L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 19 novembre 2019

Roma - Dopo il magna magna di Rutelli, Veltroni, Alemanno forse cominciamo ad avere i conti in ordine

Sblocca Roma, il Campidoglio approva il bilancio di previsione. In arrivo risorse per trasporti, strade, scuole, verde e sociale. Raggi: “I conti in ordine sono un presupposto per far ripartire gli investimenti”



“Investimenti per oltre 1 miliardo e 200 milioni di euro nei prossimi tre anni, di cui 310 milioni solo ai Municipi, per opere pubbliche relative a trasporti e manutenzione di strade, scuole, verde. Oltre 500 milioni di euro alla spesa per il sociale e per i servizi ai cittadini sul territorio. Sono i numeri dello Sblocca Roma 2020, il progetto di Bilancio di previsione che abbiamo approvato in Giunta e che ora passerà al vaglio dell’Assemblea Capitolina”. E’ quanto scrive su Facebook la sindaca di Roma, Virginia Raggi.

“La città – aggiunge la sindaca – entra nel nuovo decennio con conti in ordine e risorse necessarie a garantire i servizi sociali a tutti i cittadini e lo sviluppo urbano dei territori. Questo bilancio è l’ulteriore tappa di un percorso che negli ultimi tre anni ha riportato a Roma la legalità, grazie al rispetto delle scadenze, alla programmazione della spesa e alla sostenibilità degli investimenti. Quest’anno abbiamo destinato una parte rilevante della spesa corrente ai Municipi e al sociale: 225 milioni di euro per le politiche sociali e 303 milioni ai Municipi per i servizi sociali, scolastici e di manutenzione erogati sul territorio. È un modo per essere più vicini ai cittadini e ai loro bisogni”.

“Per gli investimenti e le opere pubbliche – aggiunge la Raggi – avremo a disposizione oltre 1 miliardo e 200 milioni di euro nei prossimi tre anni, di cui circa 310 milioni per i Municipi. Con un’importante novità: tutte le opere inserite hanno un livello di progettazione utile a garantire una maggiore rapidità di realizzazione. Alla mobilità e ai trasporti vengono assegnati oltre 690 milioni di euro. Un ulteriore sforzo viene garantito per la manutenzione straordinaria delle strade di grande viabilità, cui vanno più di 120 milioni di euro. E poi riqualificazione di scuole e mercati, eliminazione di barriere architettoniche, manutenzione di aree verdi e piantumazione di nuovi alberi”.

“I romani non sentono più parlare di ‘conti in rosso’, come quelli che abbiamo ereditato dal passato. La correttezza dei bilanci – conclude la sindaca – è il presupposto fondamentale per far ripartire gli investimenti, rendere la città più vivibile e attenta ai più deboli, e per non lasciare ulteriori debiti ai nostri figli”.

Il Sistema mafioso massonico politico che poggia sul Pd-Lega vuole gli aerei decotti F-35

F-35, tutto il dibattito alla Camera sulla mozione della Lega

19 novembre 2019


Come è andata la discussione in Aula alla Camera della mozione presentata dalla Lega sul programma di acquisto dei caccia F-35 per sollecitare il governo giallorosso al mantenimento degli impegni

Conferma delle commesse, definire in tempi rapidi gli acquisti futuri programmati ed esplorare la possibilità di allargare la cooperazione nel settore aerospaziale e difesa.

Sono questi gli impegni richiesti al governo Conte 2 sull’acquisto dei caccia F-35 contenuti nella mozione 1-00260 in discussione ieri e oggi nell’Aula della Camera dei Deputati.

Con la mozione presentata dai deputati della Lega (e sottoscritta poi anche da Fratelli d’Italia), l’opposizione intende sollecitare il governo giallorosso a definire il programma di procurement Jsf, per il caccia di quinta generazione prodotto dalla statunitense Lockheed Martin. È tempo infatti per l’Italia di confermare o meno l’intenzione di perfezionare l’acquisto dell’intero lotto di 90 F-35, il caccia assemblato da Leonardo per conto di LM nello stabilimento Faco di Cameri (Novara), gestito da Leonardo (ex Finmeccanica).

LO STATO DEL PROGRAMMA JSF IN ITALIA

Avviato negli Stati Uniti nella prima metà degli anni ’90, al programma Joint Strike Fighter (Jsf), l’Italia ha aderito al programma già dalla fine del 1998.

L’impegno italiano prevede l’acquisto di 90 velivoli (rispetto ai 131 iniziali), di cui 60 di tipo A, a decollo e atterraggio convenzionale, e 30 di tipo B, a decollo corto e atterraggio verticale, 15 per l’Aeronautica e 15 per la Marina militare.

Al momento ne sono stati consegnati undici e l’Aeronautica italiana, nella persona del capo di Stato maggiore Alberto Rosso, ha sottolineato al Parlamento che l’incertezza riguardo all’F-35 avrebbe minato la qualità della flotta.

Come ha ricordato ieri sera in Aula il deputato grillino Giovanni Russo, “ad oggi risultano contrattualizzati 28 aerei ed un costo totale sostenuto per il programma fino ad ora di circa 7 miliardi di euro, con la conclusione della fase iniziale denominata LRIP e l’inizio per il 2021 di una nuova eventuale fase a pieno rateo di produzione”.

LO SCONTRO NELLA MAGGIORANZA GIALLOVERDE DEL GOVERNO CONTE 1

Il programma italiano per l’acquisizione degli F-35 ha subito molte turbative. Non solo, ha rappresentato terreno di scontro per la precedente coalizione di governo Lega-M5s. Il M5S, da sempre critico nei confronti dell’acquisto del velivolo, ha continuato infatti a manifestare perplessità una volta seduto al tavolo di governo a differenza della Lega.

Il leader del Carroccio nonché ex ministro degli Interni, Matteo Salvini, ha spesso difeso i piani del paese di acquistare 90 F-35 soprattutto quando l’allora ministro della Difesa Elisabetta Trenta (M5S) sembrava intenzionata a tagliare gli ordini di due terzi.

LA VICENDA DELLE FATTURE

Non a caso, ieri il deputato leghista Francesco Zicchieri ha citato il caso avvenuto a primavera del blocco dei pagamenti dovuti a Lockheed Martin per i veicoli già acquistati dalla nostra aeronautica.”Circostanza che l’amministrazione Trump avrebbe anche potuto usare per danneggiare la reputazione del nostro Governo” ha fatto presente Zicchieri.

LE RASSICURAZIONI DI CONTE

Nel frattempo, dopo la crisi di governo agostana con il nuovo assetto dell’esecutivo a trazione M5s-Pd, il governo Conte 2 è chiamato a rispondere sul programma. Secondo il Corriere della Sera, l’Italia non si tirerà indietro sull’acquisto dei 90 caccia F-35 da tempo oggetto di discussione politica nel nostro Paese. Lo avrebbe confermato il premier Giuseppe Conte al Segretario di Stato statunitense Mike Pompeo durante la visita ufficiale di quest’ultimo nel nostro Paese a inizio ottobre. Una posizione però che trova ancora forti opposizioni proprio all’interno del M5s.

LA POSIZIONE DEL MINISTRO DELLA DIFESA GUERINI

Ma stavolta il successore della pentastellata Trenta al dicastero della Difesa sembra favorevole al programma. Intervistato a inizio ottobre dal Corriere, il ministro della Difesa Lorenzo Guerini (Pd) ha dichiarato:“Ho la responsabilità di assicurare efficacia ed efficienza della strumento militare con numeri, in termini di uomini e mezzi, che soddisfino l’esigenza operativa”. Pertanto, “la partecipazione dell’Italia al programma F-35 risponde a questi obiettivi ed è dettata da queste necessità”. Posizione questa contestata dai colleghi di coalizione M5s e Leu (mentre ha taciuto il Pd) come ha raccontato La Notizia. “Sorprende la disinvoltura con cui Lorenzo Guerini, in poche battute, ha rinnegato anni di battaglie del Pd contro questo programma di cui nel 2014 aveva chiesto il dimezzamento in Parlamento. Cosa ne pensa il segretario Zingaretti di questa svolta? La condivide?”, ha chiesto il senatore Gianluca Ferrara, capogruppo M5S alla Commissione Esteri di Palazzo Madama.

LA MOZIONE DEL PD NEL 2014

Nel 2014 infatti l’aula di Montecitorio ha dato il via libera alla mozione Pd che impegnava il governo a dimezzare il budget finanziario previsto in un primo momento per il programma F-35. Nella mozione Pd si impegnava il governo a ricercare anche “ogni possibile soluzione e accordo con i partner internazionali”, allo scopo di “massimizzare i ritorni economici, occupazionali e tecnologici”. Senza dimenticare che all’epoca i grillini chiedevano addirittura al governo di ”cancellare l’intero programma”.

LA MOZIONE LEGA-FORZA ITALIA

Tornando a oggi, nel testo depositato da Roberto Paolo Ferrari (Lega), il governo Conte 2 dovrebbe non solo “esprimere un univoco orientamento alla conferma della commessa” e “definire contestualmente in tempi rapidi gli acquisti del velivolo programmati per il prossimo triennio” ma anche “esplorare, contestualmente, la possibilità di allargare ulteriormente gli ambiti di cooperazione nel campo aerospaziale e della difesa” fra Italia e Stati Uniti. “E come potremmo fare a proseguire in questo obiettivo, se non facessimo senza ipocrisie l’affermazione principale, cioè che noi vogliamo proseguire nel programma degli F-35?” ha domandato il firmatario in Aula ieri sera.

