Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 9 gennaio 2019

Alceste il poeta - un uomo senza età sale in cattedra, vorrebbe insegnare, saremo forse capaci ad apprendere

I Gilet Gialli, questa lieve increspatura dell’Inevitabile


Roma, 28 dicembre 2018

La stampa nazionale scorreggia a indignazione unificata: maledetta violenza negli stadi! Chiede punizioni esemplari contro la bestialità dei tifosi, delle bande, dei supporter! Maledetti hooligans che insidiano la santità del calcio benevolo! Il signor Questore di Milano (“Il signori e quistori”, direbbe Catarella) batte i pugni sul tavolo: “Basta!”; è arrabbiato, non ne può più, vuole vietare tutto, chiudere tutto ciò che si può chiudere (“Maria, che scanto che mi piglia ogni volta ca parla!”): la goccia ha fatto traboccare il vasino della pazienza.

E poi i fischi a Koulibaly, questo milionario intristito dal razzismo. Concetto Lo Bello, Chinaglia, Causio e Falcão (quello del 1982) venivano insultati sanguinosamente ogni domenica, ma non c’era nessuno a porgergli fazzolettini ecumenici per tergere le salse lacrime: che nemmeno spandevano. I giocatori erano personaggi comuni, allenati con regolarità, certo, ma le insinuazioni sulla paternità dei figli o sulla fedeltà di madri, mogli e fidanzate o, in generale, sulla virilità, li facevano ridere assai. Cosa fregava dei cori a tipi come Bellugi, Calloni o Cuccureddu? O a Pruzzo, che scompariva dallo sguardo placido di Nils Liedholm per farsi una fumatina in pace, magari assieme a Nela o Bruno Conti da Nettuno, al secolo MaraZico? Calciatori di colore, di ogni razza e risma, sono divenuti idoli: qualcuno, col ciglio umido, ricorda ancora Socrates e Cerezo, persino qualche scarpone come Barbadillo o lo sfortunato Eneas, oppure Juary, Juary Jorges do Santos Filho, simpatico circumnavigatore di bandierine, uno che, dopo 13 gol per l’Avellino e altri spiccioli per Inter, Ascoli e Cremonese, andò a vincere, segnando, una rocambolesca finale di Coppa dei Campioni contro i crucchi del Bayern Monaco.

Anche Dante Alighieri rinfaccia a Forese Donati, cugino della moglie e fratello di Piccarda e Corso Donati, la scarsa virilità:

“Chi udisse tossir la mal fatata
moglie di Bicci vocato Forese,
potrebbe dir ch’ell’ha forse vernata 
ove si fa ’l cristallo ’n quel paese.
Di mezzo agosto la truovi infreddata; 
or sappi che de’ far d’ogn’altro mese! 
E no lle val perché dorma calzata, 
merzé del copertoio c’ha cortonese …”

La moglie di Forese ha la tosse, è infreddata pure ad agosto. Perché? Perché, a letto, egli non la copre abbastanza spesso, generando il giusto calore durante i propri doveri maritali.

23 morti in 55 anni (1964-2018): a tanto assomma la carneficina nel calcio italiano. 9 in meno dei 32 morti del quadrimestre gennaio-aprile 2018: settore edilizia. Fare i muratori è rischioso: sempre meno rischioso che fare i muratori in Bolivia o in Cina, certo, ma la buccia è la buccia. Si possono, poi, perdere mani, piedi, rimanere paralizzati o, incredibile, essere licenziati. E però è doveroso battere i pugnetti questoriali sul tavolo; ripeto: lo trovo giusto. Se si possiedono le mani, i pugni da qualche parte occorre batterli. Io, a esempio, se una undicenne mi scrive “Qual’è la differenza fra un mammifero e un rettile?” oppure “hg. 2,37 = dg 237” i pugnetti glieli batto sulla testa.

