Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 23 gennaio 2019

Russia - una paese odiato perchè ha avuto la capacità di risollevarsi e sganciarsi la Pensiero Unico del Politicamente Corretto

PER LA RUSSIA, PRONTO UN “PIANO KIVUNIM”

Maurizio Blondet 21 Gennaio 2019 

“Gestire la dissoluzione della Russia” (Managing Russia’s Dissolution) è il titolo di uno studio apparso su The Hill. A firma di Janusz Bugajski, propugna il progetto di “perseguire attivamente lo smembramento della Russia”.

Il signore esordisce ammettendo che le sanzioni alla Russia, in quanto “limitate”, hanno solo rafforzato nel Cremlino la convinzione “che l’Occidente è debole e ripetitivo”. Occorre dunque una nuova strategia: “rendere più nutrito il declino della Russia e gestire le conseguenze internazionali della sua dissoluzione.

Janusz Bugajski

Si può approfittare della “frammentazione etnica e regionale” di cui è composto questa federazione, deplorevole moralmente e fragile in quanto “costruzione imperiale”, e “nutrirla” (seminando zizzania) grazie alla “mancanza di dinamismo economico” di cui soffre. Aggravando il “deterioramento delle condizioni economiche” e “senza democratizzazione all’orizzonte”, “la struttura federale diventerà sempre più ingovernabile”.


Date le 106 componenti etniche e religiose della Russia, il gioco sarà facile. Palesemente il Bugajski propone l’applicazione alla Russia del Piano “Kivunim”, dal nome della rivista ebraica che nel dal 1982 propugnato la spaccatura di di tutti gli stati di religione islamica “secondo le loro linee di frattura etniche e religiose”. Come nella rivista Kivunim (“Direttive” in ebraico) l’autore Oded Yinon passava in rassegno uno per uno Irak, Siria, Libia, Iran, e le minoranze etnico-religios sulla cui insoddisfazione far leva per provocarne la dissoluzione in staterelli nazionalisticamente omogenei”, così Bugajski mette in rilievo che “l’ingombrante federazione è composta di 85 ‘soggetti federali’, di cui 22 repubbliche che rappresentano etnia non russe, tra cui il Caucaso settentrionale e il Volga medio, e numerose regioni con identità distinte che si sentono sempre più estraniate da Mosca. In estremo oriente, regioni come Sakha e Magadan e in Siberia, con la loro notevole ricchezza di minerali, potrebbero essere Stati di successo senza lo sfruttamento di Mosca”. Lì, dove cresce il malcontento per i governatori russi e la”russificazione” dettata da Putin, le infrastrutture fatiscenti fanno sì “che i residenti della Siberia e della Russia dell’Estremo Oriente saranno ancora più separati dal centro, incoraggiando così le richieste di secessione e sovranità”.

Infatti, “la Russia non è riuscita a diventare uno stato nazionale con una forte identità etnica o civica. Rimane una costruzione imperiale a causa della sua eredità zarista e sovietica”.

Per Janusz si tratta di rendere pan per focaccia: Putin, sostiene, “cerca di dividere l’Occidente e di frantumare l’Unione Europea e la NATO sostenendo partiti nazionalisti e separatisti in Europa”; altrettanto “ Washington ha bisogno di tornare ai principi fondamentali che hanno accompagnato il crollo dell’Unione Sovietica sostenendo la democratizzazione, il pluralismo, i diritti delle minoranze, il decentramento e l’autodeterminazione regionale” onde seminare la discordia fra le minoranze e creare movimenti separatisti.

“Alcune repubbliche nel Caucaso del Nord, nel Medio Volga, in Siberia e nel lontano oriente potrebbero diventare stati completamente indipendenti e stringere relazioni con Cina, Giappone, Stati Uniti ed Europa”.

Alla fine, altre [di queste] “regioni potrebbero “ricongiungersi a paesi come Finlandia, Ucraina, Cina- e il Giappone, di cui Mosca in passato s’è appropriata di territori con la forza”. Insomma non tanto “autodeterminazione” quanto smembramento ed annessione agli Stati vicini. Nessuna speciale riflessione è dedicata alla distribuzione fra questi staterelli nuovi e con conti da regolare, gestiti da nazionalisti accesi, delle 6800 testate atomiche oggi centralizzate nelle mani di Mosca. Evidentemente per Janusz ci sono nazionalismi buoni, da distinguere dai sovranismi cattivi, gestiti da nazionalisti malvagi, quelli dei sovranisti europei, che esistono solo perché istigati da Putin.

Solo, “per evitare improvvisi sobbalzi geopolitici e possibili scontri militari, Washington deve monitorare e incoraggiare una rottura pacifica e stabilire collegamenti con entità emergenti”.
Il rinnovato apparato neocon incistato nel governo USA

Bugajski non parla di privato opinionista che esprime una personale veduta. Egli è dirigente del Center for European Policy Analysis, che non è uno dei tanti think-tanks (pensatoi) di Washington dove le varie lobbies elaborano proposte politiche con cui influenzare il governo, per così dire da fuori. Il Center (CEPA) è finanziato direttamente da sostenitori che sono il Dipartimento di Stato, il Pentagono, il National Endowment for Democracy che diffonde il verbo della “democrazia” (sovversione) in Europa dell’Est e finanzia i “democratici” separatisti, ed è un braccio del governo Usa; altri amici “privati” del CEPA sono la “US Mission to NATO” e Raytheon, Bell Helicopter, Lockheed , Textron, BAE Systems, praticamente tutto il complesso militare-industriale.

Aaron Wess Mitchell

Quanto al presidente-direttore generale, che si chiama Aaron Weiss Mitchell, attualmente è nel governo Trump. Vi è stato nominato (Da Rex Tillerson) “Assistente segretario di Stato per gli affari europei ed eurasiatici” ossia “responsabile delle relazioni diplomatiche con 50 paesi “ Europa ed Eurasia, e con la NATO, l’UE e l’OSCE”.


E’ esattamente la posizione che ha tenuto Victoria Nuland (Nudelman) sposata Kagan, e nella quale la signora ha finanziato con 5 miliardi di dollari la rottura di Kiev dalla federazione russa, con gli eccidi di Maidan e dei russofoni di Crimea, con il noto impiego di sniper professionisti georgiani addestrati dalla Polonia, come rivelato qui dai reporter italiani:


La Nuland non fece che estendere il Piano Kivunim, originariamente pensato per gli stati musulmani, all’Ucraina, infiammando anche qui la linea di faglia etnica, contro gli abitanti della Crimea e del Donetsk parlanti russo. Ferita tuttora aperta e sanguinante con episodi bellici di Kiev per rendere miserabile e pericolosa la vita delle popolazioni “secessioniste” del Don.


martedì 22 gennaio 2019

22 dicembre 2019 - DIEGO FUSARO: La stampa, monologo autoelogiativo della società di massa

21 gennaio 2019 - DIEGO FUSARO: Interventi a "L'aria che tira" (La7)

22 gennaio 2019 . LIVE: Merkel and Macron sign new treaty in Aachen: arrivals and signing ...

22 gennaio 2019 - Il reddito conviene

Il fanfulla d'oltre Alpi sfarfalla, Aquisgrana docet

La verità fa male al Re Sòla. L’Eliseo sfida Di Maio e convoca l’ambasciatrice. Applausi dal leader degli africani in Italia


22 gennaio 2019 di Antonio Acerbis Politica

Uno scontro senza precedenti, quello che si sta profilando tra Italia e Francia. L’Eliseo ieri ha infatti deciso di convocare l’ambasciatrice italiana a Parigi, Teresa Castaldo. A far scoppiare il bubbone le parole del vicepremier Luigi Di Maio – nonché di Alessandro Di Battista e Gianluigi Paragone – sul franco Cfa, la “moneta coloniale”. Un nervo scoperto, a quanto pare, della Francia che è andata su tutte le furie, a tal punto da convocare la Castaldo. Fonti diplomatiche parigine, aggiunge l’Ansa, spiegano che si tratta di dichiarazioni “ostili e senza motivo” (Trattato di Aquisgrana è più che un motivo, Stx-Fincantieri) visto “il partenariato della Francia e l’Italia” in seno all’Unione Europea. “Vanno lette – aggiungono le stesse fonti – in un contesto di politica interna italiana”.

Il tema, mai toccato da nessuno prima d’ora a livello istituzionale, nonostante le smentite ufficiali di Parigi, ha un fondamento. Non a caso proprio ieri sul blog delle stelle, accanto a un post firmato dallo stesso Di Battista che è tornato sul tema dopo le parole pronunciate da Fabio Fazio a Che tempo che fa, è comparso un secondo post, firmato da Otto Bitjoka, fondatore di Ucai (Unione delle comunità africane in Italia), che ha sottolineato l’esigenza di “costruire un nuovo paradigma sulla questione immigrazione africana nera in Italia”.

