L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 29 dicembre 2018

NoTav - Chiamparino sempre più nervoso, le prebende che il suo partito, il corrotto euroimbecille Pd, aveva promesso non possono più essere distribuite, queste erano legate ad affari&voti. Le sorgenti continuano seccarsi

Tav, Chiamparino: «Governo vuole far slittare l'opera. Le Regioni prendano in carico la gestione»

28 DICEMBRE 2018

(LaPresse) Dal governo ci sono segni "incontrovertibili della volontà politica di non realizzare l'opera". Così il presidente del Piemonte, Sergio Chiamparino, nella consueta conferenza stampa di fine anno, commentando le dichiarazioni del premier Conte, che sposta le decisioni sulla Tav a prima delle europee. Secondo il governatore "il Piemonte non può rassegnarsi a essere condannato alla regola del chi vivrà vedrà. Il governo deve decidere". La proposta di Chiamparino è quella di" utilizzare la legge quadro della Regione, proporre di istituire un osservatorio regionale sulla Tav in modo che la realizzazione dell'opera possa continuare ad essere accompagnata dalla partecipazione dei sindaci, dalle associazioni di categoria e di tutti coloro che sono interessati alla Torino-Lione".

Roma - dove stava Rita della Chiesa quando Rutelli, Veltroni, Alemanno ci hanno spolpato e hanno lasciato 13 miliardi tredici di buco nelle casse romane per cui tutto quello che è di ordinaria amministrazione diventa un salto agli ostacoli? Il burocrate Zingaretti deve fare ancora il piano rifiuti e Malagrotta si è chiusa senza avere prima delle alternative, questo ci ha regalato il corrotto euroimbecille Pd

Rita Dalla Chiesa critica Virginia Raggi: boom di proteste sui social 

Di Redazione-29 dicembre 2018 

A partire dalla vigilia di Natale, Rita Dalla Chiesa critica Virginia Raggi con una serie di messaggi che non sono passati inosservati. La conduttrice televisiva ha postato prima sui social un’immagine di Roma devastata dalla crisi dei rifiuti.

“Buon Natale al sindaco di Roma dagli abitanti di Vigna Clara. #Natale2018 solidarietà ai lavoratori dell’Ama”: così recita il primo post che accompagna immagini di cassonetti ricolmi di spazzatura.
Rita Dalla Chiesa critica Virginia Raggi

In una successiva intervista a Il Giornale, Dalla Chiesa ha paragonato la capitale italiana a quella del Libano. “Lo dico sempre ai miei amici che non vivono a Roma che ormai la nostra città sembra Beirut”, ha dichiarato. “Questo perché la gente è incazzata, esasperata, ti suona quando è in macchina, ti manda a quel paese in tre secondi. I romani non erano così, non vedi più un sorriso in giro, nessuno che ti dica buongiorno”.

Dopo aver descritto la scena di “un topo enorme che camminava davanti al giardinetto dove ci sono i cassonetti della spazzatura”, la presentatrice ha esortato la Raggi a trovare una soluzione “insieme ai romani che non si tengano per forza attaccata alla poltrona con lo scotch, soluzioni, perché sei il Sindaco di tutti i cittadini, non solo di quelli che sono in Campidoglio”.

Rita Dalla Chiesa oggi: non solo tv

L’opinione della Dalla Chiesa sulla sindaca non è proprio lusinghiera. Quando l’aveva incontrata ad una sfilata di Renato Balestra, “mi era venuto l’istinto di andare da lei per dirle: ‘Credimi, e te lo dice una donna che ne ha passate e viste di tutte, puoi farcela, ma devi toglierti quest’aria arrogante e presuntuosa che ormai fa parte del tuo essere Sindaco. Magari non lo sei nella vita privata, ma proprio per questo chiedi aiuto a persone competenti, perché è brutto aver fatto il Sindaco ed essere ricordata come una incapace’.

La soluzione? “Prima di tutto cambierei il sindaco”, ha tuonato la conduttrice. La quale ha poi specificato che “non mi si può accusare di essere di parte, però devo dire che in passato la città era più pulita”.

“Non è un atto di accusa. Ma solo la voglia di vivere meglio in quella che è la Capitale di questo Paese”, ha concluso. Divise le reazioni sui social, tra chi appoggia le sue parole e chi le critica aspramente. Non è la prima volta, tuttavia, che la Dalla Chiesa affronta in prima persona problemi di questo tipo. In passato aveva innescato una dura polemica sulla scorta del Capitano Ultimo ed era intervenuta a gamba tesa sulle molestie. Ecco uno dei suoi post su Roma più commentati su Twitter.utto cambierei il sindaco”, ha tuonato la conduttrice. La quale ha poi specificato che “non mi si può accusare di essere di parte, però devo dire che in passato la città era più pulita”.

Roma - Virginia Raggi divide le responsabilità del comune da quelle della scala di comando dell'Ama

Rifiuti, Raggi porta dossier in procura: «Ora indagate su Ama»

Sabato 29 Dicembre 2018 di Michela Allegri e Stefania Piras


Portare tutto in Procura. La strategia del cassetto aperto e svuotato sulla scrivania del pm torna in Campidoglio dove sta prendendo forma, corposo, il dossier Ama. Lo ha chiesto la sindaca Virginia Raggi che ha promosso un’indagine interna. È un report sugli ultimi due anni di attività dell’azienda.


Destinazione: la Procura della Repubblica, «il prima possibile». L’incendio al Tmb Salario, poi, sarà un capitolo speciale. La sua gravità ha convinto la prima cittadina ad accelerare la pratica che consegnerà ai pm. Non è un esposto, ma un dossier, appunto, chiariscono dal Comune. Un modo per aiutare i magistrati a districarsi in un contesto - quello della gestione rifiuti - labirintico e opaco. Raggi vuole che si indaghi sulle tante, troppe, mancanze dell’azienda: «Sulle gare saltate, sui personaggi strani che circolano in azienda, sugli appalti, sui buchi e le opacità che rendono il servizio inefficiente e in molti casi ingestibile».

Nel dossier, ad esempio, c’è la storia dell’officina di riparazione dei camioncini Ama mai utilizzata, perché i mezzi venivano inviati fuori, addirittura in strutture private. E, quindi, lautamente pagate per fare qualcosa che Ama poteva far da sé. Un sospetto simile a quello che aveva istruito l’esposto che Ama presentò all’Antitrust sul caso delle gare andate deserte e, dunque, sull’ipotesi cartello. Ci sono reati nella mancanza di cassonetti che risultano sul piano stilato dall’azienda, ma non esistono nei posti in cui sono previsti? Come è possibile che abbiano potuto sopravvivere oltre 20mila utenze non domestiche e non pagare il dovuto? Domande che la sindaca gira ai magistrati, che hanno già aperto un fascicolo sui cassonetti stracolmi di Roma.

IL COLLEGAMENTO
Il prossimo passo della Procura nell’inchiesta sulla mancata raccolta dell’immondizia sarà verificare se esista un collegamento tra il degrado e i roghi che da Natale stanno distruggendo i contenitori di rifiuti in diversi quartieri della Capitale. Il pm Carlo Villani, titolare del fascicolo sulla raccolta in tilt, ipotizza il reato di getto pericoloso di cose, che punisce chi «getti o versi, in un luogo di pubblico transito, o in un luogo privato ma di comune o di altrui uso, cose atte a offendere o imbrattare o molestare persone», oppure «provochi emissioni di gas, di vapori o di fumo, atti a cagionare tali effetti».

Nelle prossime settimane verificherà se i cassoni incendiati - l’ultimo due notti fa nel quartiere Esquilino - siano nelle stesse zone sommerse dall’immondizia e su cui si sta concentrando l’indagine. A fare scattare gli accertamenti, dalla periferia al centro storico, da Torpignattara a Primavalle, passando per Portuense, Prati e San Lorenzo, decine di esposti di residenti e comitati di quartiere, che hanno denunciato una situazione allarmante, con tanto di reportage fotografici: marciapiedi sommersi da sacchetti, ratti e gabbiani che rovistano tra gli scarti di cibo. Intanto la Procura attende le prime informative dei Vigili del fuoco sui roghi di cassonetti che si sono susseguiti negli ultimi giorni. Dal 25 dicembre, si contano almeno 15 incendi e il sospetto è che in alcuni casi ci sia stata un’unica regia.