Il calcio, questa rilassante liturgia che esauriva le proprie intemperanze la domenica pomeriggio, in circa due ore, non è abbastanza liofilizzato. Lo si deve diluire e mercificare ancora un pochino. La chiusura integrale degli stadi sarebbe una buona idea. Prima o poi ci si arriverà: l’importante è eliminare ogni tratto umano, digitalizzare la passione, appaltare alle scommesse le probabilità, tagliare via le società che non hanno un fondo nero per le tangenti ai dirigenti sportivi internazionali, schiantare il calcio dilettantistico, pompare a livello pubblicitario dei modelli (soccer fashion top models, debitamente dopati) sino ad arrivare all’utopia finale: l’eliminazione del calcio giocato.

Bioy Casares, l’amicone di Borges, ci era già arrivato in Esse est percipi: perché dilapidare soldi e investirli a caso (ecco il caso: il Verona che vince lo scudetto) quando si può programmare lo sport secondo i desideri degli utenti? O meglio: i desideri (indotti) surrettiziamente negli utenti? E programmarlo, in assenza di competizioni sportive ovviamente? Simulare un Liverpool - Real Madrid 4-3, giocato da alcune comparse, con striscioni e trombette posticci, i volumi di scommesse regolati a favore del banco, i flussi di prenotazioni degli olovisori ripartiti fra le società di calcio (quotate in Borsa), gli sponsor di bevande, scarpe e maglioni, le piattaforme web e i capataz mondialisti della FIFA … questa l’utopia.

Sarebbero tutti contenti, nessun incidente a turbare gli animi; il top model Cristobal Munéra, decamilionario al mese, in realtà nemmeno capace di un palleggio, segna una doppietta come Holly e Benji, con una rovesciata dal limite dell’area! Un altro modello simula un dribbling fra tre avversari mercé una veronica con hesitation; oppure, stuzzichiamo il PolCor, un top model trans (un uomo intrappolato nel corpo di una donna che, poi, diventa uomo e, a prezzo di sacrifici, si trasforma in un intelligente centromediano), salva sulla linea il risultato: al 94’! E poi altre storielle, continue invenzioni, come nel wrestling; altri personaggi, astutamente lottizzati secondo le tipizzazioni che piacciono tanto al pubblico: il Combattente Generoso, l’Ala Sfuggente, il Difensore Roccioso, il Centrocampista Melinante con Classe, il Velocista da Contropiede e via imbonendo.