Ed è proprio su tale aspetto che premono i pentastellati: la questione della moneta – e della inevitabile sudditanza post-coloniale che ne nasce – sarebbe strettamente legata al problema dei flussi migratori. “Ci sono Paesi, come la Francia che in Africa continua ad avere delle colonie di fatto, con la moneta, che è il franco, che continua a imporre nelle sue ex colonie” soldi “che usa per finanziare il suo debito pubblico e che indeboliscono le economie di quei Paesi da dove, poi, partono i migranti”, ha detto Di Maio.

Un tema riproposto anche dal senatore Paragone ieri mattina, definendola “una questione importante” e un “sistema inaccettabile” da denunciare nelle sedi europee. Concorde anche Manlio Di Stefano: “Sono felice nel constatare che l’argomento del Franco Cfa, ovvero del controllo monetario della Francia sulle sue ex colonie africane, sia esploso sulla stampa italiana a seguito di dichiarazioni di Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista. Meglio tardi che mai visto che ne parliamo, seppur con minore risalto, da tempo”, ha scritto su Facebook il sottosegretario agli Esteri.

Di tutt’altro tenore le dichiarazioni delle opposizioni. “Le dissennate dichiarazioni di Di Maio rischiano di aprire una guerra diplomatica con un Paese storicamente alleato e nostro vicino”, dicono dal Pd, che ha annunciato che oggi alla conferenza dei capigruppo chiederanno “l’immediata convocazione in aula del ministro degli Esteri” Enzo Moavero Milanesi “del tutto scomparso in questa fase”. Non poteva infine mancare la reazione di Pierre Moscovici che ha parlato di “ provocazioni” dal “contenuto vuoto” e “irresponsabile”. Peccato ci sia un mondo, quello africano, che non la pensa affatto così.

Vaccinazioni-autismo - La Cassazione sfarfalla, un giudizio basato su dati scientifici esula dal caso concreto. L'autismo si è manifestato dopo le vaccinazioni e ci mancherebbe altro che si volesse provocare con il vaccino l'autismo


Non c’è nesso di causalità tra vaccini e autismo. La Cassazione conferma l’archiviazione di due denunce presentate dai genitori di una bambina di Milano 

22 gennaio 2019 dalla Redazione


La Corte Cassazione ha dichiarato inammissibili “per manifesta infondatezza” i ricorsi di una coppia di genitori che si opponevano al decreto di archiviazione, disposto dal gip del tribunale di Milano del 4 settembre scorso, della loro denuncia per per lesioni e abuso d’ufficio ai danni della loro figlia, affetta da autismo infantile. Patologia che, ad avviso dei genitori, si sarebbe sviluppata a causa delle vaccinazioni obbligatorie a cui era stata sottoposta la bimba.

La Commissione medica ospedaliera di Milano nel febbraio 2016 aveva ritenuto “fortemente probabile la sussistenza del nesso di causalità tra le vaccinazioni obbligatorie e le infermità della bambina” con il riconoscimento di un indennizzo, ma poco tempo dopo il provvedimento era stato “annullato in autotutela”. I genitori avevano dunque presentato una denuncia per lesioni contro ignoti, per quanto riguarda l’esecuzione delle vaccinazioni, e un’altra per abuso d’ufficio nei confronti della stessa Commissione medico ospedaliera.

Secondo la Cassazione il gip di Milano ha agito correttamente archiviando entrambe le denunce “in quanto l’annullamento in autotutela del primo provvedimento era stato adottato in conformità alle direttive ministeriali, fondate sulle risultanze dei più recenti studi epidemiologici, quindi, nell’ambito di una valutazione discrezionale, di natura tecnica, non sindacabile in sede penale”.

Per la Suprema Corte è corretto, inoltre, ritenere “che la base valutativa, costituita da dati scientifici, e l’allineamento agli stessi in sede di revisione del precedente giudizio espresso escludevano l’ingiustizia del danno e, anche a voler ritenere sussistente una violazione di legge, mancava un qualsiasi indizio che potesse far prospettare che la pretesa condotta irregolare si inserisse in un contesto di obiettiva volontà di ‘abuso’, consistente nel voler intenzionalmente provocare un danno ingiusto”.

La Francia si irrita sulla mossa anticipatrice del governo italiano in risposta al Trattato di Aquisgrana tra i tronfi tedeschi e i superbi francesi


Il carbone bagnato dei francesi. Macron voleva imitare Napoleone, ma riesce ad esserne solo una caricatura grottesca 

22 gennaio 2019 di Gaetano Pedullà


Voleva imitare Napoleone, ma riesce ad esserne solo una caricatura grottesca. Il presidente Macron che convoca l’ambasciatrice italiana a Parigi è infatti quanto di più lontano possa esserci da un leader con la visione dei problemi del mondo. Offeso perché Di Maio e Di Battista gli ricordano che in Africa i francesi si fanno da sempre gli affari loro, l’Eliseo smuove le diplomazie e vedremo se a seguire ci consegnerà anche la dichiarazione di guerra. Al netto del comportamento indecente sui migranti respinti a Ventimiglia e Claviere, chiudendo un occhio sul protezionismo illecito per sottrarre i cantieri di Saint-Nazare a Fincantieri, Macron sta dimostrando un atteggiamento talmente irritante da rendere ben comprensibile la rivolta dei gilet gialli. E dire che il presidente francese aveva vinto le elezioni battendo pure Sarkozy, un signore che per gli interessi petroliferi in Libia guidò la guerra a Gheddafi, lasciandoci in eredità un esercito di migranti in partenza verso le nostre coste. E questa non è la più grave delle responsabilità storiche del colonialismo francese. Il problema dell’immigrazione e delle morti in mare, di cui tutto l’Occidente ha tragiche colpe, non si può affrontare senza rimuovere le cause più profonde e l’Italia – Paese legittimamente interessato a trovare una soluzione – ha il sacrosanto diritto di richiamare ai suoi doveri chi continua a far finta di nulla. Dunque Macron, e non si capisce a che titolo il commissario agli Affari economici Moscovici, hanno poco da irritarsi. Perché se ci mettiamo a contare tutti quelli incavolati con loro non finiamo più.

Trattato di Aquisgrana - la risposta di Di Maio e del fanfulla Salvini è stata netta e precisa, agli italiani non è sfuggita l'intenzione di continuare a dominare l'Unione Europea del duetto Francia-Germania

IL CASO/ Oggi Merkel e Macron firmano la fine dell’Unione Europea

Oggi ad Aquisgrana Emmanuel Macron e Angela Merkel firmano un nuovo Trattato di cooperazione e di integrazione franco-tedesco. Con buona pace di tutti gli europeisti

22.01.2019, agg. alle 15:22 - int. Alessandro Mangia

Angela Merkel ed Emmanuel Macron (LaPresse)

E’ stato il grande assente dalle cronache politiche di questi giorni, ma è il fatto più rilevante nella politica europea dopo la Brexit e, “in qualche misura, ne è una conseguenza diretta” spiega Alessandro Mangia, ordinario di diritto costituzionale nell’Università Cattolica di Milano. Oggi ad Aquisgrana Emmanuel Macron e Angela Merkel firmeranno un nuovo Trattato di cooperazione e di integrazione franco-tedesco. Una firma che dovrebbe sollevare più di un interrogativo nel ceto “pensante” dell’europeismo nostrano: proprio nella città-simbolo dove si assegna il Premio Carlo Magno, Merkel e Macron, alla bisogna sovranisti veri, sottoscrivono un trattato politico-militare che “formalizza quell’idea di Europa core che finora aveva avuto cittadinanza solo a livello finanziario”. E gli altri paesi? O vassalli, o colonie da tenere in riga, meglio se più povere di prima. Fantasie? Basta leggere il testo.

“Quel che è certo – spiega Mangia – è che questo Trattato accelera il processo di disgregazione dell’Unione Europea. Il Regno Unito è stato, fino al 2016, il solo contraltare alla coppia franco-tedesca a livello politico e di occupazione degli spazi burocratici. Usciti di scena gli inglesi, che assieme a Italia, Spagna ed altri paesi potevano fare da contrappeso, gli equilibri di potenza in Europa sono saltati, il quadro è mutato, e lo spazio europeo si è improvvisamente contratto”.

E in che modo questo riequilibrio spiegherebbe l’operazione franco-tedesca?

Senza Gran Bretagna, l’Unione non ha capacità di proiezione esterna e il suo spazio di manovra sullo scenario mondiale, che nemmeno prima era granché, si è ulteriormente ristretto. Il Trattato è una manovra classica da arrocco: la mossa difensiva di due potenze diverse, ma entrambe in grande difficoltà fuori dallo scenario europeo.

A cominciare dagli Stati Uniti.

Certo. Di fronte alle pressioni americane e alle minacce di disimpegno degli Usa dalla Nato a meno che i paesi europei non incrementino l’acquisto di forniture militari americane nei prossimi anni, Francia e Germania se ne escono con questo Trattato che, almeno sulla carta, disegna una struttura di tipo quasi confederale, imperniata su organi e meccanismi stabili di collaborazione in tema di difesa, sicurezza interna, operazioni militari all’estero, industria militare, posti in Consiglio di Sicurezza Onu e concertazione sulle politiche europee.