A indagare sulla mancata raccolta è la Polizia locale, che sta ascoltando residenti. Gli stessi agenti indagano anche su un filone parallelo, che riguarda le isole ecologiche e il “mercato nero” dei rifiuti e che è già in fase avanzata. Dagli accertamenti è infatti emerso che le aree sono state saccheggiate per mesi - con il benestare di alcuni dipendenti Ama - da smaltitori abusivi che, dopo avere spogliato elettrodomestici ed apparecchiature elettroniche dei materiali pregiati - rame, ferro, zinco - getterebbero gli scarti in discariche abusive, o ai bordi delle strade, cercando spesso di farli sparire bruciandoli. Come è successo due notti fa: un giovane di 23 anni, di origini serbe, è stato arrestato dai carabinieri mentre dava fuoco a rifiuti speciali in zona Tor de’ Cenci, vicino alla tenuta presidenziale di Castel Porziano. Il giovane - che ha precedenti e frequenta il campo nomadi di Castel Romano - aveva un furgone carico di carcasse di elettrodomestici e materassi.

Aspettiamo i ministri Bonafede e Salvini il fanfulla a prendere esempio e ad andare a scuola da Nicola Gratteri

Un anno di inchieste per liberare la Calabria dal giogo della 'ndrangheta

VIDEO | Operazioni e processi: da nord a sud, dalla costa ionica a quella tirrenica l’azione delle procure antimafia è stata incessante nel 2018

di Francesco Altomonte 
sabato 29 dicembre 2018 12:38

Nicola Gratteri

Le luci dei lampeggianti e il suono assordante delle sirene delle auto delle forze di polizia hanno riempito, anche nel 2018, tante notti in Calabria. Da nord a sud, dalla costa ionica a quella tirrenica l’azione delle procure antimafia è stata incessante.

L’anno giudiziario 2018 ha avuto il suo epicentro a Reggio Calabria, città divenuta crocevia di storie e carriere. Da lì è partito Nicola Gratteri, per guidare la Dda di Catanzaro, iniziando sin da subito a macinare inchieste contro la ‘ndrangheta e funzionari pubblici dalle mani sporche; scavando in quel buco nero in cui si intrecciano interessi di burocrati e mafiosi.

A Reggio Calabria invece è arrivato un calabrese, Giovanni Bombardieri per guidare la seconda Procura antimafia più importante in Italia. Nelle sue mani e in quelle di un altro calabrese, Giuseppe Lombardo, la supervisione su due processi storici della lotta alla 'ndrangheta: parliamo di Gotha e ‘Ndrangheta stragista, il primo contro la componente invisibile della mafia calabrese, una cupola di insospettabili della quale avrebbero fatto parte gli avvocati Paolo Romeo e Giorgio De Stefano e i politici Alberto Sarra e Antonio Caridi. Tutti adesso sono imputati davanti al Tribunale di Reggio Calabria. L’altro processo è quello che sta cercando di appurare il ruolo della ‘ndrangheta nella stagione delle stragidi Stato compiute insieme a cosa nostra. Alla sbarra il siciliano Giuseppe Graviano, della famiglia Brancaccio di Palermo, già condannato per le stragi del 1992-93. E Santo Rocco Filippone, anziano picciotto di Melicucco, piccolo centro della Piana di Gioia Tauro. Filippone è un uomo da sempre vicino alla cosca Piromalli, personaggio che si è sempre mosso dietro le quinte, ma per gli inquirenti all’epoca dei fatti a capo del mandamento tirrenico della provincia reggina. Graviano e Filippone sono accusati degli attentati ai carabinieri e, in particolare, del duplice omicidio degli appuntati Antonino Fava e Vincenzo Garofalo. Delitti inseriti nel contesto stragista dietro il quale si muovevano di comune accordo la cupola calabrese-siciliana per ricattare lo Stato.

Da Reggio Calabria, quest’anno, è partito per dirigere la Direzione nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho. Un riconoscimento per il grande lavoro svolto nella sua carriera e del segno indelebile lasciato in riva allo stretto. Sotto il suo coordinamento, infatti, la Procura reggina ha scoperto gli “invisibili” e gli stragisti della ‘ndrangheta.

Il 2018 è stato l’anno in cui l’immagine della magistratura calabrese è ritornata ad essere forte e credibile. Inchieste e processi si sono susseguiti a ritmi serrati in tutte le province calabresi, portando alla luce vecchie e nuove dinamiche criminali, intrecci tra ndrangheta, pezzi di economia e burocrazia. Sul versante tirrenico è importante segnalare l’inizio del processi “Provvidenza” e “Metauros”, due inchieste sulla cosca Piromalli di Gioia Tauro. Il primo incentrato sui nuovi business del clan della città del porto sotto la regia di Antonio Piromalli, figlio del boss Pino “facciazza”; il secondo sulle infiltrazioni della famiglia gioiese nel business dei rifiuti e nel termovalorizzatore di Gioia Tauro. All sbarra, in quest’ultimo processo, ci sono Gioacchino Piromalli e l’avvocato Giuseppe Luppino.

Tra molte luci anche qualche polemica politica. È il caso dell’inchiesta della procura di Locri che ha travolto il modello Riace e il suo simbolo, Mimmo Lucano; un’indagine che ha cancellato quel villaggio globale diventato negli anni paradigma di accoglienza e convivenza civile.

O quella della Dda di Catanzaro nella quale è rimasto coinvolto il governatore Mario Oliverio, accusato di abuso d’ufficio e corruzione e costretto a gestire la Regione all’obbligo di dimora nella sua casa a San Giovanni in Fiore.

Il 2018 è stato anche l’anno che ha confermato il ruolo centrale del porto di Gioia Tauro e della ‘ndrangheta nell’imponente traffico di cocaina che inonda in vecchio continente. A fine anno la maxi operazione denominata “European ndrangheta connection”, 90 arresti e polizia di mezza Europa impegnata sotto il coordinamento della procura reggina. Implicati nell’inchiesta, i potenti clan che dalla locride perno su cui gira il traffico internazionale di droga insieme ai narcos sudamericani. La lotta alla ‘ndrangheta passa quindi da una costante repressione, poi però serve dell’altro. E sugli altri versanti la Calabria sembra essere ancora molto indietro, persa nelle parole e latitante nei fatti.


Gli ebrei nelle terre di Palestina sono un cancro da estirpare - I sionisti distruttori di casa, popolo eletto puah

Nel 2018 Israele ha demolito 538 edifici palestinesi

29/12/2018


Ramallah-PIC. Nel 2018, le forze d’occupazione israeliane hanno demolito 538 case e strutture palestinesi in Cisgiordania, lasciando 1.300 palestinesi senza casa.

Venerdì, il Centro per gli studi e la documentazione Abdullah al-Hurani ha pubblicato un rapporto secondo il quale 157 case palestinesi e 381 strutture sono state demolite o sequestrate in Cisgiordania, con un aumento del 24% rispetto al 2017.

Oltre 1.300 palestinesi sono rimasti senza casa, tra cui 225 bambini; il 45% delle strutture demolite erano a Gerusalemme.

Nel 2018, le forze d’occupazione israeliane hanno emesso ordini di arresto dei lavori o di demolizione contro 460 edifici palestinesi, il 27% dei quali a Gerusalemme.

Sempre nello stesso anno, le forze israeliane hanno demolito 5 scuole ed asili e hanno notificato la demolizione di altre 8 strutture scolastiche.

Sulla base del rapporto, l’amministrazione civile israeliana ha emesso un ordine militare per rimuovere tutti gli edifici palestinesi, nell’area C, con lavori di costruzione incompiuti e quelli che non sono abitati da 30 giorni.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Gli ebrei nelle terre di Palestina sono un cancro da estirpare - Il popolo eletto è sionista in tutti i suoi gangli. Un'eccezione, Amos Oz, non fa primavera

ISRAELE/ Coloni e sicurezza, Netanyahu tradisce ancora Amos Oz

Amos Oz è morto proprio alcuni giorni dopo il via libera di Netanyahu a politiche che vanno nella direzione opposta a quella auspicata dallo scrittore

29.12.2018 - Filippo Landi

Ebrei ortodossi a Gerusalemme (LaPresse)

È morto prima di avere il tempo di percorrere la strada breve, che da Arad raggiunge Gerusalemme attraversando i territori palestinesi. “Quella strada – mi disse nel 2004 – la farò soltanto quando dovrò presentare, alla frontiera, il passaporto ai doganieri palestinesi. Se la facessi ora sarei l’occupante israeliano che percorre la strada a lui più comoda”. Lo scrittore Amos Oz era anche questo. L’uomo pubblico, il grande scrittore, colui che esprimeva pubblicamente il proprio pensiero politico. Nel contempo era anche l’uomo privato, che compiva piccoli gesti che appartenevano alla sua sfera personale e familiare e davano il segno della sua coerenza e della ricerca della concretezza. Invero, anche del suo scetticismo verso le “generalizzazioni”. “Io non credo in Gesù Cristo – mi confidò -, perché Lui dice di amare tutti gli uomini. Io a malapena riesco ad amare quelli a me più vicini”.

