L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 23 settembre 2019

Roma - La guerra della monnezza si concentra sui cassonetti, quelli che non vogliono cedere vengono bruciati. Solo 330 quest'anno


Raggi: “Nel 2019 distrutti 330 cassonetti di Ama, danno di oltre 250mila euro. Chi pensa di intimorirci si sbaglia di grosso”
-20/09/2019 - 22:30
Photo credit: https://www.facebook.com/virginia.raggi.m5sroma/

“La scorsa notte sono stati incendiati sette cassonetti per i rifiuti in via Luigi Zambarelli e piazza Ceresi, nel XII municipio, a Roma Sud. Quattro cassonetti e una campana verde (dedicata alla raccolta del vetro) sono andati completamente distrutti, mentre i restanti sono stati danneggiati. Chi pensa che bruciare i cassonetti sia utile o che, in qualche modo, serva ad intimorire l’amministrazione, si sbaglia di grosso”. Lo assicura la sindaca di Roma Virginia Raggi con un post su facebook.

“A questi criminali rispondiamo nell’unico modo possibile: denuncia alla Procura della Repubblica, da un lato, e sostituzione dei beni dati alle fiamme dall’altro – afferma la prima cittadina -. Con tutti i costi che, ovviamente, questo comporta per la cittadinanza: pensate infatti che, dall’inizio dell’anno, sono stati circa 330 i cassoni di Ama distrutti, 120 soltanto nel VII Municipio. Un danno annuo stimabile in oltre 250 mila euro. Soldi nostri, vostri, di tutti. Il danno, oltre ad essere economico, è anche sanitario: chi brucia inquina l’aria che respiriamo.

Aiutateci a fermare questa vergogna e, se vedete comportamenti strani attorno ai cassonetti, non abbiate timore e chiamate le forze dell’ordine”.

La storia serve per non dire euroimbecillagini, per questo non si deve più studiare, meglio falsificare

Europa, le fate ignoranti



A voler cercare il ruolo del Parlamento Europeo nella decisionalità politica della UE c’è spesso da perdere tempo e pazienza. Ma visto il voto che autorizza la proibizione dei simboli della vittoria sovietica sul nazismo, ci si chiede se in fondo, quello di occuparsi delle diciture sulle scatolette di tonno, non sia davvero l’unica funzione possibile per una Assemblea che quando emette prese di posizioni politiche scende al di sotto di ogni ignoranza.

Il voto in sé vale meno dei commenti che ne sono seguiti. Non ha nessun valore giuridico e, meno che mai, storico. Ha però un valore simbolico e politico, laddove quello che si ritiene il tempio del liberalismo vota a favore della censura di stato nei nuovi regimi di destra dell’Est Europa. In premessa andrebbe spiegato agli euro ignoranti che se il socialismo sovietico non avesse trionfato sul nazifascismo italo-tedesco, il Parlamento Europeo non sarebbe esistito. L’esistenza delle istituzioni europee, per inutili che siano divenute, è anche il risultato di una idea dell’unificazione continentale nata dal Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli, confinato dal fascismo.

Qualche cenno di storia non farebbe male agli eurodeputati. Il nazismo e il fascismo sono stati la reazione delle classi padronali alla vittoria della Rivoluzione d’Ottobre (1917), che pose all’attenzione di centinaia di milioni di contadini e proletari in tutta Europa la questione del rovesciamento del dominio delle aristocrazie e dell’ordine monarchico imperante. Il nazismo e il fascismo, nati con il sostegno economico e politico delle borghesie internazionali, sono stati gli strumenti che il nascente capitalismo europeo utilizzò per piegare alle sue esigenze di dominio centinaia di milioni di lavoratori che potevano essere attratti dalla crescente influenza dell’esperienza sovietica.

Ad Ovest nasceva la seconda rivoluzione industriale che, con l’industrializzazione massiccia in Europa e negli Stati Uniti, cambiava la dottrina economica e la prospettiva politica. Ci fu un riassetto generale del dominio economico e politico che il grande padronato e i liberali decisero di perseguire attraverso una prova di forza definitiva offrendo il massimo sostegno a Mussolini prima e ad Hitler poi. Nello specifico dei due paesi, il nazismo fu la risposta del padronato alla crisi economica della repubblica di Weimar in Germania e il fascismo fu la reazione al biennio rosso (1920-21) che mise in discussione il potere degli agrari sull’Italia.


Dire, come nel documento votato a Strasburgo, che il patto Molotov-Von Ribbentropp fu la causa della Seconda Guerra Mondiale, significa professare ignoranza a mani basse e senza ritegno. Al contrario, fu semmai il Patto di Monaco, del 29 Settembre 1938, con Francia e Gran Bretagna ai piedi di Hitler, ad aprire la strada al Terzo Reich.

A Monaco i capi di stato e di governo di Francia, Regno Unito, Italia e Germania firmarono infatti un documento con cui veniva permesso alla Germania di annettersi gran parte della Cecoslovacchia. I leader inglesi e francesi al loro ritorno in patria furono accolti da festeggiamenti ma gli accordi di Monaco non servirono a fermare la guerra, ma solo a rimandarla di un anno. Furono anzi funzionali all’accumulo di forza del Terzo Reich e ritardarono di un anno la reazione anglo-francese alla sua conquista dell’Europa.

Proprio la codardia francese ed inglese obbligò Stalin a tutelarsi in un contesto nel quale la Russia appariva internazionalmente isolata e nel ruolo di obbiettivo finale dell’aggressione nazifascista. Il 23 agosto del 1939 venne quindi firmato il patto Molotov-Von Ribbentropp (non un accordo di pace bensì un patto di non aggressione) in forza del quale la Russia ebbe tempo e modo di reperire armi a sufficienza e ricostruire il suo esercito per fermare l’attacco nazifascista. Senza quel patto i russi non avrebbero potuto dare vita successivamente alla resistenza eroica di Stalingrado, dalla quale ebbe inizio la controffensiva che portò l’Armata rossa a Berlino.

Ma indipendentemente da come si voglia analizzare lo sfondo storico nel quale nacque il nazifascismo e la Seconda Guerra Mondiale, è folle anche solo ipotizzare la possibile equiparazione tra l’orrore nazifascista e il socialismo sovietico. In primo luogo sotto l’aspetto dottrinario, laddove il nazismo rivendica una superiorità della razza ariana e un destino di dominio continentale, prevede la soppressione di un intero popolo (gli ebrei) e il genocidio di un altro (i Rom) e ritiene i confini della Germania coincidenti con quelli dell’Europa. Con la “soluzione finale” il Nazismo pose inoltre sullo scenario mondiale non solo la Shoah ma anche l’idea dello sterminio di massa, fino a quel momento assente da ogni teoria politica e scuola militare.

Al contrario, il socialismo russo propose la liberazione dei popoli, mise sulla scena russa la liberazione dalla tirannide monarchica e definì il concetto di classe quale motore della trasformazione sociale, assegnando al proletariato contadino un ruolo di centralità politica sconosciuto fino a quel momento.

Il nazismo è l’espressione estrema del dominio della borghesia, mentre il socialismo assegna alla classe contadina il protagonismo del processo rivoluzionario e il ruolo di “classe generale”, quella cioè che nella sua emancipazione e nella difesa dei suoi interessi vede l’affermarsi dell’interesse generale, divenendo il motore del progresso dell’insieme della società.


E la vittoria sul nazifascismo ad opera del socialismo è proprio quella di una ideologia di liberazione contro una di oppressione.

Nonostante le falsità storiche propinate dalla propaganda statunitense, l’Europa venne liberata dai soldati dell’Armata Rossa, l’esercito dell’Unione Sovietica. I russi, che per il Terzo Reich erano la tappa finale per raggiungere il completo dominio europeo, pagarono con 22 milioni di morti - ed altri cinque di feriti gravi - la libertà di noi europei, oltre che la loro. Fu l’Armata Rossa che resistette eroicamente a Stalingrado contro i battaglioni nazisti e sconfisse sul Don la Wermacht e l’esercito fascista italiano, dando inizio alla controffensiva che portò alla cacciata dei nazisti dall'Unione Sovietica e da ogni paese dell’Est europeo e che culminò con l’arrivo a Berlino.

Furono i soldati russi (e non gli americani come racconta con ansia da Oscar Roberto Benigni nel film La vita è bella) a spalancare i cancelli di Auswitz, di Majdanek, di Belzec, Sobibor e Treblinka, di Stutthof, Sachsenhausen e Ravensbrück, i campi di sterminio nazista sparsi in tutta l’Europa dell’Est. La bandiera rossa dell’Unione Sovietica sventolò infine sul Reichstag come monito a non tentare di ripetere la più stolta delle avventure, quella d’immaginare di conquistare i territori russi e di soggiogare l’Europa intera.