A che cosa siamo di fronte?

A una struttura polifunzionale, destinata ad operare come patto di controllo all’interno dell’Unione in attesa che Trump se ne vada, oppure, se lo sfaldamento accelera dopo le elezioni europee, come possibile piano B, che riduca tutto a Germania, con baltici e Olanda al seguito, e Francia, con esercito, nucleare e colonie della zona franco Cfa (Colonie francesi d’Africa, poi Comunità finanziaria africana, ndr).

E le ripercussioni sull’Unione Europea?

E’ vero che i Trattati vanno giudicati più per la loro attuazione successiva che per il loro contenuto formale, ma è chiaro che, in un caso o nell’altro, l’Unione diventa qualcosa di obsoleto o, nel migliore dei casi, una struttura destinata ad essere funzionale, in chiave subordinata, ad un asse politico che ha pretese di egemonia continentale. Qui si va molto al di là di una classica cooperazione rafforzata. Si tocca la sfera militare, e dunque politica per eccellenza. In questo senso è qualcosa di nuovo e di diverso, che ricorda qualcosa della vecchia Comunità Europea di Difesa saltata negli anni 50 proprio per volontà francese. E’ evidente che questa è una Francia diversa.

Il Trattato celebra l’amicizia franco-tedesca e ne fa la chiave della pacificazione e della proiezione continentale: “l’amitié étroite entre la France et l’Allemagne a été déterminante et demeure un élément indispensable d’une Union européenne unie, efficace, souveraine et forte”. Non è la prova che la Ue favorisce la pace tra i popoli?

Che sia stata l’Unione Europea a favorire la pace in Europa è uno dei cavalli di battaglia della propaganda europeista degli ultimi anni. E che negli ultimi anni di crisi questo argomento sia stato speso a dimostrazione della irrinunciabilità dell’Unione a me, personalmente, è sempre sembrata, più che un’invocazione all’unità, una velata minaccia. In fondo equivale a dire che se mai si rompesse l’Unione si tornerebbe alla grande guerra civile europea che è cominciata nel 1914 e finita nel 1945. In realtà quella guerra civile è diventata impossibile non perché nel 1956 si è istituita la Cee, ma perché i paesi europei sono stati fatti confluire nel Comando integrato Nato. Mi spiega come sarebbe possibile occupare la Ruhr o tornare ad invadere la Polonia se si è tutti nel comando Nato? Questa è stata la vera garanzia di pace in Europa nel tempo, assieme, piaccia o non piaccia, all’ombrello nucleare americano.

Oggi c’è insofferenza in tutto il continente. Le scelte di Bruxelles sono contestate, se non dai governi, da partiti considerati “impresentabili” o anti-establishment che incrementano ad ogni tornata elettorale il loro consenso.

La verità è che a fomentare squilibri e conflitti all’interno dei paesi dell’Unione è stata la politica mercantilista tedesca, che non si è limitata ad operare all’interno del continente, ma ha cominciato ad infastidire gli stessi Usa. Se si pensa che la sola Germania ha un surplus sull’estero superiore a quello cinese, si capisce perché la proposta di Trump di livellare le spese militari al 2% dei paesi aderenti non fosse poi tanto peregrina, almeno dal suo punto di vista.

E’ stata presentata come un tentativo di rinforzare militarmente la Nato.

Invece, se ci pensa, era soprattutto un tentativo di riportare la bilancia dei pagamenti Usa-Ue su linee meno sfavorevoli agli americani. Del resto, al di fuori di armi e tecnologia militare, non è che gli Usa abbiano ormai molto da esportare in Europa. E infatti questo Trattato è un no chiaro e tondo alle richieste americane e si propone, non so con quale efficacia, di sviluppare un’industria militare e una forza di intervento esclusivamente franco-tedesca, che possa prendere il posto del fornitore americano. Che questo possa poi avvenire a breve avrei molti dubbi. Il mercato mondiale delle armi è soprattutto in mano ad americani e russi, che ne hanno fatto un volano economico. Andarlo a sfidare senza avere la capacità economica – e la volontà di spesa – di Usa e Russia è a dir poco velleitario. Eppure il segnale che si vuole lanciare è esattamente questo.

Veniamo al testo del Trattato. Quale tipo di cooperazione intendono instaurare Germania a Francia?

Il livello di cooperazione sulla carta è molto stretto. Si parla di un Consiglio franco-tedesco di difesa e sicurezza comune (art. 4); di un Consiglio dei ministri franco-tedesco (art. 23); di partecipazione su base regolare di membri del governo francese o tedesco ai Consigli ministri dell’altro Stato (art. 24); di forme di verifica periodica dell’avanzamento della collaborazione, e via dicendo. Ma ci sono anche dei passaggi meno generici: dopo i soliti impegni in materia di sicurezza esterna (difesa) e interna (ordine pubblico), all’art. 6 si parla di “unità comuni per operazioni di stabilizzazione in paesi terzi”. E si prevedono interventi tanto in Europa e in Africa: e cioè nelle zone del franco Cfa. E’ chiaro che se queste non restassero solo parole, ci si troverebbe di fronte ad un fatto politico piuttosto rilevante.

Può essere più esplicito?

E’ molto semplice: se ci si ferma a riflettere su cosa si intende per “sicurezza interna” si finisce per leggere “ordine pubblico”. E si capisce che qui si va oltre il Trattato di Velsen del 2004 che istituisce Eurogendfor come piattaforma di Gendarmeria Europea. Potenzialmente la base giuridica per interventi diretti delle rispettive polizie oltre confine qui ci sarebbe. Non so se rendo l’idea.

Qual è il vero progetto politico contenuto nel Trattato?

Mi sembra che ne contenga diversi. Al di là delle formule di rito, il Trattato in realtà fissa obiettivi nemmeno troppo generici in ambito militare e si prefigge di formalizzare, in questo ambito, quell’idea di Europa core che finora aveva avuto cittadinanza solo a livello finanziario. Sullo sfondo c’è l’idea di passare dalla sfera economico-commerciale alla sfera militare, e cioè politica per definizione. Non è casuale che sia stata scelta Aquisgrana come sede per la firma.

Il luogo simbolo del Sacro Romano Impero.

Appunto. Nella cattedrale è sepolto Carlo Magno che aveva unificato Franchi e Germani; è la città dove viene attribuito quel Premio Carlo Magno che, negli ambienti europeisti, ha un fortissimo valore simbolico. Quando si passa a curare i simboli ci si muove in una dimensione apertamente politica. Si ricorda le piramidi o le stelle a cinque punte di Macron? Siamo sempre lì.

Facciamo chiarezza sui firmatari. Che convenienza ha la Francia di Macron a fare questo patto e che convenienza ha la Germania della Merkel?

Questo è il punto cui volevo alludere prima, quando parlavo del problema dell’attuazione dei Trattati. Al momento ci si trova di fronte ad una cancelliera quasi dimissionaria in patria, che però ha delle mire sulla prossima Commissione. Dall’altra parte abbiamo un presidente come Macron che è riuscito nella non facile impresa di battere i livelli di impopolarità di Hollande, e che da dieci settimane si trova la città da cui dovrebbe governare messa a ferro e a fuoco nel weekend. E la cui unica strategia è lanciare le consultazioni con i sindaci e aspettare che i rivoltosi si stufino, nel più puro stile d’Ancien Régime. Sono due figure deboli in patria, deboli sullo scenario mondiale, che riescono ad imporsi solo nei confronti degli altri paesi dell’Unione.

E che sul breve periodo hanno ogni convenienza a sostenersi a vicenda.

Ma c’è anche dell’altro. In Germania si è consapevoli dell’obsolescenza e della debolezza della Bundeswehr, che soffre di sottofinanziamenti cronici. Non è che in Germania si risparmia solo sulle infrastrutture civili. Si è sempre risparmiato anche sulle spese militari, un po’ per ragioni di storia recente, un po’ perché si confidava nell’ombrello americano. Tant’è vero che dall’estate scorsa, dopo lo scontro con Trump, si è iniziato a parlare, sulla stampa tedesca, dell’opportunità di divenire una potenza nucleare, in barba ai trattati di non proliferazione del dopoguerra.

E qui, ci lasci indovinare, il partner ideale è la Francia.

Sì, perché la Germania è una potenza economica, ma un nano militare. La Francia di suo ha un’industria militare di qualche rilievo, storicamente sovralimentata dallo Stato; un esercito che, in modo molto francese, si definisce la “Quarta Armata” del mondo; ha capacità e tecnologia nucleare sia civile che militare. Ha qualcosa da vendere, insomma, che i tedeschi non hanno e non possono avere a breve. In cambio la Francia può ricevere accoglienza al vertice politico dell’Unione come “regina consorte” e vantare un rapporto privilegiato con il paese con il più grande surplus commerciale al mondo. Sembra uno scambio utile ad entrambi.

Sembra, lei dice. E invece?

