzialmente instabile: la Francia era sulla carta la potenza principale del Continente, la potenza con il maggiore esercito anche, in quanto l’Inghilterra dopo la vittoria si era presto ritirata dallo scacchiere europeo, la Germania secondo i trattati di Versailles poteva avere solo un esercito simbolico e la Russia era stata dapprima sconfitta dalla Germania, poi fu in preda alla guerra civile e a grossi problemi interni, percui non appariva militarmente pericolosa ma al massimo lo era per il possibile contagio della rivoluzione comunista. Per qualche anno tale equilibrio squilibrato resse, ma non poteva reggere a lungo termine. La Francia non poteva alla lunga tenere a bada da sola tutta l’Europa, cioè garantire i confini dei suoi alleati dell’Europa centro-orientale e balcanica contro la risorgente potenza germanica e perdipiù senza l’aiuto dell’URSS, tenendo conto che la Germania era un Paese potenzialmente più forte della Francia (rapporto di ca. 1,3 a 1 in termini di popolazione ma molto superiore – forse 1,5 a 1, se non 2 a 1 – in termini di potenziale industriale) e che la Russia sovietica, pur con tutti i suoi problemi, era un paese sconfinato e con una popolazione di tre volte almeno quella francese. Era quindi prevedibile che, nel giro di qualche decennio, la Germania e la Russia sarebbero tornate a giocare un ruolo in Europa. E che la Francia non sarebbe stata in grado da sola di impedirlo. Le premesse potenziali per un futuro conflitto erano quindi già presenti «in nuce» all’inizio degli anni ’20. E avrebbe dovuto essere chiaro un fatto: in caso di un nuovo conflitto con la Germania, la Francia non avrebbe potuto vincerlo da sola. Considerato che la prima guerra mondiale l’aveva vinta (a fatica) con l’appoggio di GB, Italia e USA nonché nei primi tre anni pure della Russia zarista, era evidente per analogia che in tale ipotesi la mancanza dell’appoggio di uno o più dei citati paesi gli avrebbe impedito di prevalere. 

La crisi del 1929 e la crisi della società francese

Ciò non di meno, personalmente non credo al determinismo assoluto del corso della Storia. La Francia e la sua dirigenza politica avrebbero forse potuto evitare la sciagura della II guerra mondiale, se avessero saputo gestire in modo più accorto la posizione dominante che si erano conquistate a Versailles. Ma così non fu. All’errore della punitività nei confronti della Germania (errore che però come spiegato era secondo me inevitabile nell’immediato dopoguerra), a partire dall’inizio degli anni ’30 succedette per così dire l’errore opposto di eccessiva debolezza sulla scena internazionale e di eccessiva accondiscendenza nei confronti del nascente pericolo nazista. Questa debolezza e questa accondiscendenza rispecchiavano una crisi della società francese; una crisi in primo luogo sociale e politica, con insanabili contrapposizioni tra i vari schieramenti: da una parte scioperi e rivendicazioni operaie massimaliste, influenzate anche dalla propaganda comunista che dava a credere che nella lontana Russia si stava realizzando il paradiso dei lavoratori (sic); dall’altra parte una piccola borghesia attenta a conservare quanto possedeva, in famiglie che spesso erano fatte solo da madri e figli unici e (quando c’erano ancora) vecchi nonni. In tal senso la stagnazione che fece seguito alla crisi del 1929 non aiutò certamente i governi moderati al potere fino al gennaio 1936 a tenere botta alla demagogia piazzaiola dei social-comunisti e a ottenere consenso e coesione nel Paese; quantunque vada detto – per rispetto della verità storica – che le conseguenze della crisi economica del 1929 furono in Francia molto meno drammatiche che non negli USA o in Germania: in Francia, paese in prevalenza rurale e poco dipendente dal commercio internazionale, la crisi si fece sentire con qualche anno di ritardo e in misura più attenuata rispetto alla Germania, la quale invece come paese industriale d’esportazione e con banche legate strettamente a Wall Street subì un immediato contraccolpo dalla crisi americana e dal crollo del commercio mondiale; per dirla brutalmente: in Francia c’era stagnazione, diminuzione dei redditi e dei salari, ma non c’era gente che moriva di fame né disoccupazione di massa. 

Ma la crisi aveva anche un’origine più profonda, era una crisi psicologica: la societä francese pagava lo scotto dell’inaudito sacrificio di vite umane subìto nella prima guerra mondiale: questo aveva come conseguenza, con la progressiva scomparsa della generazione politica che aveva voluto e fatto la guerra, un marcato cambiamento di mentalità: dallo slancio patriottico e dalla disponibilità a sacrificarsi per il proprio Paese che dominarono la scena nel 1914 si passò a un sentimento di pacifismo a oltranza (Foutez- nous la paix); nel subcosciente della nazione francese pesava il fatto di aver perduto troppi giovani nel 1914-’18; era stato un salasso demografico che aveva decimato un’intera generazione maschile e indebolito a medio/lungo termine lo sviluppo demografico e intellettuale del paese! Ciò si ripercosse pure sulla politica, che conobbe una trasmutazione: a destra e al centro si passò dai grandi retori patriottardi Poincaré, Clémenceau ecc. a personaggi più «civilisti» e pragmatici (Doumergue, Laval, ecc.) attenti soprattutto alle esigenze economiche dei cittadini e che nel 1914 talvolta erano stati fra coloro che avrebbero preferito evitare la guerra; a sinistra, i socialisti, che nel 1914 si erano lasciati turlupinare da Poincaré e non avevano saputo far valere la loro forza parlamentare per impedire lo scoppio della guerra, vennero colti da una virulenza pacifista a scoppio ritardato – in contingenze completamente diverse e quando la Germania con Hitler stava diventando realmente pericolosa – influenzati naturalmente anche dai compagni di strada comunisti che sin dal 1917 seguendo gli slogan di Lenin avevano stigmatizzato la «guerra capitalista» fra le potenze europee. 

Con il senno di poi è facile dire che una società cosiffatta, lacerata da aspre discordie politiche e ripiegata su sé stessa, non avrebbe potuto reggere a un nuovo scontro con una Germania ritornata forte e che era guidata a partire dal 1933 da una dittatura spietata e animata da spirito di rivalsa e da una volontà di dominazione sull’Europa. 

Paolo Camillo Minotti


La Germania, la sua Deutsche Bank sono giganti dai piedi d'argilla

ODDIO, DEUTSCHE BANK HA LO SPREAD!