Nel documento votato l'altro giorno da fascisti, leghisti, liberali e socialisti europei (pur con alcuni significativi distinguo) emerge una strana logica: quella che vede i liberatori equiparati agli aggressori, gli aguzzini simili a coloro che ci liberano da essi. Che Estonia, Lettonia e Lituania, insieme all’Ungheria di Orban, plaudano al voto, non è casuale. Quella di equiparare le ideologie è una mossa sporca che serve a stendere un velo sugli avvenimenti storici, che videro proprio le repubbliche baltiche esercitare un ruolo di primo piano nelle atrocità naziste. Insieme ai croati di Ante Pavelic – i famigerati Ustascia - composero i peggiori battaglioni delle SS e si specializzarono nel compiere le efferatezze che gli stessi tedeschi erano riluttanti ad eseguire.

C'è da aggiungere che risulta assordante il silenzio delle diverse comunità ebraiche di fronte ad una presa di posizione che, in primo luogo, è uno schiaffo in faccia a un popolo che ha liberato centinaia di migliaia di ebrei dalle camere a gas. Inevitabile chiedersi se la Shoah viene tirata fuori solo quando si tratta di cercare giustificazioni ai crimini in Medio Oriente.


Il voto del Parlamento Europeo è in sostanza una pagina nera, per quanto non l'unica, della pur breve storia dell'istituzione. Invece di impegnarsi contro i rigurgiti di neofascismo gli si accarezza il pelo, pensando forse, come a Monaco nel 1938, che blandire l'orrore sia utile a ridurne il pericolo. Tra i voti a favore dell’ignobile documento spicca quello di Giuliano Pisapia, ex sindaco di Milano, ex esponente di Sel, ex esponente di Rifondazione Comunista. Difficile trovare una spiegazione che non sia quella di una leggerezza personale e politica che ne ha sempre contraddistinto la vacuità.

Paradossale invece che la destra italiana, fritto misto di fascisti e nostalgici, definisca il fascismo un’opinione (mentre è un crimine) e in conseguenza chieda di non applicare la sacrosanta Legge Scelba con la scusa della libertà di espressione, ma poi in Europa vota perché la storia di chi li ha sconfitti non debba avere rappresentanza pubblica. Si conferma quanto sostenuto da Giancarlo Pajetta, comunista e partigiano, in uno scontro televisivo con il MSI del fucilatore Almirante: “Siccome abbiamo vinto noi - disse il dirigente comunista - siamo qui a parlare. Se aveste vinto voi, io sarei in esilio o morto”.

Notizia del: 23/09/2019

Il fanfulla ha finito di prendere in giro i meridionali. Presentando Occhiuto si è saldato nel Sistema mafioso massonico

“Stutamu Salvini”: striscioni e proteste per il leader della Lega a Cosenza

Il gruppo social ha raccolto in pochi giorni quasi seimila adesioni. L'ex ministro dell'Interno sarà accolto da un corteo pacifico di dissidenti pronti a sfilare lungo l'isola pedonale

di Salvatore Bruno 
lunedì 23 settembre 2019 07:01

Uno striscione di contestazione a Salvini apparso a Cosenza

Il gruppo social Stutamu Salvini, in appena cinque giorni ha raccolto quasi seimila adesioni. Ai post virtuali si affiancano striscioni e volantini comparsi in diverse zone della città, mentre sono state programmate due manifestazioni per esprimere un sonoro dissenso nei confronti del leader del Carroccio, atteso a Cosenza nel pomeriggio di martedì prossimo 24 settembre. Alle 18 l’ex Ministro dell’Interno inaugurerà la nuova sede provinciale della Lega, nei pressi di Piazza 11 Settembre. A seguire sarà al Teatro Morelli per una iniziativa pubblica.

Doppio appuntamento antileghista

Salvini in riva al Crati troverà una contestazione organizzata. Nelle ultime ore si sono susseguite le assemblee di comitati già noti in città per le battaglie in favore dell’accoglienza e del diritto alla casa a cui si sono uniti esponenti politici di sinistra e semplici cittadini. Lunedì 23 settembre alle 19 si riuniranno in Piazza Valdesi, porta d’ingresso di Cosenza vecchia, a due passi proprio dal Teatro Morelli, per una iniziativa intitolata Facciamoci la festa. «Musica, cibo, intrattenimento, reading, performance per ribadire che piazze e quartiere sono di chi li vive, ogni giorno» scrivono in una nota. «Durante la serata si svolgerà l'iniziativa Un primo agli italiani, ideata da Silverio Tucci e diversi dj si alterneranno dietro la consolle. Previsti anche spettacoli per bambini». Nella giornata successiva si svolgerà un corteo che alle 17 muoverà da Piazza dei Bruzi verso Piazza 11 settembre, fino alla nuova sede leghista. «Una manifestazione viscerale, di tutta la città, pacifica e colorata, aperta e determinata, cui tutti sono invitati a prendere parte da 0 a 99 anni – dicono gli organizzatori - Il corteo sarà plurale e animato da musica, colori e ironia. Contro chi vuole, senza fondamento alcuno, seminare un clima di paura, rispondiamo così, con uno sberleffo che tutta Cosenza rivolgerà a Matteo Salvini. Ci sarà un unico striscione, rappresentativo di tutte le anime, che aprirà il corteo e, per questo, crediamo non ci sia bisogno di esporre simboli di natura politica o similari. Protagonista dovrà essere tutta la città, solo la città». Per chi lo volesse, informa un comunicato, già dalle 15 si potrà convergere davanti al Comune per contribuire alla realizzazione di cartelli e materiali simili da portare all'interno del corteo.

I risvolti politici

Intanto sul piano politico, si apprende di un incontro programmato nella Capitale sempre il 24 settembre, ma di mattina, tra il vicepresidente di Forza Italia Antonio Tajani, la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni e proprio Matteo Salvini, per il varo della candidatura di Mario Occhiuto alla presidenza della Regione. L’investitura ufficiale potrebbe toccare proprio a Salvini nel pomeriggio della stessa giornata.

https://lacnews24.it/politica/stutamu-salvini-dissenso-a-cosenza-per-il-leader-del-carroccio_99019/

E' più facile che la cultura millenaria persiana batta quella statunitense che viceversa

TERZA GUERRA MONDIALE/ Armi e dialogo, così l’Iran ha spiazzato Trump e Macron

23.09.2019 - int. Rony Hamaui

L’Iran si sta dimostrando abilissimo a condurre lo scontro in atto nel Golfo, ecco perché

Il presidente dell'Iran, Hassan Rouhani (LaPresse)

Consueti “avvertimenti” militari da parte del braccio armato del regime iraniano, i Pasdaran, e passi diplomatici da parte del presidente Hassan Rouhani. Mentre i primi avvertono della possibilità “di una risposta militare generalizzata”, il secondo presenterà all’Onu martedì prossimo un “piano di cooperazione” tra le potenze del Golfo per superare la crisi e le tensioni altissime delle ultime settimane. Mettere cioè a un tavolo non solo le nazioni interessate, ma anche le potenze mondiali come Usa, Cina e Russia. Secondo Rony Hamaui, da noi intervistato, docente dell’Università Cattolica di Milano, esperto di geopolitica e di finanza islamica, “la proposta di Rouhani si colloca sul piano internazionale ma tenendo conto degli interessi domestici. Sia in Iran che negli Usa a breve si terranno elezioni presidenziali e tutti e due, anche Trump, quando parlano al mondo tengono conto della necessità di essere rieletti”.

Il cosiddetto “piano Rouhani” che verrà presentato alle Nazioni Unite in realtà esiste da tempo. Che possibilità ci sono che questa volta venga accolto, o si tratta del solito gesto propagandistico?

Prima di approfondire l’argomento bisogna fare due premesse importanti. La prima è che ci sono scadenze elettorali in Iran come negli Usa non lontane nel tempo. Non dimentichiamo infatti che l’anno prossimo gli americani dovranno rieleggere il presidente e la campagna elettorale è già cominciata. Entrambi, Trump e Rouhani, si muovono non solo in una logica internazionale, ma anche domestica. Anche i politici che sembrano sempre impegnati sugli scacchieri internazionali alla fine devono farsi rieleggere dai loro popoli a casa quindi giocano molto anche sullo scacchiere domestico.

La seconda premessa?

La seconda è che da maggio in poi l’Iran ha dimostrato una straordinaria capacità militare, cosa di cui nessuno sembra tener conto, almeno i media internazionali. Hanno abbattuto un drone americano, hanno sequestrato navi di tutti i paesi e poi hanno mandato non sappiamo se dall’Iran o da qualche altra parte dieci droni che hanno attraversato mille chilometri di terra saudita, bombardato e sono tornati indietro. Una capacità assolutamente di primo piano.

Gli americani si aspettavano questa capacità o sono rimasti sorpresi?

No, gli Usa non se l’aspettavano. Agli americani era già venuto il dubbio quando era stato abbattuto il loro drone, è stato allora che hanno cominciato a intuire qualche cosa. La prova di forza ulteriore messa in atto con il bombardamento degli impianti petroliferi sauditi ha mostrato questa capacità militare che nessuno ha.

Neanche l’Arabia Saudita?

L’Arabia Saudita è il paese che spende di più al mondo in armamenti, ma non ha saputo costruire un minimo di sistema di difesa. Hanno subìto la distruzione di metà della loro economia, un colpo pazzesco. Cosa questa che ha messo in grave difficoltà non solo Trump ma tutti quanti i paesi del mondo.

