L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 12 gennaio 2019

Alceste il Poeta - ho visto tre servi che con sorrisi ed argomentazioni cercavano di portare all'ovile un uomo libero e la rabbia montava tre+il presentatore gentilmente ma palesemente contro. La Tv fatta in questo modo è il nulla che avanza ci copre dove ci annulliamo

Gli ultimi giorni dell’umanità


Roma, 10 gennaio 2019

Di fronte alla cascata di pongo colorato di Jeff Koons (Play-Doh, 1994-2014) una selva di interrogativi affollarono la mia mente. Erano altri tempi, in cui vagheggiavo con forza la distruzione del nemico. Altri tempi, appunto: pochi anni, in realtà, mi separano da quell’apparizione; ognuno, oggi, pare essersi diviso meioticamente tanto che quell’evento (o meglio: la mia personale reazione a quell’evento) ora sfuma nelle nebbie di un’epoca antidiluviana, ancora vanamente strutturata dalla speranza.

La speranza, infatti, è svaporata via, ineluttabile. Mi appaiono puerili le armi dell’ironia, dell’odio e la potenza brutale del disprezzo contro tale manifestazione del nichilismo. La cascata di creta per bambini di Jeff Koons appare, invece, come uno stadio ulteriore e inevitabile della dissoluzione. Che alcuni uomini (critici, galleristi, babbei) consentano a tale plateale epifenomeno del nichilismo è assolutamente marginale; che il “popolo” non apprezzi l’arte postmoderna è, di nuovo, secondario: la apprezza, infatti, per vie traverse come quando si sdilinque per altri orrori, ben più quotidiani.

Paul Vialar, nell’introduzione al catalogo di trompe l’oeil di Gregorio Sciltian, l’antimodernista, così definiva i tipi come il belga:

“Trompe l’homme? Per me è tutto ciò di cui si valgono tanti impostori che ridono sotto i baffi degl’ingenui borghesi che cadono nelle loro trappole. Una ventina di anni fa ho pubblicato un romanzo intitolato Il tempo degli impostori [Le temps des imposteurs, 1960]. Vi descrivevo che cosa è l’impostura – in particolare letteraria e artistica – nella nostra epoca … nel libro … raccontavo d’un pittore che aveva fondato una Scuola del Nulla. Questo tipo, in effetti, vendeva delle tele che portavano la sua firma ed erano assolutamente bianche. All’acquirente, al gonzo, veniva spiegato che bastava osservare la tela acquistata – molto cara, ma che portava la sua firma - per vedervi tutto quanto NON vi era raffigurato e che poteva essere inventato a suo piacimento … Dieci anni dopo un tale, un furbastro, ha rubato la mia idea facendola sua; si è messo a firmare tele bianche e le ha poi vendute a caro prezzo e in numerosi esemplari …”.


A cosa servono tali intemerate? Muovono all’azione? Recano qualche visitatore in più a Sansepolcro? Ristrutturano ideologicamente le accademie d’arte, pubbliche o private? No, sono sfoghi personali, cui si dedica poca o nulla attenzione. Lo stesso Koons appare solo come il sintomo d’una malattia devastante che si palesa ogni giorno di più, un decorso terminale che giace iscritto nel nostro paleoncefalo: l’uomo nacque maledetto dalla propria autodistruzione. Koons è innocente quanto lo è il bubbone purulento di un contagio definitivo e letale.

Tanti profeti di distruzione comparvero sulla faccia della terra. Tu sei uno dei tanti, potrebbe sussurrare un burlone. Oppure: tu dici che si stava meglio quando si stava peggio, ma è sempre stato così! Animo, suvvia! Certo: dolciniani, apocalittici, millenaristi, predicatori di sventure son spuntati ovunque a maledire il nuovo col volto torto verso un passato edenico. Ebbene: avevano ragione tutti. Se l’uomo è decadenza, ovvero: se la civiltà umana è la cronistoria di una lenta decadenza e di un progressivo appressamento al Nulla tali considerazioni assumono una logica evidente quanto banale. 