Il fatto è che in quel Trattato ci sono cose che, agli occhi di un osservatore disincantato, sono oggettivamente divertenti, come ad esempio, l’impegno della Francia a favorire il riconoscimento della Germania come membro permanente del Consiglio di Sicurezza Onu. Perché anche di questo si è parlato di recente in Germania, oltre che di nucleare. Lei se le immagina le risate, non dico al Dipartimento di Stato, ma solo al Foreign Office inglese il giorno che la Francia proverà a tener fede a questo impegno preso con i tedeschi? Con quello che stanno facendo passare al Governo britannico sulla Brexit? Per non parlare di Russia e Cina, che non aspettano altro di avere la Germania seduta a quel tavolo a metter bocca sulle questioni internazionali. E’ chiaro che questo è un classico esempio di obbligazione inesigibile. E mi stupisce che sia stata messa nero su bianco e presentata come un successo della diplomazia dalla stampa tedesca. Vogliamo definirlo il solito ottimismo della volontà tedesco?

Che ne è degli altri paesi e dell’Italia in particolare nel contesto di questo progetto di dominio?

Ecco, questa è la nota più dolente. Almeno a breve. E’ chiaro che un asse franco-tedesco, che costituisca una struttura intrecciata anche militarmente ha poco rilievo fuori dal continente, ma ha molto rilievo al suo interno, soprattutto per il competitor naturale di Francia e Germania, che è poi l’Italia. Lasciamo stare i discorsi sulle distanze che si sono allargate dal 2011 in poi. E’ chiaro che l’Italia è l’unico paese che, nonostante tutto, ha ancora una manifattura e un’industria militare capace di confrontarsi con Francia e Germania. E si capisce che l’allargarsi di queste distanze ha contribuito a sfasciare quegli assetti che si erano consolidati dal 1956 in poi. Ed è questo uno dei punti di crisi dell’Unione, al di là della questioni spread e migranti. Questo patto, se mai avrà un effetto, avrà effetto soprattutto nei confronti dell’Italia e della sua industria militare che è diretta concorrente dell’industria francese. Un mercato in cui la Germania è sostanzialmente assente, a parte quegli U-boot che è riuscita smerciare alla Grecia dopo il 2011.

Un esempio di politica anti-italiana?

La richiesta di intervento avanzata nelle settimane scorse da parte francese all’Antitrust europeo sulla questione STX-Fincantieri, guarda caso direttamente e immediatamente appoggiata dalla Germania. Una richiesta avanzata un anno dopo quell’accordo ambiguo che era stato concluso dal Governo Gentiloni che prevedeva la spartizione 50/50 delle quote più il prestito dell’1% da parte francese. Dove alla fine non si capiva chi acquisiva chi. Chissà perché la Germania adesso si è accodata. E’ chiaro che, in presenza di accordi e Trattati del genere, tutti i discorsi sul mercato e la concorrenza, che sono la vera sostanza del diritto dell’Unione, finiscono per mostrarsi per quello che sono.

E cioè? Ripetiamolo, per favore, visto che è sempre utile.

Purissime petizioni di principio, che servono soltanto a mascherare rapporti di forza e perseguimento di interessi nazionali. Come in fondo è normale che sia, nonostante i discorsetti sulla solidarietà europea e i pensierini di Capodanno. 

(Federico Ferraù)

Non è responsabilità di Savona se i giornalisti giornaloni Tv a martello vogliono la manovra correttiva, annunciata e richiesta sempre da loro nel medesimo giorno che il governo chiudeva sul reddito di cittadinanza e pensioni 100

Paolo Savona strapazza Bankitalia: stime “scandalo” sul Pil

22 gennaio 2019


Che cosa ha detto il ministro degli Affari europei, Paolo Savona, nel corso di un convegno sulle recenti previsioni del Pil elaborate dalla Banca d’Italia

“A seguito della previsione di crescita dello 0,6% di Bankitalia è tornata la fissazione, che considero una malattia mentale, che si debba fare una manovra correttiva, il che vuol dire ridurre gli investimenti, invece di farli”. Lo ha detto il ministro degli Affari europei Paolo Savona nel corso di un convegno, aggiungendo che la stima dello 0,6% “è inaccettabile” perché “esistono gli strumenti per fronteggiare” questa situazione.

LO SCANDALO PER PAOLO SAVONA

Intervenendo a un convegno sulle infrastrutture energetiche organizzato da Confindustria Energia, Savona è tornato – si legge in un lancio dell’Ansa – sullo “scandalo” delle stime della Banca d’Italia e ha sottolineato che “il futuro ce lo dobbiamo costruire noi”, quindi occorre “fare investimenti, che non sono un mio pallino, ma la variabile strategica del Paese”.

I RILIEVI SULLE STIME DELLA BANCA D’ITALIA

Infatti, ha aggiunto, la previsione di crescita dello 0,6% è uno scenario “in cui non si fanno investimenti”, mentre aumentandoli “dell’1% cresceremmo almeno dell’1% in dodici mesi”. A questo proposito, Savona si è augurato che il tema degli investimenti sia centrale “nelle prossime elezioni europee, nella composizione della futura commissione Ue e nella nomina al vertice della Bce”.

I NUOVI STRUMENTI DA SEGUIRE

Il ministro ha anche parlato di una delle materie di cui si è occupato per anni come docente universitario ed esponente di rilievo della Banca d’Italia: “Esistono strumenti nuovi che possono darci previsioni migliori rispetto agli attuali modelli econometrici”. Lo ha detto il ministro degli Affari europei Paolo Savona nel corso di un convegno di Confindustria energia. Secondo Savona, infatti, “le previsioni econometriche appaiono come qualcosa che incombe nel Paese come un bicchiere mezzo vuoto”.


Gli ebrei nelle terre di Palestina sono un cancro da estirpare - dai sionisti non c'è da aspettarsi altro



21 gen 2019
by Redazione

Israele sostiene che la nuova strada, che separa israeliani e palestinesi con un muro alto otto metri, decongestiona il traffico per i coloni aiutando al contempo i palestinesi a viaggiare in Cisgiordania. Chi la critica sostiene che aiuterà a creare enclave solo per israeliani, libere da ogni presenza palestinese


Edo Konrad* + 972

Roma, 21 gennaio 2019, Nena News – La scorsa settimana Israele ha inaugurato una nuova strada segregata nella Cisgiordania occupata, con un enorme muro di otto metri che separa viaggiatori israeliani e palestinesi su entrambi i lati. Etichettata da chi la critica come la strada dell’apartheid, la motivazione ufficiale della “Route 4370” è decongestionare il traffico per i coloni israeliani che fanno i pendolari verso Gerusalemme e al contempo creare un nuovo modo di viaggiare tra il nord e il sud della Cisgiordania per i palestinesi.

Eppure, nonostante le ragioni dichiarate, i militanti contro l’occupazione e per i diritti umani sostengono che l’autostrada segregata è un ulteriore modo per creare in Palestina aree solo per israeliani – libere da ogni presenza palestinese. Ed è un segno che Israele, e gli israeliani, non vedono più la segregazione come qualcosa di cui vergognarsi.

“Mentre in passato c’era un maggiore tentativo di nascondere la segregazione all’opinione pubblica israeliana, oggi essa è percepita come legittima,” afferma Efrat Cohen-Bar, un urbanista e architetto dell’ong “Bimkom” [associazione israeliana che sostiene una pianificazione urbana condivisa con la popolazione, anche quella palestinese, ndtr.]. “In un Paese in cui ogni giorno è proposta una nuova legge discriminatoria, una breve strada segregata non scandalizza nessuno.”

Il ministro della Sicurezza Pubblica Gilad Erdan ha definito l’autostrada “un esempio di capacità di creare la coesistenza tra israeliani e palestinesi proteggendo al contempo dalle attuali minacce alla sicurezza.”

Per Cohen-Bar l’autostrada non può essere disgiunta dal sistema complessivo di strade segregate in Cisgiordania, che spesso obbligano i palestinesi a utilizzare sottopassaggi per non disturbare il traffico dei coloni [che passano] sopra di loro. “L’autostrada 4370 dovrebbe essere vista nel contesto più ampio come una continuazione della politica (da parte di Israele) di separazione e della creazione di enclave solo israeliane.”

Agli occhi di Daniel Seidemann, avvocato e attivista che dirige l’Ong israeliana “Terrestrial Jerusalem” [Gerusalemme Terrena, associazione israeliana che studia l’impatto delle politiche sulla città, ndtr.] e che ha passato gli ultimi 20 anni a monitorare i mutamenti nel panorama della città, la Route 4370 ha anche una dimensione geopolitica. L’autostrada, afferma, è parte della strategia israeliana a lungo termine di “creazione di contiguità territoriale tra Gerusalemme e le colonie che la circondano,” soprattutto con la molto discussa area E1, la zona di 12 km2 che si trova tra Gerusalemme e la colonia di Ma’ale Adumim in Cisgiordania.

Per decenni Israele ha desiderato edificare colonie nell’area, collegando l’insediamento a Gerusalemme e dividendo concretamente in due la Cisgiordania.