Maurizio Blondet 29 novembre 2018 

I costi di finanziamento per Deutsche Bank continua a crescere come gli investitori di credito ottenere sempre più nervoso. La resa dei Bond CoCo al 6% balza a quasi l’11% (Holger Zschaepitz , Die Welt)

I CoCo Bond, ossia Contingent Convertible Bond, sono delle obbligazioni ibride che, in particolari condizioni, diventano azioni, ossia capitale della banca che li ha emessi.

Ciò perché

“Oltre 170 agenti e inquirenti stanno effettuando una perquisizione nel quartier generale di Deutsche Bank, a Francoforte, e in altre sedi a Eschborn e Gross-Umstadt. Le indagini riguardano un caso di riciclaggio di denaro, collegato all’inchiesta sui cosiddetti Panama papers”. (24 Ore)

“L’inchiesta è diretta contro due impiegati di 46 e 50 anni, nonché altri funzionari precedentemente non identificati della società”, ha detto in una dichiarazione del pubblico ministero.

900 clienti, volume d’affari 311 milioni di euro

Secondo i risultati degli investigatori, una compagnia di proprietà del gruppo con sede nelle Isole Vergini britanniche nei Caraibi da solo il 2016 ha oltre 900 clienti con un volume d’affari di 311 milioni di euro. Si presume che gli imputati abbiano ignorato prove per sospettare il riciclaggio di denaro.

Sparsasi la voce dell’irruzione , il prezzo delle azioni della Deutsche Bank è crollato . Di recente, le azioni hanno perso più del tre per cento in valore.

Solo pochi giorni fa, la Deutsche Bank è stata coinvolta nello scandalo esploso in Danske Bank.: una maxi operazione di riciclaggio dal valore di circa 200 miliardi di euro, posta in essere tra il 2007 e il 2015. Alcuni hanno già definito lo scandalo di Danske Bank come uno dei più grandi nella storia del sistema bancario europeo, nel quale ora potrebbero essere trascinati sia Deutsche Bank che numerosi altri istituti di credito.

Secondo Lettera 43, è stato Putin:

“Il giro presunto di denaro si è allargato rapidamente dagli 8 miliardi di euro ai circa 200 miliardi, 130 dei quali sarebbero passati dal primo istituto di credito tedesco. Un’altra bomba, dopo la montagna di derivati: sono numeri enormi, se confermati una delle maggiori storie di riciclaggio di tutti i tempi. E il più eccellente tra i coinvolti, oltre a Deutsche Bank, sarebbe ancora lui: il cugino 65enne del leader del Cremlino, Igor Putin, uomo d’affari ed ex banchiere russo.


Comentatore estero: “Sarà Deutsche Bak a ricevere la corona di “Lehman-2019?”

Quella che provocherà il mega-collasso sistemico con l’effetto-domino che ha trascinato il mondo intero vicino al crack ela depressione da allora in Europa?

Commento di twitter italico:

“Si sono infilati in tutti i casini. Tutti. Ma l’occhiuta Vigilanza #BCE era solo rivolta alle nostre 4 banchette mandate in risoluzione perché salvarle col FITD avrebbe ‘alterato il mercato’; oppure alle 2 Venete, lasciate a marcire per mesi. Per non parlare di #MPS

Certo, la BCE e Berlino e Bruxelles hanno sospettato le nostre banche, vagliate , setacciate..la Deutsche Bank strapiena di derivati marci, no. la guardav a la banca centrale tedesca, senza che Draghi insistesse pewruna sgradevole intrusione nella loro sovranià (nella nostra sì). “I panni sporchi si lavano in famiglia” (Alberto Bagnai).

Invece, il collasso-recessione sta cominciando proprio dalla virtuosa Germania.

Ultima notizia: Bayer, il gruppo farmaceutico tedesco e prodotti chimici, ha annunciato piani per tagliare 12.000 posti di lavoro, nel tentativo di ridurre i costi e riconquistare favore degli investitori a seguito di una serie di inconvenienti legali on.ft.com/2E49pDh

L’inflazione in Germania rallenta rispewtto al masimo di 10 anni fa, proprio quando la BCE dichiaraa prossima la fine del Quantitative Easing. I prezzi al consumo sono scesi al 2,3 % a novembre rispetto a 2,5 a ottobre

E non è ancora venuto fuori tutto quello che sta fermentando da anni nella pancia di Deutsche Bank…

I giornalisti giornaloni Tv non hanno il mandato statunitense-ebraico per parlare di armi chimiche utilizzati dai mercenari tagliagola terroristi in Siria

I ribelli colpiscono con i missili al cloro i civili di Aleppo, ma stavolta nessun pennivendolo e politicante s’indigna

Maurizio Blondet 28 novembre 2018 

di Gian Micalessin

Stavolta nessuno indagherà, nessuno condannerà e nessuno, tantomeno, bombarderà. A differenza di quelli messi a segno a Ghouta nel 2013, a Khan Shaykun nel 2017 o a Douma nell’aprile 2018 l’attacco chimico lanciato sabato notte nella zona di al-Khalidiya, un quartiere sul versante occidentale di Aleppo, non indigna, né scandalizza nessuno. Anche perché stavolta a venir colpita non è una zona controllata dai ribelli, ma una città completamente pacificata dove la popolazione civile è stata restituita da quasi due anni all’autorità del governo di Damasco. A spazzar via l’atmosfera di precaria tranquillità che si respira ad Aleppo è bastata una salva di missili partiti dalle zone della provincia di Idlib, l’ultima roccaforte jihadista nella parte nord occidentale del paese.

I missili non sono una grande novità. I civili di Aleppo ci hanno fatto il callo. Sanno che di tanto in tanto i ribelli, nonostante le trattative per arrivare ad una loro evacuazione pacifica da quei territori, non resistono alla tentazione di punire una città colpevole di aver resistito per anni all’ assedio jihadista.

Nessuno però si aspettava un attacco chimico in piena regola. Un attacco messo a segno colpendo Aleppo con delle testate al cloro. Quell’attacco, stando a fonti d’informazioni siriane, ha causato l’intossicazione di almeno 41 persone mentre i contaminati sarebbero oltre un centinaio. Secondo la testimonianza di un medico dell’ospedale di Aleppo trasmessa dalla televisione di stato almeno due persone restano in conduzioni critiche mentre quasi tutto gli altri soffrono di difficoltà respiratorie e ridotte capacità visive. L’attacco viene segnalato anche da Rami Abdurrahman, il titolare di quel discusso “Osservatorio Siriano per i Diritti Umani” basato in Gran Bretagna considerato, sin dal 2011, il portavoce delle fazioni ribelli.

