Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 20 maggio 2019

Antonio Socci - Quando i fatti vengono storti perchè si indossano gli occhiali dell'ideologia. La Nato no è stata una scelta ma una imposizione. Gli Stati Uniti dal dopoguerra in poi hanno solo creato conflitti, morte, distruzioni guerre, MA gli imbecilli fanno finta di niente e nascondono la testa sotto la sabbia


Posted: 19 May 2019 05:37 AM PDT


Giulio Sapelli , fra le poche teste pensanti in circolazione, sostiene che siamo a una svolta storica nell’assetto del mondo: “È iniziata una nuova Guerra fredda che ha per contendenti gli Usa e la potenza eversiva di ciò che rimane dell’ordine internazionale: la potenza militare e demografica della Cina. La questione dei dazi è solo l’inizio… di una guerra su tutti i fronti… Una guerra che sarà in primo luogo per procura… Il Mediterraneo è già oggi terreno di scontro e di contenimento. La stabilizzazione dei rapporti Usa e Russia diviene sempre più necessaria”.

In questo quadro internazionale – secondo Sapelli – l’America si chiede: “la classe politica italiana sarà al suo fianco nella lotta alla Cina? Si tratta di una lotta per il predominio tecnologico e militare planetario e il ruolo che il Mediterraneo , lago atlantico ma altresì stagno dei conflitti franco-anglo-italiani, potrà svolgere sarà essenziale , sorvegliando le porte di accesso all’heartland sia per via marittima con Suez, sia per via terrestre con il Caucaso e la Turchia”.

Il futuro del governo gialloverde – in cui il M5S ha spinto per l’accordo della “via della seta” con la Cina e invece la Lega è molto più in sintonia con la Casa Bianca – sarà determinato molto più da questo quadro internazionale che dalle schermaglie interne.

Dunque per capire cosa sta accadendo è molto più interessante leggere il dossier “Come si sta arrivando allo scontro di civiltà fra Cina e Usa” , pubblicato sulla rivista di geopolitica Limes, che ascoltare le dichiarazioni di Di Maio.

Le nostre attuali classi dirigenti dimenticano che la geopolitica detta legge. Per tutta la prima repubblica in Italia la politica interna e i suoi equilibri di governo, sono stati determinati dalla nostra collocazione internazionale . Così è accaduto anche dopo il crollo del Muro di Berlino, che rappresenta una delle svolte storiche. E così accadrà oggi in vista di una nuova svolta storica.

Per questo è necessaria una classe di governo consapevole di cosa c’è in gioco. Come nel dopoguerra, quando Alcide De Gasperi riuscì – nonostante mille opposizioni – a collocarci nel giusto campo internazionale, quello della Nato , che poi favorì anche il nostro straordinario miracolo economico .

Quella degasperiana fu la scelta (?!?!) più patriottica e sovranista (nonostante ciò che sostenevano comunisti e fascisti ) perché permise all’Italia – nelle condizioni storiche date – il massimo di libertà e prosperità possibile .

Oggi scegliere – più o meno consapevolmente – un legame con l’impero comunista cinese, sia per il M5S , come per l’attuale regime bergogliano nella Chiesa (che si è suicidata con un micidiale patto capestro firmato con Pechino), significa fare una precisa scelta di campo contro gli Stati Uniti, contro la libertà e la prosperità del nostro Paese .

Bisogna esserne consapevoli: 
gli Usa sono e restano la potenza imperiale del mondo. 
Si sono guadagnati questo ruolo con la vittoria in due guerre mondiali, la vittoria della guerra fredda e con un incontrastato primato economico/militare planetario.

Tutto va collocato in questo quadro. L’interessante ultimo numero di Limes intitolato “Antieuropa, l’impero europeo dell’America” , rilegge anche tutta la vicenda europeista nella sua verità storica. Anzitutto spazzando via la ridicola retorica europeista di cui sono pieni i giornali e i discorsi dei politici.

Limes – che pure è una rivista del gruppo Gedi come Repubblica/Espresso – nel suo editoriale demolisce “l’europeisticamente corretto , al quale ci siamo abbeverati per tre generazioni. Le cui esauste formule, recitate ad nauseam dai custodi di tanta fede, indifferenti ai mobili dati di realtà perché deputate a rimuoverli dalla coscienza pubblica, hanno contribuito a eccitare la controretorica eurofoba. Ovvero ‘populista’. Marchio con cui le élite bollano le opinioni che non condividono quando tendono a diffondersi… Per tale europeismo manierato” scrive Limes “Europa è sinonimo di Unione Europea. Spazio identificato con un’organizzazione formata dai suoi Stati membri a protezione dei rispettivi interessi nazionali . Nel caso italiano, dell’incapacità di definirli . Grazie a tale geografismo, un continente assurge a giocatore geopolitico globale. Peccato che nel mondo nessuno lo riconosca per tale . Tantomeno le grandi potenze”.

E qui, ai retori che oggi si riempiono la bocca di baggianate euriste, Limes ricorda la storia vera: la Comunità economica europea nacque, per volere americano, come appendice della Nato, per contrapporsi al Comecon che era l’appendice economica del patto di Varsavia (l’impero militare sovietico in Europa) .

La missione della Nato delineata da Truman era: “americani dentro, russi fuori, tedeschi sotto”.
Questa rimane lo scopo della Nato.Con il crollo del Muro di Berlino, il disfacimento dell’impero sovietico e la fortissima influenza che gli americani acquisirono sulla Russia di Elstin, l’Europa perse importanza geostrategica per Washington .

Paradossalmente il Trattato di Maastricht, scrive Limes, “ha contribuito alla graduale disintegrazione dello spazio comunitario . Implicita nel Trattato di Maastricht (1993) – inutilmente avversato da Washington – che battendo una moneta senza sovrano ha accelerato la crisi della sovranità degli Stati chiamati a cogestirla . Emergente già dal 1994 nell’idea di Euronucleo (Kerneuropa), intesa da Berlino come propria sfera di influenza monetaria, economica, quindi geopolitica ”.

Gli Stati Uniti di Bush guardavano con diffidenza a questo tentativo tedesco di costruirsi un impero , ma, specie con Clinton , lo assecondarono purché includesse gli Stati dell’Est europeo, per sottrarli definitivamente all’influenza russa .

Con Clinton gli Usa furono sedotti dalle potenzialità della Cina a cui permisero, irresponsabilmente, di passare, in pochi anni, dal sottosviluppo al livello di potenza planetaria senza nessuna apertura democratica e penalizzando pesantemente le economie occidentali .

La recente presidenza Obama/Clinton , oltre ad alimentare il mostro cinese , soffiò sul fuoco della polveriera islamista creando altra destabilizzazione nel Mediterraneo e nel Medio Oriente (con il conseguente migrazionismo). E demonizzò la Russia di Putin costringendola ad una pericolosa vicinanza con la Cina.

Finalmente con Trump gli Stati Uniti riprendono in mano le redini di un mondo alla deriva . Lo fanno sia ribaltando la folle globalizzazione clintoniana, che aveva permesso al Mercato di spazzare via i poteri degli stati e gli interessi nazionali (massacrando il ceto medio dell’Occidente), sia tagliando le unghie alla Cina le cui strategie imperiali ormai arrivano all’Africa e al Mediterraneo.

Per gli Usa occorre ritrovareun dialogo con la Russia di Putin che la strappi all’alleanza con Pechino e che stabilizzi il mondo dal mondo di vista bellico.

In questa chiave la Germania – che già mostra gravi crepe – è attaccata dagli Usa perché, con le ricette fiscali e monetarie che ha imposto ai suoi soci, ha fatto della UE il suo impero su cui troneggia con un pazzesco surplus commerciale che ha depresso gli altri partner.

Inoltre, secondo Limes, “i tracciati commerciali terrestri e marittimi disegnati da Xi Jinping – ‘una cintura, una via’ – sono percepiti a Washington quali prefigurazioni del nefando triangolo Cina-Russia-Germania, spettro del Nemico che può sconfiggere gli Stati Uniti” .

Perciò questa UE confligge con la strategia degli Usa e conviene solo alla Germania. In tale quadro “l’opzione Trump” (che significa schierarsi con gli Usa e anche importare le politiche economiche trumpiane) può rappresentare per l’Italia il modo per riconquistare la perduta indipendenza politica, economica e monetaria che sola potrebbe permetterle di ritentare un nuovo miracolo economico.

L’alternativa è restare sepolti sotto le macerie di una UE, cioè un impero tedesco, che sta già crollando sulla testa dei popoli sottomessi all’euro.