Nel 1986 era andato a vivere con la sua famiglia ad Arad, piccola cittadina ai margini del deserto del Negev, nel sud di Israele. I medici avevano raccomandato “aria buona” per la figlia malata di asma. Una scelta impegnativa quella di lasciare Gerusalemme, anche dal punto di vista emotivo. Vi sarebbe tornato molte volte, mai più in modo permanente. A distanza di anni egli dava della città dove era nato un giudizio severo: “Gerusalemme – mi disse nel suo studio polveroso di Arad – è una città che attira fanatici di tutte le religioni. E per questo non mi piace”. Nel suo libro capolavoro “Una storia di amore e di tenebra” aveva descritto la sua adolescenza in quella città e aveva fatto pace (dal punto di vista letterario) con quella storia.

Gerusalemme, invece, anche negli ultimi anni della sua vita non aveva fatto pace con lui. In una calda estate l’intellighenzia della città si era data appuntamento nei giardini non lontano dall’Hotel King David per ascoltarlo, per un’intervista nell’ambito della Fiera del Libro. Amos Oz non fece sconti, pacatamente e con fermezza ripeté le sue convinzioni, non ultima quella della necessità di dare il via libera alla costituzione di uno Stato palestinese. Ebbene, il gelo e la freddezza dell’uditorio fu impressionante. Si potevano contare le mani di coloro che lo applaudivano.

Il destino di Amos Oz è stato anche questo: isolato sempre più in patria per le sue scelte politiche. Fondatore in gioventù di organizzazioni pacifiste, sempre più è andato a confliggere con il mondo dei coloni israeliani. Questi ultimi non hanno nulla da spartire con i valori che avevano portato Amos Oz a scegliere di vivere in un kibbutz, per partecipare alla creazione dello Stato di Israele. Semmai i nuovi coloni sono gli artefici di quella “Grande Israele” dalle rive del Mediterraneo al fiume Giordano, dove non c’è posto per i palestinesi. Nulla di più diverso dal dover convivere, invece, su due fazzoletti di terra, l’uno accanto all’altro per soddisfare due legittimi diritti. Quest’ultima era la visione, pragmatica, di Amos Oz.

La politica israeliana invece ha percorso e continua a percorrere una strada, di fatto opposta. Erano trascorse poche ore dall’annuncio del premier Netanyahu di nuove elezioni politiche, anticipate al 9 aprile del prossimo anno, e dallo stesso Governo giungeva il via libera per costruire altre duemila case per coloni israeliani all’interno dei territori palestinesi. Per calcolo elettorale, oggi come negli anni passati, si continua a picconare una soluzione al conflitto tra israeliani e palestinesi, che sia sul terreno concreta e praticabile. L’annuncio del piano di pace, proposto dal presidente Trump (e da suo genero), previsto per il prossimo gennaio sembra così una cambiale che nessuno intende onorare: non i palestinesi (i possibili umiliati), non gli israeliani (i possibili vincitori).

Il demone della “sicurezza” sembra invece farla da padrone. Netanyahu, in questo è maestro. Non più l’Isis in Siria, ma il demone iraniano nella stessa terra. Soldati e mezzi militari da colpire in un’escalation che coinvolge anche il Libano e gli alleati Hezbollah. Quello che si poteva ottenere in via politica si cerca di raggiungerlo in via militare. La rottura voluta da Trump e Netanyahu (e da parte dell’Unione europea considerata immotivata) dell’accordo sul nucleare con l’Iran e le nuove sanzioni economiche americane contro Teheran portano la regione mediorientale a una nuova stagione di glaciazione della politica e della mediazione.

Calabria - il corrotto euroimbecille Pd continua a governare nei miasmi di veleno da lui stesso emanati

Crisi alla Regione, Mario Oliverio vuol restare in sella ma è ostaggio dei consiglieri

La conferma della misura cautelare nei confronti segna un punto di non ritorno per la legislatura. L'opposizione incalza e il governatore dovrà riorganizzare gli assetti per tenere a bada i suoi consiglieri fin qui tenuti fuori dalla giunta. Nessuno vuole andare a casa in anticipo, neanche l'opposizione, ma si dovrà dare spazio alla politica

di Riccardo Tripepi 
sabato 29 dicembre 2018 
11:20

Mario Oliverio

La conferma dell’obbligo di dimora a carico del governatore Mario Oliverio potrebbe segnare un punto di svolta per la legislatura regionale.

Fin qui, in attesa della decisione del Tribunale della Libertà, tutto era rimasto bloccato. Anche il Consiglio regionale, che pure ha affrontato la questione in Aula, aveva mantenuto una posizione garantista e nessuno aveva pensato alle dimissioni del presidente della giunta.

Men che meno lui. Oliverio, in realtà, è fermo sul punto. Convinto di poter dimostrare la propria innocenza rispetto alle accuse formulata dalla Procura guidata da Nicola Gratteri, vuole rimanere in sella e portare a termine il mandato conferito dagli elettori. La sua intenzione è ferma ed è già stata comunicata ai più stretti collaboratori e veicolata a tutti i gruppi che compongono la sua maggioranza.

Anche il presidente, però, si rende conto che sarà necessario trovare uno schema nuovo, almeno per i prossimi mesi. Il malcontento all’interno dei consiglieri è altissimo e sono in tanti pronti ad ascoltare le sirene del centrodestra che suonano fortissime nelle ultime settimane. Il gruppo dei Moderati per la Calabria, ad esempio, è tra quelli più critici rispetto alla gestione Oliverio già da molto prima della recente inchiesta giudiziaria. Scalzo, Sergio e Neri vengono dati in uscita dallo schieramento di centrosinistra per la prossima campagna elettorale, anche se nessuno di loro ha ancora annunciato ufficialmente le proprie intenzioni. Come si determineranno adesso? Il governatore e i suoi sperano che si possa replicare quanto avvenuto in occasione dell’approvazione della manovra finanziaria. I tre hanno votato a favore, essendo stati accontentati in Commissione con l’approvazione di una serie di emendamenti.

C’è poi da tenere a bada Carlo Guccione che vede crescere il proprio peso contrattuale all’interno di una maggioranza sempre risicata e in difficoltà a mantenere il numero legale.

Difficilmente, inoltre, l’opposizione potrà venire in soccorso del centrosinistra, così come è stato nell’ultimo anno. Ncd non esiste più da tempo e anche Pino Gentile e i suoi vanno considerati organici a Forza Italia. E i capigruppo, proprio poche ore dopo la decisione del Tribunale della Libertà, hanno diramato una nota stampa molto dura e lontana dalle posizioni garantiste espresse in Aula prima di Natale. Certo la parola dimissioni non è pronunciata esplicitamente, ma si lascia intuire.

Il quadro, dunque, si è assai complicato. Oliverio dalla sua ha solo due elementi. Il primo: l’approvazione della manovra di bilancio, con il centrosinistra compatto e l’opposizione consociativa, è segno della volontà di proseguire la legislatura. Il secondo: nessuno dei consiglieri, di centrosinistra e di centrodestra vuol perdere la poltrona a un anno dalle elezioni. Si tratterebbe di oltre centomila euro a consigliere per consiglieri che rischiano, nella gran parte dei casi di non essere rieletti.

E dunque? Si discuterà dei nuovi assetti in un vertice di maggioranza che verosimilmente sarà convocato dopo le feste. Francesco Russo dovrebbe continuare a fare le veci del governatore, mentre i consiglieri saranno chiamati ad un’assunzione di responsabilità. In cambio di cosa? Verosimile che si possano trovare contropartite sia in vista della compilazione delle liste per le europee che in relazione agli equilibri in vista di un congresso regionale che il Pd dovrà comunque celebrare.

Il nodo, però, potrebbe essere quello di poter dare spazio alla politica in giunta. Al momento l’esecutivo è formato da soli tecnici e senza Oliverio può considerarsi privo di guida politica. Una vera e propria anomalia e, soprattutto una condizione che dall’inizio della legislatura ha provocato le principali tensioni all’interno della maggioranza.

Marco Orioles - la conclave curda si salda con i soldati di Assad a Manbij. La Turchia se vuole invadere il nord Siria deve scontrarsi apertamente con i militari siriani e i suoi alleati

Come e perché Trump ha capovolto la politica americana in Medioriente

29 dicembre 2018


L’approfondimento di Marco Orioles su modi, portata ed effetti delle ultime mosse del presidente americano, Donald Trump, in Siria

Si deve ad un servizio di Reuters pubblicato ieri la spiegazione del mistero che ossessiona gli americani e non solo da una settimana a questa parte: l’origine della decisione con cui Trump, ritirando le truppe dalla Siria, ha messo a soqquadro la politica americana in Medio Oriente, scaricando gli alleati curdi, delegando alla Turchia il compito di concludere le operazioni militari contro i rimasugli dello Stato Islamico e lasciando campo libero alle forze di Damasco, Teheran e Mosca, sancendo di fatto la loro vittoria definitiva sul fronte della guerra civile siriana.