Stavolta neppure l’assai poco imparziale “Osservatorio Siriano” se la sente di negare l’attacco ad una città dove da due anni non c’è più la guerra. Una città dove, invece di combattere, si cerca di ricostruire. Proprio per questo l’utilizzo delle testate al cloro è sicuramente più proditorio e più vigliacco. Eppure nessuno sembra volersi sbilanciare. Certo stavolta è un po’ difficile ripetere le litanie del passato quando ogni responsabilità veniva fatta cadere sul governo di Bashar Assad e sui suoi alleati russi. Stavolta anche il più scatenato sostenitore della causa ribelle ha qualche difficoltà nell’accusare il “dittatore” di aver colpito con le armi chimiche quei cittadini di Aleppo che non solo si sono opposti per anni all’assedio dei ribelli, ma stanno salutando il ritorno di migliaia di profughi rientrati nelle zone controllate dal governo. Ed ancor più difficile è ribaltare la verità sostenendo, come fecero alla vigilia dei bombardamenti dello scorso aprile Emmanuel Macron e Theresa May, di aver in mano le prove certe della colpevolezza del regime.

Stavolta l’unica cosa sicura e certa è che nessuno verrà né accusato, né punito. Perché se s’incominciasse ad indagare anche le certezze del passato incomincerebbero a traballare. E l’intero castello di carte costruito sugli attacchi chimici attribuiti al governo siriano e ai suoi alleati rischierebbe di crollare.


Si invita formalmente e ufficialmente l'Annunziata a venire su un terreno coltivato a terrazzi e a capire cosa significa amare la terra. L'imbecillità non dovrebbe avere il DIRITTO di scrivere

“Ma lei, Di Maio, prima di parlare di onestà non doveva guardare in casa propria?” – VIDEO
30/11/2018

Lucia Annunziata parla come quelli che furono, politicamente parlando: Matteo Renzi e Maria Elena Boschi. Come fosse una della Iene, se non fosse priva di quella magrezza che potrebbe favorire un accostamento ad una di loro. No, delle iene non ha nulla. Ha tutto della giornalista mainstream, tuttavia. In altre parole di quello stuolo compatto di difensori della democrazia che passano gran parte del loro tempo a puntare il dito, a fare la morale e a cogliere in fallo, in scia con la tradizione della Sinistra. Se non sei uno di loro s’intende. Parla con il malcapitato Luigi Di Maio della non notizia tanto cara a Repubblica, Espresso e dintorni: il “caso” di un lavoratore in nero, un manovale. Faccenda di diversi anni fa e – pare – giù sanata: vicenda come centinaia di migliaia in quest’Italia allo sbando da quasi trent’anni.


Da quando, cioè, i Giacobini di Mani Pulite distrussero un’intera classe dirigente per consegnare quello che restava dell’italia ai loro avversari politici e concorrenti economici. Fu la premessa a vent’anni di berlusconismo – pessimo – e antiberlusconismo – nauseante – con giornali e inchieste usati come arma impropria per screditare gli avversari politici e, con essi, l’Italia. Senso della misura nessuno. Di buon senso neanche una traccia. Senso dello Stato nullo, con avvisi di garanzia recapitati durante la Conferenza internazionale sulla Criminalità a Napoli, nel lontano 1994. Giustizia spettacolo, senza ritegno mai o quasi, mai criticata dalla stampa mainstram, impegnata, ora, a distogliere l’attenzione con il fenomeno bambinesco delle fakenews mentre le notizie false vengono comodamente diffuse e discusse come fossero vere.

Notizie false e scoop sul nulla, su cui si rotola, compiacendosi, la Annunziata. Donna intelligente, giornalista scrupolosa, ma capace di atteggiamenti sommamente insulsi. E’ vittima di uno strano maleficio, la Annunziata: quando si accorge di essere intelligente, ecco che, improvvisamente, diventa stupida. Ne ha dato un saggio non da poco con Di Maio, facendo la morale sul nulla e sostenendo una tesi non si sa se più assurda o ipocrita: per la Annunziata chiunque voglia essere un politico deve prima fare un’inchiesta sul proprio nucleo famigliare – non si sa bene fino a che grado di parentela – aprire ogni armadio, svuotare ogni cassetto, chissà quanto a ritroso nel tempo. Se ci sono zone d’ombra – non solo reati ma anche irregolarità di vario genere, dalle multe all’abuso edilizio per una lamiera contorta – ebbene, questa persona dovrebbe rinunciare alla carriera politica o, almeno, dovrebbe farlo senza poter pronunciare la parole “onestà” anche se il coinvolgimento personale con quei fatti è nullo.

Di fatto la Annunziata avalla la tesi di PD e dintorni, e sembra la maestra che rimbrotta l’alunno Di Maio perchè due bambini viziati l’hanno strattonata, chiedendole di accogliere le loro tesi sfasate e puerili.

Ma questi soloni hanno mai avuto un terreno, un fabbricato su un terreno? sanno cosa è fare da soli perchè non hai i soldi per pagare i muratori i manuali?

Mariglianella, sul terreno del padre di Luigi Di Maio solo fuffa

Anita Capasso 29 nov 2018 , ore 23:29

Nessuna speculazione edilizia. Sui terreni dei Di Maio solo una pila di mattoni e tanta fuffa.


MARIGLIANELLA - Mariglianella presa d’assalto dal gossip mediatico. Riflettori puntati su Antonio Di Maio, padre del ministro Luigi Di Maio e la società edile la cui sede legale è in questo stesso paesino governato da una giunta a maggioranza forzista.

Qui, un giovane Luigi Di Maio, attivista 5 Stelle veniva generalizzato e allontanato dal consiglio comunale su richiesta del sindaco perché lo voleva registrare e rendere noto al popolo del web. Arrivano i vigili urbani e i tecnici comunali fanno i dovuti sopralluoghi sotto gli occhi di stuoli di giornalisti e di telecamere.

Si parla di abusi edilizi su un terreno di proprietà del padre di Luigi Di Maio e della zia Giovanna, scomodata fino a Reggio Emilia dove vive da circa 30 anni , dopo essersi sposata con una persona del posto. Il gossip è incentrato in pratica in un terreno situato al civico 69 di corso Umberto I, ricoperto di erbacce, dove sorgono un rudere diroccato e un box coperto di lamiera arrugginita e avvolta dall’edera.

Ci sono tanti giornalisti qui in attesa di notizie, come quando nel 1962 in quella stessa strada fu commesso un maschicidio, una donna vessata dai maltrattamenti del marito con un’ascia lo decapitò. Sul terreno dei Di Maio c’è poco materiale da scoop. Non ci sono palazzi, non ci sono villette a schiera, come quelle costruite sui vicini terreni e sulle ceneri del palazzo baronale di Mariglianella.