Antonio Socci

Da “Libero”, 19 maggio 2019

E' guerra vera - Google costringerà la Cina a creare alternativa, ci vorrà tempo ma si concretizerà e il monopolio finirà

Guerra commerciale: dopo terremoto Huawei la tensione è alle stelle


20 Maggio 2019 - 10:39 

Guerra commerciale: tensione alle stesse dopo il terremoto Huawei. Le cose potrebbero peggiorare


La guerra commerciale tra gli USA e la Cina potrebbe aver oltrepassato il punto di non ritorno.

Il ban di Trump contro Huawei ha avuto un effetto dirompente sull’intero settore tecnologico. Secondo quanto riportato da alcune indiscrezioni di stampa, qualche ora fa Google ha infatti deciso di togliere Android dai prodotti Huawei limitando altresì l’utilizzo delle sue applicazioni.

Un vero e proprio terremoto tech che rischia ora di portare alle stelle la tensione tra gli USA e la Cina, impegnate in una guerra commerciale ancora lontana dalla risoluzione.
Guerra commerciale peggiora: terremoto Huawei

Le ultime indiscrezioni sul caso Huawei sono trapelate qualche ora fa tramite Reuters. Secondo l’agenzia, Google avrebbe deciso di chiudere tutti i rapporti con l’innovativa società cinese, la maggiore produttrice di smartphone dopo Samsung.

Una mossa, questa, che sarebbe stata seguita anche da colossi quali Intel, Qualcomm, Xilinx e Broadcom. Una reazione a catena, insomma, da parte di numerose società che avrebbero deciso di aderire al ban di Trump.

Ove confermata, la chiusura di Google a Huawei manderebbe in fumo milioni di dollari in accordi commerciali tra le parti. Le versioni ottimizzate del software Android, infatti, prendono vita sulla base di intese tra la californiana e le singole società. E proprio queste ultime pagano poi a Google una sorta di licenza in denaro.

Tutto ciò non farà che peggiorare i già tesi rapporti tra la Cina di Xi e gli USA di Trump. La scorsa settimana Washington ha alzato i dazi su 200 miliardi di beni provenienti dal Dragone. Quest’ultimo dal canto suo ha annunciato una serie di contromisure che entreranno in vigore il prossimo 1 giugno.

Il terremoto Huawei, insomma, non farà che peggiorare la guerra commerciale in corso tra le due potenze. L’accordo, ad oggi, appare ancora molto lontano.

La Sharia entra come nel burro nell'Euroimbecillità dell'Unione Europea

Ampiamente sottovalutato il rischio della infiltrazione turca in Europa

La volontà di Erdogan nel diventare il nuovo Califfo dell’Islam viene fin troppo sottovalutata in Europa che invece continua a tenere in considerazione un ingresso della Turchia nell’Unione Europea

onMaggio 20, 2019


Quando nel tardo pomeriggio del 15 aprile scorso le fiamme avvolsero la cattedrale di Notre Dame i più attivi e celeri dell’intero mondo musulmano a gioire della catastrofe furono i turchi.

Basta guardare (anche ora) la pagina Facebook ufficiale del quotidiano turco Sabah per rendersene conto.
È uno spettacolo così bello. Che altri luoghi cristiani possano incontrare lo stesso destino
La cattedrale non è ancora completamente bruciata. Aiutaci fuoco
Possa l’intera Francia bruciare, sono nemici dell’Islam, nemici dell’umanità
Questo è quello che succede ai miscredenti che non rispettano il profeta. Dio è grande
Possano tutte le cattedrali cristiane bruciare

Questi sono solo alcuni delle migliaia e migliaia di commenti di giubilo apparsi nella pagina Facebook di Sabah, commenti che a distanza di settimane continuano ad arrivare.

Può sembrare una cosa da niente, può sembrare il solito “shitstorm” su notizie che in qualche modo scatenano i peggiori istinti delle persone in rete.

In realtà è una fotografia perfetta della Turchia attuale, una Turchia tutta volta a potenziare la propria posizione all’interno del mondo islamico e in particolare la propria leadership sulla Fratellanza Musulmana.
Erdogan in vantaggio su tutti i leader musulmani

Tutti i più “grandi” leader musulmani bramano di diventare una guida per il mondo islamico ed Erdogan non fa eccezione. Ma il dittatore turco parte da una posizione decisamente più favorevole, almeno per quanto riguarda l’Europa e il Medio Oriente.

La Turchia ha già infiltrato pesantemente l’Europa passando per la porta dei Balcani. In Europa, soprattutto in Germania, i cittadini turchi si possono misurare in milioni, MILIONI di persone che possono incidere pesantemente nelle politiche degli Stati che li ospitano. E’ già successo in passato con la Germania e potrebbe succedere anche in futuro, specie se l’Europa si ostinerà nel suo diniego all’ingresso della Turchia nell’Unione Europea.
La differenza tra la Turchia e le altre potenze islamiche

Mentre le grandi potenze finanziarie islamiche cercano di “sfondare” in Europa attraverso una serie di “donazioni” alle comunità islamiche e con la costruzione di moschee, Erdogan adotta un sistema diverso e più “penetrante”.

Nemmeno lui disdegna il finanziamento per la costruzione di grandi moschee, come dimostra il finanziamento per la costruzione della grande moschea di Colonia. Ma l’approccio turco è molto più aggressivo e penetrante perché sfrutta a grandi mani lo Zakat, la beneficenza islamica impossibile da controllare senza apposite leggi.

Lo Zakat turco, inteso come lo intende Erdogan, è una evoluzione moderna della vecchia “teologia del container” usata a suo tempo dai missionari in Africa. Io ti sfamo ma tu ti converti. Solo che Erdogan non lo fa in Africa, o meglio, non lo fa solo in Africa ma lo fa soprattutto in Europa.

Indicative a tal riguardo le parole proferite ieri dal direttore generale delegato della Mezzaluna Rossa, Mustafa Tutkun, il quale parlando degli aiuti distribuiti in Kosovo, in Bosnia e in Albania in occasione del Ramadam ha detto che «l’operazione rientra e si integra con la politica estera della Turchia», parole poi ribadite dal Console Generale della Turchia in Kosovo, Eylem Altunya.

Il proselitismo e l’infiltrazione in Europa attraverso l’aiuto umanitario sono quindi «parte della politica estera della Turchia» e questo non può non destare allarme nelle cancellerie europee. O almeno dovrebbe.

Invece sembra che il problema sia ampiamente sottovalutato nonostante i molti allarmi lanciati dai servizi segreti sul fatto che la Turchia di Erdogan stia cercando di colmare il vuoto lasciato da ISIS nel cuore dei milioni di musulmani in Europa.

Come fino ad ora è stata ampiamente sottovalutata la pesante deriva islamista in atto in Turchia, come dimostrano i commenti sulla pagina Facebook di Sabah in occassione dell’incendio di Notre Dame e come dimostra la costante crescita dell’intolleranza verso gli “infedeli” in Turchia.

L'Euro è un Progetto Criminale e l'Unione Europea un suo strumento, tra i tanti scopi c'era la distruzione del tessuto produttivo e industriale dell'Italia MA non hanno considerato le capacità di adattamento della piccola e media industria italiana

Piccole e medie imprese, nulla è più come prima: ecco perchè

19 Maggio 2019, 6:50 | di goWare ebook team

Nulla è più come prima dicono Giulio Sapelli ed Enrico Quintavalle in un nuovo ibro, edito da Guerini, sulle piccole e medie imprese nel decennio della loro grande trasformazione: ecco perchè


Qualcosa di sconvolgente

Giulio Sapelli ed Enrico Quintavalle sono una coppia così ben assortita che, per capacità, competenze ed esperienze, potrebbe trionfare nella finale del doppio di Wimbledon. Sapelli studia da decenni l’ontologia e la fenomenologia dell’economia polifonica, della quale le piccole e medie imprese sono un pilastro. Quintavalle lavora sul campo e più di ogni altro ha l’orecchio proprio dentro al secchio. Dalla collaborazione dei due è nato un libro di grandissimo interesse e anche accessibile Nulla è come prima. Le piccole imprese nel decennio della grande trasformazione (Guerini, 2019, pp. 200). Il libro sarà disponibile in edizione cartacea e digitale dal prossimo 29 maggio 2019.

I due autori partono da un assunto che hanno voluto veder stampato anche in copertina. Questo:

Quando, nel settembre 2008, i media di tutto il mondo trasmettevano le immagini degli impiegati di Lehman Brothers che lasciavano per sempre i loro posti di lavoro, l’opinione pubblica mondiale comprendeva che qualcosa stava cambiando per sempre.