Globalizzare significa eliminare le ali della curva di Gauss e niente altro. Per convenienza e per il dominio. Ridurre la multiforme varietà degli uomini e dei loro desideri multicolori a una sola pulsione, spesso estranea alla volontà degli uomini stessi. Ambire una cosa che non piace, gettarsi all’arma bianca negli opifici seriali del Black Friday per acquistare a tutti i costi ciò che nemmeno si userà o si indosserà poiché, spesso, tale ciarpame seriale non serve, oppure provare voglia per un oggetto che si lascia come un balocco usurato dopo pochi attimi, lasciarsi prendere dalla fregola o dal feticismo per cose di cui, a mente fredda, ci si vergogna addirittura. Ho visto, con questi occhi, persone struggersi per un'automobile orrenda, costosissima, inutile: la pubblicità agiva, la si doveva comprare! Magari la potessi comprare, sospirava il fregnone, giorno dopo giorno, rimirando depliant, autosaloni nichilisti, gazzette patinate! E la si acquistava, poi, dopo aver statuito con qualche finanziaria di usurai le debite rate ... convenientissime, certo, cosa sono 17000 euri a fronte di un gioiellino simile? E la si prendeva sul groppone, indebitandosi sino agli occhi, nonostante stipendi da fame; si entrava al posto di guida, che profumava di nuovo, di vittoria; i gadget, ragazzi! I nuovi gadget! L’auto si spegne da sola ai semafori! Per risparmiare! Ha la cam per le retromarce difficoltose! Così non hai da volgerti indietro! La cam, signori, la cam che borbotta se ti avvicini troppo al paraurti del belinone retrostante! Un gran coglione come te, in fondo, uno che si è rovinato per far suo un ammasso di plastica assemblato a casa del diavolo! E poi, dopo i primi mesi, in cui giri tronfio, e lucidi, e aspiri i tappetini, e sfreghi e lustri con attenzione il cruscotto da tre soldi con un costoso spray comprato su Amazon, i primi guai … un pezzetto ti rimane in mano, un semplice urto dello sportello si porta via la vernice, l’alzacristalli fa i capricci. Il tempo passa (un annetto, in fondo, o poco più), la martellante pubblicità dell’automobile, esornata dai guaiti di qualche international singer che, magari, strapazza un classico del passato, svapora via, la magia dell’acquisto si perde … leopardianamente, incosciamente, l’esaudire un ghiribizzo reca l’infelicità … si desidera, ancora, qualcosa d’altro … le rate incombono, tuttavia … e si è insoddisfatti, anche se non lo si ammetterà mai … specie quando si scende al garage, si alza la saracinesca e appare, giorno dopo giorno, la consueta ferraglia: la linea aerodinamica, che tanto appagò l’occhio, sembra, ora, banale … i fascioni decorativi da sciocco parvenue … intanto sulle strade ecco altre auto; altri aneliti alla felicità ci sfrecciano accanto … si inghiotte, malcelata, la delusione; la finanziaria, invece, aspira le sostanze con voluttà implacabile; e poi ci sono le bollette, le ripetizioni di Giacomino .. e già, perché Giacomino a scuola è un asino e gli si devono pagare le ripetizioni … al solo pensiero di sborsare quindici euro all’ora per far entrare in quella zucca fradicia il mistero delle tabelline il nostro eroe è preso da un rancore sordo e per cui, alternativamente, prova gioia dissoluta e un profondo e squallido senso di disgusto … eppure tale è il sentimento mentre il nuovo modello d’una Logan 456 sorpassa, con irrisoria facilità, il catorcio vecchio di ben dodici mesi.

Le ali vanno tagliate. E dove sono le ali? Dove residua l’antico ordine. Nella provincia, a volte. O nelle periferie metropolitane. Io, per fare un altro esempio, sono un Gilet Giallo naturale. I miei traslochi disegnano, sulla mappa della Capitale, un progressivo slittamento dal centro al suburbio. Gentrificazione? E chi lo sa. Non che mi lamenti. Però, ricordo con vividezza che, sino a circa trent’anni fa, giravo Roma in tutta tranquillità: in auto. Parcheggiavo a piazza Venezia, andavo per negozi a via del Corso, mi fermavo presso la libreria comunista Rinascita a Via delle Botteghe Oscure, di fianco al palazzo del Partito. Piazza Navona, Fontana di Trevi, i burattini del Gianicolo, il Colosseo e Colle Oppio. Poi arrivò il primo sindaco verde di Roma e cominciai a subire una lenta persecuzione in nome della bontà universale: che, in tale caso, aveva assunto le verdi tinte dell’ecologismo. L’auto non andava bene, inquinava, ci voleva la benzina particolare, i parcheggi si dovevano pagare, alcuni orari erano storti, le domeniche a piedi, la fascia verde (pure lei!), l’anello ferroviario, le multe seriali. Il cittadino Alceste, Gilet Giallo a sua insaputa, veniva respinto dalle prime avvisaglie della plutocrazia; non era benvenuto in centro, doveva adattarsi, normalizzarsi; e spingersi un po’ più lontano, verso le periferie, e poi ancora oltre, nei suburbi, poiché le aree pregiate di Roma, così recuperate all’ecologismo, salivano di prezzo vertiginosamente, rese ora appetibili ai palazzinari e alle mafie italiane e straniere, le uniche a disporre della liquidità necessaria. Finché, alle soglie del 2019, Alceste, il Gilet Giallo che non sapeva d’esserlo, e tanti suoi pari, hanno persino paura a spingersi verso il centro la domenica pomeriggio; gli pare un’impresa da Argonauti prendere un autobus fatiscente e spendere dodici euri (sei all’andata, sei al ritorno) e tre ore di vita per farsi trasportare nei luoghi in cui è nato, oggi preda di un turismo straccione, di migranti con anello a brillocco, di finti legionari e gladiatori, in un’orgia di vetrine immonde, tavolini che ingombrano i marciapiedi, prezzi altissimi, kebabberie, bar luridi, fannulloni miliardari, alti dirigenti statali, papponi, monnezzari a cielo aperto, mendicanti, zingarame da suburra: una Calcutta quotidiana da cui il Gilet Giallo romano (o il Gilet Giallo milanese a Milano) pare essere respinto come un estraneo. Come si permette di essere giunto sin qui? E allora l’ex romano, oggi migrante dal suburbio, si adatta alla propria emarginazione (nonostante paghi imposte e tasse micidiali per mantenere proprio ciò che una volta gli apparteneva), e vaga per la sua ex città, rassegnandosi a comprare dei gelatini di plastica alla famigliola, presso un franchising di nome, i cui sapori sono eguali a ogni latitudine, carissimi anch’essi - gelatini da leccare mestamente a largo Argentina, magari proprio dove fu assassinato Giulio Cesare, presso la Curia Pompeia; perché lì, a largo Argentina, che si chiama così non certo in omaggio alla nazione sudamericana, residuano alcuni ruderi, stratificazioni di cinque secoli almeno, oggi, ovviamente, negletti e ridotti a gattara; vieppiù accerchiati da street artist, giocolieri, barboni, turisti idioti: oltre che dall’indifferenza dei curatori, forse Gilet Gialli pure loro, rassegnati a veder scomparire anche queste tracce di noi stessi: la storia, infatti, e la cultura di un popolo, appartengono alle ali della curva da sopprimere.