Tutto scaturisce da, ebbene sì, una telefonata, quella intercorsa il 14 dicembre tra Donald Trump e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Una conversazione che, in origine, avrebbe dovuto vertere sulla minaccia di Ankara di invadere la porzione di Siria in mano alle milizie curde dell’YPG, alleate degli Stati Uniti. Il compito del capo della Casa Bianca doveva essere quello di ammonire il collega turco. Invece, come ha rivelato a Reuters una fonte turca al corrente della telefonata tra i due presidenti, The Donald ha avuto una trovata delle sue.

Ha chiesto a Erdogan: “Se ritiriamo i nostri soldati, potete voi ripulire l’Isis?”. Rimasto di sasso per la domanda imprevista, il sultano ha risposto che il suo esercito sarebbe stato senz’altro all’altezza del compito. Al che il presidente Usa ha replicato seccamente: “Allora fatelo”. Quindi, rivolgendosi al suo Consigliere per la Sicurezza Nazionale, John Bolton, anch’egli in collegamento con Ankara, gli ha detto: “Comincia a lavorare al ritiro delle truppe Usa dalla Siria”.

Così, in uno scambio di battute durato pochi secondi, l’approccio americano al più intrattabile dei problemi di politica estera è stato capovolto, con grande sorpresa di tutti e per lo scorno dei curdi, che fino a quel momento avevano fatto affidamento sulla presenza delle truppe Usa per scongiurare un’invasione turca e conservare il controllo sul 30% della Siria strappato prima al regime di Damasco e poi ai tagliagole islamisti.

“Devo dire”, ha confessato a Reuters un’altra fonte turca, che quella di Trump “è stata una decisione inattesa. La parola ‘sorpresa’ è troppo debole per descrivere la situazione”. Ma ad essere stati colti di sorpresa, anzitutto, sono stati i consiglieri e gli aiutanti del presidente degli Stati Uniti, in primis il Pentagono, che aveva concepito la presenza dei duemila soldati scelti in Siria com un impegno a lungo termine, finalizzato sia a portare a compimento lo sradicamento dello Stato Islamico, sia a contenere la proiezione nel Levante dell’Iran. Una strategia fatta a pezzi dalla telefonata di Trump, in una drammatica quanto repentina torsione della politica americana che ha spinto il Segretario alla Difesa Jim Mattis a rassegnare seduta stante le dimissioni, seguito quarantott’ore dopo dal responsabile della Coalizione Globale contro l’Isis Brett McGurk.

La decisione di Trump ha messo in moto una catena di conseguenze che stanno diventando visibili proprio in queste ore. Rimasti senza protezione, i curdi hanno pensato bene di chiedere soccorso al presidente siriano Assad, che ieri ha fatto muovere le sue truppe schierandole nella periferia di Manbij, ossia proprio laddove i soldati turchi e le milizie siriane alleate di Ankara si erano posizionati in previsione di un’offensiva. Che si sia trattato di una mossa concertata tra YPG e il regime lo conferma un comunicato dei curdi, secondo il quale la presenza delle truppe di Damasco era necessaria per prevenire “un’invasione turca”. Il problema è che, a Manbij, ci sono anche gli americani, in un ingolfamento militare che rischia di provocare incidenti indesiderabili. È anche per scongiurare sviluppi imprevisti che oggi a Mosca è attesa la visita dei ministri degli Esteri e della Difesa della Turchia, chiamati a concertare con la Russia i passi da fare per riempire, senza provocare sconvolgimenti, il vuoto lasciato dall’imminente uscita di scena dei fanti americani.

Russia e Iran, frattanto, hanno salutato con favore lo schieramento delle forze di Damasco a Manbij. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, lo ha definito “un passo positivo” che contribuirà alla stabilizzazione dell’area, mentre Teheran ne ha parlato come di un “grande passo” propedeutico alla reimposizione dell’autorità di Damasco su quella porzione di Siria che da tempo era fuori dal suo controllo. Russia e Iran sono d’altra parte i maggiori beneficiari del disimpegno Usa dall’area, che adesso diventa una loro personalissima riserva di caccia.

Bisogna vedere, a questo punto, cosa farà la Turchia. Anche se i colloqui odierni di Mosca saranno decisivi, è molto probabile che la minaccia di un’offensiva anti-curda, annunciata con grande fanfara qualche settimana fa, sia stata disinnescata. L’obiettivo di Ankara, d’altra parte, era di mettere in sicurezza i territori confinanti che i curdi controllano da due anni, scacciandone gli occupanti: manovra che non sarebbe più necessaria se, in quei territori, dovessero posizionarsi le armate di Bashar al-Assad.

Decisamente più incerti, invece, gli scenari per i curdi. Se anche dovessero evitare il flagello di un’invasione turca, mettendosi sotto l’ala protettiva di Assad rischiano di passare dalla padella alla brace. Fonti del governo di Damasco citate dall’Associated Press hanno fatto capire che, mentre è senz’altro benvenuta la decisione dell’YPG, è del tutto esclusa la concessione ai curdi di poteri autonomi nella cornice del ricomposto Stato siriano, ossia proprio quell’obiettivo a cui avevano lavorato e per cui hanno combattuto in tutti questi anni.

In attesa degli sviluppi dal fronte, una cosa la possiamo affermare con certezza: mai telefonata presidenziale fu più esplosiva.



18 gennaio 2018 - Gratteri attacca Minniti: 'Su mafie e immigrazione ha fallito'

Bruzzese - Il ministro fanfulla Salvini e il Bonafede sono avvertiti la lotta al Sistema mafioso massonico politico è una cosa seria e si fa a tutto tondo, non hanno scusanti

OMICIDIO A PESARO. LA DENUNCIA: ORDINE D’AMMAZZARLO PARTITO DAL CARCERE ? 

Dic 28, 2018, 12:37 Pm 

TelemiaLaTv @TelemiaLaTv 

Dopo la comparsa di un presunto super testimone che potrebbe essere d’aiuto agli investigatori per ricostruire l’efferato omicidio di Marcello Bruzzese, il 51enne di Rizziconi, fratello del collaboratore di giustizia Biagio Girolamo, ammazzato la notte di Natale a Pesaro spunta anche l’ipotesi che l’ordine di farlo fuori possa essere arrivato direttamente dai vertici della ‘ndrangheta e, in particolare, addirittura dal carcere. 

A denunciare questa possibilità è Aldo Di Giacomo, segretario generale del S.PP., il Sindacato Polizia Penitenziaria. Il sindacalista analizza infatti il recente blitz che ha portato all’arresto di esponenti di spicco delle cosche crotonesi , arrivando fino in Sud America e colpendo buona parte dei “capo famiglia” che finiti dietro le sbarre. Boss che proprio dalle celle dei penitenzieri continuerebbero però a svolgere il loro ruolo di controllo dei territori così come di ordinare omicidi. 

Per Di Giacomo non ci sarebbe da preoccuparsi solo della gravissima “falla” che si sarebbe verificata nel sistema di protezione del collaboratore di giustizia, e che ha portato all’assassinio di Bruzzese, ma bisognerebbe anche svolgere delle indagini nella sorveglianza delle celle, persino in quelle degli istituti di massima pena dove sono detenuti i soggetti sottoposti al 41 bis, il cosiddetto “carcere duro”. 

“È da tempo – afferma il segretario della Spp – che mettiamo in guardia il Ministero di Grazia e Giustizia, l’Amministrazione Penitenziaria, gli inquirenti, i comandi delle forze dell’ordine: il contrasto alla criminalità organizzata, oltre che attraverso inchieste ed operazioni che colpiscono ripetutamente ‘ndrangheta, mafia, camorra, sacra corona unita va attuato anche nelle carceri”

Cosa che non avverrebbe, sempre secondo il sindacalista che lancia una bordata invece al Ministro della Giustizia, Bonafede, e a quello degli Interni, Salvini che a suo dire “si occupano solo di tenere il conto degli arresti sino ad annunciare, irresponsabilmente, come fa Salvini che la mafia tra qualche mese sarà distrutta”. 

Di Giacomo fa presente che da tempo la Sigla abbia messo sul chi va là l’Amministrazione Penitenziaria e la magistratura sul fatto che le operazioni di reclutamento di nuova manodopera criminale avverrebbero proprio in cella e ad opera di capi clan. 

“Del resto – ricorda il segretario – non è un caso che lo scorso anno il numero totale di cellulari e sim ritrovati nei 190 istituti italiani è di 337. Quasi due per ogni carcere. Con un aumento del 58,22 per cento rispetto al 2016 (quando i cellulari o le sim rinvenuti furono 213)”. 

Anche per questo il sindacato degli agenti penitenziari insiste nel “non assumere atteggiamenti ‘buonisti’ e permissivi nei confronti dei detenuti sottoposti al 41 bis” con l’illusione magari “di bloccare i ‘pizzini’ e gli ordiniche i boss dalle celle impartiscono comodamente con il telefonino”. 