E in effetti è successo. In questi dieci ultimi anni Le piccole e medie imprese hanno attraversato una dura e crudele selezione ma nel loro complesso sono state capaci di sopravvivere e di trasformarsi. Anche l’avvento della nuova economia, il secondo tsunami ad abbattersi sul sistema economico delle pmi, è stato sì un disastro, ma anche un guanto di sfida e un’opportunità non da poco per allargarne il raggio d’azione delle pmi. Grazie all’e-commerce, alla coda lunga, all’azione dei motori di ricerca il «valore artigiano», come lo chiama Fumagalli nella introduzione al libro, dei manufatti delle piccole imprese ha avuto la possibilità di presentarsi su uno scenario globale.

Oltre la dimensione economica la piccola e media impresa è anche una forma di organizzazione umana che merita di esser indagata in ogni suo aspetto e sfaccettatura. Questo il tentativo che Giulio Sapelli compie nella riflessione, tratta dal libro, che vi proponiamo qui di seguito.

La copertina del volume di Giulio Sapelli e Enrico Quintavalle disponibile in libreria e in rete sia in formato cartaceo che digitale.

Questo nostro lavoro vuole essere un ulteriore passo innanzi per comprendere il posizionamento delle piccole imprese nell’universo delle popolazioni organizzative attive sui mercati, attraverso lo studio di un cluster di popolazioni specifico e ben definito storicamente come le piccole imprese italiane.

Vuole altresì, attraverso questo sforzo cognitivo, contribuire all’elaborazione di uno strumento euristico che ancora non abbiamo: una teoria dell’impresa.

Dell’impresa tout court, iniziando da quell’impresa che è per sua natura ontologica al confine tra la società segmentata — la famiglia e le comunità — e la società differenziata — le società nazionali e internazionali –, oggi sovradeterminate dalla finanza capitalistica e da un cluster inusitato di ondate Kondratiev: dalle scienze del Dna ai campi magnetici, al mining, all’Itc. Si tratta di passare dal concept alla teoria.

Nulla di più idoneo per far ciò che passare dall’astratto al concreto e poi tornare all’astratto, per giungere in tal modo alla teoria.

Fonte: Sapelli, Quintavalle, “Nulla è come prima”, cit., pag. 17

La piccola impresa come fenomeno storico concreto

Siamo convinti, sulla scorta dell’insegnamento della Penrose, che le imprese siano popolazioni organizzative che possono essere tanto a direzione manageriale quanto a direzione che chiameremo diretta, ossia fondata sulla proprietà che non delega la direzione.

La piccola impresa, allora, si differenzia da tutte le altre forme di organizzazioni produttrici di valore in primo luogo per essere fondata sulla relazione personale anziché su un sistema di ruoli; e questo perché, seguendo Cajanov, la piccola impresa e quindi l’impresa artigiana in specie si sviluppa, cresce, declina, confrontandosi con l’ambiente esterno in un percorso di adattamento che ne garantisce la sopravvivenza avendo come regolatore non solo il profitto capitalistico — che le consente di collocarsi nell’economia monetaria e della produzione di merci — ma, innanzitutto ossia in prima istanza nei processi di sopravvivenza, grazie alla famiglia, alla famiglia biologica, naturale, tipica della segmentazione sociale anziché della differenziazione che invece prevale nel capitalismo dispiegato e nella grande impresa privata manageriale o di proprietà statale manageriale.

La piccola impresa è la prova della validità delle teorie di Tönnies, per il quale la comunità si riattualizza nella società attraverso la riproposizione dei legami agnatici tipici delle famiglie, oppure della costituzione di comunità di pari (su cui la filosofia politica e la sociologia in lingua tedesca hanno riflettuto per almeno due secoli, da Brunner, a Simmel, a Weber e Sombart e tutta la «scuola storica»).

È stato Alfred Marshall (1842–1924), il più influente ecomomista del suo tempo ad apprezzare il modello cooperativo come forma non predatoria di proprietà collettiva

Comunità: come era un tempo tipico degli ordini cavallereschi per finire con le sempre attualissime imprese cooperative che attrassero la meditata ammirazione di Alfred Marshall nei suoi Principi di economia politica e che continuano a riprodursi incessantemente come le altre forme di allocazione dei diritti di proprietà collettiva di piccoli gruppi o generatrici di imprese che non hanno nel profitto altro che un regolatore e non un assetto proprietario come accade su scala planetaria nelle imprese not for profit oppure nei common goods.

Il fenomeno storico-concreto delle piccole imprese artigiane italiane è esemplare a questo riguardo, ossia è l’illustrazione concreta della vitalità della poligamia delle forme dello scambio e della produzione.
Dinamica del Pil pro capite nei quinquenni 2007–2012 e 2012–2017 nei principali paesi Ue — variazione % 2007–2012, 2012–2017 e variazione % cumulata 2007–2017, prezzi costanti. Fonte: Sapelli, Quintavalle, “Nulla è come prima”, cit., pag. 129. Questo schema, elaborato dagli autori, mostra la profondità della crisi italiana anche in relazione alle altre grandi economie europee.

La grande recessione del 2007

Se si guarda a cosa accadde in Italia dopo la grande recessione del 2007, si ha un’altra esemplare dimostrazione di ciò. Da tale recessione ancora non si è usciti, per ripiombare di nuovo in una incipiente e prossima depressione mondiale di grande intensità, come s’intravede dal blocco della crescita cinese e dalla crisi in cui sono immerse le grandi corporation nordamericane e le grandi banche universali, in primis quelle tedesche (oggi come nell’Ottocento e nel primo Novecento).

L’acquisto di azioni proprie per sostenere i valori di Borsa che gonfiano i piani manageriali di stock option e le leve finanziarie unite alla produzione di ersatz money sotto forma di derivati da parte delle grandi banche universali (il mostruoso e non benefico riproporsi di quel prodigioso costrutto che furono le grandi banche miste dell’Ottocento capitalistico e imperialistico), hanno via via disgregato le grandi corporation che hanno perduto, dopo il managerial capitalism sostituito dall’owner capita­ lism delle stocks options, ogni punto di riferimento, tra la rarefazione verticistica della proprietà, la moltitudine delle cuspidi di comando: in un dilagare della disuguaglianza che disgrega la società e con essa anche quella che un tempo era l’alta direzione d’impresa.

Mentre tutto ciò s’invera e si manifesta insieme in una crisi degli equilibri mondiali terrificante, le piccole imprese artigiane hanno affrontato, come meteore nei cieli planetari del capitalismo mondializzato, la deflazione europea secolare da dominazione politica tedesca e ora affronteranno la depressione internazionale con una resilienza inaudita e inusitata: non prevista dagli economisti neoclassici, come ben spieghiamo in questo libro.

Valore nozionale dei derivati negoziati fuori Borsa sul Pil mondiale in Usd correnti. Elaborazione degli autori su dati Bri. Fonte: Sapelli, Quintavalle, “Nulla è come prima”, cit., pag. 105.

La crisi del credito

E questo «fa» il problema storico, sociologico, antropologico e infine economico: è il passaggio decisivo da compiere sul ponte tibetano che attraversa la valle tra il concept e la teoria: dalla piccola impresa risaliamo alla teoria dell’impresa.

Grazie alla luce che traspare dal cielo delle orbite planetarie d’impresa si comprende meglio il problema del credito: esso è diventato cruciale perché si sono intrecciate la crisi delle piccole banche territoriali cooperative e quella delle imprese piccole e medie, nella trasformazione delle banche miste in produttrici di rendita finanziaria anziché di profitto realizzato grazie alla concessione di credito alle famiglie e alle imprese.

La conseguenza sono stati due decenni circa di deflazione e quindi di caduta dei tassi di profitto, con banche centrali che si ostinano a ritenere che sia la politica monetaria e non la ripresa degli investimenti e quindi del profitto capitalistico la chiave di volta della crescita.

Ecco i bassi tassi di interesse che drenano risorse dalle piccole banche soffocate dall’iper-regolazione eurocratica e non, con redditività negativa delle stesse; così generando eccessi di costo per via delle moltitudini di contratti costosi in misura sempre più rilevante, senza poter sperare, per via dell’arretratezza tecnica (per le resistenze all’adozione delle tecnologie digitali senza eccessi di disintermediazione) e quindi la scarsità di innovazioni che spostino la produzione di algoritmi dalla finanza distruttrice di valore a vantaggio della rendita verso, invece, la buona finanza che favorisce la circolazione del capitale evitando l’eccesso di bolle speculative.

L’esaurimento delle internazionali domande interne per le crisi di sottoconsumo arginate illusoriamente con l’eccesso della rendita e delle innovazioni tecnologiche non creatrici né di valore né di produttività ha ingenerato l’attuale situazione di crisi di un tardo capitalismo che non sarà salvato dal finanziario «prendere tempo» (i Grundrisse del vecchio Marx sono sempre attualissimi…).

L’economia circolare

La polifonia delle forme d’impresa è una delle architravi etiche del nostro avvenire.