Il quadro dunque al momento qual è?

C’è una terza premessa: nessuno vuole una guerra mondiale o anche regionale. Certamente non la vuole Trump e l’ha capito benissimo anche Rouhani, per motivi interni.

Cosa ne pensa allora di questo piano che sarà presentato all’Onu?

Credo che la proposta iraniana sia a metà tra il propagandistico e il reale. Se Trump e gli altri vanno dietro a Rouhani sarà lui e non la Francia o la Gran Bretagna ad aver portato avanti il dialogo.

Se invece va male?

Se gli va male gli servirà all’interno del suo paese, potrà dire che lui ha fatto il possibile per la pace. Sono convinto sia una mossa furba e intelligente, gli iraniani non sono degli idioti, e sia politicamente che militarmente stanno dimostrando di giocarsi bene la partita.

(Paolo Vites)

E' tornato al governo il partito delle tasse, ne paghiamo troppo poche e allora al via altre

MANOVRA/ Tasse e mance portano il Governo verso un flop

23.09.2019, agg. alle 09:40 - Stefano Cingolani

Non manca molto alla presentazione della manovra e la ricetta che ha in mente il Governo non sembra poter segnare una vera svolta

Giuseppe Conte (Lapresse)

Non è mai bello fare della facile ironia, ma come trattenersi quando si legge di tasse sulle merendine o sulle bibite gassate? È questa la svolta verde del governo giallo-rosso, è questa la politica fiscale con la quale Giuseppe Conte e Roberto Gualtieri vogliono segnare la loro discontinuità con il passato? È imporre magari una supertassa sul diesel agli agricoltori come paventa già Matteo Salvini, pronto a spingere i trattori sulle autostrade e a indossare il gilet giallo?

Certo, c’è la lotta alla evasione, al fantasma di quei cento e più miliardi di euro che circolano nell’economia reale e sfuggono al fisco. Ma l’abbiamo già sentita almeno da cinquant’anni, forse di più, certo da quando è stato introdotto il prelievo alla fonte che fa pagare solo una categoria, anche se la più diffusa, cioè i lavoratori dipendenti, e consente di sfuggire a chi incassa redditi meno certi come quelli sul capitale e sul lavoro indipendente.

Entro venerdì il ministro dell’Economia Gualtieri deve presentare l’aggiornamento al Documento di economia e finanza con le cifre chiave (crescita, conti pubblici, occupazione), ma sembra che il Governo voglia seguire le stesse fallimentari orme dei suoi predecessori. Soprattutto non emerge la volontà di impostare la prossima Legge di bilancio con pochi, pochissimi obiettivi strategici che ruotano attorno a una scelta fondamentale: ridurre la pressione fiscale, l’unica scelta che può dare più soldi a imprese e famiglie, risvegliare gli “spiriti animali” dell’economia, affrontare in modo serio e strategico il negoziato con l’Unione europea.

Torneremo sulle macro cifre quando saranno rese note. Per ora si capisce che per mantenere l’obiettivo di disavanzo pari al 2% del prodotto lordo, così come già delineato da Giovanni Tria, bisogna recuperare lo 0,9% pari a 16 miliardi di euro. Poi occorre trovare almeno altri dieci miliardi per far fronte a tutte le promesse già in campo: taglio al cuneo fiscale, sussidi a famiglie e imprese, nuovo risorse per il welfare state e la pubblica istruzione (scusate se è poco). In questo modo, la pressione fiscale, ben che vada, resta invariata al 43% del reddito, e non si introduce nessun incentivo alla crescita, nulla che cambi in meglio le aspettative degli operatori economici e dei cittadini in genere. Non solo, così si dà l’immagine di un déjà vu.

Negli ultimi cinque anni la politica di bilancio ha distribuito in bonus, mance varie e misure assistenziali ben 90 miliardi di euro, secondo i calcoli di Carlo Cottarelli, pubblicati sulla Stampa di ieri. Una bella cifra che non è riuscita a cambiare nulla. La lista dei provvedimenti è davvero impressionante: buono scuola, assunzioni degli statali, bonus cultura, spese per la famiglia, via l’Imu sulla prima casa, riduzione Ires, detassazione dei premi produttività, esclusione dall’Irap del costo del lavoro, bonus degli 80 euro, flat tax per le piccole partite Iva, senza contare il reddito di cittadinanza e le pensioni anticipate a quota 100. Insomma, dare un po’ qui un po’ là non è riuscito né a rilanciare l’economia, né a cambiare gli umori degli italiani.

Anche nei confronti dell’Unione europea i primi abboccamenti sono all’insegna del passato. Si discute di flessibilità (ancora), ma il negoziato ruota come sempre attorno a pochi decimali di punto. L’Ue raccomanda una riduzione del deficit strutturale (cioè al netto degli interventi anti-crisi) dello 0,6%, ma potrebbe accontentarsi di una percentuale ben più modesta. In ogni caso, a disposizione di Gualtieri ci sarebbe una manciata di miliardi che non bastano a finanziare tutti gli incentivi e i sostegni dei quali si è parlato.

Il Governo dovrebbe cambiare passo, mettere insieme le risorse disponibili e trovare le altre che servono, per concentrarle su una scelta chiave: la riforma organica del fisco che riduca la pressione media sui redditi, cominciando dal costo del lavoro, proiettando la misura di qui a fine legislatura. Bisogna partire da qui e non dal deficit, ribaltando la logica seguita in questi anni, non per sfondare i parametri di Maastricht, come voleva Matteo Salvini, ma per ottenere dall’Ue il sostegno a una misura davvero strategica, chiesta anche dal governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco nelle considerazioni finali all’assemblea della banca centrale, lette il 31 maggio scorso.

Del resto, quando Mario Draghi invita i governi a prendere in mano la lotta alla recessione, manovrando la politica fiscale e non lasciando più sola la Bce, si rivolge ovviamente ai paesi, come la Germania, che possono spendere, ma chiede a tutti riforme strutturali, ciascuno secondo le proprie priorità, e oggi in Italia la riforma fiscale è davvero strutturale se impostata come vuole Visco e non come voleva fare Salvini.

Il tema si presta anche a considerazioni politiche che in questa sede possiamo solo accennare. In Italia la sinistra, più o meno moderata, è convinta che ridurre le tasse sia compito della destra mentre il suo è aumentarle per garantire i servizi sociali e mettere sotto controllo il bilancio pubblico. È un’impostazione che non sta in piedi. Storicamente la destra ha sempre cercato di far pagare meno i ricchi e la sinistra il contrario; ma che cosa c’è di progressista nell’imporre su chi lavora un peso fiscale insopportabile? Nanni Moretti una volta apostrofò Massimo D’Alema chiedendogli: “Dì qualcosa di sinistra”. Forse non sappiamo più bene che cosa lo sia, ma non c’è dubbio che aumentare le tasse non lo è e non lo sarà mai.

23 settembre 2019 - DIEGO FUSARO: Interventi a "Stasera Italia" (Rete4)

L'Italia ha eliminato la scala mobile (1993), ha eliminato l’economia mista (accordo Andreatta-Van Miert e poi privatizzazioni di Draghi), ha ridotto il debito dal 117% del 1994 al 100% del 2007, una classe dirigente-politica venduta, ma vige il Progetto Criminale dell'Euro portato avanti dall'Unione Europea l'obiettivo è spolparla e far diventare il popolo italiano il servo dei sevi


VLADIMIRO GIACCHE’ – SULLE MENZOGNE UE CONTRO L’ITALIA 

Maurizio Blondet 20 Settembre 2019 

“Il coraggio di ciò che si sa” 


Pubblichiamo un eccellente testo di Vladimiro Giacchè nel quale è ricostruita la vicenda storica dell’Italia nell’euro, il passaggio di fase in corso, l’interpretazione del Governo Conte 2 e la sua valutazione critica sulla scelta di Patria e Costituzione di provare a giocare la partita nella maggioranza M5S-Pd-Renzi-LeU. Buona lettura.

Vladimiro Giacché

“Il coraggio di ciò che si sa”.

Il secondo governo Conte e la sinistra [1]

Friedrich Nietzsche diceva che bisogna avere “il coraggio di ciò che si sa”.[2]

1. Quello che sappiamo

Proviamo a mettere assieme quello che sappiamo sulla traiettoria economica dell’Italia negli ultimi decenni, su quanto è accaduto dall’introduzione dell’euro, prima e dopo la crisi e su quanto è accaduto dopo il 4 marzo 2018. Ci aiuterà a capire cosa fare.

1.1. La traiettoria economica dell’Italia negli ultimi decenni è la storia di un successo catastrofico

A differenza di quanto vuole una vulgata diffusa quanto falsa, questo paese negli scorsi decenni ha fatto diligentemente i compiti che gli sono stati assegnati. 
  • Ha eliminato la scala mobile (1993), 
  • ha eliminato l’economia mista (accordo Andreatta-Van Miert e poi privatizzazioni di Draghi), 
  • ha ridotto il debito dal 117% del 1994 al 100% del 2007.
Usando la crisi come spartiacque, possiamo distinguere due periodi, con l’aiuto di un recente paper dell’economista olandese Servaas Storm[3].