RITORNI ECONOMICI

I sostenitori del programma sottolineano inoltre l’importanza nevralgica delle ricadute sotto il profilo industriale e occupazionale. Ma anche sulle tanto sbandierate ricadute economiche del ruolo svolto dalla Faco di Cameri, occorre fare qualche precisazione. Al momento presso la Faco di Cameri, gestita dalla divisione Velivoli di Leonardo, si assemblano gli esemplari italiani e parte di quelli ordinati dall’Olanda. “C’è chi dice che gli F-35 delle forze armate americane verranno in manutenzione a Cameri ma non c’è nessuna certezza” ha puntalizzato Gianandrea Gaiani in una conversazione con Start. Per non parlare del ritorno occupazionale del sito. “All’inizio del programma Jsf si parlava addirittura di una ricaduta per 10mila posti di lavoro invece negli anni sono calati a 6500 e attualmente i lavoratori italiani impegnati a Cameri sono qualche centinaio di cui la maggior parte trasferiti da Caselle dove si occupavano dell’Eurofighter. Se avessimo continuato a sviluppare aerei prodotti da noi insieme ai partner europei non avremmo perso posti di lavoro”.

Per questo motivo, al momento, “le ricadute sia occupazionali sia tecnologiche e industriali, sono risibili, se paragonate agli investimenti in miliardi di euro per acquistare gli F-35 e per mantenerli in attivo”.

DIMINUITI I COSTI MA…

Ma il programma di sistema d’armi più costoso dell’esercito americano non è messo in discussione soltanto in Italia. Anche negli Stati Uniti il Jsf sembra essere minacciato da tutte le parti come evidenziato in una recente udienza dinanzi al Comitato dei servizi armati della Camera. Nonostante la notizia positiva dell’abbassamento del costo dell’F-35 sceso al di sotto della soglia di 80 milioni di dollari (il velivolo LM costerà così meno di un velivolo di quarta generazione) alcuni legislatori hanno denunciato infatti i problemi della catena di approvvigionamento. Al momento infatti solo un terzo dei caccia F-35 del Pentagono sono in grado di svolgere tutte le missioni per le quali sono state costruite.

E' guerra vera è guerra totale niente illusioni - Non è responsabilità della Cina se gli Stati Uniti hanno paura e proibiscono di condividere informazioni sul nucleare

Come Usa e Cina si fanno la guerra anche sul nucleare

19 novembre 2019


A livello internazionale, gli Usa hanno implementato una strategia nucleare di accerchiamento nei confronti della Cina, inserendo nella lista nera, lo scorso agosto, diversi gruppi nucleari cinesi. L’analisi di Giuseppe Gagliano

Come le altre aree strategiche, l’industria nucleare – e più in particolare quella della quarta generazione – è entrata in una nuova fase di confronto tra le due potenze, gli Stati Uniti d’America e la Repubblica popolare cinese.

All’inizio degli anni 2000, le due potenze hanno mostrato una strategia di apertura e cooperazione nel campo dell’energia nucleare di quarta generazione, con l’obiettivo comune di condividere i progressi tecnologici e mettere in comune gli sforzi associati. Tuttavia, questa apertura ha continuato a favorire l’industria cinese, spingendo l’amministrazione americana a passare a una strategia di accerchiamento per controbilanciare la crescita del potere del Dragone.

Per incoraggiare i vari attori nucleari di quarta generazione a condividere i progressi tecnologici in un quadro di cooperazione internazionale, il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti ha avviato nel 2000 il Forum internazionale dell’energia di quarta generazione, che riunisce alti funzionari governativi di nove paesi, tra cui Stati Uniti e Cina, per avviare discussioni sulla collaborazione internazionale nello sviluppo di sistemi di energia nucleare di quarta generazione e istituire un gruppo di esperti tecnici per esplorare aree di interesse comune, al fine di formulare raccomandazioni nei settori della ricerca e dello sviluppo.

Oltre a questo forum internazionale, questa strategia di apertura ha favorito l’emergere di numerosi casi di riavvicinamento tra attori pubblici e privati di diversi paesi in cerca di opportunità commerciali o investimenti reciproci in un settore che richiede rilevanti investimenti. Uno dei più significativi è la joint venture tra la società americana Terra Power (di proprietà di Bill Gates) e il colosso nucleare cinese CNNC.

La prima fase della strategia americana ha favorito l’emergere della Cina e quindi tutto ciò ha reso necessario un cambio di strategia con la nomina da parte di Trump di Rick Perry in qualità di Segretario di stato per l’energia. La strategia americana è stata condotta su due campi di battaglia, un campo interno a livello dei vari attori nazionali e un altro esterno al fine di frenare la crescita del potere cinese e i progressi tecnologici nel campo nucleare.

Infatti da un lato, il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti ha dichiarato di mettere in comune tutti gli sforzi del settore pubblico e privato per accelerare lo spiegamento di nuovi concetti avanzati sul campo ma dall’altra lato — al fine di riguadagnare la leadership tecnologica globale nel campo dell’energia nucleare di quarta generazione — ha posto in essere numerose campagne di influenza che predicano i benefici dell’energia nucleare come fonte di energia pulita (?!?!) e creazione di posti di lavoro per gli americani. Nell’attuazione di questa strategia interna, sono già emerse due nuove leggi, la prima a settembre 2018 — la legge sulle capacità di innovazione in materia di energia nucleare — per eliminare alcuni ostacoli finanziari e tecnologici all’innovazione in campo nucleare. Questa legge è stata annunciata come il risultato di un forte impegno da parte del governo di Washington allo scopo di sostenere l’industria nucleare e la sua commercializzazione in tutto il mondo.

Le disposizioni normative si basano su partenariati pubblico-privato di successo che sono stati semplificati attraverso la seconda iniziativa Gateway for Accelerated Innovation in Nuclear (GAIN),
facilitando un quadro di partenariato pubblico-privato che consente l’accesso ai partner del settore. Partendo dallo stesso approccio, lo scorso agosto è stata introdotta una nuova iniziativa, Nuclear Energy Renewal Act (NERA), con l’ambizione di facilitare la realizzazione dei cosiddetti reattori nucleari “avanzati” rafforzando al contempo quelli esistenti.

La contro-offensiva americana è in linea con la strategia perseguita dalla Cina dal 2016 attraverso il colosso nazionale China National Nuclear Corporation (CNNC) che ha sviluppato un quadro per l’innovazione tecnologica nucleare, denominata Dragon Rising 2020, riunendo 23 istituti di ricerca specializzati in tecnologia nucleare e creando un sistema completo per la gestione dell’innovazione scientifica.

Insomma, a livello internazionale, gli Stati Uniti d’America — nonostante Naomi Klein (sic!) — hanno implementato una strategia di accerchiamento nei confronti della Cina, inserendo nella lista nera, lo scorso agosto, diversi gruppi nucleari cinesi, che vietano alle società statunitensi qualsiasi attività commerciale con loro. Le società cinesi interessate sono in questa lista nera:China General Nuclear Power Corporation (CGNPC),China General Nuclear Power Group,China Nuclear Power Technology Research Institute Co. Ltd e Suzhou Nuclear Power Research Institute Co. Ltd.

Nel contesto dell’applicazione della legge di extraterritorialità del diritto americano, questa restrizione avrà un impatto sull’intero ecosistema nucleare, mettendo così a rischio tutti quegli attori internazionali che collaborano con la Cina (come nel caso di Huawei sul fronte della tecnologia del 5G) come per esempio il gruppo francese EDF che sarà certamente costretto a rivedere la sua partnership con il gruppo General Nuclear Power cinese per i suoi progetti in Cina e nel Regno Unito, dove sta sostenendo un terzo del finanziamento del progetto di costruzione del reattore di Hinkley Point.

Mes - Euroimbecilandia chiama e gli euroimbecilli anche in salsa leghista rispondono, nessuno c'era. In economia non tener conto dei risparmi ma solo dei debiti di uno stato e come camminare sulle mani

Storia, pregi e difetti del Mes. L’analisi dell’economista Galli (ex Confindustria, ex Pd)

19 novembre 2019


Estratto e conclusioni dell’audizione parlamentare tenuta giorni fa dall’ex deputato Pd, Giampaolo Galli, economista, già direttore generale di Confindustria

2. Prospettive di riforma: le criticità dal punto di vista dell’Italia.

Il processo di riforma del MES venne avviato nelle riunioni dell’Eurogruppo e dell’Eurosummit di dicembre 2018; concrete proposte di riforma hanno ottenuta un via libera di massima nelle riunioni di questi stessi organismi nel giugno del 2019. L’approvazione definitiva dovrebbe avvenire a dicembre.

Di seguito, ci si concentra sulle questioni più strettamente economiche, ma è opportuno fare una considerazione essenziale di carattere istituzionale.