L’uomo si formò entro una pozzanghera e a quella pozzanghera ritornerà. Thomas Stearns Eliot condensò tale favola con lo sferzante: “Nascita e copula e morte/se tiri le somme è tutto qui”. L’entità che si staccò per prima dalla pozza protozoica aveva già inserito un programma autodistruttivo a tempo; ciò che venne dopo (tutto: arte, scienza, religione, morale) fu il tentativo immane di dimenticare l’origine; oggi la natura lutulenta della nostra ignobile nascita ci reclama dall’abisso e noi vi tendiamo, più o meno consapevoli. I mucchi di fango di Koons, uno che si crede furbo ed è solo una pedina della caduta, ciò dimostrano: stanno scomparendo i residui aneliti che ci legano al cerchio luminoso della vita. Ma lo stesso può dirsi per altri ambiti: la licenza in ogni campo del vissuto, l’abbattimento delle mura e dei confini, la polimorfa caduta nella perversione.

Ognuno di noi reca in sé tale avvenimento: l’uscita dall’indifferenziato. L’etica quale contrasto all’entropia psico-biologica della specie. L’arte e la religione come tentativi di dimenticare ciò che deve essere respinto nel profondo dell’anima: per consentire la vita. Concetti come “dissoluzione” e “peccato” vengono qui declinati in modo nuovo. Il peccato non è un’invenzione dei bigotti al pari di tabù, rimozioni e repressioni: sono armi che permettono l’esistenza. Il progresso umano (l’unico progresso possibile) consiste proprio nel dimenticare, rimuovere, e reprimere: l’occulto sublimerà così, spontaneamente o tramite l’opera del genio, in architetture celesti. Ciò che è bello. E qui non si sublima la morte (la morte fisica è, infatti, amica, la sorella Morte), ma l’Arcinemico di ogni età, la Dissoluzione: che è altro. La “sora morte corporale/da la quale nullu homo vivente pò scampare” è sempre stata accanto a noi; un cristiano la amava, così come il guerriero; il contadino la iscriveva in un tempo mitico immutabile assieme alle piogge e al corso degli astri. La Dissoluzione, invece, ecco il peccato: qui si doveva reprimere, bruciare, purificare, cauterizzare. Mai scorgere o far scorgere le profondità dell’abisso. Solo a pochi uomini gravi e responsabili si aprivano le porte della verità: i pastori della comunità. Si diveniva sacerdote, artista, sapiente perché si aveva contezza della verità inconfessabile. Lo sguardo sulla natura dell’uomo poteva essere sostenuto solo da tali individui o da una ristrettissima cerchia di iniziati. Col tempo si creò una tradizione; chi rivelava o feriva la tradizione (un traditore) doveva essere osteggiato, perseguito, ucciso. 

È sommamente giusto che Prometeo, un iniziato, un semidio, sottragga il fuoco agli dei; altrettanto che gli dei lo puniscano: essi devono trionfare. In tale costante dialettica, l’unica che consenta il vero progresso, vive l’equilibrio fra tradizione e ribellione. Ne deriva la tragedia eterna, ovvero il mondo e l’arte e la morale come l’abbiamo conosciuta, sempre rampollante di immagini, infamie corrusche, un minio acceso o un ocra meridiano, ascese, guerre, sotterfugi. 

Solo quando si decise di annientare la tradizione allora la storia si fermò, improvvisamente. Scomparve il bello, improvvisamente. Improvvisamente, non avemmo più voglia di avanzare: un presente senza scampo attanagliava i muscoli. Il peccato veniva liberato da tutte le prigioni e l’innominabile era su ogni labbro. Le mura, i valli, le trincee e i cavalli di Frisia vennero smantellati sistematicamente: ai nostri occhi si apriva un orizzonte infinito scambiato per libertà: il deserto.

Ma tale decisione, che oggi paghiamo con la disperazione, fu tale? Secondo me, no. Doveva accadere, prima o poi. In tal senso, il potere, l’1%, non è che un conseguente accadimento storico.

L’umanità reca la lettera scarlatta dell’autodistruzione, da sempre: ora, solo ora, s’ode l’ululo di corni, lo sfacelo.