Oltretutto, afferma Seidemann, la strada è solo il primo passo nel progetto israeliano di escludere i palestinesi dall’utilizzo della Route 1, parte della quale viene utilizzata sia dagli israeliani che dai palestinesi in Cisgiordania. Tutto ciò, ritiene, ha lo scopo di pregiudicare le possibilità di costituzione di uno Stato palestinese e di procedere con la progressiva annessione di ampie zone della Cisgiordania.

“Netanyahu è impegnato in un indirizzo strategico per stabilire unilateralmente un confine di fatto tra Israele e la cosiddetta Palestina,” dice Seidemann. “La strada è stata aperta ora perché le politiche del primo ministro stanno finalmente prendendo forma. L’obiettivo finale è l’annessione dell’Area C [più del 60% dei territori occupati, in base agli accordi di Oslo sotto totale ma provvisorio controllo di Israele, ndtr.] della Cisgiordania con una minima presenza palestinese. Ciò è quello che stiamo vedendo succedere nella E1.”

La Route 4370 non è la prima autostrada segregata nei territori palestinesi occupati per uso esclusivo degli israeliani. Durante la Seconda Intifada Israele ha chiuso la Route 443, una seconda autostrada che unisce Gerusalemme alla zona di Tel Aviv, al traffico palestinese in seguito a una serie di casi di spari letali contro veicoli israeliani. Nel giugno 2007 gli abitanti di sei villaggi che si trovano nei pressi della Route 443 fecero richiesta all’Alta Corte di Giustizia israeliana di riaprire la strada ai palestinesi. Due anni e mezzo dopo, la corte stabilì che ai palestinesi doveva essere consentito di utilizzare la strada della Cisgiordania.

“L’Alta Corte, almeno sulla carta, sentenziò che Israele doveva smettere di consentire solo agli israeliani di utilizzare la Route 443” continua Seidemann. “Questo caso è diverso. Non si tratta di una politica specifica, ma piuttosto di una scelta già ben ponderata da molto tempo. Riguarda la costruzione di infrastrutture separate e parallele per israeliani e palestinesi; questo tipo di cose non era mai stato fatto prima.”

“La Route 4370 è stata concepita per creare un effetto domino,” dice Ahmad SubLaban, un ricercatore sul campo del gruppo per i diritti umani con sede a Gerusalemme “Ir Amim” [“Città di Persone”, Ong israeliana che si occupa delle politiche applicate a Gerusalemme, ndtr.]. “L’autostrada è parte di un puzzle che verrà terminato per collegare prima o poi Gerusalemme a Ma’ale Adumim, a Gush Etzion, alle colonie della zona di Ramallah e a quelle di Givat Ze’ev. Al momento il puzzle non è ancora stato completato.”

Per ora i cittadini israeliani che utilizzano la strada avranno un percorso più rapido dalle colonie della zona di Ramallah verso i quartieri ebraici di Gerusalemme, soprattutto durante l’ora di punta. A quelli che viaggeranno sul lato palestinese verrà impedito di entrare a Gerusalemme, anche se la nuova strada renderà effettivamente più breve il loro viaggio dalla zona di Ramallah alla parte meridionale della Cisgiordania. Nena News

* (Traduzione di Amedeo Rossi pubblicata originariamente su zeitun.info)

Mattarella Mattarella - Cosa altro serve agli euroimbecilli italiani di tutte le razze per fargli scattare un pizzico di orgoglio e dignità nazionale?

Italia assediata, Francia e Germania ci imporranno Draghi

Maurizio Blondet 21 Gennaio 2019 

Scritto il 21/1/19 •

Se il governo Conte crolla di colpo, c’è già pronto Cottarelli. Ma il vero pericolo si chiama Mario Draghi (lo stregone maledetto): il presidente uscente della Bce potrebbe ripiegare su Palazzo Chigi, se non andasse in porto il piano principale che lo riguarda, cioè arrivare alla presidenza del Fmi e sottrarre il Fondo Monetario all’egemonia Usa, per metterlo al guinzaglio di Berlino e Parigi. Secondo l’analisi di Gianfranco Carpeoro, per l’Italia si è acceso l’allarme rosso: l’incredibile Trattato di Aquisgrana, che demolisce qualsiasi prospettiva comunitaria proiettando anche ufficialmente Germania e Francia nel ruolo di “padrone” neo-coloniali dell’Ue, ha come vittima principale proprio il Belpaese. A Roma non si perdona l’insubordinazione del governo gialloverde, l’unico esecutivo teoricamente all’opposizione di Bruxelles. Lo dimostra la “macchina del fango” scatenatasi contro Lega e 5 Stelle, per indebolirne la leadership. Il polverone sul padre di Di Maio (lavoro nero) e su quello di Di Battista (debiti), unitamente alla mazzata giudiziaria sui leghisti (maxi-risarcimento da 49 milioni di euro) a questo servono: a impedire che l’elettorato italiano si sollevi, nel caso in cui una crisi pilotata – banche, spread – precipitasse il paese nella bufera, replicando le condizioni del “golpe bianco” che nel 2011 consentì alla “sovragestione” europea di costringere alla resa Berlusconi e imporre il commissariamento dell’Italia, tramite Monti.
Autore del saggio “Dalla massoneria al terrorismo”, che svela i retroscena supermassonici di area Nato dietro ai recenti attentati affidati in Europa alla manovalanza dell’Isis, Carpeoro individua la Loggia P1 (mai riconosciuta, ufficialmente) come la vera “quinta colonna” del peggior potere internazionale, utilizzata per manipolare e indebolire la politica italiana, grazie al prezioso contributo di un establishment “collaborazionista”, reclutato da poteri stranieri per dominare il nostro paese. L’oligarchia Ue è in fibrillazione, in vista delle europee, dal momento in cui Lega e 5 Stelle – con tutti i loro limiti – hanno inserito l’Italia in una traiettoria di collisione con Bruxelles. Da qui le pressioni della Bce e della Banca d’Italia, le impennate dello spread e il “niet” di Mattarella per impedire a Paolo Savona l’accesso al ministero dell’economia. Infine, il lungo braccio di ferro sul deficit 2019 – non ancora concluso – con il governo italiano sottoposto alla minaccia della procedura d’infrazione. Obiettivo dei “sovragestori”: spuntare le armi dei gialloverdi e costringerli a rimediare una figuraccia davanti ai loro elettori, non consentendo loro di mantenere nessuna delle promesse elettorali. Guai se il “virus” della ribellione italiana – aumentare il deficit, violando il rigore di Maastricht – dovesse propagarsi in altri paesi, incoraggiando analoghe svolte politiche. Ad aumentare la tensione ha contribuito certamente anche la rivolta francese dei Gilet Gialli, capaci di spaventare seriamente i poteri che hanno insediato Macron all’Eliseo.
Ora, su questo scenario già instabile piomba come un macigno l’inaudito accordo siglato da Francia e Germania, che toglie qualsiasi residua credibilità alla dimensione comunitaria dell’Ue: i due paesi si impegnano a coordinare le loro politiche economiche, fino al punto di istituire formalmente un “Consiglio dei ministri franco-tedesco”. «Si tratta di un atto gravissimo e senza precedenti», dichiara Carpeoro, in web-streaming su YouTube con Fabio Frabetti di “Border Nights”. Un accordo apertamente ostile agli altri partner europei, «al quale si uniranno sicuramente anche quei lestofanti degli olandesi, che hanno già contribuito a impoverire l’Italia introducendo una normativa fiscale sleale, che ha sottratto al nostro paese ingenti risorse, attraverso il trasferimento in Olanda della domiciliazione fiscale di grandi aziende italiane». Con il nuovo trattato, dice Carpeoro, l’asse franco-tedesco getta la maschera e si prepara a colpire l’Italia in modo frontale, contando anche sull’immancabile collaborazione delle “quinte colonne” interne, «sempre pronte, come già nel Rinascimento, ad allearsi con lo straniero pur di far cadere il governo in carica».
Ora il cerchio si stringe, par di capire: il Trattato di Aquisgrana – con l’Italia esclusa dall’Europa che conta – piomba come un fulmine su una situazione già molto allarmante, con la spada di Damocle della procedura d’infrazione (sempre presente) e la lettera della Bce che chiede alle banche italiane di liberarsi dei crediti inesigibili, dopo che il governo ha appena compiuto il salvataggio della genovese Carige. All’affronto franco-tedesco, dice Carperoro, l’Italia dovrebbe rispondere in modo simmetrico: cercando di siglare analoghi trattati – altrettanto ostili – con paesi mediterranei, come la Spagna e la stessa Grecia. Lo farà? Difficile dirlo: bombardato dai grandi media, tutti allineati al potere Ue, il governo Conte potrebbe cedere. Di Maio è stato bersagliato da un killeraggio inaudito, e presto potrebbe venire il turno di Salvini. L’unico vero alleato dell’Italia, cioè Donald Trump, appare isolato. Starebbe sostanzialmente evaporando una certa “sovragestione” americana esercitata fin dall’inizio sui 5 Stelle, quand’era il neocon Michael Ledeen, esponente del Jewish Institute, ad accompagnare Di Maio nei santuari del potere finanziario supermassonico. Ora si punta a indebolire e “sovragestire” l’imprudente Salvini, sommerso dalle polemiche (giustificate) per aver partecipato alla cena romana con l’entourage Pd di Maria Elena Boschi, che sulle banche interveniva per motivi di famiglia.