Il ripensamento in corso nelle centrali del capitalismo oligarchico e finanziarizzato conduce ciò che rimane dei gruppi dirigenti delle grandi imprese e ciò che rimane delle classi politiche disintermediate dalla distruzione incipiente delle classi medie a cercare una salvezza — ideologica prima che economica — nei paradigmi dell’economica circolare e della sostenibilità, che altro non sono che la riproposizione in forma drammatica delle responsabilità dell’alta direzione che all’inizio degli anni Ottanta del Novecento anche chi scrive contribuì ad elaborare sotto le forme della Corporate Social Responsibility.

Oggi a essa si dà il nome di «economia circolare» e ci si illude di poterla inverare con accordi multilaterali tra Stati, ricadendo nell’onnipresente errore dello statalismo pervasivo anziché perseguire la via della benevolenza autoregolata d’impresa, che è la sola strada non per guadagnare tempo, ma per ricercare una trasformazione riformista del capitalismo dinanzi alla caduta tendenziale del saggio di profitto e alla perdita drammatica di legittimazione dell’industria, della finanza e dell’impresa tout court nei confronti dei popoli che si levano come minacciose onde contro i costrutti sociali imprenditoriali (quale forma di allocazione dei diritti di proprietà essi abbiano) che hanno costruito il mondo in cui siamo immersi e in cui dobbiamo continuare a vivere pensando oltre i conformismi e le mode dello Zeitgeist.

La polifonia delle forme d’impresa e la buona governance sono gli architravi culturali e morali della possibilità di continuare a costruire il futuro, grazie alla diversità delle forme d’impresa socialmente trasformate e alla potenza della soggettività della persona.

La vogliamo dire tutta non sempre è conveniente strategicamente fare i buchi alle montagne

Il tunnel del Gran Sasso e le acque sotterranee

Si è parlato molto negli ultimi giorni del traforo del Gran Sasso, che è stato a un passo dalla chiusura il 19 maggio. Questa enorme opera di ingegneria ha avuto in passato (e continua ad avere) un forte impatto sulle acque sotterranee dell'area.

Lorenzo Pasqualini19 MAG 2019 - 14:03 UTC

La autostrada A24 nei pressi del tunnel del Gran Sasso (foto: Wikimedia Commons)

Il traforo del Gran Sasso si trova in Abruzzo, lungo la autostrada A24. Permette un rapido collegamento viario fra il versante tirrenico e quello adriatico, mettendo in comunicazione Roma con Teramo e consentendo di evitare i più lunghi percorsi di montagna (come il valico delle Capannelle).

Il traforo ha una lunghezza di 10 chilometri ed è la galleria a doppia canna più lunga d'Europa (sarà superata nel 2020 dal tunnel del Frejus). Attraversa il grande massiccio del Gran Sasso, dove si trova la vetta più alta degli Appennini. Il traforo del Gran Sasso dà accesso ai laboratori sotterranei dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, dove vengono eseguiti importanti esperimenti scientifici.

Il rischio chiusura per l'inquinamento delle falde

Nel maggio del 2019 si è parlato molto di questo importante tunnel, per l'inquinamento delle acque sotterranee che potrebbe essere legato (è in corso una indagine), alla presenza delle gallerie autostradali e dei laboratori di fisica nucleare. Inizialmente era stata prevista la chiusura per il 19 maggio. La chiusura è stata revocata, ma la viabilità sarà comunque ridotta con il restringimento delle carreggiate ed il limite di velocità a 60 km/h.

Non è la prima volta che si parla dell'impatto del traforo del Gran Sasso sulle acque sotterranee.Questa enorme opera ingegneristica, costruita fra il 1968 ed il 1984 (i lavori restarono fermi per diversi anni, per la crisi del 1974), ha avuto un impatto molto importante sul sistema delle acque sotterranee abruzzese.

Bisogna ricordare anche gli undici lavoratori morti nei suoi cantieri per incidenti di vario tipo.

Il drenaggio dell'acquifero sotterraneo

Nel 1970, mentre andavano avanti le operazioni di scavo, venne intercettata una faglia che faceva da "tappo" per l'enorme sistema di acque sotterranee del Gran Sasso. Attraverso il tunnel appena costruito, l'acqua rimasta nella montagna per migliaia di anni uscì improvvisamente travolgendo i cantieri e raggiungendo il vicino abitato di Assergi (L'Aquila). Il drenaggio dell'acqua attraverso lo scavo artificiale causò un abbassamento del livello della falda ed il prosciugamento delle sorgenti di alta quota. Ancora oggi la galleria del Gran Sasso funge da punto preferenziale di uscita delle acque sotterranee. 

La galleria del Gran Sasso e l'impatto sulle sorgenti

Il Gran Sasso, come buona parte delle altre montagne dell'Abruzzo e dell'Appennino centrale, è formato da rocce carbonatiche (in buona parte calcare) dove si sviluppa il carsismo: qui l'acqua viene immagazzinata per centinaia o anche migliaia di anni prima di uscire all'esterno in corrispondenza delle sorgenti.

Lo scavo del tunnel funzionò come drenaggio per le acque sotterranee, facendole uscire violentemente all'esterno. Il livello della falda sotterranea si abbassò in modo rilevante e molte sorgenti situate a quote più alte in montagna vennero prosciugate. Altre, quelle situate a fondo valle, subirono importanti diminuzioni della portata.

Il sistema idrogeologico del Gran Sasso, uno dei serbatoi di acque sotterranee più grandi e complessi dell'Italia centro-meridionale, subì un forte impatto. Non bisogna dimenticare che l'acqua potabile nelle aree montane dell'Italia centrale proviene in buona parte dagli acquiferi carbonatici dell'Appennino: enormi serbatoi di acque sotterranee ospitati all'interno delle montagne.

Non è stato l'ultimo esempio di come una galleria possa modificare in modo irreversibile il sistema delle acque sotterranee. E' successo nuovamente per la realizzazione delle gallerie della Tav (la linea del treno ad alta velocità) in Mugello.

Gianandrea Gaiani - L'Italia recupera in parte il forte errore fatto nel 2011, grazie al traditore Napolitano e allo zombi Berlusconi, di aver lasciato solo il popolo amico libico

Haftar a Roma rilancia le opzioni italiane nella crisi libica

19 maggio 2019 


Ufficialmente il generale Khalifa Haftar non rinuncia alla conquista di Tripoli e a mettere sotto pressione le forze più o meno fedeli al presidente del Governo di Accordo Nazionale (GNA), Fayez al- Sarraj, ma la visita a Roma conferma l’impasse militare.

L’Italia è e rimane il principale alleato di al-Sarraj (insieme a Qatar e Turchia) ma 
la posizione assunta dal governo italiano fin dall’avvio dell’offensiva di Haftar contro Tripoli risulta ora più che mai corretta e pagante 
nonostante l’opposizione avesse accusato il governo giallo-verde di non essersi riposizionato in fretta dalla parte del presunto vincitore.


Dopo aver affidato a media e siti internet a lui vicini attacchi e provocazioni nei confronti dell’Italia, Haftar ha avuto giovedì due ore di colloqui riservati col premier Giuseppe Conte che ha incontrato l’uomo forte della Cirenaica subito dopo aver ricevuto l’ambasciatore americano, Lewis M. Eisenberg.

Conte avrebbe ribadito la posizione italiana legata alla road map stabilita dall’Onu che, per essere sviluppata, necessita la cessazione delle ostilità anche per evitare il rischio di una crisi umanitaria nell’area di Tripoli dove gli sfollati sarebbero già oltre 60mila, i morti negli scontri almeno 400 (inclusi civili) e i feriti almeno 2mila.ù

“La situazione è complessa, confidiamo nella via politica come unica soluzione” ha detto Conte ai cronisti senza sbilanciarsi su quanto espresso da Haftar.

Anche se il generale non ha offerto spazio all’ipotesi di tregua (esclusa il 13 maggio dal ministro degli Esteri di Tobruk, Abdulhadi Ibrahim Iahweej) la sua visita a Roma conferma che il successo militare non è attualmente un’opzione credibile.


Benchè il suo Esercito Nazionale Libico abbia aperto un nuovo fronte vicino a Sirte con l’obiettivo di deviare da Tripoli alcune brigate di Misurata oggi schierate a difesa della capitale, è evidente che il blitz contro Tripoli scatenato a inizio aprile è fallito e la guerra di logoramento in atto ora non sembra risolvibile sul piano militare.

Sembrano essersene accorti anche gli sponsor principali di Haftar. 
La Russia, fin da subito scettica circa le possibilità di successo dell’attacco a Tripoli, sostiene con Roma la necessità di cercare soluzioni politiche 
mentre anche Egitto e soprattutto Emirati Arabi Uniti sembrano voler assumere un profilo più defilato.