La civiltà stessa è un katechon, formatasi, millennio dopo millennio, per ritardare l’inevitabile. In ciò che ha trattenuto (il Colosseo, un declivio ben coltivato, le meditazioni di San Bonaventura, un calice decorato a sbalzo, i teoremi euclidei) consiste la gloria effimera del genere umano.

Pulvis es et in pulverem reverteris: ecco come la Sapienza, in pochi fonemi, ricapitola milioni di anni di strepiti; e una condanna inappellabile. Il termine “polvere” è ricondotto da Giovanni Semerano all’accadico eperu, terra. Dalla terra (semitico 'apar, biblico ‘afar) nacque Adamo, il Primo Uomo e l’ápeiron di Anassimandro, il primo filosofo e scienziato, la mirabile concrezione dell'intelligenza cui tributa ammirazione, millenni dopo, anche Carlo Rovelli.

Sul Golgota, il Monte del Teschio, il Cristo agonizza; un sudore di sangue, salso e febbricitante, cola dalla fronte cinta di spine sul Volto recline; dai polsi schiantati sul patibulum sprizza un nuovo, vermiglio, reticolo di sofferenze che riga le braccia sospese e, poi, il torso martoriato; imbeve, quindi, il misero tessuto, scende lungo le cosce e le ginocchia spezzate, sino ai tarsi frantumati, raccogliendosi in un rivolo che stilla lento, verso la terra in cui è infitto il palo dello stipes. 
Lì sotto, da sempre, riposa il Padre degli Uomini: Adamo. Sangue e acqua sono bevuti avidamente dal suolo, penetrano, occulti agli sguardi distratti dei legionari, di Giovanni e diMyrhiàm, sino alle Ossa del Primo Peccatore: Queste ne sono lambite, chiazzato il teschio candido, e immediatamente purificate: da quel preciso momento, che, con accortezza filologica, potremmo indicare sulle assi cartesiane della redenzione, l’umanità è salva.
Secondo Léon Bloy l’intera storia umana che precedette tale attimo non ebbe che uno scopo: addivenire al legno e ai chiodi della Croce. Alessandro, Cesare, Assurbanipal, Ramsete non sono che le inessenziali emergenze di una meta precisa: Quel Legno e Quel Ferro.

Il Christus Patiens, ebreo, romano, cristiano, Chi rovesciò i tavoli nel tempio, Cristo il guerriero e Colui che dissetò l’impura samaritana; Adamo, Matteo, il Golgota, Longino, le dispute sul sangue divino e lo stesso vertiginoso Léon Bloy non furono che trattenimenti sublimi contro il richiamo dell’abisso. Figure e simboli potenti, una costellazione che ha donato, per millenni, senso, verso, spade, dolore, gioia, vita. A loro devo una imperitura e commossa riconoscenza.

Il professor Morbius vive da anni sulla superficie di un pianeta perduto nei labirinti del cosmo. The forbidden planet. Qui egli rinviene le vestigia di una civiltà antica e avanzatissima: i Krell. La storia dei Krell, però, è quella, atlantidea, di una catastrofe: i loro grattacieli di cristallo, porcellana e acciaio adamantino, come torri di Babele, scomparvero in una notte. Cosa accadde? Morbius indaga e scopre che rimasero vittime dei propri mostri inconsci. I loro migliori tecnici, infatti, avevano messo a punto una macchina ciclopica, le cui nervature affondavano per chilometri nelle viscere della terra, in grado di materializzare il pensiero. E così fu. In una notte fatale, duecentomila anni prima, il pensiero dei Krell prese forma: assieme ai migliori angeli dell’anima, però, sorse fra la bestia apocalittica dell’Id, la Dissolutrice, la Prostituta Scarlatta: Essa li reclamò, per sempre.

In Stalker, di Andrej Tarkovsky, vi è una camera della Zona che realizza i desideri. È la trappola più pericolosa: l’occulto si materializza oltre gli argini coscienti, ci annienta.