Dal 1995 al 2008 abbiamo realizzato un avanzo primario del 3% annuo (principalmente riducendo le spese sociali): nessuno è stato così bravo in Eurozona (la virtuosa Germania nello stesso periodo può vantare un avanzo di appena lo 0,7%, mentre la Francia evidenzia un disavanzo dello 0,1%). Questo sforzo in teoria sarebbe stato sufficiente per ridurre il debito dal 117% del 1994 a uno strabiliante 77% del 2008. Purtroppo però questo contenimento della spesa pubblica ha ridotto la crescita e questo ha all’incirca dimezzato la riduzione effettiva (in quanto il rapporto debito/pil è stato mantenuto più elevato dalla conseguente minore entità del prodotto interno lordo).

Dal 2008 al 2018, poi, l’Italia è stata protagonista di un consolidamento fiscale eccezionale. Lo possiamo vedere in questo grafico, tratto dalla ricerca di Storm.[4]



Il consolidamento (restrizione) fiscale italiano ammonta a ben -227 miliardi di euro, a fronte di politiche espansive del valore di +461 miliardi da parte della Francia e di un dato complessivamente neutro per i paesi “Euro-4” (Belgio, Francia, Germania e Olanda). Secondo stime dello stesso Tesoro italiano, questo consolidamento, nei soli anni tra il 2012 e 2015, ha ridotto il prodotto interno lordo del 5% e gli investimenti del 10%.

Tirando le somme, i surplus primari realizzati dall’Italia tra il 1992 e il 2018 hanno sottratto domanda per 1 trilione di euro cumulato. Nel periodo la spesa pubblica non ha conosciuto alcun aumento, mentre gli investimenti sono diminuiti in ragione dello 0,5% annuo. Il disavanzo primario pubblico francese nel periodo ammonta a 475 miliardi, mentre il consolidamento realizzato complessivamente da Germania, Belgio e Olanda ammonta a circa la metà (-510 miliardi) di quello della sola Italia.

Ma siamo stati bravi anche su altri fronti. Ad esempio, abbiamo flessibilizzato il lavoro e contenuto più degli altri i salari (con l’eccezione della sola Germania nel periodo 2005-2010).[5]

I salari sono aumentati di appena il 6% dal 1992 al 2018. Abbiamo 
  • così ridotto l’inflazione, 
  • aumentato la quota del prodotto interno lordo che va ai profitti, 
  • aumentato l’intensità di lavoro, e anche 
  • ridotto la disoccupazione sino allo scoppio della crisi, 
come si vede nel grafico che segue.[6]


Ma al tempo stesso abbiamo 
  • ridotto la produttività del lavoro, 
  • ridotto l’incentivo a investimenti produttivi e 
  • ridotto la domanda aggregata; 
questo sia a causa sia del calo della quota salari, sia a causa delle misure di austerità.[7]
La crescita cumulata della domanda interna nell’intero periodo tra 1992 e 2018 è risultata inferiore al 7%. Nello stesso periodo essa è cresciuta del 33% in Francia e del 29% in Germania. In tal modo è stato colpito anche il saggio di profitto, che come determinante di nuovi investimenti è più importante della quota parte dei profitti sul pil.

Infine, il dato forse più significativo, che riguarda il calo dei redditi nel periodo considerato. Se nel 1991 il reddito netto medio in Italia era pari a 27.499 euro (a prezzi costanti del 2010), nel 2016 era sceso a 23.277 euro: un 15% in meno.

La conclusione di Storm in relazione alla deludente crescita italiana del periodo è questa: “about 60% of the deterioration in Italy’s growth performance can … be directly attributed to Italy s self-imposed commitment to the EMU norms”.[8] Ma è più in generale l’Eurozona nel suo complesso ad essere l’area a minor crescita del mondo.

Per questi trent’anni perduti, 
  • connotati da deflazione salariale, 
  • distruzione dell’economia mista, 
  • taglio ai servizi sociali, 
  • crescita economica stentata e quindi anche 
  • aumento del debito, 
gli indiziati sono parecchi.

La borghesia italiana, renitente a investire (anche quando, come nel 1992/3, l’aumento degli investimenti era stato pattuito quale contropartita dell’abolizione della scala mobile), ma assai rapida nel salire sulla scialuppa delle privatizzazioni: “il capitalismo delle bollette”, come è stato definito.[9]

L’ideologia (e la prassi) del vincolo esterno: fatta propria da un’intera classe dirigente (politica, tecnocratica ed economica) che all’inizio degli anni Ottanta decide di risolvere i problemi sociali “legandosi le mani” e facendo fare a qualcun altro il lavoro sporco.

In particolare, ai mercati internazionali dei capitali, alle cui amorevoli cure, 
con il divorzio Tesoro-Banca d’Italia del 1981, 
avvenuto – non lo si ricorderà mai abbastanza – senza alcun passaggio parlamentare e con un semplice scambio di lettere tra le parti, è affidato il debito pubblico italiano: con il risultato di vederlo raddoppiato in 10 anni.

Poi, per risolvere il problema che avevamo con i mercati finanziari internazionali, abbiamo pensato bene di rivolgerci alla Germania. L’ingresso nell’euro è stato in effetti visto come un traguardo precisamente al fine di ricevere protezione, all’ombra della “credibilità” tedesca, dai mercati internazionali, a seguito della crisi del 1992. Crisi che, a ben vedere, ci aveva dato due lezioni: 
  1. gli effetti devastanti della speculazione su un paese che aveva scelto – attraverso l’indipendenza della Banca Centrale dal Tesoro – di non monetizzare più il debito, ma anche 
  2. l’insostenibilità per l’Italia di un sistema a cambi semi-fissi quale lo SME.
Si impara soltanto la prima lezione e, volendo mantenere a tutti i costi l’indipendenza della Banca Centrale realizzata nel 1981, si decide di imboccare la strada che porta a un sistema di cambi (irrevocabilmente) fissi.

Qui entra in gioco un altro protagonista: l’ideologia europeista (Progetto Criminale dell'Euro), condivisa a questo punto non soltanto più dall’establishment tradizionale, ma anche dall’intera sinistra italiana postcomunista: l’Europa è considerata più in generale come una frontiera di civiltà, come uno strumento di modernizzazione del nostro paese (che per la verità era già, pur tra contraddizioni anche gravi, uno dei paesi più moderni del mondo).

1.2. I vantaggi e gli svantaggi della moneta unica 

I vantaggi della moneta unica sono rappresentati dalla fine del rischio di cambio e dalla convergenza dei tassi d’interesse verso quelli tedeschi. La prima ha consentito un incremento ha ridotto i costi di transazione e favorito gli scambi interni all’area monetaria, la seconda ha consentito di ridurre gli interessi sul debito.

Gli svantaggi sono rappresentati … dalla fine del rischio di cambio e dalla convergenza dei tassi d’interesse verso quelli tedeschi. In altri termini: quelle stesse conseguenze della creazione della moneta unica di cui per lungo tempo la nostra pubblicistica ci ha decantato gli effetti positivi hanno avuto effetti negativi non trascurabili.

In effetti la fine del rischio di cambio è l’altra faccia della medaglia della perdita della sovranità monetaria e della conseguente emissione del debito in una moneta straniera, per di più regolata da una Banca Centrale indipendente che ha il divieto di acquistare titoli del debito pubblico degli Stati e il cui unico obiettivo è la stabilità dei prezzi (e non l’occupazione) – caratteristiche che pongono un problema di compatibilità tra gli obiettivi che ispirano la nostra Costituzione e quelli perseguibili nel contesto dei Trattati europei.[10] Inoltre il valore di questa moneta verso l’”estero” (ossia verso i paesi che non fanno parte dell’eurozona) ovviamente sarà il prodotto della media della forza economica dei paesi membri: con il risultato che per il più competitivo la moneta unica sarà una moneta sottovalutata (rispetto a quello che sarebbe stato il valore della sua singola moneta in assenza dell’unione monetaria) mentre per i meno competitivi sarà sopravvalutata. Infine, ed è questo l’aspetto essenziale, 
l’eliminazione di un meccanismo di mercato di riaggiustamento dei differenziali di competitività quale quello rappresentato dalla flessibilità del cambio 
– meccanismo che, ove presente, impedisce si creino squilibri troppo marcati nella bilancia commerciale dei paesi membri – accresce l’importanza di un altro fattore di competitività: quello consistente nella “moderazione salariale”. In altri termini, l’impossibilità di effettuare svalutazioni “esterne” costringe alla svalutazione interna, ossia a ridurre e tenere bassi i salari, quale strumento principe per il recupero della competitività.