E l’attività del padre di Di Maio ? Non stiamo parlando di un imprenditore del cemento, avvezzo alle maxi lottizzazioni. Ma di un modesto artigiano edile, dedito a piccole ristrutturazioni. Certo le regole sono regole, ma qui si cade nello sciacallaggio politico, costruito ad arte per tentare di distruggere la figura di Luigi Di Maio, ragazzo partito dal niente: da un hinterland stretto tra clientele e vecchi giochi di potere, riflesso di una politica nazionale messa in crisi proprio nella Terra dei Fuochi.

Una manovra ordita dalla vecchia politica che perde punti? Si vedrà. Intanto il comandante della polizia municipale, Andrea Mandanici, esce dal terreno e dichiara di aver sequestrato rifiuti inerti e di aver preso misure catastali su alcuni manufatti. Sequestrata anche una carriola.

Su quel terreno, dove alcuni vicini dicono che spesso nel fine settimana vedevano il padre di Di Maio e qualche parente curare un orticello c’è solo fuffa. La rabbia della gente del posto si fa sentire: ”Andate via. Luigi Di Maio è l’orgoglio della nazione”.

Salvatore Caliendo, geometra e cittadino di Mariglianella va oltre:” Hanno schierato un esercito per verificare cosa? Una casa centenaria distrutta dal terremoto e dal tempo. Un terreno coltivato col sudore della fronte e un’area usata per deposito di attrezzature edili e calcinacci in attesa di diventare un quantitativo sufficiente per lo smaltimento, Il tutto confuso ad arte con ville faraoniche e istituti bancari”.

Chiari i riferimenti al video di Maria Elena Boschi che accomuna le gravi azioni commesse dal padre a quelle di Antonio Di Maio. Una pila di mattoni contro gli scandali finanziari della banca Etruria. Di Battista dall’America latina difende a spada tratta Luigi Di Maio:” Non si può tacere sulla roba ridicola tirata fuori. Renzi e la Boschi hanno la faccia come il cuXX”.

Le iene strumenti politici usa e getta, un potere mediatico scatenato per insultare Di Maio e spostare le argomentazioni politiche su attacchi personali feroci e inverecondi, e non dite che non ne sono consapevoli. I buffoncioni, porini, non avevano calcolato la reazione

Filippo Roma (Le Iene) minacciato di morte dopo l'inchiesta su Di Maio senior

Valanga di insulti contro la iena Filippo Roma: "I simpatizzanti del M5s mi hanno sfondato" 

Il giornalista minacciato di morte sui social. La solidarietà della redazione del programma: "Il clima è grave, c'è troppa gente che vuole zittire chi racconta notizie" 

Redazione
30 novembre 2018 13:16

Valanga di insulti contro l’inviato delle Iene Filippo Roma, autore insieme a Marco Occhipinti dell’inchiesta sul caso Di Maio. È stato lo stesso giornalista, intervistato da Giorgio Lauro e Geppi Cucciari a "Un giorno da pecora", su Radio1, a rivelare il contenuto dei messaggi diffamatori che ha ricevuto via social da molti fan del M5s. "I simpatizzanti del Movimento mi hanno letteralmente sfondato", ha spiegato la Iena, "mi hanno rivolto insulti di tutti i tipi: servo di Berlusconi, servo di Renzi, se ti incontro per strada ti ammazzo, se ti vedo ti riempio di botte, pezzo di m***a a iosa".

Tanti insulti e neanche un complimento? "Per strada sì, la cosa strana è che succede questo. Sui social tante persone mi mandano a f***, poi per strada invece mi fanno i complimenti, non si capisce se siano gli stessi – ironizza la Iena - , magari sono gli stessi: mi mandano a f*** on line e poi mi fermano per strada e mi fanno i complimenti".
Filippo Roma minacciato di morte, la solidarietà delle Iene

Il commento della redazione de Le Iene non si è fatto attendere: "Le polemiche, democraticamente legittime, attorno all’inchiesta sul padre del vicepremier Luigi di Maio, hanno preso un terreno minato, sconfinando nelle minacce di morte".

"Tutta la nostra solidarietà a Filippo contro chi vuole zittire l’informazione", si legge sul sito della trasmissione di Italia 1, perché "il clima è grave e non parliamo solo del rischio terribile che si passi dalle parole ai fatti. C’è troppa gente che vuole zittire in ogni maniera chi fa il proprio lavoro di raccontare notizie".

Su facebook però lo shitstorm continua. Il post con cui Le Iene hanno manifestato la solidarietà ai due giornalisti è stato sommerso di critiche, spesso feroci. "Non siete iene, siete carogne", "vergogna", "siete diabolici": questo il contenuto di alcuni commenti postati da simpatizzanti del M5s. In molti invitano Roma e gli altri giornalisti del programma ad occuparsi di banca Etruria e "delle porcate che ha fatto Renzi". In due ore il post ha raccolto quasi duemila commenti. 
Il servizio delle Iene sul caso Di Maio | Video

Poraccia

Venerdì, 30 novembre 2018 - 12:48:00

Boschi ci prova, ma la storia del suo babbo è diversa da quella di Di Maio

Ma che fine ha fatto la Boschi angelica che con movenze felpate, addirittura feline, caracollava per Montecitorio da ministra e sottosegretaria sorridentissima?

di Giuseppe Vatinno


Elena Maria Boschi esterna:

“Hanno fatto una campagna contro di me basata sulle fakenews e adesso che la verità viene a galla passano agli insulti. Se vogliamo parlare dei figli, confrontiamoci sulla politica. Se vogliamo parlare dei padri, mio padre non è stato condannato mentre il padre di Di Battista è e rimane un fascista. E si vede".

Si riferisce naturalmente ad Alessandro Di Battista e a Luigi Di Maio rei, secondo la già preferita di Matteo Renzi, di aver attaccato il “babbo” per le note vicende della Banca Etruria.

Tuttavia, a parte l’anacronistico e patellare richiamo al solito “fascismo”, le due vicende sono molto diverse e denotano nella toscana un evidente malanimo e scarsa sportività.

Ma che fine ha fatto la Boschi angelica che con movenze felpate, addirittura feline, caracollava per Montecitorio da ministra e sottosegretaria sorridentissima?

Sembrava una suorina laica, così misurata, così gentile con quel suo bell’accento toscano, così aspirato da farti sembrare su un ottovolante.

Da quando è all’opposizione si è scatenata: non c’è giorno che non utilizzi i social per attaccare, insolentire, rimuginare e mestare.