La riforma in itinere sposta decisamente l’asse del potere economico nell’Eurozona dalla Commissione Europea al MES. Non a caso, nei suoi interventi al Parlamento Europeo, la nuova Presidente della Commissione ha sostanzialmente evitato di parlare della governance dell’Eurozona. In particolare, non ha detto nulla sulla proposta della Commissione di creare un Fondo Monetario Europeo e un ministro delle finanze dell’eurozona dotato di un bilancio capace di svolgere funzioni di stabilizzazione macroeconomica: il silenzio di Ursula von der Leyen si spiega con la considerazione che questo insieme di questioni era già stato affrontato e risolto dall’Eurogruppo e dall’Eurosummit del giugno scorso nel senso di dare un ruolo secondario alla Commissione; in particolare, il MES sta di fatto diventando quello che nelle intenzioni iniziali della Commissione avrebbe dovuto essere il Fondo Monetario Europeo.

Nella riforma che viene proposta vi sono aspetti positivi e aspetti che invece, a nostro avviso, dovrebbero essere cambiati. Di seguito, ci concentriamo sui secondi, menzionando solo un fatto certamente positivo che consiste nell’approvazione del backstop – ossia della rete di sicurezza finanziaria – per il Fondo di Risoluzione delle Banche da utilizzare per far fonte a crisi bancarie nel caso in cui non fossero sufficienti le risorse disponibili nel Fondo stesso.

Quanto agli aspetti critici, il punto fondamentale è che nella riforma che viene proposta emerge, in modo implicito ma abbastanza chiaro, l’idea che 
un paese che chiede aiuto al MES debba ristrutturare preventivamente il proprio debito, se questo non è giudicato sostenibile dallo stesso MES. 
Si noti che la novità non sta tanto nella possibilità che un debito sovrano venga ristrutturato – cosa che è già avvenuta nel caso della Grecia – ma nell’idea che la ristrutturazione diventi una precondizione, pressoché automatica, per ottenere i finanziamenti. L’idea che si debba stabilire una regola che obblighi alla ristrutturazione un paese che chiede l’accesso ai fondi del MES e abbia un debito giudicato non sostenibile è stata espressa ripetutamente da esponenti di primo piano dell’establishment tedesco e di altri paesi del Nord Europa, quale ad esempio il governatore della Bundesbank Jens Weidemann.

Questa proposta nasce fondamentalmente dalla considerazione che le regole formali (Patto di Stabilità e Crescita, Fiscal Compact) non hanno funzionato, talché alcuni paesi hanno continuato a accumulare debiti la cui sostenibilità nel tempo è sempre più dubbia. Di qui, l’idea di far funzionare meglio la disciplina di mercato dando un senso alla clausola di no bail-out contenuta nel Trattati di Maastricht. Si danno gli aiuti, ma, condizionandoli a una ristrutturazione del debito, si evita quell’effetto di moral hazard che, secondo alcuni, sarebbe il motivo di fondo per il quale i politici di alcuni paesi non hanno fatto l’aggiustamento di bilancio. L’idea dunque è che prima di fare operazioni che comportino condivisone di rischi – ad esempio, l’assicurazione comune sui depositi o un bilancio dell’Eurozona con finalità di stabilizzazione – occorre indurre i paesi devianti a ridurre i rischi. Un passaggio essenziale di questa strategia consiste nello spostare l’asse del potere in materia economica dalla Commissione Europea, considerata troppo politicizzata, ad un organismo intergovernativo e teoricamente più tecnico quale il MES.

8. Conclusioni

Il MES è un’istituzione molto utile che deve continuare ad avere il pieno sostegno dell’Italia. Le proposte di riforma che sono state formulate dall’Eurogruppo dello scorso giugno presentano aspetti positivi, ma anche alcune delle criticità per un paese come l’Italia. In particolare, preoccupa l’idea che, in certe circostanze, la ristrutturazione del debito pubblico possa diventare una precondizione per avere accesso alle risorse del MES. Occorre rafforzare il ruolo della Commissione rispetto al MES, evitare che le CAC “single limb” – i cui dettagli tecnici non sono ancora stati resi noti – facilitino eccessivamente la ristrutturazione del debito, sottolineare con forza che la ristrutturazione del debito pubblico non può essere decisa sulla base di valutazioni meccaniche e va valutata con grande attenzione, con il pieno coinvolgimento delle autorità nazionali, perché rischia di aggravare la condizione economica e sociale di una nazione, nonché di avere effetti di contagio molto negativi sull’intera eurozona.

(estratto dal blog di Galli; qui il testo integrale)

NoTav - Il Mose non ha insegnato nulla a questi euroimbecilli corrotti

Luca Mercalli sul Fatto: il prossimo Mose sarà il Tav, però costa 5 volte tanto e si può fermare

-19 Novembre 2019

Luca Mercalli

La prova del Mose doveva essere fatta contro l’imponente acqua alta del 12 novembre e giorni successivi, ma “la Ferrari senza freni” come è stata definita non si poteva nemmeno mettere in moto. Una grande opera di cui in questi giorni si è detto di tutto, ammettendo che non è tecnicamente adatta alle sfide poste dall’aumento del livello dei mari generato dal riscaldamento globale (potenzialmente superiore a 80 cm a fine secolo), e che presenta soluzioni costruttive critiche che richiederanno decine di milioni all’anno di costi di manutenzione.

PERÒ IL RITORNELLO di tutti è stato: ormai è quasi finita, paghiamo quel che c’è da pagare e mettiamola in esercizio. Anche se non funzionerà come dovrebbe. Una vicenda che sembra una sfera di cristallo per immaginare cosa potrebbe accadere al Tav in Val di Susa tra una ventina d’anni. Anche il Mose prima della sua realizzazione fu infatti fortemente osteggiato sul piano tecnicoscientifico da molti autorevoli esperti del settore che proposero progetti alternativi ovviamente mai considerati. Oggi non resta che lo sconsolato “l’avevamo detto”, ma i 5,5 miliardi ormai gli italiani li hanno sborsati, mazzette incluse.

Se si legge il circostanziato volume Il MOSE salverà Venezia? degli ingegneri Vincenzo Di Tella, Gaetano Sebastiani e Paolo Vielmo si ha una frustrante narrazione di tutte le proposte tecniche ignorate, lo studio commissionato nel 2008 dal Comune di Venezia allora retto da Cacciari alla società di ingegneria francese Principia che mostrava le debolezze strutturali, ignorato da governi che diventano decisionisti solo in questi casi, e il meschino processo per diffamazione che gli Autori subirono su denuncia del Consorzio Venezia Nuova, unico signore e padrone della laguna, contro il quale chiunque osava aprir bocca veniva ostracizzato e combattuto. Alle sagge voci dei tre valorosi ingegneri aggiungiamo Luigi D’Alpaos, professore emerito del Dipartimento di idraulica dell’Università di Padova e quella ormai spentasi per sempre nel 2017 di Paolo Pirazzoli, brillante dirigente di ricerca del CNRS francese che ci ha lasciato il pamphlet La misura dell’acqua.

Come e perché varia il livello marino a Venezia( 2011). Anche Pirazzoli fu querelato e poi fortunatamente assolto per aver combattuto il Mose a suon di equazioni! Ma che triste vicenda per un veneziano apprezzato all’estero e odiato dai poteri del gigantismo tecnologico annidatisi come mostri marini nel fango della laguna. Oggi possiamo dire che se quei docenti fossero stati ascoltati forse avremmo un dispositivo più efficace e meno costoso per mettere al sicuro Venezia. Il caso della nuova linea ferroviaria Torino-Lione manifesta molte analogie con la débâcle veneziana. Anche qui si tratta di un’opera faraonica, valutata in 9,6 miliardi di euro per il solo tunnel transfrontaliero e oltre 26 per l’intera tratta.

Anche qui c’è un gruppo di tecnici che hanno mostrato le contraddizioni del progetto sul piano trasportistico, ambientale ed economico. Basti pensare alla celebre analisi costi- benefici voluta dal ministro Toninelli e affidata a Marco Ponti del Politecnico di Milano la quale, nonostante l’esito negativo, verrà poi ignorata mantenendo inalterato il lento, ma inesorabile avanzamento dell’opera. Eppure se l’imponente mole di dati che la Commissione Tecnica contro la Torino- Lione da decenni tenta di portare all’attenzione del governo (sia italiano, sia francese) venisse considerata, forse si potrebbe ancora evitare di gettare in un buco nero una gigantesca somma di denaro pubblico.

IN QUESTO CASO, a differenza del Mose, l’opera è appena nei suoi primi passi realizzativi e si potrebbe sospendere senza che si arrivi tra qualche anno a dire “ormai è quasi finita, spendiamo quello che c’è ancora da spendere e mettiamola in esercizio”. Rammentiamo che in Val di Susa esiste già una ferrovia internazionale a doppio binario sotto il tunnel del Fréjus, ampiamente sottoutilizzata. Rammentiamo che non è mai stata fatta un’analisi certificata delle emissioni di gas serra per la cantierizzazione e il funzionamento, tale da assicurare che vi sia beneficio climatico entro gli stretti tempi richiesti dall’accordo di Parigi sul clima e dalla stessa politica ambientale europea, che dà per scontato che le linee ferroviarie siano tutte sostenibili mentre dovrebbe dimostrarlo con le misure. Rammentiamo che la politica europea dell’economia circolare dovrebbe ridurre i transiti di merci invece che aumentarli e che se l’opera non verrà utilizzata secondo le ottimistiche previsioni cartacee sarà spaventosamente antieconomica.