Proprio gli emirati, con le forniture di armi e munizioni e probabilmente anche con il sospetto impiego dei loro droni di costruzione cinese schierati in Cirenaica e impiegati per colpire di notte a Tripoli le postazioni delle milizie fedeli ad al-Sarraj, hanno offerto un contributo determinante all’attacco alla capitale.


Il generale ha dimostrato di tenere in considerazione il ruolo dell’Italia, confermatasi partner indispensabile per tutti i protagonisti della crisi libica al punto che secondo alcune fonti Conte avrebbe fatto notare al suo interlocutore che il sostegno di molti Paesi stranieri potrebbe non essere eterno.

Non a caso lo stesso giorno in cui Conte ha visto Haftar l’ambasciatore italiano in Libia, Giuseppe Buccino ha incontrato a Tripoli il ministro dell’Interno del GNA, Fathi Bashaga. Buccino, a cui, ha espresso l’appoggio dell’Italia al governo di Accordo nazionale

Il 14 maggio il ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian, ha dichiarato che il presidente Emmanuel Macron vuole incontrare il maresciallo Khalifa Haftar per premere verso un cessate-il-fuoco e riprendere i colloqui di pace in Libia.


“La situazione in Libia è estremamente preoccupante, perchè la road map proposta dalle Nazioni Unite a entrambe le parti, che ha quasi avuto un esito positivo, è fallita a causa da un lato dell’iniziativa del maresciallo Haftar e dall’altra per la mancanza d’iniziativa di Serraj”, ha detto ai parlamentari Le Drian, aggiungendo che per questa ragione Macron intende incontrare di persona entrambi gli esponenti libici e sostenere l’iniziativa Onu.

Quindi anche la Francia, accusata dal GNA di aiutare l’offensiva di Haftar, sembra ora sposare il pragmatismo italiano, specie dopo che il 13 maggio il Consiglio dei ministri degli Affari esteri della Ue aveva condannato “l’attacco militare dell’Esercito Nazionale Libico su Tripoli e la successiva escalation all’ interno della capitale e intorno a essa” perché “costituiscono una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionali e minano ulteriormente la stabilità della Libia aggravando il rischio di una maggiore minaccia terroristica in tutto il paese”.

Il contesto ben si presterebbe quindi a una robusta iniziativa negoziale del governo italiano.

Foto Presidenza del Consiglio, AFP e Twitter

domenica 19 maggio 2019

Roma - La guerra della monezza continua, calcinacci nei secchioni e chi di noi non ha visto i pezzi di mobili li vicino

Roma, Virginia Raggi: "Calcinacci nei cassonetti, multati gli zozzoni"

Così la sindaca: "Questa volta nella periferia est della città, nel quartiere Torpignattara. A segnalare l'episodio è stato un cittadino che ha ripreso tutto con il cellulare. A Roma chi sporca paga"

"Abbiamo sorpreso altri zozzoni che buttano calcinacci e altri materiali nei cassonetti. Questa volta nella periferia est di Roma, nel quartiere Torpignattara. A segnalare l'episodio è stato un cittadino che ha ripreso tutto con il cellulare e grazie al video gli agenti del nucleo pics ambiente hanno individuato e poi multato questi incivili". Sono le parole su Facebook della sindaca di Roma, Virginia Raggi.
Le dichiarazioni

Poi, il primo cittadino della Capitale ha continuato: "Grazie alla targa del veicolo, infatti, si è risaliti ai proprietari che sono stati multati con una sanzione di 600 euro. Ricordo a tutte le imprese edili che per legge devono smaltire i rifiuti in discariche private a pagamento. I cassonetti che si trovano in città sono riservati alle utenze domestiche e non devono e non possono ricevere rifiuti di altro genere. Vorrei inoltre sottolineare a tutti i cittadini che seguono la mia pagina che non sempre riusciamo a far vedere video recenti su questo tema. Il motivo è semplice: molte video-segnalazioni non possiamo pubblicarle perché sono in corso indagini del Nucleo Pics Ambiente della Polizia Locale e vengono resi noti solo quando tutto l'iter investigativo è stato concluso. In altri casi ho deciso di pubblicare video non recenti perché erano immagini significative che ritengo era importante far vedere a tutti per spiegare perché in alcune zone di Roma la situazione dei rifiuti è più complessa di altre zone. Continuate ad inviare le vostre segnalazioni, noi continueremo a multare questi incivili. A Roma chi sporca paga".


Gli ebrei nelle terre di Palestna SONO LA FECCIA DELL'UMANITA'. La benedizione statunitense al furto di terre e alla ghettizzazione dei palestinesi da parte degli ebrei

Accordo del secolo

News - 18/5/2019


Middle East Eye. Di Jonathan Cook. (Da Zeitun.info).
L’“accordo del secolo”? La benedizione americana al furto di terre e alla ghettizzazione dei palestinesi da parte di Israele

Nel corso degli ultimi 18 mesi la squadra di Trump per il Medio Oriente sembra aver iniziato ad applicare il piano anche se non l’ha ancora reso pubblico.

Un rapporto pubblicato dal giornale Israel Hayom che svelerebbe in apparenza “l’accordo del secolo” di Donald Trump dà l’impressione di un piano di pace che avrebbe potuto essere elaborato da un agente immobiliare o da un venditore di automobili.

Ma se l’autenticità del documento non è dimostrata, e al contrario persino messa in discussione, esistono seri motivi per credere che apra la strada a ogni futura dichiarazione dell’amministrazione Trump.

Grande Israele.

Si tratta soprattutto di una sintesi della maggior parte delle pretese della destra israeliana per
la creazione del Grande Israele, 
con qualche concessione destinata ad ammansire i palestinesi – la maggior parte delle quali con l’obiettivo di
alleggerire parzialmente lo strangolamento dell’economia palestinese da parte di Israele.

È esattamente ciò a cui assomiglierebbe l’“accordo del secolo” in base alle dichiarazioni del mese scorso di Jared Kushner che davano un primo quadro di questo piano.

L’organo di stampa che ha pubblicato la fuga di notizie è altrettanto significativo: Israel Hayom. Questo giornale israeliano appartiene a Sheldon Adelson, un miliardario americano dei casinò, uno dei principali donatori del partito repubblicano [USA, ndtr.] e uno dei maggiori finanziatori della campagna elettorale di Trump per la campagna presidenziale.

Adelson è anche un fedele alleato del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Nell’ultimo decennio
il suo giornale non ha fatto altro che servire da portavoce dei governi ultranazionalisti di Netanyahu.

Netanyahu responsabile della fuga di notizie?

Adelson e Israel Hayom hanno facile accesso alle figure più rappresentative delle amministrazioni americana e israeliana. Ed è stato ampiamente denunciato che nel giornale si scrivono poche cose interessanti senza che non siano state approvate in precedenza da Netanyahu o dal suo proprietario all’estero.

Il giornale ha rimesso in dubbio l’autenticità e la credibilità del documento, che è stato diffuso sulle piattaforme delle reti sociali, suggerendo persino che “è assolutamente possibile che il documento sia un falso” e che il ministero degli Esteri israeliano aveva deciso di occuparsi della questione.

La Casa Bianca aveva già informato che, dopo lunghi rinvii, aveva l’intenzione di svelare finalmente “l’accordo del secolo” il mese prossimo, dopo la fine del mese sacro per i musulmani del Ramadan.

Un responsabile anonimo della Casa Bianca ha dichiarato al giornale che il documento divulgato era “ipotetico” e “inesatto” – il genere di debole smentita che potrebbe ugualmente significare che il rapporto è, in effetti, in gran parte esatto.

Se il documento si rivela autentico, Netanyahu sembra essere il colpevole più probabile della divulgazione. Ha supervisionato il ministero degli Esteri per anni e Israel Hayom è spesso definito come il “Bibiton”, o il giornale di Bibi, dal soprannome del primo ministro.

Tastare il terreno.

Il presunto documento, come l’ha pubblicato Israel Hayom,
sarebbe un disastro per i palestinesi. 
Supponendo che Netanyahu ne approvi la divulgazione, le sue motivazioni non sarebbero forse molto difficili da individuare.

Da un certo punto di vista la divulgazione potrebbe costituire un mezzo efficace per Netanyahu e l’amministrazione Trump per tastare il terreno, per lanciare un ballon d’essai e decidere se osare pubblicare il documento così com’è o se devono apportarvi delle modifiche.

Ma è anche possibile che Netanyahu sia forse arrivato alla conclusione che mettere palesemente in pratica l’essenza di quello che già riesce a fare di nascosto potrebbe avere un prezzo non gradito – un prezzo che al momento potrebbe preferire evitare.