“A 25 anni dalla introduzione del regime carcerario duro per i boss il problema centrale – sostiene ancora Di Giacomo – non è certo quello di regolamentare e uniformare in tutti gli istituti penitenziari la reclusione dei 728 detenuti ad oggi sottoposti al 41 bis, quanto, piuttosto, almeno per noi, è garantire che il regime carcerario non diventi più comodo”. 

La proposta della Sigla, insomma, è che si metta il personale della Polizia Penitenziaria nella condizione di fare il proprio lavoro in piena sicurezza dotandolo di strumenti adeguati. 

La tecnologia Li-Fi ci permette di avere una alternativa valida e decentralizzata dell'informazione

Il primo smart hub Li-Fi al mondo è presente a Catania, all’Innovation Hub&Lab di Enel

Damiano Di Dio 28 Dicembre 2018 11:28 

La città di Catania si fa portavoce del progresso nelle tecnologie di trasmissione Internet, con la creazione del primo hub Li-Fi al mondo.

La tecnologia Li-Fi, termine coniato nel 2011 da Harald Haas durante una conferenza TEDtalk, permette la trasmissione di dati tramite frequenze ottiche, diverse da quelle radio dello standard Wi-Fi. La trasmissione di dati e della posizione avviene, nella tecnologia Li-Fi, attraverso la luce di un LED, che veicola questi dati grazie alle frequenze ottiche.

Questa innovazione nelle tecnologie di trasmissione dati permetterà una connessione con una maggiore sicurezza, data la natura non permeabile della luce attraverso le pareti, con dei trasferimenti che funzionano in modo locale e non centralizzato.


Vi è inoltre una maggiore velocità di trasferimento, data appunto dalla velocità della luce, rispetto a quella sonora delle onde radio, che inoltre non verrà influenzata da interferenze di carattere elettromagnetico. Questo potrà assicurare connessioni stabili in ambienti fortemente influenzati da interferenze come ospedali, aerei e zone ad alta concentrazione di onde elettromagnetiche.

La tecnologia Li-Fi è attualmente in sviluppo in tutto il mondo da start-up e compagnie interessate ai risvolti che questo nuovo metodo potrà avere nella diffusione dell’IoT (Internet of Things), e la città italiana di Catania può vantare la presenza del primo smart hub al mondo dotato di connessione Li-Fi.

All’interno dell’Innovation Hub&Lab Enel di Passo Martino a Catania, è infatti presente il corner di To Be, start-up italiana che grazie alla collaborazione con Enel a fornire lo spazio dedicato, ha interpretato un corner point con venti punti luce smart, in grado di inviare e ricevere informazioni via un’app apposita.

In occasione dell’inaugurazione,il CEO di To Be Francesco Paolo Russo ha dichiarato, in merito alle potenzialità di questa innovazione nelle reti d’accesso e fruizione dell’IoT:

“l’impatto della tecnologia Li-Fi è stimato crescere a un tasso annuo del 55,4% tra il 2018 e il 2023”

illustrando così ai potenziali investitori di come questa tecnologia, ancora in fase di sviluppo prima della commercializzazione, abbia le potenzialità per rivoluzionare il mondo delle Smart City e delle nuove abitazioni sempre più connesse al mondo digitale del web.

I prototipi su cui sta lavorando To Be sono ancora nella fase embrionale della progettazione e vengono utilizzati come demo illustrativa per le potenzialità di questa nuova tecnologia ottica di trasmissione dati.

La prima città che punta invece, entro il 2021, a costruire un’intera area dedicata alla tecnologia Li-Fi è Dubai, che in occasione di Expo 2020 sta investendo per ricoprire la carica di prima Smart City al mondo connessa tramite diodi di trasmissione dati. L’esposizione universale sarà teatro dell’inaugurazione della prima vasta area interconnessa alla rete tramite diodi trasmettitori dedicati e porrà le basi per le dimostrazioni applicative di questa nuova tecnologia in una scala più ampia, inserita nel contesto cittadino delle infrastrutture e dei mezzi.

Radio Radicale che ci ha massacrato per anni dandoci informazioni distorte e funzionali alla loro ideologia neoliberista, ai diritti individuali dimenticando quelli sociali, promotori ad oltranza dell'Euroimbecillità piange perchè vuole continuare ad avere prebende per continuare la sua falsa propaganda. Il Dio Mercato gli sta stretto quando si tratta di loro


Tagli editoria, Conte a Radio Radicale: "Dovete camminare sulle vostre gambe"


"Io ero tra coloro che la mattina indulgeva nella vostra articolata, dettagliata ed efficace rassegna stampa". Così il premier Giuseppe Conte nella conferenza stampa di fine anno, risponde alla domanda del giornalista di Radio Radicale: "Lei vuole che il nostro lavoro continui?" Nell'intervento del governo sull'editoria "non c'è alcun intento punitivo - ha sottolineato Conte - vogliamo sollecitare le imprese sul mercato a stare sul mercato. Non è un attentato alla libertà dell'informazione, c'è il massimo rispetto per la libertà di stampa da parte di questo governo, sono valori sacrosanti, lo scambio dialettico e vivace non può essere un attentato. Siete stimolati a trovare delle risorse alternative". "Dobbiamo parlare di tante altre cose: dalla protezione delle fonti all'equo compenso dei giornalisti", continua il premier.

Al corrotto euroimbecille Pd non interessava l'audizione ma solo massacrare il Tria cercando di rovesciare su di lui la porcata che hanno fatto a maggio ipotizzando una manovra basata sulle clausole di salvaguardia impossibile da portare avanti

AUDIZIONE ALLA CAMERA

Tria, polemica con Padoan: «Le clausole di salvaguarda ereditate da voi » La bagarre: «Mi avete massacrato» |video

Il ministro dell’Economia in audizione sulla manovra alla Camera: «Dentro l’ampio spettro del no profit ci sono anche molti fenomeni di distorsione, anche della concorrenza. Bisogna distinguere chi deve essere» aiutato e chi no»

28 dicembre 2018

Giovanni Tria (Ansa)

Un «duello» tra economisti con Padoan, la bagarre con i parlamentari Pd («mi avete massacrato...» ). Ma anche la spiegazione dei temi affrontati dalla Finanziaria. Tra cui crescita, spread, la tassazione del terzo settore. E’ la sintesi della lunga audizione sulla manovra alla Camera del ministro all’Economia Giovanni Tria, una maratona cominciata nel pomeriggio e finita in serata. «La manovra tiene insieme l’intento «di uscire dalla trappola della bassa crescita — è il «riassunto» introduttivo fatto da Tria — stimolando i consumi, dando forte spinta agli investimenti, migliorando le capacità progettuali, e cercando di tutelare le fasce più vulnerabili» e consente «al tempo stesso la compliance con le regole fiscali europee». Molti i temi oggetto delle domande dei parlamentari, a partire dal terzo settore. «Dentro l’ampio spettro del no profit ci sono anche molti fenomeni di distorsione, anche della concorrenza. Bisogna distinguere chi deve essere» aiutato e chi no ha detto il ministro a proposito della misura che porta l’Ires per gli enti non commerciali all’aliquota ordinaria del 24% dal 12% attuale. «È chiaro che ci deve essere una indagine dentro» il mondo del no profit, ha aggiunto spiegando che la norma agisce «sugli utili. Se non c’è utile non c’è tassazione». 
Tria ha affrontato molti argomenti. Tra cui «il salvabanche che non riguarda questa procedura, si vedrà se ci sarà una procedura d’infrazione» ha detto il ministro, rispondendo ad una domanda specifica di Renato Brunetta il quale ha chiesto se esista o meno «un carteggio» tra il direttore generale del Tesoro, Alessandro Rivera, e la Commissione al riguardo: «non confermo questo carteggio. Vedremo ma attualmente non confermo». La questione sollevata da Brunetta riguarda il rimborso degli azionisti delle banche in crisi, contrario alla direttiva Ue.



«Mi avete massacrato per un’ora, potrò pure parlare!»

Durante l’audizione non sono mancati momenti di tensione. «Mi avete massacrato per un’ora, potrò pure parlare!» è sbottato Tria, rispondendo alle domande. «Massacrato a chi? Il ministro è ospite del Parlamento», ha replicato Enrico Borghi (Pd), richiamato all’ordine dal presidente della Commissione Claudio Borghi. Alla ripresa del suo intervento il ministro ha precisato di aver usato l’espressione «massacrato» non come un insulto, «non volevo offendere», «ma intendevo dire che volevo rispondere alle domande su argomenti importanti», aggiunge. «Parlare di macroeconomia mi piace molto, quindi è possibile che mi sia accalorato, che ci abbia messo molta passione», ha spiegato. «Non faccio comizi», ha aggiunto. Poi il Pd ha applaudito quando Tria ha spiegato nel corso dell’audizione di essere leggermente influenzato e di aver fatto il vaccino antinfluenzale.