Per carità, tutto legittimo, ma suvvia, un po’ di bon ton non guasterebbe visto che è pur sempre una parlamentare. -

E poi, nel merito, che c’azzecca, direbbe un famoso ex magistrato, la vicenda dell’Etruria con quella della piccola azienda di famiglia accusata di assumere qualche operaio in nero da cui il vicepremier ha già preso le distanze, come è giusto che sia.

Ma i numeri e l’impatto delle due vicende ad essere completamente diverso.

Uno stuolo di correntisti, spesso anziani, che hanno perso i risparmi di una vita. Vuoi mettere? E vuoi mettere la mancanza del senso del limite?

E la cosa non si ferma qui. Il Pd ha predicato assai bene ma razzolato assai male, ad esempio, sull’ambiente.

Prima Andrea Orlando e poi Gian Luca Galletti hanno combinato ben poco nel ruolo ministeriale.

Per rendersene conto, basta vedere i drammi idrogeologici che si ripetono ad ogni autunno in più con la beffa ulteriore di una nuova struttura dal nome perculante di “Italia Sicura”, voluta da Renzi in persona.

Il ministro Sergio Costa, voluto da Di Maio, appena arrivato, ha abolito finalmente una commissione Via che era stanziale da undici anni (ne doveva durare tre) e ha fatto subito il bando per una nuova.

Fatti non parole. Cambiamento non stagnazione.

E pensare che l’ambientalista Ermete Realacci, allora presidente della Commissione Ambiente in quota Pd, non si occupò mai della cosa e da tale commissione passano tutte le opere infrastrutturali italiane.

Cosa hanno da dire Renzi e la Boschi a riguardo?

Per loro l’ecologia è solo materia elettorale o impegno politico serio e costante?

Se la sentono ancora di vestire gli abiti toscanissimi del Savonarola, dopo quello che hanno combinato al governo nella scorsa legislatura?

E che dire sulla finanziaria (torniamo a chiamare le cose con nomi italiani) quando andavano a Bruxelles agguerriti come supereroi e tornavano puntualmente con le pive nel sacco, ma accompagnati da gran manate e sorrisi dei burocrati europei?

Hanno fatto il bene dell’Italia?

Non ne hanno avuto abbastanza dall’elettorato di sinistra? O vogliono sprofondare definitivamente a percentuali da prefisso telefonico?

Savona facci sognare - è nel Dna del sardo dire la verità e mettere all'angolo gli euroimbecilli

SAVONA, “SFORARE PARAMETRI E IN 3 ANNI RIDUCIAMO DEBITO”/ Il ministro, “serve rilancio investimenti”

Paolo Savona in una lettera a “Il Messaggero”: “Sforare parametri e in tre anni riduciamo debito”. Poi la precisazione: “Esiste un solo Savona”.

01.12.2018 - Dario D'Angelo

Paolo Savona

Torna a dire la sua il ministro Paolo Savona e lo fa in una lettera inviata a Il Messaggero, in cui ribadisce – se ce ne fosse ancora bisogno – il convincimento del governo a forzare la mano al netto dei pareri della Commissione Ue. Savona parte da una precisazione: “Penso di essermi già espresso con chiarezza fornendo precisazioni nei documenti ufficiali, nei miei scritti e nelle mie interviste. Tengo solo a sottolineare che non è mai esistito un Savona 1, favorevole all’uscita dall’euro, e un Savona 2, favorevole a restarci rispettando i parametri fiscali; queste due figure esistono solo nella mente di alcuni commentatori. Esiste un solo Savona che ha sempre sostenuto (a) che abbiamo bisogno del mercato unico per la nostra economia e la nostra società; (b) che il mercato unico richiede una moneta unica; (c) che l’architettura istituzionale su cui si basano entrambi non risponde agli obiettivi che ci eravamo prefissi con il Trattato di Maastricht e, quindi, va corretta; (d) e, in particolare, che l’architettura non è attrezzata per affrontare gli shock esogeni, ossia forme di attacco all’economia nel suo complesso e nelle componenti nazionali, come è stato il caso della crisi finanziaria del 2008, dell’accelerazione dell’immigrazione negli ultimi anni e dell’incombente crisi commerciale a seguito del ritorno alle dispute tariffarie“.

SAVONA, “SFORARE PARAMETRI E IN 3 ANNI RIDUCIAMO DEBITO”

Quello di Savona non vuole essere però un puro esercizio teorico:”Come ministro tecnico ho indicato la soluzione da dare a una caduta del saggio di crescita produttiva anche superiore alle previsioni ufficiali, che rischia di aumentare la disoccupazione già elevata e la povertà troppo estesa in Italia“. La ricetta, secondo il ministro per gli Affari Europei, è la seguente:”Per affrontare questa congiuntura dobbiamo discostarci dal rientro nei parametri fiscali europei concordati dai precedenti Governi per garantire, d’accordo con le autorità europee, stabilità economica e politica; la proposta permetterebbe ragionevolmente di ritornare in un triennio sul sentiero del riaggiustamento del deficit di bilancio strutturale e della riduzione del debito pubblico sul Pil. Ma un passo indispensabile di questa strategia deve essere il rilancio degli investimenti pubblici e privati. In tal modo si rafforzerebbe la fiducia dei mercati sulla solvibilità del nostro debito pubblico, già di per sé solida per l’esistenza di un’ingente ricchezza finanziaria nelle disponibilità degli italiani (3.500 miliardi di euro netti) e di un flusso annuo di risparmi in eccesso (circa 160 miliardi nel triennio 2019-2021) testimoniato dal saldo positivo degli scambi con l’estero“. A Bruxelles saranno d’accordo con la lettura del professore Savona?

https://www.ilsussidiario.net/news/politica/2018/12/1/savona-sforare-parametri-e-in-3-anni-riduciamo-debito-il-ministro-serve-rilancio-investimenti/1817161/

Pane al pane - l'Italia è bella la Francia è brutta. e poi abbiamo una dirigenza attuale che sono agli antipodi, da una parte il M5S-Lega che cercano di fare gli Interessi degli italiani dall'altra il fanfulla Macron che massacra il suo popolo. Giornalisti, professorono, giornaloni, Tv che tifano per l'affossamento dell'Italia. Mah

FINANZA/ Le enormi differenze tra Italia e Francia che nessuno vuol vedere

Italia e Francia non possono essere accomunate come ha fatto Villeroy de Galhau. E non si può nemmeno fingere che l’euro sia desinato a finire

01.12.2018 - Paolo Annoni

François Villeroy de Galhau (Lapresse)

Il Governatore della Banca centrale francese, François Villeroy de Galhau, ieri sul Corriere della Sera ci spiegava che “se deficit e debito fossero la chiave per la crescita i nostri due paesi sarebbero primi”. Un’affermazione apparentemente incontestabile, se non fosse che l’Italia ha un saldo primario da 27 anni di fila e che tra il 2008 e il 2017 la Francia ha accumulato deficit per 937 miliardi di euro (il 45,2% del Pil), contro i 520 miliardi dell’Italia (il 31,9% del Pil). La differenza tra evoluzione del Pil italiano ed evoluzione del Pil francese negli ultimi dieci anni si spiega completamente alla luce di questa differenza. E cioè se l’Italia non avesse avuto l’austerity e avesse preservato meglio la sua domanda avrebbe avuto numeri e crescita molto più in linea a quelli francesi.