Tutti dati che si continuano a sottoporre ai ministri delle Infrastrutture e dell’Ambiente senza che vengano mai analizzati con profondità.

Si liquida la questione con “le decisioni sono già state prese e dunque sono le migliori possibili”.

Lo si disse anche per il Mose.


Il neoliberismo brucia le foreste

Amazzonia: con Bolsonaro la deforestazione è ai massimi dagli anni ‘90

Alice Mattei 
19 novembre 2019

Foto JOHANNES MYBURGH/AFP via Getty Images

Il presidente brasiliano Bolsonaro aveva detto, in campagna elettorale, che la protezione della foresta amazzonica non era tra le sue priorità. E’ stato di parola. Secondo i dati resi noti dal Governo brasiliano stesso, la deforestazione nella foresta pluviale amazzonica brasiliana è salita al suo massimo in oltre un decennio. L’agenzia di ricerca spaziale INPE (National Institute for Space Research ) del Brasile ha affermato che la deforestazione ha raggiunto 9.762 chilometri quadrati , con un aumento del 29,5%, nell’ultimo anno. Questo è il peggior livello di deforestazione dal 2008 e il più veloce dagli anni ‘90.

Il ministro dell’Ambiente Ricardo Salles ha affermato che l’aumento della deforestazione ha mostrato la necessità di una nuova strategia per combattere il disboscamento illegale, l’estrazione mineraria e il land grabbing, che a suo dire, sarebbero la causa principale dell’aumento della deforestazione. Sempre secondo il Ministro, tutte le opzioni sono sul tavolo per contrastare il fenomeno, inclusa l’attivazione dell’esercito. Nonostante questo Greenpeace si è detta convinta che la responsabilità dell’aumento del disboscamento sia di Bolsonaro che, con la sua retorica, avrebbe incoraggiato minatori e agricoltori illegali e creato un clima di impunità per coloro che abbattono illegalmente la foresta. “Il governo di Bolsonaro è responsabile di ogni centimetro di foresta distrutta. Questo governo oggi è il peggior nemico dell’Amazzonia”, ha dichiarato Marcio Astrini, coordinatore delle politiche pubbliche di Greenpeace. L’Osservatorio sul clima brasiliano, una rete di organizzazioni non governative che include Greenpeace, ha affermato che l’aumento della deforestazione nel 2019 è stato il più veloce in termini percentuali dagli anni ’90 e il terzo più veloce di tutti i tempi.

Euroimbecilandia riesce, questa volta, a mantenere il punto

19 NOVEMBRE 2019 01:30
Ue: "Nostra posizione non cambia, colonie di Israele illegali"


"La posizione dell'Ue sulla politica di insediamento israeliana nel territorio palestinese occupato è chiara e rimane invariata: tutte le attività di insediamento sono illegali ai sensi del diritto internazionale ed erodono la fattibilità della soluzione a due Stati e le prospettive di una pace duratura". Così l'Alto rappresentante Ue, Federica Mogherini, dopo la decisione Usa di riconoscere la legittimità delle colonie israeliane.

Si rimane basiti su questi politici statunitensi


Trump umilia ancora i palestinesi: "Legali gli insediamenti di Israele in Cisgiordania"

Il segretario di Stato Mike Pompeo dà un'incredibile spiegazione: "Abbiamo aumentato le probabilità per la pace". La reazione furente di Mahmoud Abbas

Israele regolarizza gli insediamenti sui territori

globalist18 novembre 2019

Di questo passo ai palestinesi non resterà più nulla se non accettare umiliazioni continue: ora gli Stati Uniti hanno cambiato radicalmente la loro politica verso gli insediamenti israeliani in Cisgiordania, che Washington non considererà più contrari al diritto internazionale.
"Abbiamo aumentato le probabilità per la pace", ha detto il segretario di Stato Mike Pompeo nell'annunciare la decisione che, ha spiegato, è stata presa in base ai "fatti sul terreno" e fornisce un'opportunità ad israeliani e palestinesi di "mettersi insieme e trovare una soluzione a questo problema assillante".
Per Pompeo, la precedente politica, voluta dall'Amministrazione Obama, non ha fatto fare progressi sulla strada della pace. Per il segretario di Stato Usa, la decisione annunciata oggi non pregiudica quello che dovrebbe essere lo status della Cisgiordania in qualsiasi eventuale accordo di pace.


In realtà, dopo il riconoscimento di Gerusalemme quale capitale di Israele e tutte le altre decisioni dell’amministrazione Trump c’è stato uno sbilanciamento a favore di Israele e allontana qualsiasi possibilità per una pace giusta.

Netanyahu esulta
La decisione di Washington "riflette una verità storica". Così l'ufficio del premier Benjamin Netanyahu commenta l'annuncio fatto dal segretario di Stato Usa Mike Pompeo sullo status degli insediamenti in Cisgiordania, che Washington non considererà più contrari al diritto internazionale. "La verità storica", afferma Netanyahu nella sua nota, è che "gli ebrei non sono colonialisti stranieri in Giudea e Samaria (la Cisgiordania, ndr). Infatti, ci chiamiamo giudei perché siamo il popolo della Giudea".
Inoltre, prosegue la nota, "la politica dell'Amministrazione Trump è corretta anche nell'affermare che coloro che hanno negato categoricamente qualsiasi base legale per gli insediamenti non solo negano la verità, la storia e la realtà sul terreno, ma fanno arretrare anche la causa della pace, che può essere raggiunta solamente attraverso negoziati diretti tra le parti".

L’ira dei palestinesi
La decisione Usa di non considerare più illegali gli insediamenti israeliani in Cisgiordania "contraddice totalmente" il diritto internazionale. Così Nabil Abu Rudeineh, il portavoce del presidente palestinese Mahmoud Abbas, replica all'annuncio fatto dal segretario di Stato Mike Pompeo. Rudeineh ha lanciato un appello agli altri Paesi affinché "dichiarino la loro opposizione" alla decisione di Washington. Per il portavoce di Abbas, l'Amministrazione Trump "ha perso ogni credibilità".

Mes truffa legalizzata, dai traditori, contro l'Italia

Alto tradimento

di ilsimplicissimus
16 novembre 2019

Suona il campanello e vi trovate di fronte invece che all’ennesimo venditore di servizi a un compunto assicuratore il quale vi vuole vendere un nuovo e rivoluzionario tipo di polizza sugli imprevisti finanziari e sulle intoppi alla vostra attività: ogni anno versate un premio di una certa entità, ma se qualcosa andasse storto e vi trovaste in difficoltà l’assicurazione interverrebbe prestandovi i soldi che avete già versato come premio o poco più. Prima però di poter avere questo denaro dovrete ridurre drasticamente il vostro tenore di vita, rinunciare alle spese sanitarie o a quelle scolastiche per i propri figli, ipotecare l’impresa e se necessario o compatibile mandare vostra moglie a battere. A questo punto non sapreste se chiamare la polizia perché vi trovate di fronte a un camorrista o il manicomio perché si tratta di un pericoloso alienato, ma mentre state decidendo il tizio tira fuori un tesserino dell’ Unione Europea e vi assicura che è tutto normale, comprensibile, logico e che anzi che questo tipo di polizza è obbligatoria.

Questo infatti è il nuovo meccanismo del Mes, ovvero il Meccanismo europeo di stabilità il quale prevede che gli stati in difficoltà, ovvero quelli che una cupola finanziaria ordoliberista decide che debbano esserlo, prima di avere in prestito i soldi che hanno già versato in precedenza, siano costretti a una serie draconiana di tagli e di macelleria sociale per ristrutturare il proprio debito, secondo criteri stabiliti dall’Unione e che sono assolutamente irrealistici.

Secondo molti osservatori, come ad esempio Scenari economici, questa nuova normativa è stata pensata specificamente contro l’Italia la quale in caso di difficoltà prima di essere aiutata dovrà chiudere ospedali, scuole e servizi, aumentare le tasse secondo le indicazioni direttamente provenienti da Bruxelles e mandare al macero quel po’ di welfare che le rimane. Dovrà insomma diventare la nuova Grecia. Ma questo per l’appunto dimostra come le istituzioni europee siano ormai del tutto impazzite e di fronte alla possibilità imminente di una nuova crisi non riescano a pensare altra via d’uscita se non stringere lo stesso cappio che ha provocato il declino e la stagnazione. Questo la dice lunga sull’ angustia intellettuale e morale nella quale si è costruita la Ue di Maastricht, la quale in fin dei conti ha nascosto dietro alcuni ideali di facciata un tentativo di politica neo reazionaria, sostanzialmente incarnata dalla moneta unica.