«Faccia a faccia» con Padoan

C’è stato anche una specie di «faccia a faccia» con Pier Carlo Padoan, predecessore di Tria al Mef e deputato Pd. «Non è tutta colpa vostra», ma «il sentiero stretto — ha detto l’attuale ministro — non ha portato a niente», visto che «il debito resta lì e il problema di evitare la procedura di infrazione sul debito deriva dall’eredità del precedente governo» che «a maggio ha evitato la procedura con una manovra basata su quasi 20 miliardi di clausole di salvaguardia Iva» ha detto Tria replicando alle domande di Padoan. «Siete stati bravi a non entrare in procedura cercando un occhio benevolo della Commissione europea - ha proseguito -, lo stesso che poi, in un certo senso, abbiamo ottenuto anche noi. È chiaro che la situazione non è facile, dovremo lavorare da subito e a lungo non cadiamo dalle nuvole». E ancora: «Le clausole sono un grande problema ma è stato ereditato dal precedente Governo» ha detto Tria, ancora rivolgendosi a Padoan. «Si lavorerà fin da gennaio - ha proseguito per fare quello che si è fatto quest’anno, quando abbiamo eliminato 12,5 miliardi di clausola di salvaguardia» e ha aggiunto, anche riferendosi alla pressione fiscale: «Non è che adesso cadiamo dalle nuvole, bisogna fare un grosso lavoro e partire subito».

«Investimenti orientati per il Mezzogiorno»

Rispondendo a una domanda sulle misure della manovra per il Sud, Tria ha detto che «l’azione sugli investimenti dovrà essere orientata sul Mezzogiorno. Bisognerà mettere in opera la capacità delle amministrazioni locali e centrali in quella direzione. Altri interventi come l’assunzione di giovani è stata confermata. E il reddito di cittadinanza riguarderà in gran parte il Mezzogiorno».

«Pensiamo di recuperare 2 miliardi di interessi»

«Pensiamo di recuperare 2 miliardi di interessi che sarebbero esplosi» ha detto Tria parlando di «risorse aggiuntive» a disposizione del governo l’anno prossimo «per gli interessi che verranno risparmiati». E ancora: «Siamo partiti a giugno, quando le previsioni erano dell’1,4%, poi a luglio erano scese, per un rallentamento dovuto al commercio internazionale, cominciato a inizio anno e accentuato in estate», dunque con questo rallentamento «non c’era spazio per mantenere un deficit al 2% se non annullando completamente le misure programmatiche del governo». «Stiamo cercando di uscire dalla trappola della bassa crescita stimolando i consumi, alleggerendo il carico fiscale, dando una forte spinta agli investimenti» e al tempo stesso «cercando di tutelare le fasce più vulnerabili della popolazione».

«Raggiunto il miglior risultato possibile»

Per Tria, «con le correzioni apportate alla manovra è stato «raggiunto il miglior risultato possibile sia dal punto di vista economico-finanziario che politico» con un «livello di indebitamento netto piu’ contenuto di quello preventivato». Ed è stato possibile «ricondurre lo spread verso livelli piu’ vicini ai fondamentali economici italiani e a ridurre l’esborso in conto interessi» e a «ridare fiducia ai consumatori, agli investitori e ai mercati». «Rispetto alla prima versione della manovra - ha spiegato Tria - quella attuale riduce la spesa corrente nel 2019 e non lo fa a scapito di quella per gli investimenti, il taglio ai trasferimenti in conto capitale è da considerarsi come misura temporanea e non strutturale. La spesa per interessi sarà inferiore alle previsioni, mentre le risorse per le nuove politiche rimarranno invariate o aumenteranno, confermando l’impianto fondante della manovra, compresa la ripresa degli investimenti pubblici». Il ministro ha quindi evidenziato che «le modifiche apportate comportano un significativo miglioramento di tutti i saldi di finanza pubblica, in termini di saldo netto da finanziare: circa 8,5 miliardi nel 2019, 11 nel 2020, 17 nel 2021, equivalenti in termini di indebitamento netto a circa 10,3 nel 2019, 12,2 nel 2020 e 16 nel 2021». E il saldo netto da finanziare si attesta quindi, «a circa 59,3 miliardi nel 2019, a 43,1 nel 2020, e a 27,9 nel 2021».

Il Sistema di potere del corrotto euroimbecille Pd non sopporta che gli venga tolto il terreno da sotto i piedi, vorrebbe comandare all'infinito ben consapevole che l'informazione è strategica. La vuole tutta per sè per continuare a mistificare la realtà dell'Italia

Rai, scoppia il caso Mazzola

POLITICA

(Fotogramma)

Pubblicato il: 28/12/2018 10:33

La nomina di Claudia Mazzola, prima donna a capo dell'Ufficio Stampa Rai, diventa un caso. Risorsa interna da anni dell'azienda di Viale Mazzini, caposervizio dal 1° ottobre, Mazzola è stata indicata dall'ad Fabrizio Salini per ricoprire il ruolo di responsabile Media Office in Rai a partire, secondo quanto apprende l'Adnkronos, dal 7 gennaio prossimo. Un balzo di carriera che non è passato inosservato. Secondo il segretario della commissione di Vigilanza Rai Michele Anzaldi, infatti, la nomina di Mazzola è "un insulto ai dipendenti e dirigenti in attesa di promozione per meriti professionali e non per lottizzazione politica". Tanto che il deputato dem ha annunciato l'intenzione di presentare un esposto all'Anac e uno alla Corte dei Conti "in relazione ai tanti direttori lasciati senza incarico mentre una giornalista caposervizio viene catapultata a capo di una direzione".

LA NOMINA - Giornalista dell'azienda di viale Mazzini, dove ha iniziato a lavorare nel 2002 (prima a Rainews, poi a Rai Parlamento ed infine al Tg1), Claudia Mazzola è stata nominata a capo dell'Ufficio Stampa Rai nell'ambito della Direzione Comunicazione Relazioni Esterne, Istituzionali e Internazionali che fa capo a Giovanni Parapini. Un ruolo che, stando alla rigorosa lettura della circolare aziendale sulle nomine dei caporedattori, non prevede il job posting, una sorta di selezione interna per le promozioni prevista solo in caso di nomine di caporedattori di 'line' (nomine di soggetti inseriti in una struttura gerarchica definita, ndr). Con l'intento di valorizzare le risorse interne della Rai e di integrare la parte di ufficio stampa tradizionale con la parte web, Claudia Mazzola, spiegano in Viale Mazzini, è stata scelta anche per i suoi ottimi rapporti con le testate nazionali e internazionali, oltre che per le sue conoscenze linguistiche, considerato che parla inglese, tedesco e spagnolo. E già a settembre è stata individuata come risorsa utile dalla Direzione Comunicazione dove è entrata dopo aver lasciato il Tg1 e dove le è stato affidato il coordinamento del Think Tank Rai, il pensatoio della direzione Comunicazione che in questi anni ha lavorato sui temi del servizio pubblico, dell'immigrazione, del lavoro, che ha organizzato la giornata dei giornalisti sotto sorta e che sta studiando nuove iniziative sulla coesione sociale e sulla disabilità.

LA PROTESTA - La nomina di Mazzola è finita ben presto nel mirino del deputato del Pd nonché segretario della commissione di Vigilanza Rai Michele Anzaldi. "La Rai - scrive l'esponente dem su Facebook - conferma la nomina di Claudia Mazzola, peraltro subito promossa a caposervizio un mese dopo l'arrivo dei vertici targati M5s-Lega". "Grazie al dg nominato dal Movimento 5 stelle - spiega Anzaldi - la candidata di Rousseau di Casaleggio da redattore ordinario ha fatto 3 scatti in 3 mesi: caposervizio, vice caporedattore, caporedattore ora a capo dell'ufficio stampa". "Con stipendio da direttore? Triplo salto senza precedenti, neanche ai tempi della Rai di Berlusconi", attacca Anzaldi, secondo cui la nomina di Mazzola è un "insulto ai dipendenti e dirigenti in attesa di promozione per meriti professionali e non per lottizzazione politica". Poi l'annuncio dell'esposto: "Presento un esposto all'Anac e uno alla Corte dei Conti, in relazione ai tanti direttori lasciati senza incarico mentre una giornalista caposervizio viene catapultata a capo di una direzione. Ecco la meritocrazia secondo Grillo e Di Maio", conclude il deputato dem.