La fuga di notizie intende provocare un’opposizione anticipata al piano che arrivi sia da Israele che dai palestinesi e dal mondo arabo, nella speranza di impedire che venga reso pubblico?

Forse ha sperato che le indiscrezioni, e la reazione che esse suscitano, obblighino la squadra di Trump per il Medio Oriente a rimandare di nuovo la pubblicazione del piano o a impedirne totalmente la diffusione.

Tuttavia, che “l’accordo del secolo” sia o no svelato tra poco, il documento divulgato – se è autentico – dà un’idea plausibile del pensiero dell’amministrazione Trump.

Dato che la squadra di Trump per il Medio oriente sembra aver cominciato ad applicare il piano, anche se quest’ultimo non è stato reso pubblico, durante gli ultimi otto mesi – dallo

  • spostamento dell’ambasciata americana a Gerusalemme 
  • al riconoscimento dell’illegale annessione da parte di Israele delle alture siriane del Golan 

– questa fuga di notizie permette di far luce su come si articolerebbe la “soluzione” americano-israeliana del conflitto israelo-palestinese.

Annessione della Cisgiordania.

L’entità palestinese proposta sarebbe denominata “Nuova Palestina”, ciò che costituirebbe probabilmente una pagina del manuale di strategia di Tony Blair, ex-primo ministro britannico diventato ambasciatore della comunità internazionale in Medio oriente dal 2007 al 2015.

Negli anni ’90 Blair ha allontanato il suo stesso partito, il partito Laburista, dalla sua tradizione socialista, poi lo ha ribattezzato il partito favorevole alle imprese, che ha dato come risultato – sbiadita copia di quello che era – il “New Labour”.

Il nome “Nuova Palestina” maschera efficacemente il fatto che
questa entità demilitarizzata sarebbe sprovvista dei caratteri e dei poteri normalmente attribuiti a uno Stato. 
Secondo le rivelazioni, la Nuova Palestina non esisterebbe che su un’infima frazione della Palestina storica.

Tutte le colonie illegali di popolamento in Cisgiordania sarebbero annesse a Israele, 
ciò che sarebbe in linea con l’impegno preso da Netanyahu poco prima delle elezioni legislative dello scorso mese. Se il territorio annesso comprende la maggior parte della zona C, il 62% della Cisgiordania su cui in base agli accordi di Oslo Israele si è visto accordare un controllo temporaneo e che la destra israeliana intende insistentemente annettere, alla Nuova Palestina resterebbe il controllo del 12% della Palestina storica.

In altre parole l’amministrazione Trump sembra pronta a dare la propria benedizione a
un Grande Israele 
che comprenda l’88% delle terre rubate ai palestinesi nel corso degli ultimi 70 anni.

“Nuova Palestina”.

Ma è molto peggio di questo.
La Nuova Palestina esisterebbe sotto forma di una serie di cantoni separati, o Bantustan, circondati da un oceano di colonie israeliane 
– ormai definite parte di Israele. L’entità sarebbe fatta a pezzi e tagliata come nessun altro Paese al mondo.

La Nuova Palestina non avrebbe un esercito, ma solo una forza di polizia con armi leggere.
Non potrebbe agire che come una serie di municipalità scollegate tra loro.

In realtà è difficile immaginare come la “Nuova Palestina” cambierebbe in modo sostanziale la triste situazione attuale dei palestinesi.
Non si potrebbero spostare tra questi cantoni se non attraverso lunghi giri, delle circonvallazioni e dei tunnel. Più o meno come ora.

Municipalità osannate.

Il solo vantaggio proposto dal presunto documento è un progetto di bustarelle proveniente dagli Stati Uniti, dall’Europa e da altri Stati sviluppati, anche se finanziato principalmente dai ricchi Stati petroliferi del Golfo, in modo da alleviare la loro coscienza per aver spogliato i palestinesi delle loro terre e della loro sovranità.

Questi Stati forniranno 30 miliardi di dollari (26 miliardi di euro) in cinque anni per aiutare la Nuova Palestina a creare e a gestire i suoi municipi osannati. Se vi sembra una grossa somma di denaro, ricordatevi che ciò rappresenta otto miliardi di dollari in meno rispetto all’aiuto che gli Stati Uniti consegnano da un decennio a Israele per comprare armi e aerei da guerra.

Nel documento non compare chiaramente quello che succederà alla Nuova Palestina dopo questo periodo di 5 anni. Ma, considerato che il 12% della Palestina storica attribuita ai palestinesi costituisce il territorio più povero di risorse della regione – privato da Israele di risorse idriche, di coesione economica e di risorse chiave utilizzabili come le cave della Cisgiordania –
è difficile non vedere il naufragio annunciato dell’entità dopo l’affievolirsi del flusso iniziale di denaro.

Anche se la comunità internazionale accettasse di destinare più soldi, la Nuova Palestina sarebbe per sempre totalmente dipendente dagli aiuti.

Gli Stati Uniti e altri Paesi sarebbero in grado di aprire o chiudere i rubinetti in base al “buon comportamento” dei palestinesi – come avviene attualmente.
I palestinesi vivrebbero in modo permanente nel timore per le conseguenze delle critiche dei guardiani della loro PRIGIONE

Fedele al suo impegno di far pagare al Messico la costruzione del muro lungo la frontiera sud degli Stati Uniti, a quanto pare Trump vorrebbe che
l’entità palestinese pagasse Israele per fornirle una sicurezza militare. 
In altri termini, gran parte di questo aiuto di 30 miliardi di dollari ai palestinesi si ritroverebbe probabilmente nelle tasche dell’esercito israeliano.

È interessante notare che il presunto articolo sostiene che sono gli Stati produttori di petrolio, e non i palestinesi, che sarebbero i “principali beneficiari” dell’accordo. Ciò indica come l’accordo di Trump sia venduto agli Stati del Golfo: è un’occasione per loro di legarsi totalmente a Israele, alla sua tecnologia e alle sue capacità militari, in modo che il Medio oriente possa seguire le orme delle “tigri economiche” dell’Asia.

Pulizia etnica a Gerusalemme.

Gerusalemme è descritta come una “capitale condivisa”, ma le clausole scritte in piccolo dicono tutt’altro. Gerusalemme non sarebbe divisa, con da una parte l’est palestinese e dall’altra l’ovest israeliano, come per lo più si era previsto. Invece di ciò,
la città sarebbe diretta da una municipalità unificata sotto controllo israeliano. Esattamente come ora.

La sola concessione significativa ai palestinesi sarebbe che gli israeliani non sarebbero autorizzati a comprare case palestinesi, impedendo – almeno in teoria – l’assunzione del controllo di Gerusalemme est in modo più pesante da parte dei coloni ebrei.

Ma, dato che in cambio i palestinesi non sarebbero autorizzati a comprare delle case israeliane e che la popolazione palestinese a Gerusalemme est soffre già di una grave carenza di alloggi e che un’amministrazione comunale israeliana avrebbe il potere di decidere dove le case potrebbero essere costruite e per chi, 
è facile immaginare che la situazione attuale –
Israele che si serve del controllo della gestione del territorio per cacciare i palestinesi da Gerusalemme – semplicemente continuerebbe.

In più, siccome i palestinesi a Gerusalemme sarebbero dei cittadini della Nuova Palestina, e non di Israele, quelli che sarebbero incapaci di installarsi in una Gerusalemme sotto dominazione israeliana non avrebbero altra scelta che emigrare in Cisgiordania.
Sarebbe esattamente la stessa forma di pulizia etnica burocratica che i palestinesi stanno sperimentando attualmente.

Gaza aperta verso il Sinai.

Riprendendo le recenti affermazioni di Jared Kushner, genero di Trump e consigliere per il Medio oriente, i vantaggi del piano per i palestinesi sono tutti legati ai potenziali utili economici e non politici.

I palestinesi sarebbero autorizzati a lavorare in Israele, come avveniva normalmente prima di Oslo, e verosimilmente, come allora, unicamente nei lavori peggio pagati e più precari, nei cantieri edili e in agricoltura.

Un corridoio terrestre, sicuramente sorvegliato da contractors militari israeliani che i palestinesi dovranno pagare, dovrebbe ricollegare Gaza alla Cisgiordania. Confermando informazioni precedenti relative ai progetti dell’amministrazione Trump, Gaza sarebbe aperta al mondo, e sul vicino territorio del Sinai sarebbero creati una zona industriale e un aeroporto.

Questa terra – la cui estensione sarebbe da definire nei negoziati – sarebbe presa in affitto all’Egitto.

Come sottolineato in precedenza da Middle East Eye, tale decisione rischierebbe di incoraggiare progressivamente i palestinesi a considerare il Sinai, invece di Gaza, come il centro della loro vita,
un altro mezzo per procedere alla progressiva pulizia etnica.