Attenzione, perché questo tipo di scenario è ritenuto sempre più credibile dai meglio informati. Il Piano Mattarella: mettere Draghi prima al governo – e poi a suo successore alla presidenza della repubblica, senza (ovviamente) passare per elezioni. Secondo tali ipotesi, una nuova maggioranza verrebbe formata dal PD imbarcando un buon numero di grillini . O forse l’intero 5S che farebbe voltafaccia. Draghi verrebbe presentato come il salvatore della patria e scudo contro le minacce europee…

La storia la scrivono i vincitori

VIDEO - Forgione: "Cose terribili? Sentite cosa dice Augias, terribile è il parto dell'Italia!"


Scritto da Redazione in Varie 20 GEN 2019 ORE 18:09 

Il noto scrittore e giornalista napoletano mette in evidenza una disquisizione televisiva sull'Italia Meridionale e l'atavica questione con Augias protagonista.

Angelo Forgione, attraverso i suoi profili social, mette in evidenza un battibecco televisivo sulla questione meridionale, che vede protagonista il giornalista Augias: "Lei ha detto parole terribili". Così uno sgomento Corrado Augiascommenta quanto detto da Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica a Catanzaro, che gli ha appena sbattuto in faccia la verità dei malviventi meridionaliassoldati dai garibaldini e dell'impiego dei danari delle massonerie per corrompere gli alti ufficiali borbonici nella risalita del Sud dalla Sicilia verso Napoli".

Poi aggiunge: "Sì, perché per Augias l'Italia è nata male, ma non perché il Nord ha forzato il Sud e ha legittimato le mafie, avvalendosene. No, l'Italia, secondo la sua visione, è nata male perché "la bella mela rossa aveva un baco dentro, ed era nel Mezzogiorno". E come ci resta male, poi".

"Terribile è il parto dell'Italia, e terribile è il bigottismo di chi non ha saputo leggere la storia degli ultimi 158 anni e ora casca dal pero, di fronte a chi rivede in modo critico la storia e la riscrive, attribuendo ai veri responsabili, i "padri" della patria e i vari governi d'Italia, le colpe dell'affermazione delle mafie meridionali, cancro dell’Italia piemontese".


Solo degli imbecilli possono sostenere la cannabis e in Italia ne girano tanti


21 Gennaio 2019

La marijuana fa male? Anche una sola canna può creare danni negli adolescenti, lo ha rivelato una ricerca sul Journal of Neuroscience, smentendo coloro che minimizzano gli effetti nocivi di un consumo moderato.

“Suvvia! Una canna non ha mai fatto male a nessuno!”. Così, più o meno, esclamava il prestigioso fisico italiano Carlo Rovelli nell’ottobre scorso, sponsorizzando lo spinello libero. Un messaggio irresponsabile, non solo perché Rovelli ha giocato la sua autorità acquisita su un altro campo di competenza (la meccanica quantistica), ma anche perché scientificamente smentito. Lo ha fatto qualche giorno fa un autorevole studio pubblicato sul Journal of Neuroscience.

Anche un solo spinello di marijuana può causare modifiche al cervello di un adolescente. Il campione di adolescenti europei testati aveva fumato cannabis 1 o 2 volte in tutta la loro vita, eppure è stato sufficiente per osservare in loro una modifica dei volumi della materia grigia, in particolare nell’amigdala e nell’ippocampo, aree legate ai processi emotivi e allo sviluppo della memoria. Ciò può comportare un mal funzionamento del cervello.

Le riviste scientifiche: “le preoccupazioni per la legalizzazione sono giustificate”.

«I risultati suggeriscono che negli adolescenti anche una breve esposizione alla cannabis può avere effetto sulle strutture cerebrali importanti per la gestione delle emozioni e per la memoria, quindi potrebbe predisporre a deficit emotivi e cognitivi anche a lungo termine», ha commentato Yuri Bozzi, docente di Fisiologia all’Università di Trento.

Lo scopo dello studio era proprio quello di capire se avessero o meno ragione tutti quelli che sostengono che “uno o due spinelli non fanno nulla” o e se invece anche una sola esperienza possa avere effetti sul nostro cervello. Giustamente le riviste scientifiche hanno nuovamente messo in guardia dal fenomeno della liberalizzazione della cannabis, poiché «nuove ricerche dimostrano che le preoccupazioni sull’impatto della cannabis sugli adolescenti potrebbero essere giustificate».

Oggi non esistono più i preparati “naturali” che fumava Carlo Rovelli ai tempi dell’università, è cambiata la concentrazione di tetracannabinolo (Thc, il principio attivo): quasi il 20 per cento maggiore rispetto a 30 anni fa. Anche per questo moltissimi scienziati si stanno battendo per affiancare la cannabis alle altre droghe pesanti, come eroina e cocaina.

Cannabis: Di Maio non commenta, ma è smentito dai procuratori antimafia.

Nessun commento è arrivato dal vicepremier Luigi Di Maio che proprio una settimana ha ribadito la posizione favorevole del M5S rispetto alla liberalizzazione della cannabis, ma solo per “contrastare la criminalità”. Un’idea ampiamente smentita da giudici e procuratori antimafia, come Raffaele Cantone, Nicola Gratteri, Fausto Cardella e Paolo Borsellino.

La redazione

Catanzaro - L'intera procura è patrimonio dell'Italia che ogni mattina si alza e va a lavorare


Lunedì, 21 Gennaio 2019 12:40


Catanzaro – Proseguono gli interventi di “difesa passiva” e di rafforzamento delle misure di sicurezza per garantire l'incolumità del procuratore della Direzione distrettuale antimafia, Nicola Gratteri. Per il magistrato, da oltre trent'anni in prima linea contro la criminalità organizzata, è stato disposto il rafforzamento del dispositivo di tutela e contestualmente sono iniziati i lavori di messa in sicurezza intorno al palazzo che ospita la Procura del capoluogo e la Corte d'Appello. Lo scorso 28 dicembre, infatti, la giunta comunale di Catanzaro ha approvato il prelievo di € 60.000 dal fondo di riserva per la messa in sicurezza di obiettivi strategici. L'esecutivo comunale, dato il carattere d'urgenza del provvedimento, ha così recepito quanto emerso nel corso della riunione interforze avente ad oggetto proprio la sicurezza di Gratteri e dei magistrati catanzaresi, che si è svolta lo scorso 28 novembre. Tra i provvedimenti che sono in corso di assunzione, ci sarà l’installazione di diverse misure di difesa passive, rimozione forzata in via Argento e in via Paparo, installazione di paletti per tutto il perimetro del tribunale, installazione di dissuasori mobili a scomparsa nei pressi degli uffici della Procura, per impedire che autovetture possano “lanciarsi” nell’area in corrispondenza dello sbarco di personaggi protetti. E ancora, tra gli interventi in corso di esecuzione vi sono anche la rimozione dei cestini della spazzatura e la potatura delle siepi che insistono proprio in corrispondenza dell'ingresso del palazzo di giustizia, a dimostrazione che per garantire la sicurezza del magistrato titolare di inchieste scottanti contro la 'ndrangheta, nulla debba essere lasciato al caso. Già nelle scorse settimane, gli uomini della digos, gli artificieri antgisabotaggio del Comando provinciale dei carabinieri e i tecnici di Palazzo De Nobili avevano effettuato un sopralluogo allo scopo di saldare i tombini e di bonificare le cassette del gas e dell'elettricità. Allerta massima, dunque, e massima collaborazione tra le forze di polizia per tutelare da attentati terroristici il palazzo di giustizia e i magistrati di Catanzaro.

Nicola Gratteri - Il Sistema massonico mafioso politico, il Partito dei Giudici sono avvelenati, solo l'ombra di questo magistrato non li fa dormire tranquilli. Vogliono l'attentato, vogliono ucciderlo. Fanfulla Salvini, ministro Bonafede siete avvisati e sarete, eventualmente, corresponsabili.

Allarme attentati, scatta il piano per proteggere Gratteri: blindata al Procura di Catanzaro
21 Gennaio 2019

Rafforzate le misure di sicurezza intorno all’area del palazzo di Giustizia che ospita gli uffici della Dda ma anche la Corte d’Appello e la Procura generale


La sicurezza di Nicola Gratteri e dei magistrati a lavoro nella Procura distrettuale antimafia di Catanzaro prima di tutto. Dalle parole si è passati ai fatti seguendo le disposizioni adottate da un’apposita task force interforze riunitasi lo scorso 28 novembre.