Lo sforzo italiano, 27 anni di fila di surplus primario, è stato “razionalmente” ripagato con la “razionalità” dei mercati e con una bella crisi del debito sovrano nel 2012 che ha disallineato le due economie come mai successo negli ultimi 50 anni. Quindi no. Mettere Francia e Italia nello stesso calderone è sbagliato. E chi ci dice, giustamente, che però il debito lordo è più alto ignora che è mille volte meglio generare cassa ma avere un debito alto che non generarla. Stendiamo un velo pietoso sulle riforme “strutturali” fatte dalla Francia negli ultimi 20 anni. La differenza tra Italia e Francia è tutta nell’occhio con cui la Commissione europea legge i numeri e applica o non applica le regole.

Il Governatore della Banca centrale francese ieri ci dice anche che “a breve termine non è detto che un aumento del deficit abbia un effetto positivo sulla crescita, se globalmente è accompagnato da un premio al rischio più altro sui tassi d’interesse”. Una frase che è un capolavoro politico. Nemmeno lui osa dire che in un mondo il cui il commercio globale cala, l’economia rallenta e si erigono barriere commerciali bisogna fare politiche pro-cicliche aumentando la pressione fiscale (?!?!, sicuramento un errore di esposizione) e soprattutto non si debba controbilanciare in qualche modo il calo delle esportazioni. Infatti, ci parla del “breve” e aggiunge un “se” sull’evoluzione dei tassi di interesse. Forse sono dichiarazioni “politiche” da interpretare in un’ottica di competizione intra-europea e che oggi vede la Francia assediata da gilet gialli.

Il capo economista di Natixis ieri prima ci mostra questo grafico. E poi conclude che non è il momento di aumentare il potere di acquisto in Italia e in Francia.


Traduciamo. Se aumentano il potere di acquisto e i salari il sistema diventa meno “competitivo” e questo è un male per le imprese che devono esportare. Si conferma il mantra del sistema economico europeo degli ultimi 20 anni. Un sistema che oggi sta arrivando al capolinea per due motivi. Il primo è che mezzo mondo tenta di colpire la Germania e il suo surplus commerciale e si è convinto, a ragione, che per farlo l’unico modo è spezzare l’euro oggi usato dalla Germania come scudo umano. Uno scudo che esiste perché l’Unione è senza alcun meccanismo di redistribuzione interna e l’enorme surplus commerciale tedesco non si traduce in una rivalutazione della valuta tedesca e non viene assoggettato ai normali meccanismi di aggiustamento. Tra quelli a cui dà fastidio la “scorrettezza” euro-tedesca si sta cominciando a intravedere la Cina perché la Germania, ci ha ricordato Oskar Lafontaine questa settimana, “esporta disoccupazione”.

Il secondo è che, per come è strutturato l’euro oggi, si esporta “austerità” e si mettono in competizione Paesi che non possono permetterselo. L’esempio massimo è la Francia di questi giorni che, politicamente, non riesce a tenere la mini-austerity concordata e promessa da Macron alla Germania. E infatti è un diluvio di gilet gialli che molto probabilmente finirà con una ritirata dell’“inflessibile” Macron alla faccia del deficit promesso alla Commissione.

Quindi andiamo pure avanti in questo modo, con le infrastrutture tedesche che cadono a pezzi, perché bisogna mantenere il sistema “competitivo” e ancora di più comprimendo i salari adesso che c’è il protezionismo. Continuiamo a tenere duro sull’attuale configurazione dell’euro in cui si permette una colonizzazione della periferia. Andiamo a vedere cosa c’è alla fine di questi binari in tempi di Brexit, protezionismo e guerra fredda Usa-Cina: un’Europa spappolata, divisa, in subbuglio politico in cui basterà un soffio per metterla in crisi nera; una periferia in cui salteranno tutti i rapporti deficit/Pil via austerity e via spread “politico”. Poi vediamo cosa produrrà la Germania “politicamente” o la Francia. Nel frattempo godiamo per la fragilità cinese, di cui si parla da dieci anni, o di quella americana, di cui si parla da almeno 20 anni, oppure degli errori della Banca centrale giapponese o della pazzia della “Brexit”.

Quattro sistemi-paese su cui scommetteremmo volentieri molto ma molto di più che sull’euro “tedesco” condotto dalla Germania, questo sicuramente, con un opportunismo tanto grande quanto miope e che ha prodotto uno squilibrio commerciale con l’estero, via cambio non rivalutato, e interno, via violazione delle regole europee, così mostruoso da alimentare un antagonismo interno ed esterno sempre più violento. Poi certo, noi italiani ci siamo giocati la partita dell’integrazione europea in modo demenziale, ci siamo venduti e abbiamo tenuto in vita una burocrazia fuori controllo soprattutto in certe regioni. Però ci siamo davvero rotti, oltre ai danni, della beffa di chi ci vuole addossare l’esclusiva delle magagne europee. Ne abbiamo una buona parte, ma non la maggioranza e la malafede dei rapporti interni è solo lì da vedere così come il muro su cui ci schianteremo se continuiamo a insistere su un modello “mercantilista” che ha prodotto povertà in tre quarti di Europa e che ci ha messo nel mirino di mezzo mondo, mentre qualcuno si è pure affrettato a uscire.

Ridateci Monti e subito una bella dose di austerity tedesca, così ci risparmiamo l’agonia e non annoiateci più con inutili discorsi, in forte odore di “sovranismo”, sulla necessità di rilanciare investimenti e domanda interna in un mondo di protezionismo e guerre fredde. Lo sappiamo anche noi che la spesa corrente può essere molto cattiva, ma non siamo così venduti o obnubilati da confonderla con i soldi per arrivare alla fine del mese senza morire di fame e con la necessità di evitare il dramma della disoccupazione di massa spendendo, in deficit, per investimenti. Questo però non si può dire per poter continuare a dire che il re “euro” è nudo, che l’Europa non è quella somma di egoismi che abbiamo visto e per tenere in vita una classe dirigente che ha qualche responsabilità sullo scontento che ha prodotto i “populismi”.