Nel contempo la Cisgiordania sarebbe collegata alla Giordania da due passaggi di frontiera – probabilmente attraverso corridoi terrestri che attraverserebbero la valle del Giordano, che dovrebbe essere annessa anch’essa a Israele. Di nuovo, con i palestinesi chiusi in cantoni non collegati e circondati dal territorio israeliano, c’è da supporre che con il tempo molti cercherebbero una nuova vita in Giordania.

Nel corso di tre anni i prigionieri politici palestinesi sarebbero liberati dalle prigioni israeliane sotto l’autorità della Nuova Palestina. Tuttavia il piano non dice niente sul
diritto al ritorno per i milioni di rifugiati palestinesi, 
i discendenti di quelli che sono stati cacciati da casa loro durante le guerre del 1948 e del 1967.

Pistola alla tempia.

Alla maniera di don Corleone, l’amministrazione Trump sembra pronta a mettere una pistola alla tempia dei dirigenti palestinesi per obbligarli a firmare l’accordo.

Secondo il rapporto divulgato, gli Stati Uniti vieterebbero qualunque trasferimento di denaro ai palestinesi dissidenti, con lo scopo di obbligarli a sottomettersi.

Questo presunto piano esigerebbe che Hamas e la Jihad islamica si disarmino consegnando le loro armi all’Egitto. Se rifiutassero l’accordo, il rapporto sostiene che
gli Stati Uniti autorizzerebbero Israele ad “attentare” contro i dirigenti 
– per mezzo di
assassini extragiudiziari 
che costituiscono da molto tempo il pilastro della politica israeliana riguardo ai due gruppi.

Ciò che è meno credibile è il fatto che il presunto documento suggerisce che la Casa Bianca sarebbe pronta a dimostrare la propria fermezza anche nei confronti di Israele, tagliando l’aiuto americano se Israele non rispettasse i termini dell’accordo.

Dato che Israele ha regolarmente infranto gli accordi di Oslo – e il diritto internazionale – senza dover affrontare gravi sanzioni, è facile immaginare che in pratica gli Stati Uniti troverebbero delle soluzioni per evitare che Israele debba pagare le conseguenze di ogni violazione dell’accordo.

Imprimatur americano.

Il presunto documento presenta tutte le caratteristiche del piano Trump, o almeno di una sua versione recente, perché
descrive nero su bianco la situazione che Israele ha creato per i palestinesi nel corso di questi ultimi vent’anni.

Ciò dà semplicemente a Israele l’imprimatur ufficiale degli Stati Uniti per il furto massiccio delle terre e la riduzione in cantoni dei palestinesi.

Dunque, se offre alla destra israeliana la maggior parte di quello che vuole, che interesse ha Israel Hayom – portavoce di Netanyahu – a compromettere il suo successo divulgandolo?

Alcune ragioni potrebbero spiegarlo.

Israele ha già raggiunto tutti i suoi obiettivi –

  • rubare la terra, annettere le colonie di insediamento, 
  • consolidare il suo controllo esclusivo su Gerusalemme, 
  • fare pressione sui palestinesi perché se ne vadano dalla loro terra e partano per gli Stati vicini 

– senza annunciare ufficialmente che si tratta del suo piano.

Ha realizzato grandi progressi in tutti i suoi obiettivi senza dover ammettere pubblicamente che
la creazione di uno Stato per i palestinesi è un’illusione. 
Per Netanyahu, la questione deve essere sapere perché dovrebbe rendere pubblica la visione globale di Israele quando può essere realizzata di nascosto.

Timore di un contraccolpo.

Ma, peggio ancora per Israele, una volta che i palestinesi e il mondo che sta a guardare capiranno che l’attuale situazione catastrofica per i palestinesi non migliorerà, ci sarà probabilmente un contraccolpo.

L’Autorità Nazionale Palestinese potrebbe crollare, la popolazione palestinese scatenerebbe una nuova ribellione, la cosiddetta “opinione pubblica araba” accetterebbe probabilmente questo piano meno di quanto i suoi dirigenti o di quanto Trump non desideri, e gli attivisti solidali in Occidente, soprattutto il movimento per il boicottaggio, beneficerebbero di un’ enorme spinta per la loro causa.

Inoltre sarebbe impossibile per i difensori di Israele continuare a negare che Israele ha messo in atto quello che l’accademico israeliano Baruch Kimmerling aveva definito “politicidio”:

  • la distruzione dell’avvenire dei palestinesi, 
  • del loro diritto all’autodeterminazione 
  • e della loro integrità in quanto un solo popolo.

Se questa è la versione della pace in Medio oriente proposta da Trump, egli gioca alla roulette russa – e Netanyahu esiterà forse a lasciargli premere il grilletto.

Jonathan Cook è un giornalista britannico residente dal 2001 a Nazareth. E’ l’autore di tre libri sul conflitto israelo-palestinese. È stato vincitore del Martha Gellhorn Special Prize for Journalism.

Traduzione per Zeitun.info di Amedeo Rossi.

http://www.infopal.it/accordo-del-secolo/

sabato 18 maggio 2019

Gli ebrei in Palestina sono un cancro da estirpare. Nelle terre palestinesi esiste solo il diritto a resistere agli invasori

Siria, due attacchi respinti: il primo di Israele a Damasco, l'altro dei terroristi a Tartous


Due attacchi successivi si sono verificati nella notte tra ieri sera e questa mattina, uno perpetrato dal regime israeliano, l'altro dai gruppi terroristici.

Come riporta Al Manar, nel primo, si è trattato di munizioni leggere sparati dalle alture del Golan occupate da Israele verso la provincia meridionale di Damasco e poi su quella di Quneitra.

Secondo l'agenzia di stampa ufficiale siriana Sana, diverse esplosioni sono state ascoltate anche nella periferia sud-occidentale della capitale, visibilmente collegate alle potenti risposte delle difese aeree siriane che hanno abbattuto i missili.

Per quanto riguarda il secondo attacco, è stato effettuato utilizzando razzi e droni ed ha preso di mira la base russa Hmeimim, situata sulla costa di Tartus, e ad Jablé e Qardaha. È stato perpetrato da gruppi terroristici

Secondo la stazione televisiva iraniana di lingua francese Press TV, ci sono state segnalazioni di un attacco missilistico sull'aeroporto Mezzeh nella periferia di Damasco, ma l'informazione non è stata ancora confermata da fonti siriane.

Le esplosioni a sud-ovest della capitale siriana sono dovute ai sistemi antimissile siriani, attivati ??sistematicamente all'avvicinarsi di un drone israeliano che sorvola l'aeroporto di Mezzeh.

All'inizio della giornata, alcuni rapporti avevano riferito di colpi sparati nel Golan occupato vicino a una postazione di soldati israeliani.

L'ultimo attacco israeliano risale a metà aprile quando i missili hanno colpito l'aeroporto di Masyaf ad ovest di Hama.

Fonte: Al Manar
Notizia del: 18/05/2019

Niente è un caso - gli euroimbecilli più convinti prendono una barca di soldi da chi vuole la destabilizzazione dell'Italia attraverso l'Immigrazione di Rimpiazzo

Emma Bonino finanziata con 200mila euro dai coniugi Soros 

Pubblicata la lista degli autori di donazioni a partiti e parlamentari italiani. Il magnate George Soros e la moglie molto generosi con Più Europa.

18 maggio 2019 12:17


Chi sono i finanziatori più generosi e munifici di movimenti politici e singoli parlamentari italiani? A scoprire i nomi dei benefattori è stato il quotidiano Repubblica, riuscito dopo mille peripezie a mettere le mani, e gli occhi, sulla finora segreta banca dati di Montecitorio, visto che un vero e proprio registro dove consultare le “dichiarazioni congiunte tra erogante e beneficiario” ancora non esiste nel nostro Paese, anche se le donazioni sopra i 3mila euro devono per legge essere rese pubbliche.

A fare notizia non sono certo le decine e decine di milioni di euro versate nelle casse di Forza Italia dal suo fondatore Silvio Berlusconi e dai suoi figli. E nemmeno i nomi delle numerose aziende che foraggiano la Lega di Matteo Salvini. Il vero scoop, anche se la notizia era nell’aria, sono le centinaia di migliaia di euro che il magnate americano di origini ungheresi, George Soros, e la moglie Tamika Bolton, hanno sganciato in favore di Emma Bonino e della sua ultima creatura Politica chiamata Più Europa.