Tuttavia il fatto che in Germania – dove si assiste al rapido declino del modello mercatista e dove l’ossessione del bilancio ha provocato non solo vaste sacche di povertà e di disuguaglianza, ma un invecchiamento delle infrastrutture e la perdita di occasioni storiche come l’industria digitale – si stia pensando a un aumento della spesa pubblica e dunque a un cammino del tutto inverso rispetto a quello indicato dalla dottrina ufficiale imposta a tutti gli altri, mette in evidenza anche un’altra cosa: che lo sfaldarsi delle concezioni fondative dell’Ue di Maastricht di fronte all’inesorabile realtà, ha lasciato sempre più spazio a una corsa per l’egemonia. Questa era stata in qualche modo sempre presente dietro le quinte dello spettacolo unionista, palesandosi sotto false spoglie nel massacro della Grecia, ma ora assume caratteri decisamente evidenti ed entra in scena senza travestimenti: è chiaro che le grandi banche tedesche sempre sull’orlo di una crisi sistemica vedono nell’enorme massa del risparmio privato italiano, di gran lunga il più significativo del continente, un irresistibile tentazione. E Berlino farà di tutto per accontentarle ben sapendo che la massa di derivati che hanno in pancia supera di molte volte il pil tedesco e rappresenta l’altra faccia di quella medaglia di virtuosità apparente che il Paese vuole dare. Inoltre ci sono ancora pezzi dell’economia italiana che fanno gola: dunque il nuovo meccanismo del Mes risponde perfettamente a questo scopo.

Ovviamente su sollecitazione di carton Mattarella, Giovanni Tria ministro delle finanze del precedente governo Conte, ha subito firmato le modifiche al meccanismo che sono destinate alla scalata del Paese. Era scontato che accadesse visto che il governo Lega – M5S aveva pensato bene di chiamare a questa carica uno degli esemplari del più lutulento conservatorismo economico e di quel notabilato ottuso e pluri servile che domina il Paese da trent’anni, insomma un esemplare del ceto che meno è in grado di comprendere la natura economica e politica della crisi che ci attraversa. In ogni caso esso fa parte di quel mondo mentale ed morale che potremmo accostare per similitudine etica al badoglismo: la loro stessa esistenza è un alto tradimento.

Costanzo Preve - La verità in primis

Per Costanzo Preve

di Salvatore Bravo
16 novembre 2019

Ci lascia un'importante eredità morale e filosofica: cercare verità, complessità, libertà dalle conventicole. La filosofia non ha il compito di rassicurare, ma di porre domande, rinunciando alle facili risposte


Il 23 Novembre del 2013 è venuto a mancare Costanzo Preve. Non l’ho conosciuto personalmente, ma attraverso i suoi scritti ed i video in cui continuava a diffondere le proprie idee. Per me è stato un incontro importante. Le modalità con cui si può entrare in relazione con una persona sono plurime, i testi scritti ed i video sono il modo in cui è avvenuto quest’incontro. Costanzo Preve “mi ha parlato” in un momento storico dominato dalla chiacchiera e da un conformismo meno che mediocre; “mi ha comunicato” un messaggio. Ha ravvivato in me la passione per la verità e per la Filosofia. Non che non vi fosse, ma un pensatore che ha il coraggio della radicalità della filosofia, ha la forza morale ed intellettuale di far sentire a casa coloro che cercano la verità, o che si confrontano con essa. Normalmente la passione per la verità nella nostra epoca causa un senso profondo di estraneità, di distanza, per cui si ha la sensazione di essere sospinti in una indefinibile periferia a cui si giunge incalzati da una realtà sociale che sembra abbia rinunciato ad ogni possibile ricerca della verità. È un’immensa palude in cui tutto si omologa, in cui diventa la verità l’irrilevanza, sostanza che tutto muove senza che nulla muti.

Costanzo Preve si è tratto fuori dalla palude dell’irrilevanza, ed ha vissuto nella sua carne dolente la coerenza della filosofia che propugnava con le parole, con le argomentazioni logiche, con la scelta di vivere e testimoniare la sua posizione filosofica distante dalle accademie, dai luoghi in cui il pensiero diventa arte del meretricio. “Lo scandalo Preve” è consistito nel riaffermare la centralità della verità senza la quale la filosofia è solo una disciplina che si confonde con una serie di discipline altre. La verità è stata la sua trasgressione all’ordine costituito, trasgressione non priva di speranza, perché – come amava ripetere – l’essere umano per natura non può che pensare la verità. Pertanto gli innumerevoli “filosofi” della morte della verità e dell’osanna al capitalismo non sono che l’effetto di una congiuntura epocale. Le mode passeranno, mentre la verità degli uomini e delle donne non potrà fermare il proprio cammino.

Costanzo Preve: una voce fuori dal coro. Ma il suo messaggio è giunto a me nella sua forza veritativa. Egli ha difeso strenuamente il valore e la dignità della filosofia dalla sua riduzione a presenza decorativa e decaffeinata nei salotti del capitale. La verità in primis, Costanzo Preve, lo ha ribadito nell’arco di tutta la sua vita:

«Per l’appunto. La verità filosofica nasce infatti da un terzo approccio, che non è né religioso né scientifico. L’aspetto della verità filosofica è quello dialogico. La verità nasce da un agone dialogico, da una “lotta amichevole” come quella che stiamo facendo noi due ora, per avvicinarsi il più possibile alla verità. Rimane però anche qui un problema: nella storia dell’uomo, l’agone dialogico è per definizione interminabile. Pertanto, chi ricerca la verità solo nell’agone dialogico, non troverà la verità se non nel dialogo. Il dialogo stesso, però, ha questo equivoco: da un lato è lo scopo della ricerca della verità, e dall’altro il mezzo con cui essa può essere raggiunta. Questa è, a mio parere, la contraddizione strutturale della filosofia, da cui essa non potrà uscire mai. Se il dialogo è lo scopo, la verità non è più lo scopo, ma semplicemente una forma di vita saggia, che sostituisce la violenza con la contrattazione. Se invece il dialogo è un mezzo per la realizzazione della verità, la verità stessa diventa scopo, ma allora è messa oltre il dialogo. Il dialogo filosofico ha questa caratteristica essenziale: che ad ogni proposizione può essere opposta un’altra pro-posizione. Personalmente, non credo in un dialogo filosofico risolutivo dei problemi. Mentre la scienza conosce quei metodi definitori chiamati protocolli, accertamenti, sperimentazioni e così via, e perciò permette alla comunità scientifica di chimici, fisici e biologi di giungere almeno a delle verità provvisorie condivise dalla comunità di appartenenza, la filosofia per sua natura non dispone di simili metodi».[1]

La verità filosofica non è un ciclo concluso e consegnato alla storia, la verità ha la sua struttura imprescindibile nel dialogo. Pertanto è sempre oggetto di ridefinizioni, di spostamenti argomentativi. La verità è socraticamente disposta all’altro. Per la sua radicalità senza integralismo, analizza ogni passaggio, è processuale, disposta a cercarne le falle della sua costruzione: il risultato è sicuramente importante, ma fondamentale è il processo veritativo, ed ogni processo è necessariamente comunitario.

Verità e filosofia

La precondizione per svolgere l’attività filosofica è il credere argomentato nella verità. Costanzo Preve, in tal modo, effettua un chiaro taglio epistemologico tra le filosofie e le sue imitazioni. La pluralità delle filosofie non nega la verità, anzi ciascuna curva la verità secondo prospettive che si completano, si integrano, senza confondersi o cannibalizzarsi, perché la filosofia e la verità sono in uno stato di perenne tensione, di ricerca dell’alterità. La insegue al fine di autochiarirsi: la filosofia rinuncia al tribalismo dell’appartenenza per scegliere la dialettica della comprensione:

«E tuttavia, il primo problema della filosofia consiste nel chiarire che non c’è contraddizione fra la fisiologica pluralità delle scuole filosofiche e la sostanziale unicità della verità, per cui la pluralità non determina necessariamente relativismo.

Che cos’è allora la filosofia? Do senza arroganza alcuna la mia definizione. La filosofia è un’attività comunitaria, che si determina necessariamente in individualità nominative. Queste individualità nominative, tuttavia, anche se sembra che passino il tempo scambiandosi solo opinioni, in realtà si muovono su di un terreno che presuppone l’esistenza della verità, per cui la filosofia ha come oggetto la verità, non il semplice scambio delle opinioni, che è soltanto propedeutico per la comprensione della verità stessa. Chi ha espresso meglio questo concetto è stato nell’antichità Platone, e nella modernità Hegel».[2]

La contaminazione

Filosofare è dunque trascendere gli steccati ideologici. Il filosofo cerca il confronto, travalica i confini, per cui non teme di essere tacciato di incoerenza e di opportunismo, ma si assume il rischio dell’incomprensione in nome della verità. Costanzo Preve può confondere, in quanto invita ad un riorientamento gestaltico, ovvero a ripensare categorie e paradigmi in cui spesso ci si rifugia. L’alterità politica e filosofica non è un nemico da evitare. Anzi, se si ha la chiarezza di cercare la verità, se si ha il coraggio di assumere una posizione filosofica personale, la cui genealogia è nella parola che unisce senza facili sovrapposizioni identitarie, non si deve temere la “contaminazione” con la parte avversa, la quale può essere motivo per analizzare, per disegnare confini consapevoli e specialmente nuove mappe concettuali alle quali giungere mediante il faticoso attraversamento delle posizioni dell’altro. Perché ciò possa accadere si dev’essere disponibili a congedarsi da se stessi, a rinascere dolorosamente in nuovi concetti che non eliminano la nostra storia personale, ma la integrano, ed in altri casi la trascendono in nuovi orditi:

«Noi siamo sempre ipnotizzati, e quindi di fatto paralizzati, non tanto dall’incantesimo dell’appartenenza originaria (e quindi dal senso di colpa sprigionante dalla coscienza inquieta di averla abbandonata), quanto dall’attrazione gravitazionale verso il profilo ideale e culturale che ci ha originariamente costituiti. Come ha scritto genialmente Krahl a proposito di Adorno, è difficile congedarsi senza congedo. Ma solo chi è integralmente congedato dal proprio congedo potrà veramente tendete ad una nuova sintesi […]. Vorrei soffermarmi ancora sul mio caso, cosa legittima visto che in fondo la domanda l’hai rivolta a me. Io ritengo di aver attuato con un certo successo la problematizzazione aporetica dell’identità culturale di sinistra, di aver proposto un’interpretazione originale del pensiero di Marx sia sul suo versante filosofico che sul suo versante scientifico, di aver criticato con la necessaria spietatezza la tradizione marxista italiana sia nel suo aspetto storicistico che nel suo aspetto operaistico, di aver avviato un confronto fra la tradizione filosofica marxista e tradizioni ad essa in vario modo ostili, e di aver infine infranto il tabù dell’impurità e del pensiero magico animistico imperfettamente secolarizzato pubblicando e stampando per case editrici “intoccabili”». [3]

Il pensiero complesso

L’immaginario della contaminazione non solo favorisce le appartenenze ideologiche, ma specialmente esemplifica le posizioni concettuali. Poiché ci si rifugia tra eguali, è naturalmente facile l’impegno filosofico ed intellettuale di coloro che si circondano di eguali che puntualmente condividono la sua “opinione”. La paura della contaminazione va superata in nome della complessità, del pensiero che esige la presenza di posizioni plurime prima di concettualizzare l’argomentazione. La complessità è il segno distintivo della filosofia, essa necessariamente vuole che non si debba temere la dialettica, l’altro è nemico della filosofia se fa dell’ateismo nelle sue forme plurali l’unico facile obiettivo del suo filosofare:

«L’immaginario della contaminazione è di tipo religioso, e mi sembra che su questo non vi siano dubbi. In proposito, è quasi comico (anche se talvolta irritante) che i cosiddetti “laici” non sembrino sospettarlo, laddove si è qui di fronte ad uno dei casi più macroscopici di secolarizzazione imperfetta di una categoria religiosa precedente. Per quanto riguarda il caso Alain De Benoist, ritengo che questo immaginario della contaminazione debba essere ulteriormente “disaggregato” in due elementi, e cioè la contaminazione per un peccato originale irriscattabile, da un lato, e la contaminazione dovuta ad infiltrazione nello spazio storico della sinistra, considerata aprioristicamente luogo del bene, dall’altro».[4]

Filosofare non è paragonabile con l’abitudine alla chiacchiera colta. Filosofare significa utilizzare una chiara metodologia di ricerca. Nel caso di Costanzo Preve consiste in primis nel dialogo comunitario, sulla deduzione sociale delle categorie e sull’ontologia dell’essere sociale, modalità non contrattabili della metafisica previana:

«La pratica filosofica deve invece strutturarsi non sulla (impossibile) prevedibilità, oppure sulla (ancora più impossibile) scientificità, ma su tre solidi fondamenti: il carattere dialogico comunitario, la deduzione sociale delle categorie, e l’ontologia dell’essere sociale».[5]

Costanzo Preve ci ha consegnato e donato una importante eredità morale e filosofica: verità, complessità, libertà dalle conventicole che erigono muri di fango. La filosofia non ha il compito di rassicurare, anzi pone domande, ci invita a rinunciare alle facili risposte le quali sono il vero veicolo della violenza a cui la filosofia si oppone con la verità della parola.

Note
[1] C. Preve – L. Grecchi, Marx e gli antichi greci, Petite Plaisance, Pistoia 2005, p. 28.
[2] C. Preve, Il significato di filosofia, Arianna editrice, 18/1/2013
[3] A. De Benoist – G. Giaccio, Dialoghi sul presente, controcorrente, Napoli 2005, pp. 75-76.
[4] C. Preve, Il paradosso De Benoist, Settimo Sigillo, Roma 2006, p. 20.
[5] C. Preve, Una nuova storia alternativa della filosofia, Petite Plaisance, Pistoia 2013, p. 516.
Materiale reperibile sul sito Pétite Plaisance

L’Italia, come la Spagna, non può permettersi che venga posto un limite al possesso di titolo di stato nazionali. Questa è l'Unione bancaria che hanno in testa i tedeschi. I politici italiani con il fanfulla Salvini in testa che pensano che l'euro sia irreversibile... non andiamo da nessuna parte

Francia vs. Germania, Italia ancora sconfitta

Lorenzo Torrisi intervista Sergio Cesaratto
17 novembre 2019

Angela Merkel conta sempre meno in Germania, ma la Francia non ottiene veri risultati. Per l’Italia ci sono sempre meno spazi in Europa

Si avvicina il 27 novembre, data in cui il Parlamento europeo potrebbe essere chiamato a esprimersi sulla fiducia alla nuova Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen. Non si escludono sgambetti e colpi di scena dopo che martedì sono cominciate le audizioni dei tre nuovi commissari nominati da Francia, Ungheria e Romania. Si continua intanto a discutere dell’apertura sull’unione bancaria arrivata da Olaf Scholz, che è stata vista anche come una mano tesa all’Italia, visto che anche Angela Merkel, durante il suo incontro di lunedì con Giuseppe Conte, è tornata sull’argomento. Abbiamo chiesto un commento a Sergio Cesaratto, professore di Economia politica all’Università di Siena.

* * * *

Professore, cosa pensa di questa apertura tedesca sull’unione bancaria?

Scholz è un esponente della Spd, che è ormai il quarto partito in Germania. La Cdu è tutt’altro che convinta di questa apertura. Certo non c’è una chiusura, come dimostrano le parole di Angela Merkel, ma è bene essere prudenti. Un’apertura è sempre positiva, però forse siamo ancora lontani da un vero accordo.

Bisognerà in ogni caso da parte italiana evitare, come già accaduto in passato in materia bancaria, di aderire a un sistema di regole che risultano poi penalizzanti…

L’Italia, come la Spagna, non può permettersi che venga posto un limite al possesso di titolo di stato nazionali. Le nostre banche sarebbero infatti costrette a “svendere” quelli che hanno e questo avrebbe conseguenze sui rendimenti stessi dei Btp e sullo spread.

Ci vorrà del tempo quindi per arrivare a un accordo sull’unione bancaria.

Credo proprio di sì. Se venisse varata una qualche forma di eurobond, un safe asset europeo, che aiuterebbe anche a fare dell’euro un riferimento per i pagamenti internazionali, potendo con questo titolo i paesi stranieri accumulare riserve nella nostra valuta, si avrebbe una forma di europeizzazione del debito e a quel punto si potrebbe anche accettare che le banche italiane riducano la quota di Btp in detenzione. Del resto con tassi di interesse più bassi sui titoli si avrebbero anche più risorse nel bilancio pubblico per fare politiche fiscali.

C’è però chi ha evidenziato che l’apertura tedesca sia funzionale proprio agli interessi della stessa Germania, viste le difficoltà di Deutsche Bank e Commerzbank. Cosa ne pensa?

Certo, il sospetto viene, visto che di fatto salvando la Grecia con risorse stanziate anche dall’Italia si sono salvate banche francesi e tedesche, ma che la Berlino possa ricorrere a un ombrello europeo per salvare i propri risparmiatori avrebbe un po’ dell’incredibile Non dimentichiamo poi che la Germania ha già salvato all’inizio della crisi le proprie banche e lo può benissimo rifare: la situazione dei suoi conti pubblici glielo consente. Non so poi se per motivi interni voglia rassicurare i risparmiatori con una garanzia europea sui depositi. Anche se credo che si sentano più rassicurati da una garanzia del proprio Paese.

Più che un asse tra Francia e Germania, ultimamente si assiste più a una rivalità tra questi due paesi. Non trova?

Sì, Macron però non è riuscito a strappare una virgola a Berlino. La Merkel non si è certo comportata da leader di un’Europa che evolvesse verso un’unione monetaria più sostenibile. E adesso la Germania sta andando drasticamente a destra, anche la Cdu si sposta in quella direzione per non perdere voti. I Verdi è difficile capire cos’abbiano realmente in testa. Le speranze francesi di spostare qualcosa in Europa mi sembrano basse.

L’Italia può cercare di approfittare di questa situazione schierandosi dall’una o dall’altra parte?

Stante il fatto che uscire dall’euro non dico sia impossibile ma quasi, certamente è un’impresa complicata, allora bisogna far politica. Già la situazione economica “ordinaria” non è facile per l’Italia. Se poi consideriamo, come si è visto in questi giorni, che c’è l’esigenza di interventi sul territorio per affrontare i cambiamenti climatici, piuttosto che di risolvere crisi aziendali importanti, come il caso Ilva, la situazione si fa meno rosea. Il problema è che in Europa purtroppo però gli spazi di manovra si stanno restringendo.