Come noto, prima della crisi europea la Germania, soprattutto a partire dal 2005 (entrata in vigore dell’Agenda 2010 di Schröder), ha giocato con spregiudicatezza questa carta, come evidenziato tra gli altri dall’economista tedesco Peter Bofinger nel 2015, il quale ha evidenziato il ruolo giocato dalla politica mercantilistica tedesca imperniata sulla “moderazione salariale” nella genesi della crisi dell’Eurozona (cfr. grafico sottostante).[11]


Come si vede dal grafico che segue, tratto invece da un testo di Francesco Saraceno, negli anni considerati, la performance della Germania in termini di “moderazione salariale” spicca non soltanto nel confronto europeo, ma più in generale tra i paesi Ocse.[12]


Quanto alla convergenza dei tassi di interesse verso quelli tedeschi, il vero obiettivo inseguito dall’Italia entrando nella moneta unica, essa ha come noto in effetti abbassato notevolmente i tassi di interesse di molti Paesi dell’eurozona, tra cui il nostro, alleggerendo notevolmente l’onere rappresentato dal servizio del debito (pubblico e non solo).

Ma proprio questo ha, d’altra parte, aumentato la propensione all’indebitamento nei paesi interessati. Si è così verificato il fenomeno descritto nel ciclo di Frenkel, per cui questi paesi alimentano squilibri di bilancia commerciale, che sono però mascherati dalla creazione di debito, finanziato da altri paesi dell’area monetaria la cui bilancia commerciale è per contro in attivo.

Questo ci porta direttamente alla crisi. 
Che non è stata una crisi di debito pubblico, ma una crisi nata da squilibri delle bilance commerciali. 
La circostanza è stata ammessa sin dal 2013 dalla stessa Bce, come si vede dal grafico sottostante, tratto da una conferenza del suo vicepresidente Vitor Constancio, tenuta ad Atene nel maggio 2013;[13] esso evidenzia che la variazione significativa nel debito dei Paesi periferici dell’Eurozona negli anni precedenti la crisi riguarda l’accumulo di debito privato e non di debito pubblico (soltanto in Grecia e Portogallo aumenta il debito pubblico, comunque in misura inferiore all’accumulo di debito privato).

1.3. Gli aspetti critici dell’adesione dell’Italia alla moneta unica alla luce della crisi dell’area dell’euro

La crisi, tra i molti evidenti lati negativi, ha un aspetto indubbiamente positivo: essa ha messo in luce alcuni aspetti gravemente disfunzionali dell’architettura dell’Eurozona. La crisi è in un primo periodo importata in Europa dagli Stati Uniti e assume la forma di crisi da calo del commercio estero, e conseguentemente colpisce in particolare due paesi esportatori quali la Germania e l’Italia; sotto il profilo finanziario sono invece investite dalla crisi in particolare le banche di Francia e Germania. Questo determina un sudden stop nei flussi di capitale dai paesi centrali dell’Eurozona (i cosiddetti “paesi core”) a quelli periferici.

A fine 2009 inizio 2010 inizia la crisi della Grecia e la cosiddetta “crisi del debito sovrano”. La Bce, in coerenza con quanto previsto dal Trattato di Maastricht, si rifiuta di intervenire (peggiorando drasticamente una crisi che sarebbe stata facilmente gestibile con un costo finanziario limitato), i rendimenti dei titoli di Stato greci vanno alle stelle, e si produce un effetto domino: tutti i paesi considerabili a rischio – per motivi diversi – vengono prima o poi investiti dalla speculazione (sovente trasfigurata in “severità disciplinatrice dei mercati”), in quanto la Bce dà ai mercati il messaggio che non interverrà a loro difesa.

Il risultato per quanto riguarda l’Italia, in termini di differenziale tra il rendimento dei titoli di Stato italiani a 10 anni e dei loro omologhi tedeschi, è raffigurato nel grafico seguente.


È stato posto in luce come l’appartenenza stessa alla moneta unica abbia comportato per i paesi membri una minore flessibilità di risposta alla crisi rispetto a paesi che non ne fanno parte (De Grauwe, per esempio, ha confrontato le diverse performance post-crisi di Spagna e Regno Unito):[14] in effetti, 
è evidente che nessun paese membro dell’Eurozona può effettuare una politica monetaria indipendente, abbassare i tassi in maniera perfettamente appropriata alle condizioni della propria economia, né svalutare.

Ma c’è di più. La gestione della crisi è stata connotata da 3 gravissimi errori:

1) il rifiuto di considerare la realtà dei meccanismi alla base della divergenza tra paesi;

2) l’interpretazione “morale” delle divergenze nell’eurozona (i paesi in deficit sono sconsiderati, i paesi in avanzo sono virtuosi);

3) la centralità attribuita al debito pubblico, anziché agli squilibri della bilancia dei pagamenti.

Le conseguenze di questo approccio sono molto serie:

1) il primo errore impedisce di affrontare i nodi strutturali del problema (arrivando sino a negare che gli avanzi eccessivi, pur sanzionabili in base al Patto per la stabilità e la crescita del 1999, siano un problema);

2) il secondo errore comporta il tentativo di realizzare un riequilibrio tra le economie tutto a spese dei debitori (l’aggiustamento è chiesto solo a loro, e non anche ai paesi creditori);

3) il terzo errore, infine, ha per conseguenza l’imposizione ai paesi in crisi politiche pro-cicliche (di restrizione fiscale) che peggiorano la situazione.

Il risultato possiamo osservarlo confrontando le ben differenti performance di Italia e Germania in termini di crescita dopo l’inizio della crisi.

Quanto alle politiche monetarie adottate al fine di superare la crisi dalla BCE, esse sono state tardive e insufficienti.

Sono state tardive, e non per caso: il ritardo serviva a imporre “la disciplina dei mercati finanziari”. Per quanto riguarda il caso italiano, lo stesso Luigi Zingales ne ha parlato in termini molto duri: “It was a form of economic waterboarding that has left the Italian economy devastated and Italian voters legitimately angry at the European institutions”.[15]

Esse sono state utili a impedire la fine dell’euro – e in effetti sono state adottate non prima di quando tale prospettiva ha cominciato a profilarsi seriamente all’orizzonte -, ma al tempo stesso sono state insufficienti a risolvere la crisi. Questo per diversi motivi: perché 
la BCE non è 
(non può essere ai sensi del Trattato di Maastricht) 
garante di ultima istanza dei debiti sovrani 
e perché l’effetto delle politiche monetarie espansive, convenzionali (diminuzione dei tassi d’interesse) e non convenzionali (acquisto titoli e assets vari sui mercati finanziari) è stato neutralizzato da politiche di bilancio restrittive (austerità e controllo dei bilanci pubblici).

Ulteriori misure di integrazione, dichiaratamente nate per combattere la crisi, hanno avuto effetti perversi soprattutto per l’Italia: un caso emblematico è rappresentato al riguardo dalla cosiddetta “unione bancaria europea”, assolutamente squilibrata e asimmetrica: un’unione nata per eliminare la balcanizzazione finanziaria, ma venuta alla luce senza la sua unica componente in grado di contrastarla. In estrema sintesi,[16] l’unione bancaria europea è caratterizzata:

1) Quanto al primo pilastro (vigilanza unica), da una forte asimmetria in termini di percentuale di copertura dei diversi sistemi bancari nazionali da parte della vigilanza europea; nel grafico che segue è rappresentata la quota degli attivi bancari sotto diretta supervisione Bce, dopo la creazione dei due gruppi del credito cooperativo.

La Germania ha sottratto molte sue banche al controllo BCE

2) quanto al secondo pilastro (meccanismo di risoluzione unico: il bail-in), esso sconta l’asimmetria delle condizioni di partenza (come si può vedere dal grafico sottostante, nel 2013, quando si negozia l’unione bancaria, praticamente tutti i paesi dell’eurozona, tranne il nostro, avevano effettuato massicci salvataggi pubblici [bailouts] delle loro banche).


Nota: * incluse le garanzie.
Fonte: Commissione Europea, DG Concorrenza, Frankfurter Allgemeine Zeitung, 16 agosto 2013.

A questo vanno aggiunti:

a) lo strabismo della vigilanza europea, che ha considerato assolutamente prioritario il controllo del rischio di credito, mentre ha trascurato il rischio di mercato, portatore di potenziale instabilità ben maggiore in termini di rischio sistemico.

Nel grafico sotto si può vedere come gli aggiustamenti richiesti a fronte dell’Asset Quality Review della Bce si siano concentrati soprattutto sulle attività creditizie.

Questo grafico evidenzia invece l’entità dei derivati detenuti in bilancio nel 2017 in percentuale del totale attivo, segnalando come in particolare le banche di Francia e Germania siano portatrici di un rischio di mercato molto elevato, in relazione al quale la vigilanza BCE ha manifestato ben minore attenzione di quella esercitata sul rischio di credito;


b) decisioni sbagliate della Commissione Europea, come quella di proibire, nel novembre 2015, l’intervento del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi per salvare alcune piccole banche italiane (considerandolo erroneamente un “aiuto di Stato”).

Il combinato disposto dell’asimmetria nelle condizioni di partenza dei vari sistemi al momento dell’ingresso nell’unione bancaria europea (vedi sopra punto 2)) e di queste decisioni hanno trasformato l’entrata in vigore del bail-in, nel gennaio 2016, in un vero e proprio tsunami che in meno di 3 mesi ha cancellato il 35% della capitalizzazione di borsa delle banche italiane.