Gettare la bacchetta e il manto come Prospero, dichiarare la fine delle illusioni: la recita è finita, si chiuda:

I Filosofi, i cercatori di verità, dovrebbero elevare finalmente una preghiera di ringraziamento al Caso che li ha gettati sul litorale degli ultimi giorni dell’umanità. Cala il velo di Maia, dappertutto, l’orribile realtà viene esposta senza infingimenti e inganni e orpelli. L’agonia della civiltà è verità; i moribondi non mentono, come scrisse Emily Dickinson:

“Mi piace il volto dell’Agonia -
poiché so che è vero
l’uomo non può imitare una convulsione,
né simulare lo spasimo

occhi vitrei in un momento - e quella è Morte - 
impossibile fingere sulla fronte le perle del sudore
dall'Angoscia familiare infilate”.

Vivere pienamente equivale a mentire. La vita ascendente si nutre di menzogne dolcissime. La decadenza inarrestabile della strage delle illusioni. Che tale strage sia condotta in nome della bontà è, forse, l’estremo scherzo che l’uomo fa a sé stesso.

[Prosaica notazione, en passant: Assange e Wikileaks dicono la verità. Ammettiamolo, per un momento: hanno detto la verità. E però di quella minuscola e inessenziale cronaca cosa resta? Un tizio infreddolito sotto l’ambasciata dell’Ecuador assieme a un manipolo di svitati. Dite la verità e l’uomo non muoverà un passo; mentite e avrete legioni alle spalle. Si possono maledire gli Huntington, i Fukuyama, i Soros, ma tali figuri possiedono un’utopia, noi no. La verità non è un’utopia; la carota davanti all’asino lo è]

L’uomo è cattivo, malvagio! Occorre rieducarlo! Il passato è un cumulo insensato di infamie! Ora basta! Finalmente ecco l’utopia: saremo tutti più buoni! Il Venerdì di Repubblica ci fa pure un titolo: l’armata dei buoni. Un po’ come l’armata delle lacrime della Boldrini. Si è tutti più buoni, aperti, condiscendenti, progressivi; si è ormai insinuata, persino nelle menti semplici, la presunzione che un tizio qualsiasi, oggi, sia inevitabilmente migliore rispetto a un passato di sangue e furore. La bontà dilaga in ogni ambito. Un esserino di cristallo, pauroso, pronto a porgere mille guance, rispettoso, colle sacche lacrimali pronte a esplodere per le ingiustizie terribili dell’esistenza: un coniglio spellato, una mosca spiaccicata, un calcio a un cane rappresentano un fardello psicologico insopportabile per la maggior parte di noi. Anche qui aveva ragione Philip Dick quando elaborò il test Voight-Kampff.
I tre monoteismi si riadattano alla ventura, sostituiti, cum grano salis, dall’eterea considerazione del Nulla: un buddismo ben temperato, alla fin fine. Le sale multiconfessionali degli aeroporti sono la prefigurazione delle chiese a venire: spoglie, generiche, odorose di disinfettante, geometriche, prive di simboli o appigli spirituali; si è completamente soli lì dentro; non vi è empatia, e nemmeno il conforto di ciò che fummo; una camera di contenzione al contrario dove il paziente è già sedato: un sedile di legno, il silenzio e la constatazione della propria inutilità. Ci si raccoglie in meditazione! Ma su cosa si mediti non è mai detto. Forse sulle prossime scadenze IVA, ma, in tal caso, servirebbe un commercialista ben rodato. Le sale multiconfessionali sono l’ultimo rifugio prima del suicidio: asettiche come quelle d’una pinacoteca postmoderna o di un reperto di neurochirurgia. Farsi saltare le cervella in tali ambienti sarebbe logico senonché l’uomo postmoderno prova un terrore insostenibile della morte. Dilavato da ogni illusione, non gli resta che il proprio insulso andirivieni: di qui il conflitto irrisolvibile. Vivere con disgusto i pochi anni che restano e, allo stesso tempo, provare l'abietta paura del taglio definitivo.