Giornalisti prezzolati che hanno solo lo scopo ideologico di screditare un sistema di potere che si contrappone a quello occidentale. Non è libertà di stampa ma cercare l'asservimento al Pensiero Unico cosa che la Stampa i giornaloni le Tv i giornalisti in Italia fanno tutti i giorni

Arrestati in Cina 45 giornalisti, trasmettevano notizie al magazine italiano “Bitter Winter”

La testata ha raggiunto notorietà quando, il mese scorso, ha pubblicato tre video girati all’interno dei blindatissimi campi di rieducazione per i musulmani uiguri dello Xinjiang, ripresi da numerose testate internazionali

Poliziotti cinesi (foto @ Bitter Winter)

Ultima modifica il 28/12/2018 alle ore 17:14
REDAZIONE
ROMA

Quarantacinque giornalisti sono stati arrestati in Cina in questo mese con l’accusa di trasmettere notizie, video e fotografie al magazine quotidiano sulla libertà religiosa e i diritti umani in Cina Bitter Winter, pubblicato dal maggio 2018 a Torino, in otto lingue, dal Cesnur (Centro Studi sulle Nuove Religioni), e diretto dal sociologo torinese Massimo Introvigne, che è anche direttore del Cesnur.

Bitter Winter, che ha anche un’edizione in lingua italiana, pubblica ogni giorno notizie inedite dalla Cina che provengono da un nutrito gruppo di giornalisti cinesi e sono commentate dagli specialisti del Cesnur. Il magazine ha raggiunto notorietà internazionale quando, il mese scorso, ha pubblicato tre video girati all’interno dei blindatissimi campi di rieducazione per i musulmani uiguri dello Xinjiang, che sono stati ripresi da numerose testate e catene televisive internazionali. Insieme alla pubblicazione di documenti riservati del Partito Comunista Cinese in materia di religione e fotografie di chiese, moschee e statue di Buddha distrutte, nonché notizie sui maltrattamenti di sacerdoti cattolici dissidenti che continuano nonostante l’accordo fra Cina e Santa Sede, questi video hanno determinato una dura reazione del regime. 

Degli arresti danno notizia il Cesnur e lo stesso Bitter Winter. «Abbiamo notizie certe – afferma Massimo Introvigne – sul fatto che alcuni dei giornalisti arrestati sono stati torturati per ottenere informazioni su chi altro ci trasmette informazioni e documenti dalla Cina. E purtroppo il reporter che ha girato i video all’interno dei campi di rieducazione dello Xinjiang è scomparso senza lasciare tracce: com’è avvenuto per altri giornalisti in Cina, temiamo che sia destinato a non ricomparire mai più. Confidiamo che chiunque abbia a cuore la libertà di stampa alzi la voce per protestare contro questi episodi gravissimi. Quanto alla Cina - aggiunge Introvigne -, credo che sottovaluti il numero di giornalisti disposti a rischiare la loro libertà pur di far conoscere al mondo le violazioni dei diritti umani in Cina. Quelli della rete di Bitter Winter non sono qualche decina, ma centinaia».

venerdì 28 dicembre 2018

Nel terzo settore c'è troppa confusione è necessario regolamentare e determinare il settore delle Organizzazione non lucrative di utilità sociale (Onlus)

A chi giova la confusione sulle Onlus. Le ricche Fondazioni bancarie trattate come l’Unicef. Ma i ricavi nel Terzo settore non sono tutti uguali

28 dicembre 2018 di Gaetano Pedullà Editoriale


Ma ce li vedete davvero gli eletti in Parlamento dei Cinque Stelle che aumentano le tasse a chi fa beneficienza giusto per il gusto di colpire la povera gente? Non serve una memoria da elefante per ricordare che il Movimento ha sempre puntato il dito contro la grande finanza, le rendite e le banche, e non certo sul sostegno a chi è emarginato o momentaneamente escluso dal mercato del lavoro. Con questa logica redistributiva è nato il Reddito di cittadinanza e dunque non bisogna essere raffinati politologi per comprendere che l’aumento dell’imposta Ires agli enti del Terzo settore aveva un obiettivo ben diverso dal penalizzare chi fa del bene e chi lo riceve.

Quando si parla di Terzo settore si parla infatti di una galassia di soggetti, dalle piccole iniziative parrocchiali ad autentiche multinazionali, passando per le Fondazioni bancarie, cioè gli azionisti rilevanti di gran parte del sistema bancario del Paese. Nella cassaforte di questi enti la legge Amato del 1990 ha infilato il patrimonio delle grandi banche dell’epoca, separando la gestione degli istituti di credito dalle influenze politiche e del territorio, delegando alle Fondazioni il compito di investire in attività filantropiche una parte dei ricavi provenienti dal proprio ingente capitale. Come si legge chiaramente nel 23esimo rapporto sulle Fondazioni di origine bancaria, presentato a settembre scorso dall’Acri (l’associazione di riferimento), questi enti se la passano piuttosto bene.

Grazie agli investimenti sui mercati finanziari nel 2017 hanno guadagnato il 54% in più dell’anno precedente. Un pozzo di soldi, che ulteriormente incrementato da qualche piccolo risparmio nelle sontuose spese di gestione ha permesso di conseguire un avanzo di 1.479 milioni di euro. Fermi tutti: non è un refuso di stampa: le 88 Fondazioni bancarie nell’ultimo esercizio hanno guadagnato quasi un miliardo e mezzo di euro in più rispetto all’anno precedente, andando ad aggiungere questo ben di Dio agli altri proventi, per un avanzo totale di 2.087,4 miliardi, e un patrimonio netto finale di 39,8 miliardi.

Stiamo parlando dunque di soggetti solidissimi che sul serio si capisce poco come possano essere conteggiati insieme a organismi che spaziano da Save The Children Italia alla Comunità di Sant’Egidio, fino alle piccole associazioni Onlus che si autofinanziano con fatica per portare un pasto caldo a chi non ha un tetto e nulla per vivere. Per le Fondazioni bancarie, sia chiaro, pagare un po’ di tasse in più non solo è sostenibile, ma è anche eticamente dovuto perché questi soggetti hanno tradito tre volte lo spirito della stessa legge Amato.

Questa legge le immaginava infatti come organizzazioni con il solo compito di restituire ai territori di competenza una porzione dei lauti guadagni ottenuti nel tempo dalle banche. Il primo tradimento è dunque plasticamente incarnato dalla figura del presidente da solo 18 anni dell’Acri, quel Giuseppe Guzzetti, politico di così lungo corso da essere stato senatore Dc e presidente della Regione Lombardia niente di meno che nel 1979, per poi diventare nel 1997 dominus della Fondazione Cariplo, cioè la più grande e importante di tutto il sistema nazionale delle Fondazioni bancarie.

Questi soggetti, insomma, sono diventati dei regni, con persino la successione decisa per discendenza dinastica, sulla base di chi garba ai vertici uscenti e a nessun altro, in nome di un’autonomia che è stata maramaldamente trasformata in autoreferenzialità. Il secondo tradimento sta negli importi erogati per le finalità d’istituto, che seppure in linea con le direttive di prudenza e conservazione del patrimonio, alla fine sono minori rispetto alle aspettative. Solo per capirci: a fronte di un avanzo 2017 di 2 miliardi e 87,4 milioni le erogazioni sono state 984,5 milioni, cioè meno della metà.

E da qui si arriva subito al terzo tradimento, forse il più grave di tutti: le Fondazioni che dovevano separare la politica dalle banche limitandosi all’attività filantropica in realtà hanno giocato in quasi trent’anni una sorta di Risiko bancario, sottraendo ingenti risorse alla beneficienza per salire nell’azionariato degli istituti di credito e determinarne la governance, cioè chi comanda. Abbiamo assistito così al tracollo di realtà solidissime, come la Fondazione del Monte dei Paschi di Siena, ormai rimasta appena l’ombra di quella solidissima realtà che controllava Rocca Salimbeni.

Proprio per non mollare il timone di quell’istituito la Fondazione ha perso quasi tutto il suo patrimonio, che invece doveva andare a finanziare sanità, cultura, scuola e welfare. Di fronte a questo scenario il Governo pressato da Bruxelles sulla Manovra ha uniformato le aliquote Iva pagate da tutti i soggetti del Terzo settore, penalizzando chi destina tutte le risorse al contrasto della povertà e non ha dirigenti che viaggiano con l’autista e in auto blu, passando da un vernissage al dare udienza (e raccomandazioni) ai consiglieri di amministrazione delle banche. Signori ben mimetizzati dietro le Onlus che ora giustamente protestano per l’aumento delle tasse.

http://www.lanotiziagiornale.it/a-chi-giova-la-confusione-sulle-onlus-le-ricche-fondazioni-bancarie-trattate-come-unicef/

Marco Orioles - E' guerra vera, l'oggetto del contendere e il primato nel campo Hi-Tech, la Cina ha superato gli Stati Uniti e questi non possono ne vogliono accettarlo. Possono vincere nel breve ma nel medio lungo periodo hanno già perso

Perché Trump vuole mettere al bando Huawei e Zte (ma non tutti negli Usa sono d’accordo)

28 dicembre 2018


Il Punto di Marco Orioles

Nuova picconata americana in arrivo per Huawei, il colosso cinese delle tlc su cui grava il sospetto di essere uno strumento del governo di Pechino per effettuare uno spionaggio informatico di massa. Secondo tre fonticonsultate da Reuters, Donald Trump potrebbe firmare all’inizio del prossimo anno un ordine esecutivo che, in nome di una presunta emergenza nazionale, proibirebbe alle aziende a stelle e strisce di acquistare ed usare attrezzature prodotte da Huawei e da un altro big cinese del settore, Zte. Sarebbe l’ultimo chiodo nella bara in cui gli Stati Uniti vogliono inchiodare Huawei, escludendola definitivamente dal mercato statunitense.