Stop a parcheggi e soste selvagge. Aumentare le misure di sicurezza per l’area esterna al palazzo che ospita la Procura della Repubblica di Catanzaro, la Procura generale e la Corte d’Appello era stato il diktat lanciato in base alle relazioni presentate dagli esperti. Da qui un lungo elenco di interventi da effettuare trasmesso al Comune di Catanzaro. Così per proteggere Gratteri e gli altri magistrati impegnati in prima linea sul fronte del contrasto alla ‘ndrangheta e al malaffare si è deciso di alzare il livello di allerta disponendo una serie di misure di sicurezza ben precise: divieto di parcheggiare intorno all’edificio ma anche divieto di sosta lungo via Paparo e via Argento. Previsto l’utilizzo di paletti dissuasori e il servizio di rimozione forzata per evitare la sosta selvaggia. Restano invece gli spazi riservati ai mezzi militari e, in particolare, a quelli della polizia penitenziaria e della guardia di finanza.

Misure di sicurezza. Procura dunque ancor più blindata dopo il primo intervento delle scorse settimane che ha portato alla bonifica dell’intera area attraverso l’eliminazione dei cassonetti della spazzatura e sigilli ai tombini. Nulla deve essere lasciato al caso e nelle prossime ore sarà potenziato e ulteriormente rafforzato il sistema di videosorveglianza intorno al palazzo di giustizia.


Calabria - le regioni hanno nel loro bilancio circa 80% sull'assistenza sanitaria, è appetibile sia come sorgente di denaro facile sia come clientelismo

NOMINE NELLA BUFERA, IL PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE SANITÀ VA DA GRATTERI 
19 gennaio 2019, 20:42 Pm 

Il senatore Pierpaolo Sileri (M5S), accompagnato dal presidente dell’Antimaa Morra, ha consegnato un esposto in Procura sulle designazione della giunta regionale ai vertici di Asp e Ao. Il caso dell’incarico alla moglie di Pacenza e della manager (indagata) a Vibo. Blitz dei due esponenti pentastellati all’Annunziata: «Evidente carenza di personale». E il presidente della commissione Sanità: «Nomine potrebbero essere impugnate» 

Lo scontro tutto politico tra il governatore Mario Oliverio e la ministra della Salute Giulia Grillo è ancora fresco. L’oggetto del contendere, com’è noto, riguarda la nomina dei commissari della Aziende sanitarie e ospedaliere calabresi. Grillo ha “avvertito” il governatore, a cui è stato chiesto di coinvolgere nella decisione il neo commissario Saverio Cotticelli e il sub commissario Thomas Schael, ma i vertici della Cittadella hanno tirato dritto e la giunta regionale ha designato (o riconfermato, a seconda dei casi) i vertici delle Aziende. La questione si è però spostata anche su un piano diverso da quello politico arrivando sulla scrivania dei magistrati della Procura di Catanzaro. E sabato mattina, dopo aver chiesto audizione, si sono presentati dal procuratore capo Nicola Gratteri due senatori del M5S che presiedono altrettanti organismi parlamentari: il presidente dell’Antimafia Nicola Morra e il presidente della commissione Sanità del Senato – e secondo alcuni un potenziale, futuro ministro dello stesso settore – Pierpaolo Sileri. 

Gratteri ha accompagnato Morra e Sileri dal sostituto procuratore di turno a cui è stato consegnato un duro esposto sulle nomine della sanità calabrese. Nel documento si invoca l’intervento della magistratura in relazione alla scelta dei vertici delle Asp di Catanzaro, Cosenza, Crotone e Vibo e dell’Azienda ospedaliero-universitaria “Mater Domini” del capoluogo. Secondo i due presidenti di Commissione le nomine della giunta regionale andrebbero a ledere il principio di sussidiarietà e di leale collaborazione tra Stato e Regioni sancito dalla Costituzione. Ma ancora più gravi sarebbero alcune circostanze richiamate nell’esposto e che riguardano gli stessi manager nominati dalla Regione: alcuni non, secondo i 5 stelle, avrebbero rispettato gli equilibri di bilancio e sarebbero stati pure premiati mentre invece andavano rimossi; altri avrebbero esercitato le loro funzioni senza averne i titoli; altri ancora avrebbero tentato di nominare primari e di affidare incarichi dirigenziali a loro cari. Nell’esposto alla Procura di Catanzaro si cita, a questo proposito, il caso dell’incarico affidato alla moglie di Franco Pacenza, delegato del governatore alla sanità, ma anche quello della manager dell’Asp di Vibo, Angela Caligiuri, indagata per aver conferito l’incarico di direttore del Distretto sanitario unico a un soggetto ritenuto incandidabile perché, tra le altre cose, sottoposto a un procedimento penale. 

MORRA E SILERI: «EVIDENTE CARENZE DI PERSONALE ALL’ANNUNZIATA» «Abbiamo visitato l’ospedale dell’Annunziata di Cosenza riscontrando un’evidente carenza di personale sanitario; sicuramente competente, generoso e motivato quello presente che, nonostante le difficoltà, riesce ad erogare il servizio ai pazienti». Lo affermano, in una nota, il presidente della Commissione sanità Pierpaolo Sileri ed il presidente della Commissione antimafia Nicola Morra al termine della visita effettuata nella giornata di sabato 19 gennaio durata più di due ore. 

Sileri e Morra proseguono: «La carenza del personale è strutturale ed interessa medici, infermieri ed operatori socio sanitari (OSS). Il pronto soccorso ed alcuni reparti specialistici - puntualizza Sileri – riescono a sopportare il peso dell’affluenza dei pazienti grazie a turni estenuanti, per cui i dipendenti sono costretti a sopperire alle mancanze organizzative e di personale per continuare ad erogare il servizio. Abbiamo verificato un sovraffollamento ai limiti dell’accettabilità presso il pronto soccorso dato da due fattori: lo scarso filtro delle strutture ospedaliere periferiche, che vanno evidentemente potenziate, ed il sotto dimensionamento del pronto soccorso (pare che quello dell’Annunziata sia solo un terzo di quanto è effettivamente necessario per poter erogare un servizio che restituisca dignità ai cittadini)»

«Speriamo di poter continuare a costruire un dialogo con le istituzioni e con il personale sanitario – concludono Sileri e Morra – raccogliendo segnalazioni e suggerimenti utili a migliorare la sanità calabrese, sanzionando comportamenti ed atti contrari al diritto alla salute dei cittadini calabresi qualora vengano ravvisati». 

SILERI: «NOMINE POTREBBERO ESSERE IMPUGNATE» «Di certo la sanità calabrese deve avere una gestione diversa, anche in merito alle recenti nomine fatte dal presidente della Regione e dalla giunta, che hanno innescato un problema importante e vedremo ciò che accadrà». Lo ha detto il presidente della Commissione Igiene e Sanità del Senato, Pierpaolo Sileri, del M5s, a margine della visita compiuta oggi assieme al senatore Nicola Morra, presidente della Commissione parlamentare antimafia, nell’ospedale di Cosenza. «Potrebbero essere impugnate, di certo siamo presenti e non consentiremo nessun atto illegale. Il presidente non ha avuto rispetto dei calabresi, che sono quelli che ci rimettono di più».

La lampada ad induzione magnetica vuole combattere il led

Lampade a induzione magnetica: analisi e sviluppi

ANALIZZIAMO I VANTAGGI E I MOTIVI DELLO SVILUPPO DI APPLICAZIONI ILLUMINOTECNICHE CON L’IMPIEGO DI LAMPADE A INDUZIONE MAGNETICA A PARTIRE DALLA LORO STORIA



Città, scuole, amministrazione pubblica, centri commerciali richiedono l’utilizzo di fonti di luce che forniscano elevata efficienza energetica, risparmi sui costi e rispetto dell’ambiente.
Analizziamo i vantaggi e i motivi dello sviluppo di applicazioni illuminotecniche con l’impiego di lampade a induzione magnetica a partire dalla loro storia.

Già nel 1890 Nikola Tesla dimostrò la possibilità di generare la ionizzazione di gas senza l’uso di elettrodi e il 23 giugno 1891 ottenne il brevetto USA 454.622.
Nel 1994 la General Electric iniziò la produzione in serie di questa lampada denominata Genura, e attualmente la lampada è molto diffusa, in particolare negli Stati Uniti.
Nel periodo precedente il 1994, la lampada non ha avuto molta diffusione in quanto il problema del risparmio energetico e della durata di vita non avevano ancora sensibilizzato sufficientemente opinione pubblica e fornitori.
Come sono fatte le lampade a induzione magnetica?

Schema: 1 ballast elettronico – 2 anelli in ferrite – 3 amalgama di mercurio – 4 polveri di fosforo

Le lampade a induzione magnetica potrebbero essere considerate come lampade fluorescenti, ma con una fondamentale differenza: il bulbo illuminante contenente il gas è perfettamente sigillato in quanto non ci sono elettrodi da posizionare all’interno del bulbo.