3) quanto al terzo pilastro, ossia la garanzia (poi si è detto “assicurazione”) europea dei depositi, esso è semplicemente assente, contrariamente a quanto originariamente previsto.

Senza l’assicurazione europea sui depositi, l’Unione bancaria è un tavolino a due zampe, con quello che ne consegue in termini di stabilità. Ma, soprattutto, essa ha perso il suo originario significato. O, per usare le parole dell’ex direttore generale della Banca d’Italia, Salvatore Rossi, “l’effettiva attuazione del progetto ha preso una direzione diversa”[17] da quella originaria.

Seguiamo l’argomentazione di Salvatore Rossi:

“In sostanza, le banche sono divenute europee solo in un senso, ovvero in quanto vigilate e sottoposte a risoluzione a livello europeo. Il circolo vizioso tra settore bancario ed emittenti sovrani non è stato spezzato, tuttavia alle banche è stata imposta una camicia di forza volta a garantire che, in caso di fuga dai titoli di Stato emessi da un sovrano, le banche di quel paese non verranno salvate dai contribuenti, di quello stesso paese o di altri. In termini ancora più espliciti, a un contribuente tedesco non si potrà mai chiedere di finanziare il salvataggio di una banca italiana in crisi per il peso, nel proprio bilancio, di titoli di Stato italiani in rapida discesa sui mercati. In un caso simile, sarebbero i creditori della banca, prevalentemente italiani, a farsene carico.”[18]

Non si è troppo malevoli se si traduce così il risultato: la funzione originaria e dichiarata dell’unione bancaria europea era quella di ridurre la frammentazione/balcanizzazione finanziaria dell’Europa intervenuta con la crisi (e i conseguenti rischi in termini di stabilità e tenuta della moneta unica); quella effettiva è consistita nel prendere in ostaggio le banche italiane, sulle quali (nel quadro istituzionale attuale) ogni incremento significativo dello spread sui titoli di Stato italiani determina pesanti ripercussioni in termini di conto economico e di capitale (è il film che abbiamo visto nel maggio e nel settembre 2018).

A questo proposito consentitemi di enunciare un vero e proprio paradosso dei dibattiti sull’euro.

Nel nostro paese è molto diffusa, anche in ambienti che si credono progressisti (anzi, soprattutto in quelli), una concezione apocalittica delle prospettive legate alla possibile fine della moneta unica, e addirittura la convinzione che la fine della moneta unica sia impossibile a priori. A Bruxelles e Francoforte, invece, si crede tanto poco in tutto questo che si cerca di sventare l’eventualità della fine della moneta unica: in particolare, rendendo una possibile “uscita” più difficile e onerosa.

Così, mentre in Italia illustri studiosi, ignorando la lex monetae contemplata anche dal nostro codice civile, anni fa si affannavano a spiegare che in caso di “uscita” il debito pubblico avrebbe dovuto essere ripagato in euro, in sede di creazione del Meccanismo Europeo di Stabilità venivano previste clausole punitive per le nuove emissioni di debito pubblico, precisamente per limitare in concreto l’efficacia della lex monetae.

L’altra contromisura assunta riguarda gli effetti dell’unione bancaria sulle banche italiane, in particolare impedendo in radice la possibilità di un rifinanziamento pubblico delle banche italiane, sottraendole alla vigilanza nazionale e sottomettendole alle nuove regole del bail-in (che comportano l’esclusione quasi assoluta del salvataggio pubblico delle banche, che anche ove possibile è legato a condizionalità molto stringenti). Questo ovviamente rende il legame tra rischio paese e rischio banche – precisamente il legame che in teoria l’unione bancaria avrebbe dovuto recidere! – tanto più pericoloso: perché rende forti rialzi dello spread una immediata minaccia per la stabilità delle banche italiane che li hanno in portafoglio.

È nel contesto di quanto sopra che va valutato quanto sappiamo su ciò che è accaduto dopo il 4 marzo.

Occorre ancora un elemento preliminare, ma è così noto che mi limito a enunciarlo: a fare l’esecutore materiale di tutto quanto abbiamo visto sopra, insomma gli artefici del “successo catastrofico” di cui ho dato qualche cifra, 
sono stati la sinistra postcomunista e il centro postdemocristiano, 
dal 2008 plasticamente riunitisi in un unico partito: sono loro, in particolare, i principali responsabili del governo Monti, che ci ha lasciato in eredità non soltanto la crisi peggiore dall’Unità d’Italia, ma anche – e precisamente per questo – un incremento del rapporto debito/pil del 13% (in termini percentuali, è poco meno dell’entità dell’intero decremento del debito tra il 1994 e il 2008!).

Dei governi successivi non c’è molto da dire, ad eccezione dell’iniziale tentativo di sfilarsi di Matteo Renzi dalla logica di una supina accettazione dei diktat europei, tentativo prontamente normalizzato: lo provano il jobs act, l’incapacità di capire la necessità di sospendere l’entrata in vigore dell’unione bancaria (pessimamente negoziata dal precedente governo Letta) e la conseguente crisi bancaria di inizio 2016. Questa crisi è stata tutt’altro che estranea al declino della stella renziana, poi definitamente consumatosi a causa del drammatico errore consistente nel referendum costituzionale (anch’esso motivato con la volontà di esibire il trofeo di tale “riforma strutturale” nel consesso europeo). Dopo la parentesi dimenticabile del governo Gentiloni, siamo così al 4 marzo.

1.4. Dopo il 4 marzo 2018

Il voto del 4 marzo esprime un rifiuto delle politiche dei passati governi.

Nel giugno 2018 nasce il governo giallo-verde. Esso riunisce 2 partiti che, per quanto differenti tra loro, sono stati entrambi premiati dal voto in quanto portatori – a giudizio dei loro elettori – di una rottura con le prassi dei governi precedenti, anche in rapporto all’atteggiamento nei confronti dell’Unione Europea.

È subito evidente un tentativo di “normalizzazione” di questa compagine, attraverso i ministri di quello che è stato definito come il “terzo partito”: il partito del presidente della Repubblica (che nella formazione del governo ha esercitato le proprie prerogative ai limiti – e forse oltre – di quanto previsto dalla Costituzione). Questo è immediatamente chiaro per quanto riguarda il Ministro delle Finanze Tria – ed è oggi chiaro per quanto riguarda lo stesso presidente del Consiglio, Conte.

L’approccio del governo è comunque più pugnace di quello dei governi precedenti, e la stessa manovra economica proposta, imperniata su “reddito di cittadinanza” e “quota 100”, è sensata: in presenza di un evidente rallentamento del ciclo e di un ormai cronico insufficiente contributo della domanda interna alla crescita, è evidente la ratio di una manovra basata sulla spinta ai consumi; la stessa obiezione tradizionale, “spesa pubblica sì, ma va fatta per investimenti”, non tiene conto (intenzionalmente o per ignoranza) di una circostanza fondamentale: il ritorno in termini di crescita della spesa per investimenti è più lenta, e quindi nulla avrebbe garantito un trattamento di maggior favore per essi da parte della Commissione Europea; del resto, in base ai calcoli di quest’ultima – condotti in base a una metodologia opinabilissima, imperniata sullo pseudoconcetto di “output gap” -, l’Italia è finita in un equilibrio di sottoccupazione e può tranquillamente restarci.

La risposta alla manovra del governo è di assoluta chiusura da parte della Commissione Europea, a cominciare dal commissario Moscovici (che dopo qualche mese aprirà la non fortunatissima campagna elettorale per le elezioni europee dell’attuale ministro delle finanze designato).

Ma c’è di peggio: importanti esponenti istituzionali, in visita alla City di Londra, dichiarano di “sperare nei mercati”, e il commissario Oettinger si dice fiducioso che “i mercati insegneranno agli Italiani come votare”[19] (in seguito si accontenterà che abbiano “imparato a votare” i parlamentari italiani, e per incentivarli dirà – lo ha fatto nei giorni scorsi – che a Bruxelles “si farà il possibile per facilitare il lavoro del nuovo governo italiano, quando entrerà in carica”).[20]

Il bastone dei mercati comincia ad agire e fa danni, in particolare sul settore bancario (i motivi li ho accennati sopra).

Olivier Blanchard (a suo tempo uno dei responsabili del FMI per il disastro greco), con ammirevole tempismo, escogita una nuova teoria: l’espansione fiscale restrittiva. In sintesi: l’effetto positivo di una manovra espansiva può essere più che bilanciato dall’aumento degli interessi richiesti dagli investitori per acquistare i titoli di Stato del paese in questione.[21] La teoria è corretta. Il problema è la catena causale: è infatti evidente che le pretese degli investitori aumenteranno quanto più le istituzioni europee avranno assunto un atteggiamento rigido nei confronti del governo “colpevole” di attuare misure espansive.

Il governo scende a più miti consigli, e riduce il deficit contemplato dalla manovra al 2%.