L’ordine esecutivo, su cui il Wall Street Journal aveva fornito alcune anticipazioni mesi fa, potrebbe essere varato già a gennaio. Esso, confermano fonti dell’amministrazione Usa e dell’industria delle telecomunicazioni, darebbe mandato al dipartimento del Commercio di impedire alle aziende americane di comprare attrezzature da produttori che pongono una significativa minaccia alla sicurezza nazionale.


Le fonti sentite da Reuters riferiscono che il testo dell’ordine, che non sarebbe ancora stato messo nero su bianco, non menzionerebbe esplicitamente Huawei e Zte, ma che il Dipartimento del Commercio lo interpreterebbe proprio come una autorizzazione a mettere al bando i due giganti cinesi.

Le basi giuridiche del provvedimento rimandando all’International Emergency Economic Powers Act, una legge varata diverso tempo fa che assegna al capo dello Stato il potere di regolamentare un settore commerciale in risposta ad un’emergenza nazionale che pone seri rischi al Paese.


La tempistica non lascia dubbi sulle reali intenzioni della Casa Bianca, che mira a colpire due piccioni con una fava: oltre a penalizzare due aziende che suscitano l’orgoglio di una Cina che vuole sfidare il primato tecnologico statunitense, si vuole impedire alle stesse di partecipare alla imminente realizzazione delle infrastrutture per il 5G, considerate strategiche visto l’uso che se ne farà in migliaia e migliaia di applicazioni nevralgiche per le attività del settore pubblico e privato.


Che questo sia più di un sospetto lo confermano le dichiarazioni di un esponente della Casa Bianca citato sempre da Reuters, secondo il quale gli Stati Uniti “stanno lavorando a vari livelli di governo e con i nostri alleati e partner che la pensano allo stesso modo per mitigare i rischi derivanti dalla realizzazione del 5G e di altre infrastrutture per la comunicazione”. Appena tre giorni fa, Start Magazine ha scritto di come gli alleati europei si stiano allineando agli Usa nel chiudere le porte ad Huawei per le medesime ragioni perorate dall’America: i collegamenti troppo stretti tra l’azienda cinese e il governo di Pechino e il sospetto, mai fugato nonostante il fermo diniego della compagnia, che nelle attrezzature prodotte dal colosso delle tlc si annidi qualche dispositivo attraverso il quale il Partito comunista cinese e l’Esercito Popolare di Liberazione possono condurre azioni di spionaggio e altre nequizie informatiche.


Chiamato a commentare le notizie in arrivo da Washington, ieri il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Hua Chuny si è trincerato nel riserbo, dicendo di voler aspettare che l’ordine presidenziale sia effettivamente firmato. “Quando si tratta di problemi di sicurezza”, ha dichiarato Hua, “è meglio lasciare che i fatti parlino da soli”. A un certo punto, però, si è lasciato sfuggire una chiosa nervosa: “Alcuni paesi, senza alcuna prova, e richiamandosi alla sicurezza nazionale” fanno riferimento a presunti “crimini” per “politicizzare, e anche ostacolare e restringere, le normali attività di scambio tecnologico”.

Se e quando entreranno in vigore, però, le nuove disposizioni recheranno non pochi problemi per le aziende di tlc statunitensi, particolarmente quelle più piccole che hanno meno risorse a disposizione per sostituire le economiche attrezzature di Huawei e ZTE con quelle più costose della concorrenza.


La tecnologia Huawei è a tal punto indispensabile per i carrier più piccoli che William Levy, manager di Huawei Tech Usa, figura nel board dei direttori della Rural Wireless Association (RWA), organismo che raggruppa le aziende di tlc di minori dimensioni – con clienti che spesso non superano le centomila unità – che operano nelle periferie del continente nordamericano.

Che queste aziende avranno le loro gatte da pelare lo dimostrano i dati forniti il mese scorso dalla RWA alla Federal Communication Commission (FCC): il 25% delle compagnie che aderiscono all’organizzazione ha incorporato tecnologia Huawei o Zte nelle proprie reti. La preoccupazione di RWA, spiega il suo consulente generale, Caressa Bennet, è che l’ordine presidenziale possa obbligare gli associati a non solo smettere di acquistare prodotti delle due aziende cinesi, ma anche a sostituire le attrezzature già installate, cosa che, oltre ai rilevanti problemi tecnici, comporterebbe un non irrilevante aggravio di spesa. Il conto, secondo Bennet, potrebbe raggiungere il miliardo di dollari.


Due compagnie che sarebbero penalizzate dalle nuove disposizioni sono la Pine Belt Communications dell’Alabama e Sagebrush del Montana: per loro, la somma da sborsare per sostituire gli impianti cinesi con quelli della concorrenza sarebbe compreso tra 7 e 13 milioni per la prima e ben 57 milioni per la seconda. I tempi dell’operazione, inoltre, non sarebbero stretti: la stima di Sagebrush è di almeno due anni.

Oltre che per la sostituzione delle attrezzature esistenti, i piccoli carrier sarebbero spiazzati dal nuovo ordine esecutivo anche per tutto ciò che concerne la realizzazione di nuovi impianti. Difficile, per realtà come Sagebrush, trovare alternative alla disponibilità di attrezzature che, nel caso di Huawei, arrivano a costare fino a quattro volte meno di quelle di competitor come Ericsson.


È questa però la direzione di marcia, frutto della ferrea volontà politica che promana da un’amministrazione, quella guidata da Donald Trump, che ha deciso di sfidare di petto l’offensiva tecnologica dell’impero di mezzo e di non ignorare più i moniti di chi considera aziende come Huawei il cavallo di Troia di una dittatura senza scrupoli. Lo dimostra, tra le altre cose, l’intenzione della FCC di emanare una nuova regolamentazione che obbligherebbe i carrier nazionali a rimuovere e sostituire tutte le attrezzature che recano rischi alla sicurezza nazionale.


Indicative, a tal proposito, le parole pronunciate a marzo dal presidente della FCC, Ajit Pai, secondo il quale “back doors nascoste nei nostri network nei router, negli interruttori e virtualmente in ogni altro tipo di attrezzature per telecomunicazioni, possono permettere a governi ostili di introdurre virus, lanciare attacchi di tipo denial-of-service, rubare dati e molte altre cose”.
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Calabria Verde: prosciolti Oliverio e Trematerra. Rinvio a giudizio per Furgiuele

L'inchiesta ruotava attorno al trasferimento del dipendente comunale di Francica, Giuseppe Barilaro, all'ente in house della Regione Calabria. Per il presidente della Regione stabilito il non luogo a procedere perché il fatto non costituisce reato

di Luana Costa 
venerdì 28 dicembre 2018 13:23


Non luogo a procedere. Con questa formula il giudice dell’udienza preliminare, Paola Ciriaco, ha prosciolto il presidente della Regione Calabria, Mario Oliverio, e l’ex assessore regionale all’Agricoltura, Michele Trematerra; entrambi accusati di abuso d’ufficio nell’affaire Calabria Verde. L’inchiesta ruotava attorno al trasferimento del dipendente del Comune di Francica e sindaco di Acquaro, Giuseppe Barilaro, all'ente in house regionale, Calabria Verde.

Secondo l’ipotesi che era stata formulata dalla Procura, Mario Oliverio, ponendosi in continuità con l'operato dell'ex assessore regionale all'Agricoltura Michele Trematerra e mosso da interesse strettamente politico si sarebbe adoperato per ottenere la permanenza in Calabria Verde del dipendente comunale, ritenuto dagli inquirenti, loro referente politico. Sarebbe stato lo stesso Barilaro grazie ad un accordo stretto con Trematerra e con l'ex direttore generale dell'ente in house, Paolo Furgiuele, a richiedere lo spostamento, infine, ottenuto con la nomina a responsabile del distretto territoriale di Vibo Valentia.

Nel corso dell'udienza preliminare il capostruttura di Oliverio, Franco Iacucci, ha chiesto e ottenuto di essere giudicato con il rito abbreviato ed è stato assolto per non aver commesso il fatto. È stato, invece, disposto il rinvio a giudizio per l'ex direttore generale di Calabria Verde, Paolo Furgiule, e per il dipendente del Comune di Francica, Giuseppe Barilaro mentre è stata prosciolta la dirigente di Calabria Verde, Franca Arlia.