L’innesco di accensione si ottiene attraverso il campo magnetico generato da due bobine avvolte su un nucleo di ferrite, montate in posizione diametralmente opposta.
Il campo magnetico prodotto da corrente ad alta frequenza accelera gli elettroni liberi nel gas all’interno del bulbo e questi elettroni colpiscono ed eccitano gli atomi di un’amalgama di mercurio di 2mg, la stessa amalgama che i dentisti utilizzano per le otturazioni, quindi maneggiabile e riciclabile. Questi atomi danno energia ai propri elettroni i quali, ritornando nello stato di equilibrio, producono radiazioni elettromagnetiche. Queste radiazioni, dopo essere passate attraverso la pellicola di fosforo che ricopre l’interno del bulbo, escono come “luce” nel campo visivo.

L’assenza di elettrodi permette alla lampada di avere una vita molto più lunga rispetto a qualunque altra soluzione oggi presente sul mercato.
Tutti i componenti e i materiali utilizzati non sono inquinanti e sono perfettamente riciclabili!

La lampada a induzione necessita di un dispositivo d’accensione: il ballast.
La qualità del sistema a induzione magnetica è strettamente legata anche alla tecnologia di costruzione del ballast, quindi ogni produttore mette sul mercato un sistema che ha sicuramente elementi distintivi rispetto gli altri.
Lampade a induzione magnetica vs led

Le lampade a induzione magnetica da qualche anno si propongono in un mercato che è dominato dai LED in quanto i LED sono stati introdotti diverso tempo prima e anche da un elevato numero di player.
A parte questo “ritardo”, vale la pena analizzare anche le lampade a induzione magnetica perché sono caratterizzate da parametri altamente competitivi, non solo tecnici, ma anche di prezzo.
A causa le dimensioni della lampada a induzione magnetica, la gamma degli apparecchi disponibili è un po’ più limitata rispetto alla gamma dei LED.
Non sono, infatti, prodotte plafoniere a eccezione di quelle di dimensioni 60x60cm e 40x40cm e non è prodotto nulla nella gamma dei faretti.
Sono invece prodotte lampade monotoroide con zoccolo E27 ed E40.

Vale sicuramente la pena di armarsi di senso critico e volontà analitica per fare una comparazione di tutte le caratteristiche distintive delle lampade a induzione magnetica e dei LED.
Bisognerà quindi verificare l’indice di resa cromatica, l’abbagliamento, la percezione di luminosità, la durata di vita, il decadimento, la possibilità di regolare il flusso, il flickering, le temperature di esercizio, la sensibilità ai disturbi, la manutenzione e per finire la classe di rischio fotobiologico e le garanzie.
Con una fornitura che ottimizzi la risposta a tutti i parametri sopra indicati significa aver contribuito a far si che le persone possano lavorare meglio e di più.

In un secondo articolo verranno analizzati i parametri caratteristici per analizzare le differenze tra lampada a induzione magnetica e tecnologia LED.

Articolo redatto per ElettricoMagazine da Ing. Andrea Angelini

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Gli ebrei sionisti aggrediscono e uccidono in Siria, sono assetati di sangue umano

lunedì 21 gennaio 2019

L'escalation guerrafondaia USA-Israele contro l' Iran è verosimile. E' necessario opporsi subito.


La notizia di oggi, 21 gennaio, è che Israele bombarda in Siria obiettivi che definisce iraniani, e, per la prima volta, rivendica gli attacchi in Siria mentre in occasioni precedenti aveva mantenuto il silenzio su operazioni militari nel paese di Damasco che tutti gli osservatori, anche occidentali, attribuivano a lei.

Una notizia della scorsa settimana, era invece il vertice anti Iran che si terrà a Varsavia il 13 e 14 febbraio, organizzato e guidato dagli USA.

La coalizione che si vuole mettere in piedi in occasione del vertice polacco di febbraio punta dichiaratamente a destabilizzare il governo iraniano.

"Sostenendo l' opposizione esistente" dichiarano gli USA. Ma quasi sicuramente, creando una opposizione, ora assente, che miri al rovesciamento della repubblica islamica attuale e non aspiri solamente a riforme democratiche nel quadro attuale.
La volontà bellicosa e avventurista degli Stati Uniti è verosimile, infatti gli USA stanno implementando sanzioni all' Iran che potrebbero rivelarsi un flop, o, se invece fossero implementate come nelle intenzioni, destabilizzerebbero l' economia del petrolio, mettendosi contro un fronte comprendente Cina, Russia e Unione Europea, che vorrebbero aggirare queste sanzioni.

In entrambi i casi Trump, già in difficoltà sulla questione del muro con il Messico, si troverebbe in una condizione ancora più debole.

Per il momento gli USA hanno esentato dalle sanzioni Cina, Turchia, India, Italia e altri 4 paesi, ma ad aprile scade l' esenzione e la situazione non pare andare verso il congelamento dell' esistente.

L' escalation bellicosa contro l' Iran è quindi verosimile, i tempi dei passi del prossimo futuro già definiti: febbraio in Polonia, e decisione ad aprile sulle sanzioni.

Il pericolo va segnalato immediatamente,

anche se saremo in pochi a dichiararci contrari a questa operazione pericolosa che vedrà l' Italia di Salvini spalleggiare Trump e contrastare invece l' Unione Europea che cercherà di frenarlo.

Ma anche questa volta sarà giusto opporsi, in controtendenza, alla follia guerrafondaia.

Tra qualche settimana il quadro sarà più chiaro di oggi, ma potrebbe essere troppo tardi.

Marco Palombo

In Francia la polizia non difende i cittadini ma li spara

SABATO 19 GENNAIO 2019
In Francia si parla delle “flash-ball”

Sono i proiettili di gomma utilizzati dalla polizia per contrastare i "gilet gialli", e secondo alcuni andrebbero vietati perché troppo pericolosi

 
(AP Photo/Thibault Camus)

Da settimane in Francia si discute delle cosiddette “flash-ball”, proiettili di gomma utilizzati dalla polizia per disperdere la folla durante le manifestazioni settimanali dei “gilet gialli“, il movimento nato quasi due mesi fa per protestare contro l’aumento delle tasse sui carburanti deciso – e poi ritirato – dal governo del presidente Emmanuel Macron. Il nome tecnico dei fucili che utilizzano le flash-ball è LBD, un acronimo che sta per Lanceur de balle de défense (traducibile con “lanciatori di palle da difesa”).

I fucili di questo tipo sono stati brevettati dall’azienda francese Verney-Carron e ne esistono diverse versioni, ma quella di cui si sta discutendo di più è la LBD40, un fucile a canna singola con un calibro di 40 mm che permette di sparare fino a una distanza di 30 metri, a una velocità di 100 metri al secondo. Il fucile è stato progettato affinché i proiettili non penetrino nella carne, e l’azienda produttrice li descrive come à létalité atténuée (“meno letale”), quindi non esplicitamente “non letale”.

I fucili di questo tipo esistono dal 1990 e la polizia francese li ha in dotazione dal 2002: negli scorsi anni avevano già fatto discutere, e diverse associazioni per i diritti umani che ne avevano chiesto il divieto d’uso. Nelle ultime settimane, però, queste richieste si sono fatte sempre più insistenti, in seguito alle denunce da parte di numerosi “gilet gialli” che sono stati feriti dalle flash-ball, in alcuni casi gravemente. Il collettivo Désarmons-les, che denuncia le violenze della polizia, ha detto che in totale sarebbero state ferite gravemente 94 persone, di cui 71 proprio a causa delle flash-ball, mentre altre cifre riportate da BBC parlano di 40 feriti.

Tra questi c’è un vigile del fuoco volontario, Olivier Béziade, che durante le proteste del 12 gennaio è stato colpito alla tempia destra da un proiettile di gomma e ha riportato un’emorragia cerebrale. Per operarlo i medici gli hanno indotto un coma farmacologico, da cui è uscito il 18 gennaio. Sempre il 12 gennaio una ragazza ha riportato la frattura della mascella, e nelle settimane precedenti si stima che diverse altre persone abbiano subito fratture e ferite dolorose a causa delle flash-ball, anche se non ci sono cifre ufficiali. Sui social network sono state pubblicate molte foto che sembrano dimostrarlo: il fotografo francese David Dufresne sta raccogliendo su Twitter centinaia di queste segnalazioni (ci sono immagini molto forti). In passato c’erano stati diversi casi di persone ferite dalle flash-ball, e nel 2010 a Marsiglia un uomo era stato ucciso.

La polizia ha detto che i fucili LBD40 vengono utilizzati dalla polizia solo in casi eccezionali in cui non ci sono altri modi per difendersi, e sparando solo al torso o agli arti. Alla fine di dicembre la Corte europea per i diritti umani ha rigettato la richiesta di divieto di utilizzo delle flash-ball, portata avanti da alcuni “gilet gialli” feriti durante le manifestazioni; il 18 gennaio il ministro dell’Interno Christophe Castane ha difeso apertamente l’utilizzo di queste armi, sostenendo che senza il loro utilizzo «ci sarebbero molti più feriti». Per ora la Francia è un caso piuttosto raro in Europa e, come ha spiegato a Euronews il segretario generale del sindacato di polizia Silp Cgil, Daniele Tissone, in Italia armi del genere non sono in dotazione alle forze dell’ordine.