Emma Bonino finanziata da George Soros

Più Europa foraggiata da George Soros e dalla moglie

Dunque, secondo quanto riportato dal quotidiano Repubblica con un articolo firmato da Giovanna Vitale, il partito Più Europa, nato dall’accordo tra la Radicale Emma Bonino e l’ultra cattolico Bruno Tabacci, avrebbe ricevuto come finanziamento lecito circa 200mila euro dai coniugi Soros. Il fondatore della Open Society George Sorosavrebbe personalmente elargito 100mila euro, stessa cifra versata nelle casse dei boniniani dalla moglie Tamika Bolton.

Ma la Bonino e i suoi sodali possono anche contare sui 30mila euro messi a disposizione da Guido Maria Brera, amministratore del gruppo di private banking chiamato Kairos. Anche il noto membro della Wikimedia Foundation, Peter Baldwin, ha versato un totale di 516mila euro, di cui 100mila direttamente a +Europa, 260mila al segretario del partito ed ex Sottosegretario, Benedetto Della Vedova, e 156mila a quello che il Fatto Quotidiano definisce il “braccio destro” di Bruno Tabacci, Carlo Romano. “È tutto chiaro e trasparente, pubblicato sui bilanci”, si è comunque giustificata la Bonino.

Gli altri benefattori, da Berlusconi e alle aziende pro Lega

Se Più Europa ed Emma Bonino non possono certo lamentarsi delle mani bucate di George Soros e di altri filantropi nei loro confronti, anche Forza Italia può vantare i circa 100 milioni di euro versati da Silvio Berlusconi in cinque anni, oltre alle centinaia di migliaia di euro messe a disposizione dai suoi figli, ma anche dallo storico socio in affari del Cavaliere Ennio Doris. La Lega di Matteo Salvini, dal canto suo, ha incassato un bel gruzzoletto da aziende come la Vaportart o il ConsorzioGisa.

Da segnalare, infine, che Guido Alpa, ex socio dello studio legale del premier M5S Giuseppe Conte, ha versato 5mila euro all’ex ministro Pd della Giustizia Andrea Orlando, ma nulla ai pentastellati.

E' guerra vera - Gli statunitensi sanno trattare solo con rapporti di forza a loro favore MA questo atteggiamento li priva del credito di fiducia necessario per qualsiasi tipo di confronto

I DURI DISCORSI DELLA CINA LASCIANO I COLLOQUI COMMERCIALI CON GLI STATI UNITI NEL LIMBO


Posted On: May 17, 2019
Posted By: Luigi Salmone

WASHINGTON / BEIJING (Reuters) – La Cina ha colpito un tono più aggressivo nella sua guerra commerciale con gli Stati Uniti venerdì, suggerendo che la ripresa dei colloqui tra le due maggiori economie del mondo sarebbe stata priva di significato a meno che Washington non avesse cambiato rotta.

La dura chiacchierata di una settimana che ha visto Pechino rivelare nuove tariffe di ritorsione, i funzionari degli Stati Uniti accusano la Cina di tornare indietro sulle promesse fatte durante i mesi di colloqui e il livello dell’amministrazione Trump un colpo potenzialmente paralizzante contro una delle aziende più grandi e di maggior successo della Cina.

Il portavoce del ministero degli Esteri cinese Lu Kang, ha chiesto notizie dei media statali che suggeriscono che non ci saranno più negoziati commerciali, ha detto che la Cina ha sempre incoraggiato a risolvere le controversie con gli Stati Uniti attraverso il dialogo e le consultazioni.

“Ma a causa di alcune cose che la parte statunitense ha fatto durante le precedenti consultazioni commerciali tra Cina e Stati Uniti, crediamo che se c’è un significato per questi colloqui, ci deve essere uno spettacolo di sincerità”, ha detto a un briefing quotidiano.

Gli Stati Uniti hanno sollevato le ire di Pechino questa settimana quando ha annunciato che stava mettendo Huawei Technologies Co Ltd, il più grande produttore mondiale di apparecchiature per le telecomunicazioni, su una lista nera che potrebbe rendere estremamente difficile fare affari con le compagnie statunitensi.

La Cina deve ancora dire se o come reagirà, anche se i suoi media statali stanno suonando una nota sempre più stridente. Il People’s Daily del Partito Comunista al potere ha pubblicato venerdì un commento in prima pagina che evoca lo spirito patriottico delle guerre passate del paese.

“La guerra commerciale non può abbattere la Cina. Ci rafforzerà solo per diventare più forti “, ha detto.

Le azioni globali, che sono rimbalzate questa settimana sulla prospettiva di un altro round di colloqui tra Stati Uniti e Cina, hanno subito un nuovo periodo e lo yuan cinese è scivolato al livello più debole contro il dollaro USA in quasi cinque mesi. I prezzi del debito del governo degli Stati Uniti erano scambiati più alti.

La controversia commerciale, sempre più aspra, ha scosso gli investitori che temono che i paesi scendano pericolosamente su una pista che danneggerà gravemente le linee di fornitura globali e frenerà un’economia mondiale che sta già rallentando.

Il South China Morning Post, citando una fonte non identificata, ha riferito che un membro anziano del Partito Comunista Cinese ha detto che la guerra commerciale potrebbe ridurre la crescita economica del 2019 della Cina di 1 punto percentuale nella peggiore delle ipotesi.
TARIFFE AUTO

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha abbracciato il protezionismo come parte di un’agenda “America First” finalizzata al riequilibrio del commercio globale, ha accusato la Cina di rinunciare a un accordo all’inizio di questo mese che avrebbe concluso la disputa di 10 mesi.

All’inizio di questo mese, la Reuters ha riferito che la Cina aveva fatto marcia indietro sugli impegni di modificare le proprie leggi per risolvere i principali reclami degli Stati Uniti sul furto di proprietà intellettuale e segreti commerciali, trasferimenti forzati di tecnologia e altre pratiche.


Trump ha punteggiato due giorni di colloqui a Washington la scorsa settimana con la decisione di aumentare le tariffe di $ 200 miliardi di importazioni cinesi al 25% dal 10%. Le trattative si sono concluse in una situazione di stallo.

Lunedì, Pechino ha detto che avrebbe alzato le sue tariffe su una lista riveduta di $ 60 miliardi di beni statunitensi a partire dal 1 giugno. Trump, a sua volta, ha detto che sta valutando di schiaffeggiare le tariffe sui restanti 300 miliardi di dollari delle importazioni cinesi negli Stati Uniti.

Il presidente degli Stati Uniti continua a sospendere la possibilità di imporre tariffe fino al 25% su auto e pezzi importati, una mossa che potrebbe essere devastante per molti dei suoi partner commerciali, tra cui Giappone e Germania.

La Casa Bianca ha detto venerdì che la decisione di Trump sulle tariffe automobilistiche sarà ritardata di un massimo di sei mesi per consentire più tempo per i colloqui commerciali con l’Unione europea e il Giappone. Trump ha affrontato una scadenza del sabato per prendere una decisione.

Aggiunse, tuttavia, che il presidente degli Stati Uniti era d’accordo con le conclusioni del Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti, secondo cui i veicoli e le parti importate potevano minacciare la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, una designazione che probabilmente avrebbe irritato alcuni alleati degli Stati Uniti.

“Ci dispiace che gli Stati Uniti abbiano designato le importazioni di automobili come una minaccia alla sicurezza nazionale”, ha dichiarato a Berlino il ministro dell’Economia tedesco Peter Altmaier. Altmaier ha aggiunto, tuttavia, che il ritardo ha offerto la speranza che una rinnovata escalation del conflitto commerciale tra Stati Uniti e Unione Europea potesse essere prevenuta per ora.

Le case automobilistiche si sono fortemente opposte alle tariffe, affermando che avrebbero aumentato i prezzi e minacciato migliaia di posti di lavoro negli Stati Uniti. C’è anche una forte opposizione nel Congresso degli Stati Uniti, con molti membri di spicco del Partito Repubblicano di Trump che respingono l’idea.

Sebbene Trump abbia generalmente difeso le sue mosse per aumentare le tariffe statunitensi sui partner commerciali e ha affermato che non vi era alcun motivo per cui gli americani avrebbero pagato i costi, ci sono segni crescenti che le rappresaglie della Cina stiano iniziando a mordere.

Paul Burke, un alto dirigente del gruppo industriale US Soybean Export Council (USSEC), ha detto oggi che gli Stati Uniti rischiano di perdere definitivamente quota di mercato delle esportazioni di soia in Cina più a lungo si trascinano i negoziati commerciali.

I semi di soia, che erano il più prezioso raccolto di esportazioni agricole degli Stati Uniti prima della guerra commerciale, erano tra gli obiettivi delle tariffe di ritorsione della Cina l’anno scorso.

Segnalazione di Ben Blanchard e Gao Liangping a Pechino e David Shepardson a Washington; Segnalazione aggiuntiva di Riham Alkousaa a Berlino; Scrittura di Paul Simao; Montaggio di Susan Thomas

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