D’altronde basta vedere cosa succede in questi giorni sulla nomina dell’ad del gruppo Essilor-Luxottica, che ci pare debba essere “francese” esattamente come quello di Nissan mentre noi “che siamo europei” e “moderni” e non sovranisti mostriamo con orgoglio i casi Unicredit e Generali. Che ipocrisia.

Mauro Bottarelli - Il Capitalismo è fallito, il suo tentativo di svilupparsi nel Globalismo pure, il sovranismo alla Trump non ti dico. 50 milioni di statunitensi poveri lo dicono, altro che sogno americano

SPY FINANZA/ GM smonta le balle sull’economia Usa
Per diversi mesi si è parlato di ripresa negli Usa, a dimostrazione dell’utilità del sovranismo. Oggi GM lascia a casa 14.000 dipendenti

30.11.2018 - Mauro Bottarelli

Lavoratori di General Motors licenziati (Lapresse)

Tutte le tessere del mosaico, una dopo l’altra, stanno incastrandosi al loro posto. E l’immagine comincia a stagliarsi di fronte al nostro sguardo nella sua disperante nitidezza: il mondo è già dentro una crisi ben peggiore e sistemica di quella del 2008. La cosa non vi stupirà, ve lo dico da qualche mese. Esattamente da quando il 90% dei commentatori, ivi compresi quelli molto quotati su queste pagine, ancora vi raccontavano la barzelletta dell’economia statunitense che tirava come un cavallo imbizzarrito e che doveva essere da esempio per tutti: vecchia, paludata e burocratica Europa del rigore tedesco in testa.

Il risultato di questa narrativa non sta nei crolli azionari di ottobre, né nei rendimenti obbligazionari ormai fuori controllo anche nell’investment grade e non più solo nella categoria junk, né nello sgonfiamento a tempo di record e stile soufflé delle invincibili Fang, Apple in testa. No, sta nell’immagine che ho scelto per la copertina dell’articolo. Non sono familiari o amici delle vittime dell’ennesima sparatoria in qualche luogo pubblico degli Usa, sono dipendenti della General Motors, gioiello e simbolo dell’industria statunitense. Piangono perché sette impianti, fra Stati Uniti e Canada, chiudono paradossalmente proprio in ossequio al più grande boom economico dal Dopoguerra e 14mila di loro, fra operai e colletti bianchi, saranno licenziati.

Ecco l’America del miracolo trumpiano, dell’orgoglio autarchico, del sovranismo monetario e commerciale: un’azienda fondata nel 1908 e per decenni il più grande costruttore di auto del Paese sta talmente bene in salute, finanziariamente parlando, che lascia a casa 14mila persone, dalla sera alla mattina. Il motivo? Crollo delle vendite. Questo è il mio articolo del 24 luglio scorso, dedicato alla figura di manager di Sergio Marchionne appena scomparso, ma, di fatto, un atto di accusa verso l’ottimismo miope e cialtrone di chi si beveva la narrativa del boom industriale Usa (dopo almeno una decina pubblicati nei mesi precedenti, nei quali facevo notare come a fronte di vendite in continuo calo e scorte in continuo aumento, la bolla prima o poi sarebbe comparsa in tutta la sua serietà, schiantando le prospettive del mercato a livello globale). Smontavo quella narrativa punto per punto, dicendo chiaro e tondo che proprio il fondamentale mercato dell’automobile mondiale sarebbe stata la prossima tessera del domino a cadere, principalmente per due ragioni: rallentamento della domanda interna cinese, principale mercato insieme all’India su cui si puntava in tempi di saturazione e abuso di incentivi e sussidi negli Usa, di fatto il doping di Stato, alla faccia del liberismo. Guarda caso, oggi Trump minaccia di togliere i sussidi a GM, se non dovesse recedere dalle sue intenzioni.

Balle. Teatrino. Il Re ormai è nudo. E non Trump in quanto tale, l’intero sistema che Trump rappresenta, paradossalmente, proprio con la sua postura falsamente popolare e populista. Si poteva evitare la crisi di GM e quei licenziamenti di massa? E, parallelamente, un altro gigante storico dell’industria Usa, General Electric, poteva evitare che i suoi bond, nonostante le agenzie di rating abbiamo letteralmente regalato loro l’investment grade ancora per tre gradini, entrassero in modalità di trading da alto rendimento (e per oltre 50 punti base di sforamento del range), squassando l’intero mercato obbligazionario corporate, visto che il gigante degli elettrodomestici al 30 settembre scorso poteva vantare un bel -48 miliardi di net worth tangibile a fronte di quasi 100 miliardi di debito? Certo che potevano. Sarebbe bastato evitare di bruciare miliardi in buybacks azionari, tutti finalizzati a un enorme schema Ponzi: abbassare il flottante, tenere alto artificialmente il valore del titolo e, soprattutto, staccare ricchi dividendi e bonus. E con Wall Street alle stelle grazie a queste pratiche manipolatorie, la narrativa della Trumpnomics come ricetta (a deficit) per il mondo, è servita. E i gonzi, ovviamente, tutti adoranti ad applaudire.

Sapete quanto ha speso GM, la stessa che ora lascia a casa 14mila persone, in riacquisto di azioni proprie sul mercato? Negli ultimi 4 anni, lo stesso periodo di tempo che ha visto generarsi il disastro cui oggi assistiamo, qualcosa come circa 14 miliardi di dollari. Il risultato? Il titolo ha perso comunque il 10%. E General Electric, il cui titolo azionario ha già perso il 58% solo da inizio anno? Fra il 2015 e il 2017 ha speso circa 40 miliardi di dollari in buybacks, divenendo uno dei più grandi operatori di questa tecnica finanziaria a Wall Street: il riacquisto avvenne a un prezzo che variava nel range fra 32 e 20 dollari per azione. Oggi il titolo vale circa 8,5 dollari per azione. Una cifra compresa fra 23 e 29 miliardi di dollari degli azionisti è finita nel wc e qualcuno ha anche tirato lo sciacquone.