Nel frattempo Tria e Conte blindano (con la lettera del 2 luglio 2019, scritta per chiudere una procedura d’infrazione, aperta da una Commissione uscente, che non sarebbe comunque mai andata avanti alla luce della frenata dell’economia tedesca) la manovra 2020 in senso restrittivo e negoziano (cioè non negoziano) una riforma a noi sfavorevole dell’ESM, che una volta approvata renderà assai onerosa (per davvero) un’uscita dalla moneta unica – e quindi renderà concretamente possibile una ristrutturazione del debito italiano restando nell’eurozona. Tutto questo rifiutandosi di fatto di rendere partecipe il parlamento preventivamente dei loro orientamenti negoziali, in violazione di una legge del 2012 che per ironia della sorte reca la firma di un loro collega nel primo governo Conte, Enzo Moavero.[22] La stessa lettera del 2 luglio diverrà pubblica a quasi due mesi di distanza da quando è stata scritta.

Ad agosto Salvini apre la crisi.

Dalla “Repubblica” del 7 settembre sappiamo che nei primi giorni di agosto il presidente del Consiglio in carica Conte incontra Visco per ricevere i suoi consigli… sul successivo esecutivo.[23]

L’esito della crisi è noto, come pure le inusitate aperture della Commissione Europea (destinate con tutta probabilità a restare puramente verbali).

Frattanto gli editorialisti economici dei nostri principali quotidiani, da apocalittici, diventano improvvisamente integrati: lo stesso Federico Fubini che ricordiamo prospettare sciagure bibliche e procedure d’infrazione inesistenti sul “Corriere della sera” (smentito in 4 casi dal corrispondente a Bruxelles del suo stesso quotidiano)[24] ora chiede al governo di fare più deficit e si dice confidente nell’apertura e benevolenza delle istituzioni europee.[25]

Più cauto, Claudio Tito su “Repubblica” ammonisce che “la concreta chance che la nuova Commissione europea accordi all’Italia una consistente dose di flessibilità sui conti del prossimo anno sarà subordinata all’impostazione di una comunicazione sotto tono. Anche perché gli obiettivi di bilancio del nostro paese sono talmente complicati da renderli raggiungibili solo con la collaborazione di Bruxelles. Va tenuto presente, ad esempio, che nell’ultima lettera inviata da Conte e Tria alla Commissione – quella scritta in extremis per evitare la procedura d’infrazione – l’Italia si era impegnata ad una ‘ampia adesione al patto di Stabilità e crescita’. L’obiettivo del 2 per cento nel rapporto deficit-pil fissato nell’ultimo Def appare già fin troppo permissivo. Il vincolo potrebbe risultare più stretto. E se poi si considera la partenza ad handicap determinata dalle clausole di salvaguardia per 23 miliardi e i tanti indizi – confermati dai dati dell’economia tedesca – di una ulteriore fase recessiva continentale, la cinghia rischia di comprimersi ulteriormente“.[26]

Questo è quello che sappiamo.

2. Che fare?

Personalmente rispetto la posizione di cauta (o benevola?) attesa di Stefano Fassina nei confronti del governo giallo-rosé, ma non è la mia.

Per pochi semplici motivi:

  • Questo è un governo di normalizzazione, è la vittoria degli Oettinger e dei Moscovici.
  • Questo è il governo della Commissione Europea.
È anche un governo che nasce con una tara fondamentale: il collante fondamentale tra i partiti di governo non è programmatico, ma è la paura delle elezioni. Questo scava un ulteriore solco tra chi se ne fa promotore e una parte rilevante (ritengo tendenzialmente maggioritaria) del popolo italiano.

È un solco che va ad aggiungersi a quelli già scavati dai governi che si sono succeduti tra il 2011 e il 2018. È un’altra medaglia da aggiungere al palmares di una “sinistra” che dagli anni Novanta in poi si è intestata tutto quanto previsto dal manuale delle giovani marmotte liberiste: dalle privatizzazioni all’attacco ai diritti del lavoro, dal ridimensionamento dello Stato sociale all’attacco alla scuola pubblica, e così via.

Non esiste futuro per una sinistra che appoggi questo governo.

Una sinistra che fa questo lascia alla destra, e solo a lei, una prateria sconfinata, nella quale questa pascolerà. Se poi questa destra avrà l’intelligenza (che sinora grazie ai Zaia è mancata) di diventare il vero “partito della nazione” – quello di cui ci parlava Alfredo Reichlin nelle sue ultime riflessioni –, allora davvero le prospettive politiche in questo paese saranno suggellate per un lungo periodo.

Questa è la verità. Che a volte può dare fastidio, ma è sempre “rivoluzionaria”. E questo non lo ha detto Nietzsche. 

  1. Testo rivisto dell’intervento all’assemblea dell’associazione “Patria e Costituzione”, Roma, 8 maggio 2019 (contiene anche parti che non sono state lette in assemblea, per non eccedere troppo i tempi assegnati).
  2. Nietzsche non sottovalutava la difficoltà della cosa: “Soltanto di rado anche il più coraggioso tra noi possiede il coraggio di ciò che veramente sa…” (F. Nietzsche, Crepuscolo degli idoli, ovvero come si filosofa col martello, tr. it. Milano, Adelphi, 1970, 2a ed. 1983, p. 25).
  3. S. Storm, “Lost in deflation: Why Italy’s woes are a warning to the whole Eurozone”, Institute for New Economic Thinking, Working Paper No. 94, 5 aprile 2019.
  4. S. Storm, cit., p. 15.
  5. S. Storm, cit., p. 20.
  6. S. Storm, cit., p. 22.
  7. S. Storm, cit., p. 26.
  8. S. Storm, cit., p. 34.
  9. Sul punto vedi V. Giacché, “La scialuppa del Titanic. Dalla crisi ai servizi pubblici: il punto d’approdo delle grandi famiglie del capitalismo italiano”, in Proteo, nn. 2-3/2003, in particolare il § 6. Il testo è scaricabile al seguente link:https://www.academia.edu/37235457/Vladimiro_Giacch%C3%A9_La_scialuppa_del_Titanic._Dalla_crisi_ai_servizi_pubblici_il_punto_dapprodo_delle_grandi_famiglie_del_capitalismo_italiano_Proteo_nn._2-3_2003 .
  10. Ho trattato estesamente questo tema nel mio Costituzione italiana contro Trattati europei. Il conflitto inevitabile, Reggio Emilia, Imprimatur, 2015.
  11. P. Bofinger, “German wage moderation and the EZ crisis”, voxeu.org, 30 novembre 2015; https://voxeu.org/article/german-wage-moderation-and-ez-crisis .
  12. F. Saraceno, “Sparse Thoughts of a Gloomy European Economist”, Francesco Saraceno’s Blog, 11 settembre 2014; https://fsaraceno.wordpress.com/2014/09/11/labour-costs-who-is-the-outlier/ .
  13. “The European Crisis and the role of the financial system”, Speech by Vítor Constâncio, Vice-President of the ECB, at the Bank of Greece conference on “The crisis in the euro area”, Athens, 23 May 2013; il testo è tuttora reperibile al seguente link: https://www.ecb.europa.eu/press/key/date/2013/html/sp130523_1.en.html
  14. P. De Grauwe, The Limits of the Market. The Pendulum between Government and the Market, Oxford, Oxford University Press, 2017, pp. 117-124.
  15. L. Zingales, “Italy’s Populists Can Beat Europe’s Establishment”, Foreign Policy, 3 aprile 2018; https://foreignpolicy.com/2018/04/03/italys-populists-can-beat-europes-establishment/ .
  16. Per una trattazione più dettagliata del tema rinvio al mio intervento al Forum Confcommercio-Ambrosetti del 23 marzo 2019: “Il sistema bancario tra tradizione, innovazione e… regolamentazione”; il testo è scaricabile a questo link: https://www.academia.edu/38808495/Vladimiro_Giacch%C3%A9_Il_sistema_bancario_tra_tradizione_innovazione_e…regolamentazione_intervento_al_forum_Confcommercio-Ambrosetti_I_protagonisti_del_mercato_e_gli_scenari_per_gli_anni_2000_Cernobbio-Villa_dEste_23_marzo_2019 .
  17. S. Rossi, Unione Bancaria: risultati raggiunti e prospettive future, Wolpertinger Conference, Modena, 30 agosto 2018.
  18. Ivi, p. 5; corsivi miei.
  19. Intervista alla Deutsche Welle del 29 maggio 2018. Vedi sull’intervista e sulle polemiche che ne sono seguite: https://www.dw.com/de/g%C3%BCnther-oettinger-erntet-mit-wahlempfehlung-heftige-kritik/a-43974559 , http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/oettinger-mercati-insegneranno-italiani-votare-modo-giusto-b3e13ea2-aded-41ea-bbd7-d8b876982d56.html ; in realtà l’audio dell’intervista conferma il senso delle dichiarazioni di Oettinger.
  20. https://www.agi.it/estero/oettinger_sostegno_governo_ue_salvini-6103019/news/2019-08-29/ .
  21. O. Blanchard, J. Zettelmeyer, “La manovra italiana: un caso di espansione fiscale restrittiva?”, lavoce.info, 30 ottobre 2018; https://www.lavoce.info/archives/55700/la-manovra-italiana-un-caso-di-espansione-fiscale-restrittiva/ .
  22. Legge 24 dicembre 2012, n. 234. Norme generali sulla partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea. Vedi: https://www.gazzettaufficiale.it/atto/serie_generale/caricaDettaglioAtto/originario?atto.dataPubblicazioneGazzetta=2013-01-04&atto.codiceRedazionale=13G00003
  23. C. Tito, “Conte fa la pace con Visco. I consigli di Bankitalia per non allarmare l’Ue”, la Repubblica, 7 settembre 2019.
  24. Si veda: https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/01/08/corriere-della-sera-il-corrispondente-accusa-il-direttore-notizia-inesistente-in-prima-su-procedura-infrazione-ue-italia/4881912/ .
  25. F. Fubini, “La prima partita di Gualtieri: negoziare un deficit più alto”, Corriere della Sera, 6 settembre 2019.
  26. C. Tito, “Conte fa la pace con Visco. I

domenica 22 settembre 2019

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Si ragiona sulla legge elettorale, un dato è certo la Costituzione attuale è emanazione della rappresentanza di tutte le istanze del paese e quindi del proporzionale. La domanda è come si intende attuarla?