Il cumulo di pongo di Koons sussurra altro: tutto ciò che divide e definisce è buono; ciò che astrae dal particolare è male. Le vociferazioni generiche di Bergoglio la domenica prima del pranzo sono il male: generiche, fungibili, tediosissime. Sono diventato ateo soprattutto per la noia che mi assaliva durante le funzioni religiose: basta leggere il cibreo da Giovani Marmotte della liturgia attuale: sangue verace, fonte di vita, la stretta di mano, degna dimora, lebbra del peccato. Ma che significa? Un prete, ammesso che creda in Cristo, pare solo attento a non pestare i piedi al prossimo. Di qui i buffetti verso omosessuali, atei, libertari, globalisti ed ecumenici alle vongole: quando un’etica, naturalmente esclusiva, degenera in una soporosa e complice convivenza con tutte le altre non può che assurgere a prodotto da supermercato spirituale. Più una religione diviene generica più è innocua e riesce a prostituirsi a chiunque. Bergoglio dirige, ormai, un discount: i suoi quattro salti in padella son come quelli di chiunque altro.

“Reco la spada a dividere il padre dal figlio, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera”: tale sentenza non è mai stata meditata abbastanza.

Vuoto il sacco: mi assale spesso il desiderio di scaraventare il papa fuori della finestra.

Non si possono giudicare i razzisti, i fascisti, i cattivi, gli sterminatori; è la vita che preserva sé stessa a continuamente creare tali crudeli efflorescenze. Ora che non esiste più la guerra vediamo che la vita ci sfugge dalle mani assieme alla felicità. L’uomo comune si interroga: proprio ora, proprio ora che potevamo gioire per l’eternità ci viene a mancare persino la volontà di vivere! Ma questa è la tragedia dell’uomo: la guerra anela il ristoro della pace, ma la pace, se perpetua, distrugge l’uomo stesso. 

Il male è necessario al giusto e all’uomo di pace. Entrambi, vittima e carnefice, tributano onori alla vita.

L’Occidente ha conquistato il mondo; l’Italia ne è la colonna portante. Ne consegue che un Italiano ha la maggiore responsabilità possibile verso l’umanità poiché, ormai, il mondo si è ristretto e unificato secondo le categorie mentali dell’Occidente. Il dissolvimento dell’Italia è l’autentico olocausto.

Mi sono sempre chiesto: come fu possibile decadere da Andrej Rüblev a Jeff Koons in pochi secoli? La risposta, oggi, gennaio 2019, mi appare banale. Per una semplice accelerazione dei tempi. Il propagarsi degli incendi in un ambiente limitato (come è l’umanità) segue le medesime regole. Il fuoco divampa sempre più in ragione di ciò che annienta. Gli ultimi tre secoli hanno visto roghi immani: oggi ci limitiamo a errare fra le ceneri postatomiche dell’inevitabile.

La grandezza di Picasso e Salvator Dalì consiste nella distruzione del passato e in ciò che in loro residua come passato (entrambi erano eccellenti disegnatori e valoristi). Negare una tradizione con le armi della tradizione. Ferire il bello, la forma; Picasso e Dalì: semidei che rubarono il fuoco e appiccarono incendi in cui il bello risiedeva nell'oggetto della negazione; nessun dio, però, ebbe a punirli. Anzi, da lì si originò il tana liberi tutti della gratuità, perché gli dei erano morti, così come i loro esecutori, e le gallerie potevano riempirsi impunemente di scatole di cereali, litografie, chiodi, bruciature plastiche; per tacere della merda.




Ma non vorrei far loro torto. Anche Caravaggio è un decadente. La Morte della Vergine di Caravaggio è solo la figurazione di una donna morta. Dietro non ravvedo nulla; che l’abbia creata imitando il corpo d’un annegata non mi sorprende. Rechiamoci a vedere l’affresco di Maria (Myrhiàm) nella catacombe di Santa Priscilla: una madre con un bambino, una traccia di pittura che pian piano sta svaporando via, lenta; una chiazza bruna che allude a qualcosa di grandioso; il non detto, qui, invita a riversare il proprio animo quale complemento: questo è un tratto ascendente della civiltà.

Come possiamo rimediare a tutto questo? Non si può. Ciò che è stato sciolto non può riannodarsi, se non in una parodia. Le leggi dello sfacelo e dell’entropia regolano anche le nostre anime, inderogabilmente. Si può morire bene, però. Con dignitosa fierezza. Tutto il blog, nella sua meschinità, è costituito dai puntigliosi item di un ideale testamento.

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