Sarebbe meglio appoggiare le iniziative francesi o piuttosto quelle tedesche?

Credo che ci convenga cercare di creare iniziative politiche con la Francia e con la Spagna che ora avrà un Governo anche se un po’ traballante. Gli spazi di manovra con la Germania che già faceva poca leadership prima, adesso non potranno che restringersi. Mi sembra poi che questa politica di appeasement di Conte nei confronti della Merkel non serva a nulla. Capisco anche che la Cancelliera sia una sorta di anatra zoppa, ma non si può non dire una parola, chinare il capo e annuire. Tanto peggio di così i tedeschi che ci possono fare?

“Coloro che sono contro il fascismo senza essere contro il capitalismo, sono come quelli che vorrebbero mangiare vitello senza uccidere il vitello” (Berthold Brecht)

Bolivia, chi, come, perchè
Internazionale fascista e Quarto Potere

di Fulvio Grimaldi
17 novembre 2019

Quelli che gridano “al lupo fasciorazzista” e non lo vedono quando c’è


“Una stampa cinica, mercenaria, demagogica produrrà nel corso del tempo una società altrettanto spregevole”. (Joseph Pulitzer)

“Coloro che sono contro il fascismo senza essere contro il capitalismo, sono come quelli che vorrebbero mangiare vitello senza uccidere il vitello” (Berthold Brecht)

Lo strabismo autoindotto dei media

La manipolazione-mistificazione-falsificazione dei media di regime, che ciarlano, a proposito di Bolivia, di un paese rivoltatosi in nome della democrazia contro il caudillo che non vuole mollare il potere, è scontata. Come lo è la demagogia e retorica progressisto-cerchiobottista che celebra la Bolivia di Evo Morales, ma con la riserva che era estrattivista e lui si ostinava a fare il presidente a vita. Sono gli stessi sedicenti progressisti che rimpiangono gli Usa multilateralisti di Obama e Hillary. Che poi sarebbero i due protagonisti delle sette guerre di sterminio, dei colpi di Stato in Honduras, Paraguay e Ucraina e di varie rivoluzioni colorate. Tra l’altro utilizzando le stesse manovalanze: terroristi islamici o pseudo-islamici in Oriente, ancora quelli, più lo squadrismo neonazista, in Europa, squadristi fascisti in America Latina dove islamisti non ce ne sono. Con la particolarità asiatica degli squadristi neocolonialisti, fascioteppisti quanto altri mai, sotto le bandiere britannica e statunitense a Hong Kong. E dunque amati dal “manifesto”.

Di queste manovalanze il nostro paese sa tutto, sulla base di dati processuali e d’inchiesta, fin da De Lorenzo, paragolpe Borghese, Piazza Fontana, terrorismo mafiostatale. Sa anche tutto, ma alla Pasolini, sui relativi mandanti, interni ed esteri.

E’ assordante il coro dei chierichetti dell’establishment che, ogni due per tre, gridano al lupo, vale a dire alla minaccia del fascismo risorgente, sotto forma di Salvini, Casa Pound, o Le Pen, Orban, AFD tedesca. O dell’antisemitismo, o del bullismo, o dell’odio dilagante da ogni poro. Per poi vedere nei golpisti boliviani il bisogno di democrazia.

Fascismo operetta e fascismo che opera

Minacce inventate, o gonfiate all’inverosimile, o solo potenziali, o perfino supposte, che stanno a quanto davvero ci viene inflitto dal capitalismo, come i razzi di Gaza stanno ai missili di Israele, o come l’% della ricchezza planetaria in mano al 50% degli umani sta al 45% dell’1% degli umani. O come le buggerature della mia locale Cassa di risparmio stanno agli interventi del Fondo Monetario Internazionale. Chi è più fascista, l’ungherese Orban, che ha la migliore distribuzione della ricchezza di tutti i paesi dell’UE, o la famiglia Walton che, con i suoi supermarket Walmart, guadagna 70.000 dollari al minuto grazie alla dabbenaggine di consumatori decerebrati e il lavoro schiavistico degli addetti?

Quando parliamo di manovalanza fascista parliamo di delinquenza pura e semplice, o di cretinotti nostalgici di quanto non conoscono. Ma che indossano roboanti “valori” e simboli detti fascisti, valori che, rispetto a quelli imposti oggi dall’élite, valgono quelli di un Carminati a paragone di Jack lo Squartatore. Delinquenza teppista che indossa la camicia nera, mentre persegue obiettivi che gli vengono dettati da razzisti molto in alto nella scala sociale e geopolitica, perlopiù attraverso i centri nevralgici del capitalismo imperialista, servizi segreti e Ong. Questo nella fase della propaganda eversiva e del reclutamento di inclini alla violenza. Quando poi si tratta di venire alla luce del sole, nella battaglia risolutiva, ecco che si tramutano in attivisti dei diritti umani e della democrazia contro un dittatore…. fascista.

Così è in Bolivia, in Ucraina, Venezuela, Honduras. Questo serpeggia nelle “rivolte popolari” finalizzate al cambio di regime in Stati che non si fanno riassorbire dal colonialismo. Il colpo di Stato in Bolivia parte da lontano, con una prima fase nel 2008 e quella attuale attivata nel 2016, in occasione del referendum per un terzo mandato di Evo Morales. Ha subito un’accelerazione quest’anno, alla vista del vento contrario al revanscismo neoliberale e fascistoide di Duque in Colombia, Pinera in Cile, Bolsonaro in Brasile, Hernàndez in Honduras: la sollevazione di un intero popolo in Cile, la vittoria del peronismo di sinistra con Cristina Kirchner e Alberto Fernàndez, le proteste di massa in Honduras e Haiti, la vittoria di Obrador in Messico, la resistenza vittoriosa di Maduro in Venezuela e Ortega in Nicaragua.

La preda del capitalismo del terzo millennio: litio

E, sul piano strettamente economico, la messa in opera, con due società tedesche e una svizzera, dell’immensa ricchezza mineraria della Bolivia, paese che, insieme all’Argentina, vanta i più vasti giacimenti di litio nel mondo, il minerale necessaria alla terza rivoluzione industriale, quella degli smartphone, dei tablet, delle vetture elettriche, eccetera.


Hai visto mai che Morales avrebbe nazionalizzato quel popò di roba, indispensabile alla ripresa del profitto capitalista nel nome di Greta e con la supervisione delle piattaforme di Silicon Valley. Indispensabile anche alla prevalenza su Cina e Russia, come al controllo sugli esseri umani tutti? Molti, negli States, ricordano, con brividi lungo la schiena, la “Guerra del gas” e poi quella dell’acqua in Bolivia, quando un intero popolo si ribellò alla svendita dei suoi beni maggiori alle multinazionali Usa e, guidato da Evo e dal partito Movimento al Socialismo (MAS), si liberò dell’ultimo dei suoi caudilli, Sanchez De Lozada. Costui, dopo aver massacrato 70 cittadini, se ne dovette fuggire. Dove? Indovinate un po’. Lo sostituì il suo vice, Carlos Mesa, poi sepolto, nel 2006, da una valanga di voti per Morales, a dispetto della sedizione dei separatisti fascisti di Santa Cruz, emersi in quell’occasione. Avevo intervistato Evo poche settimane prima. Potete vederlo nel mio “L’Asse del bene”.

Come falsare un referendum

In occasione del referendum sulla rielezione di Morales si è riattivata la piaga purulenta dei feudatari secessionisti di Santa Cruz, provincia del Sud, che Morales non è riuscito, nei suoi 13 anni, a ridurre alla ragione di un’equa distribuzione delle terre, fuori dalla logica del contadino indigeno servo della gleba e relegato ai margini della società da un razzismo più virulento di quello nostro, al quale dobbiamo lo sradicamento dei migranti africani, asiatici e mediorientali. Non mi riferisco alla vittoria di misura di Evo nelle ultime elezioni presidenziali, verificata da osservatori indipendenti, ma non dall’Organizzazione degli Stati Americani che, con il lacchè amerikano Luis Almagro, già sperimentato su Venezuela e Honduras, ha insinuato la probabilità di “inesattezze”.

Rivolta di un popolo, o pogrom di manovali fascioteppisti?


Abbiamo tutti potuto vedere il pogrom anti-indigeni di questi giorni che ha visto l’uscita di scena di Evo e del suo vice Linera e l’ingresso nel palazzo presidenziale dell’autoproclamata presidente Jeanine Anez, la Guaidò boliviana, 
subito riconosciuta da Washington
e del tribuno fascista dei Comitati di Santa Cruz, Luis Camacho. Entrambi hanno fatto ingresso in parlamento con in mano la bibbia e sulle labbra la maledizione alla pachamama, divinità degli indios Aymara e Quechua (“la pachamama non tornerà mai in questo palazzo, la Bolivia appartiene a Cristo”, così la signora presidente) e con sotto alle scarpe la wiphala, la loro bandiera, quella che, con l’indio Morales, sventolava insieme alla nazionale. Quando si parla di razzisti e fascisti a proposito. E di odio.