POLITICA
Sabato, 21 settembre 2019 - 13:17:00
Violante al dibattito dei massoni lancia proporzionale con sbarramento al 4%

Luciano Violante al dibattito organizzato dal Grande Oriente d'Italia a Roma

Legge elettorale: Violante lancia il proporzionale con sbarramento al 4%


“Alla legge elettorale non si può chiedere stabilità. La stabilità è un fatto di responsabilità delle forze politiche e di domanda sociale e noi non abbiamo domanda sociale del cambiamento. Quando la democrazia diventa elettorale scivola verso la consultazione permanente che impedisce le strategie, perché l’elezione permanente ti porta sulle tattiche non sulle strategie”. Lo ha sottolineato l’ex presidente della Camera Luciano Violante, nel corso di un dibattito organizzato dal Grande Oriente d’Italia a Roma, dal titolo “Ripensare il Futuro”, con Maria Latella e Ferruccio de Bortoli.

“Il maggioritario - ha spiegato Violante - ha un limite nelle piccole forze che contano moltissimo, molto di più che con il proporzionale. Aggiungo una cosa, se passa la riduzione del numero dei parlamentari non avremo più 630 deputati ma 400 e invece di 315 senatori ne avrai 200. In questo modo scatterebbe un sistema maggioritario più ampio. E quanto sarebbero grandi i collegi e quanto costerebbe la campagna elettorale? Questi sono dati veri se si vuole discutere la legge elettorale. E allora, a mio avviso, un sistema proporzionale con liste brevi e bloccate è la cosa migliore. Con uno sbarramento del 4%”.

http://www.affaritaliani.it/politica/violante-al-dibattito-dei-massoni-lancia-il-proporzionale-al-4-626868.html

E' l'Arabia Saudita che tiene al guinzaglio gli Stati Uniti attraverso il denaro

GOLFO, L’AUDACE COLPO DEI SOLITI NOTI

Pubblicato 21/09/2019
DI ALBERTO NEGRI

La puzza di bruciato del petrolio saudita è arrivata a ogni piano dell’establishment americano. La questione non è soltanto cosa fare con l’Iran ma anche con l’Arabia Saudita e un apparato bellico e geopolitico che ha subito un’autentica beffa. Se ci sarà o meno una guerra dipenderà anche dai conti in tasca che si faranno i protagonisti. Ecco perchè.

La puzza di bruciato del petrolio saudita è arrivata a ogni piano dell’establishment americano, dalla Casa bianca, al Congresso, ai media. La questione non è soltanto cosa fare con l’Iran ma anche con l’Arabia Saudita e un apparato bellico e geopolitico che ha subito un’autentica e costosa beffa nel cuore del barile.
«Non siamo i mercenari dei sauditi», scrive il New York Times, mentre si soppesano le opzioni di risposta ricordando una famosa frase di Trump del 2014 durante la presidenza Obama: «L’Arabia Saudita dovrebbe fare da sola le sue guerre o pagarci un’enorme fortuna per proteggerla».

Ma Trump oggi non può lamentarsi troppo dei suoi alleati del Golfo visto che appena diventato presidente, prima di stracciare l’accordo del 2015 sul nucleare con l’Iran e imporre sanzioni a Teheran – la vera causa della crisi attuale – ha firmato forniture di armi per 100 miliardi di dollari con Riad, grande cliente anche dei francesi, che infatti sono subito accorsi al capezzale dei Saud.

LA FIGURACCIA in questa vicenda non la fanno soltanto i sauditi, incapaci di proteggere le loro istallazioni, ma anche americani e europei che hanno riempito di armi – forse inutili – una monarchia che in Yemen, pur massacrando i civili a tutto spiano, sta perdendo la guerra contro i ribelli Houthi filo-iraniani.

Al punto che persino gli Emirati Arabi si stanno sganciando e preferirebbero arrivare a una divisione del Paese e a un accordo con gli iraniani. Questa volta costituire una «coalizione di volenterosi» per fare la guerra agli ayatollah è complicato: lo ha intuito anche Mike Pompeo.

La figuraccia è ancora più barbina (e sospetta) se si pensa alle basi americane in Qatar, in Iraq, alla flotta statunitense nel Bahrein, agli aerei, ai satelliti: insomma l’audace colpo dei soliti noti o ignoti ha beffato gli Usa e un nugolo di potenze dotate di tecnologie miliardarie. Suonano così assai ironiche le parole di Putin che consiglia ai sauditi di acquistare il suo sistema anti-missilistico «che – sottolinea – abbiamo già venduto a turchi e iraniani». E aggiungiamo: che è schierato pure in Siria nella basi della Russia, alleata dell’Iran nel sostegno ad Assad.

UN UOMO DALLA MEMORIA CORTA il presidente americano. Forse è all’oscuro che i sauditi hanno già pagato alcune guerre condotte dagli americani e dai loro proxy per conto delle monarchie del Golfo. Gli emiri versarono in otto anni di conflitto contro l’Iran circa 50 miliardi di dollari a Saddam, che, strangolato dai debiti, finì per invadere nel ‘90 il Kuwait. Ma soprattutto i sauditi hanno pagato i conti per la liberazione dell’Emirato degli Al Sabah costata 60 miliardi di dollari: Riad versò 16 miliardi agli Usa, il Kuwait la stessa cifra e la Germania 6,4, persino più del Giappone. La questione è che vengono al pettine i nodi strategici di 70 anni fino all’attuale destabilizzazione innescata dagli americani e dai loro alleati. Prima ancora della fine della seconda guerra, appena dopo il patto di Yalta con Stalin e Churchill, il 14 febbraio 1945, Roosevelt e il sovrano Ibn Saud, stringono un accordo fondamentale per il Medio Oriente: petrolio in cambio della protezione americana del regno.

LA POLITICA MEDIORIENTALE americana comincia così, a bordo dell’incrociatore Quincy ormeggiato nel canale di Suez. Israele non è ancora nato e Roosevelt si impegna con il sovrano saudita a non favorire l’emigrazione ebraica in Palestina. L’altro pilastro americano nella regione, oltre alla Turchia che entrerà nella Nato nel ’53, era l’Iran dello Shah: è qui che avviene il primo episodio della guerra fredda quando gli americani esigono il ritiro dei sovietici dall’Azerbaijan iraniano dove era nata una repubblica comunista.

La strategia Usa di contenimento dell’Unione sovietica sul fronte Sud poggiava su Turchia, Iran e Arabia Saudita, con la prima a sorvegliare gli stretti sul Mar Nero, la seconda a presidiare le frontiere a Sud dell’Urss e la terza a garantire i rifornimenti petroliferi in dollari.

Quello tra Stati uniti e Arabia saudita è stato, finora, uno dei più redditizi rapporti di alleanza degli americani che sfruttarono le risorse saudite per armare contro l’Urss mujaheddin e jihadisti in Afghanistan. Così solido che quando, con la guerra araba dello Yom Kippur del 1973 a Israele, fu decretato l’embargo petrolifero, con un aumento del 400% dei prezzi del greggio, gli americani continuarono segretamente a rifornirsi dalla saudita Aramco.

DEL RESTO L’ARAMCO l’avevano fondata loro, così come Washington aveva insediato la Banca centrale saudita con il compito di comprare i Bond Usa prima ancora dell’apertura dell’asta pubblica. Cosa che avviene ancora adesso.

Dopo abbiamo scoperto che quella guerra servì agli Usa di Nixon e Kissinger a provocare un aumento vertiginoso del petrolio per rafforzare il dollaro che tendeva a svalutarsi in seguito allo sganciamento dall’oro deciso nell’agosto 1971 con il ripudio degli accordi di Bretton Woods.

Era questo, allora, l’audace colpo dei soliti noti che governano le fortune del mondo. Se questa volta ci sarà o meno una guerra all’Iran dipenderà anche dai conti in tasca che si faranno i protagonisti. Ecco perché dai piani alti scende puzza di bruciato.bb