E non basta, perché per dar vita alla “ristrutturazione” appena annunciata, GM pagherà qualcosa come 3,8 miliardi di dollari di compensazioni e invii all’uscita. Preferiscono pagare subito 4 miliardi cash che provare a stare sul mercato: a vostro modo di vedere, non esiste il rischio che i conti siano ancora peggiori di quanto ci viene detto? E chi li paga, principalmente, quei conti, i manager forse? No, 14mila lavoratori con famiglie a carico. Di cui 6mila colletti bianchi. Scusate ma dov’era Donald Trump, lo stesso che oggi pateticamente fa l’indignato e minaccia di togliere gli 11 miliardi di sussidi garantiti a GM dal grande salvataggio pubblico del comparto auto posto in essere dall’amministrazione Obama? Per lo meno, per tutto il 2017 è stato alla Casa Bianca, formalmente alla guida del Paese. E non si è accorto che GM stava buttando nel cesso miliardi di dollari in buybacks azionari, invece che ammodernare gli impianti e prepararsi alla sfida globale dell’auto elettrica, ad esempio? Forse no.

Forse era troppo occupato a postare tweets ad ogni rottura di nuovo massimo da parte degli indici di Wall Street, attribuendosene ovviamente il merito. E tutti i gonzi a crederci, ovviamente. Peccato che quei nuovi record siano stati frutto, appunto, al 90% dello schema Ponzi dei buybacks strutturali e sistemici, di fatto un’alternativa agli acquisti garantiti della Fed, come ci mostra plasticamente questo grafico: come la mettiamo, cari sovranisti distratti e Majakovskji del democraticissimo ricorso al deficit strutturale? È questo il modello che qualcuno, ancora fino a ieri, contrapponeva al mercantilismo tedesco che domina l’Europa dei conti in ordine spacciati per rigore miope o dell’eccessiva regolamentazione spacciata per lacciuoli castranti, frutto della fobia inflazionistica di Weimar o della volontà di preservare surplus commerciale? Complimenti, tenetevelo pure questo modello, se vi piace tanto.


Peccato che saranno gli eccessi finanziari connessi ontologicamente a questo modello delinquenziale che ci stanno portando, a passi da gigante e ben più rapidi di quanto anch’io nel mio infinito pessimismo pensassi, dentro una nuova crisi globale. Necessaria agli Usa per resettare tutto di nuovo, purgare il sistema e ricominciare con il loro enorme schema Ponzi, corrispettivo ammantato di falso liberismo della piramide socio-economico cinese. Purtroppo, avevo ragione. Prendiamo proprio la questione dirimente al riguardo, ovvero la disputa fra Casa Bianca e Fed su politica di innalzamento dei tassi e contemporaneo sgonfiamento del bilancio. Un disastro, roba che nemmeno un genio del male come Greenspan sarebbe riuscito a concepire. Mercoledì Jerome Powell ha dato il primo segno di cedimento nel suo discorso, mettendo le ali a Wall Street che ha chiuso in forte rialzo: di fatto, il nostro eroe ha cambiato drasticamente la sua narrativa rispetto al percorso di normalizzazione del costo del denaro, abbassando e di molto la cosiddetta “banda neutrale” dello stesso, ovvero quel range percentuale di costo del denaro visto appunto come ancora neutrale per il mercato, dopo anni e anni di eccezionalità emergenziale di tassi a zero o negativi.

Bene, quel range non è più “ancora molto lontano” come si diceva solo il mese scorso, oggi pare praticamente raggiunto: Powell ha abbassato nientemeno che dell’1% quella banda neutrale, di fatto il corrispettivo di quattro aumenti da un quarto di punto. Si è rimangiato tutto? Merito di Trump che da almeno agosto condanna quella politica in tutte le forme, tweets in testa?

(1- continua)

Francia - queste sentenze non possono che essere iscritte al prontuario del Partito dei Giudici che non hanno riscontro in nessun testo di legge

Francia, i giudici assolvono lo stupratore recidivo: "Non è in possesso dei codici culturali"

Sentenza choc in Francia per un uomo del Bangladesh accusato di aver stuprato una quindicenne. Per i giudici non era in possesso dei "codici culturali" per rendersi conto della violenza. Sulla vicenda pesa il silenzio dei media e delle femministe

Cristina Verdi - Gio, 29/11/2018 - 12:20

Mentre in Italia femministe, personaggi pubblici, politici e starlette si segnavano il viso di rosso in segno di protesta contro la violenza sulle donne, la corte d’assise della Manche, in Francia emetteva una sentenza choc.


Un rifugiato del Bangladesh colpevole di aver stuprato nel 2015 una ragazzina di 15 anni a Saint-Lô, è stato assolto perché, secondo i giudici non era in possesso dei “codici culturali” per “prendere coscienza dell’assenza di consenso da parte della vittima al momento dei fatti”. A far cambiare idea alla corte non è servito neppure il fatto che l’uomo era già stato condannato a due anni di carcere per violenza sessuale ai danni di un'altra ragazza minorenne. E nemmeno le dichiarazioni del capitano della polizia di Saint-Lô che, secondo quanto riferisce Le Figaro, ha confermato davanti ai giudici come l’uomo fosse un “violento”, avesse un comportamento da “predatore”, e considerasse “le donne francesi come delle puttane”.

L’uomo, secondo una perizia degli esperti, inoltre, sarebbe permeato della “cultura maschilista del suo Paese d’origine, dove le donne sono relegate allo stato di oggetti sessuali”. Si fa fatica a definirla “cultura”. Eppure, secondo i giudici, sarebbe stata proprio questa “attitudine culturale” a risparmiargli le manette. Perché si possa parlare di stupro, infatti, il Codice penale francese impone che si verifichino “violenza, costrizione e minaccia”, mentre l’adolescente, per la corte, si sarebbe sì rifiutata a parole ma, in stato confusionale, non avrebbe avuto la forza di opporsi all’atto in sé. Per questo l’uomo non avrebbe avuto la percezione del rifiuto e quindi parlare di violenza, a parere delle toghe, non sarebbe corretto.

In Francia come in Italia, quindi, in molti si chiedono se sia possibile, in nome dell’accoglienza e del multiculturalismo, ammettere l’esistenza di una “cultura” che permette agli uomini di violentare le donne. E se, soprattutto, se siamo disposti a prenderla per buona questa cultura, e a considerarla una “circostanza attenuante” in omaggio al politicamente corretto. Un assordante silenzio sulla vicenda arriva dalle femministe. Tutte si sono astenute dal commentare, forse impegnate a trovare una quadra nel cortocircuito tra la difesa a tutti i costi dei diritti dei rifugiati e quella dei diritti delle donne.

Un cortocircuito, quello della giustizia francese, che spesso si verifica anche da questo lato delle Alpi. È il caso, come sottolinea Italia Oggi, delle tante tragedie frutto di denunce ripetute e puntualmente ignorate. Di un’attitudine a lavarsi le mani che ha provocato tante vittime innocenti, come Marco Zani, il bimbo arso vivo nell’incendio appiccato da suo padre a Sabbioneta, nel mantovano, per vendetta nei confronti della moglie.