Parlo invece del 2016, referendum sulla rielezione di Morales, sancita dalla Corte Costituzionale e inizio della corsa al golpe. In un’atmosfera di pesantissime accuse di immoralità, irresponsabilità, frode e menzogna, Morales, che aveva trionfato con larghissimo margine in tutte le elezioni, perse il referendum per pochi voti. Sulla stampa che, come evidentemente l’esercito e la polizia, diversamente da Hugo Chavez in Venezuela, Evo non era riuscito a bonificare dal controllo dell’oligarchia della destra bianca, da sempre golpista e connessa agli Usa, si scatenò un urgano di atroci calunnie: Evo avrebbe avuto un figlio segreto da una relazione extraconiugale e poi avrebbe rinnegato il bambino e ripudiato la donna. Di cui, tuttavia, avrebbe favorito una vertiginosa ascesa sociale e istituzionale.

Il presidente non negò la relazione e neanche la nascita del figlio, che però sarebbe quasi subito morto. Mentre della donna, convolata ad altri rapporti, non si sarebbe più occupato. Quella che una prestigiosa femminista aymara, Adriana Guzmàn, definisce una “élite bianca, razzista, patriarcale, clericale e padronale”, non si diede per vinta e, alla vigilia del voto, produsse un ragazzo di cui la presunta madre, passata all’opposizione, affermava essere il figlio di cui Evo si sarebbe disinteressato. Fu il fattore che probabilmente determinò disgusto e delusione in settori dell’elettorato e, quindi, determinò l’esito del voto in tal modo manipolato. Troppo tardi gli architetti del complotto rivelarono l’inganno, rifiutandosi di fare il confronto del DNA. Da allora il presunto figlio è svaporato nel nulla.

13 anni di indipendenza ed emancipazione

Tuttavia, l’uomo che aveva cacciato l’FMI e le Ong colonialiste, che aveva ridotto la povertà dei boliviani dal 40 al 15%, garantito a tutti istruzione e sanità, aumentato l’aspettativa di vita dai 56 ai 72 anni, ridotto la disoccupazione al 4%, risultato migliore del subcontinente, ed elevato il tasso di crescita al quasi 7%, anche questo il più alto dell’America Latina, solidificato l’asse antimperialista ed emancipatorio, da quella campagna rimase indebolito. Al punto che a dargli la maggioranza di 10 punti alle recenti elezioni, evitando il ballottaggio, ci vollero i 600mila voti arrivati nelle ultime ore dai distretti più lontani, indigeni e contadini. Coloro sui quali in queste ore si abbatte la furia genocida degli squadristi del multimilionario Luis Camacho, detto, per la gioia di Adriana Guzmàn, “el macho Camacho”.

Se il cosiddetto Quarto Potere, quello che è passato da “cane da guardia contro il Potere” a “cane da guardia contro il popolo”, non fa trasparire, neanche fra le righe la definizione “colpo di Stato”, e si guarda bene di dare del fascista al carcinoma che punta a rimangiarsi la Bolivia, “el macho Camacho”, è il classico prodotto coltivato dalle Ong e dai servizi di quei paesi che hanno dato vita all’orda Al Qaida e Isis, come a Ordine Nuovo e succedanei da noi. Se noi abbiamo avuto Delle Chiaie (e poi, più raffinatamente, le finte BR), loro hanno Luis Fernando Camacho. El Macho era, fino a ieri, un oscuro squadrista di una famiglia arricchitasi col gas, poi nazionalizzato da Morales, a capo della fascistissima Uniòn Juvenil Crucenista, di Santa Cruz, affratellata al battaglione nazista Azov di Kiev, ai suprematisti indù della RSS e a quanto resta della Falange spagnola. Fino adesso si era fatta le ossa nei pestaggi di indigeni, contadini Semterra che lottano contro il latifondo, giornalisti non conformi, sostenitori di Evo, tv di Stato. Grazie alla benevolenza della CNN, del New York Times e dell’agenzia britannica Reuter, è assurta a popolarità internazionale e a vindice della democrazia boliviana. Ci fosse ancora Delle Chiaie, sarebbe lì.

Sempre facenti parte della manovalanza fascio-teppista per i regime change imperiali, che poi diventano gli organizzatori del sostegno fascio-teppista ai regimi tirannici, grazie a loro dagli Usa installati ovunque possibile, sono i consiglieri ideologico-organizzativi della dimensione fascio-teppista internazionale, stavolta senza Otpor e pugno chiuso, ma con tanto di logo simil-SS e saluti romani.

Washington e l’Internazionale nera

Padrino e maestro di Camacho è il fascistissimo oligarca e terrateniente croato Branko Markovic, erede di una famiglia legata agli Ustasha di Ante Pavelic, oggi fervente sostenitore di Bolsonaro e del terrorista venzuelano Leopoldo Lopez. Nel 2008 fu accusato di un tentativo di assassinio di Morales in combutta con elementi croati e ungheresi e un neofascista irlandese, Michael Dwyer. Ai cospiratori aveva fatto avere 200.000 dollari. In fuga, aveva ottenuto asilo politico negli Usa. Rientrato, avendo avuto parte delle sue terre espropriate da Morales, ha creato e presieduto il Comitato Santa Cruz, punta di lancia di un separatismo che, adesso, punta al paese intero. La Federazione Internazionale dei Diritti Umani, pur tenera nei confronti degli abusi Usa, ha stigmatizzato il Comitato come “attore e promotore di razzismo e violenza in Bolivia”. Quella che si vede ora per le strade del paese, nella caccia all’indio e all’evista (fenomeno di cui i nostri media invertono cacciatori e prede). Il Comitato è il successore della Falange Socialista Boliviana, gruppo fascista, stavolta con precisa ideologia, che ospitò molti gerarchi nazisti, compreso Klaus Barbie.

Squadrismo internazionale: Dwyer e Rosza

Altro esponente dell’internazionale squadrista a disposizione del terrorismo Usa, protagonista della campagna golpista era Eduardo Rosza-Flores, che combinava la sua iscrizione all’Opus Dei, organizzazione cattolica cara al franchismo, con la maschera del giornalista sinistrorso. Protagonista del tentativo di assassinare il primo presidente indio dell’America Latina (Chavez era meticcio), aveva combattuto contro la Jugoslavia unita nella formazione neo-ustasha croata, “Primo Plotone Internazionale (PIV)”, un reparto tracimante elementi criminali, fascisti e nazisti, tedeschi e irlandesi. Rientrato in Bolivia, fu ucciso in un hotel di lusso di Santa Cruz. Il governo boliviano pubblicò una serie di messaggi email tra il terrorista e l’agente Cia ungherese Istvan Beloval.

Altro collegamento tra Washington e i cospiratori era costituito da Hugo Acha Melgar, fondatore della filiale boliviana dell’americana “Human Rights Foundation”, Ong che ospita una “Scuola della rivoluzione” per fascioteppisti disposti a impegnarsi in rivoluzioni colorate e regime change. Una dirigente di questa Ong, finanziata anche da Amnesty International, Jhanisse Vaca Daza, contribuì al lancio del Golpe, diffondendo accuse a Morales per gli incendi nell’Amazzonia boliviana. Un gruppo, questo, che si vanta di essere attivo anche nei pogrom di Hong Kong.

Verso la resistenza

Su questa manovalanza squadrista internazionale ci sarebbe ancora parecchio da aggiungere, tra nomi e fatti. Ora conta osservare cosa succede. Se la forza maggioritaria del popolo, che sono i sostenitori di Morales e del MAS, riesce a prevalere sulla sanguinaria repressione di polizia, militari e relative orde fascioteppisti. Se finisce in uno stallo, comunque fallimentare per i golpisti, come in Venezuela. O se i i feudatari razzisti bianchi, con la loro manovalanza, riescono a consolidarsi. Forse Evo Morales ha fatto un errore a rifugiarsi nel lontano Messico dell’ottimo Obrador. Semmai era più vicina la confinante Argentina, dove Kirchner e Fernandez stanno subentrando al virgulto Usa Macri. Forse avrebbe potuto restare tra i suoi sostenitori che, privati del leader, potrebbero sentirsi senza guida, addirittura abbandonati. Vai a sapere. Un grosso errore il presidente l’aveva già commesso, quando ha invitato l’OAS, ambasciata degli Usa per l’America Latina, con il fantoccio dello Stato Profondo Almagro, a verificare i risultati elettorali. L’avevo definita, nel pezzo precedente, un’ ingenuità incomprensibile.

Tocca chiudere. E finisco con un riferimento alla recente votazione delle Nazioni Unite sulla condanna del nazismo e del fascismo. Una risoluzione presentata dalla Russia (oltre 20 milioni di morti nella guerra contro il nazismo) e votata da 121 Stati contro 2. Il resto, Italia compresa, ha ritenuto non valesse la pena pronunciarsi. A favore, oltre a Russia, Bielorussia, Cina, Cuba, La Repubblica Popolare di Corea, Nicaragua, Venezuela, Siria, Zimbabwe, tutti paesi sotto sanzioni decretate dagli Usa o dall’ONU. Contro, Stati Uniti e Ucraina. C’è coerenza tra quel voto degli Usa e quanto succede in Bolivia. E non solo in Bolivia.