In certe zone di Roma si assiste al commercio della carne: prostitute, prostituti, transessuali, minorenni, bambini, sono oggetto di una caccia frenetica per soddisfare gli impulsi più bestiali. Privati di un’etica ci si sfoga e ci si sfinisce alla ricerca del piacere dis-soluto; slegato da ogni regola, disperato, folle: quello che anela il proprio annientamento. Sì, l’annientamento; e ve lo porgono sul piatto d’argento, assieme alla testa di Giovanni Battista. Non è volontà di potenza, ma la somma impotenza. Il nulla di troppo, lo si capisce ora? Il limite. Senza il limite si precipita nell’abisso: tale è l’apocalisse.

Bambini in vendita, neonati in vendita, pervertiti che schiferebbero De Sade: non vedo nessuno battere i pugnetti su un tavolo, pur improvvisato, a via Palmiro Togliatti o alla stazione Termini o, dietro la tenda nera, ai Parioli. Perché le perversioni, tutte, sono, di fatto, legalizzate; come l’Usura bancaria o le droghe per cui i pugni più non battonsi; o, più modestamente, le rapine, i furti negli appartamenti o gli scippi, ormai derubricati a nota di colore. 

Quindici anni fa persino il mio nonno materno, novantacinquenne, fu scippato: del proprio avito orologio da panciotto, acquistato negli anni Trenta; un bel manufatto, “lucido per tante mani”, a cui teneva moltissimo e che si era portato appresso tutta la vita, durante la guerra e le tribolazioni successive da Gilet Giallo: da Gorizia a Mestre, da Fano a Viterbo. Cadde per strada. Qualche piccola escoriazione, per carità, ma, lo sentivo a pelle, l’umiliazione patita durante quel crimine insignificante non sarebbe mai stata più sanata. Un ex militare che si fa sbattere a terra da un delinquente qualsiasi! Un uomo che aveva difeso i confini orientali della Patria nelle nevi perenni! Alla stazione dei Carabinieri, per la denuncia, un sottufficiale prese le cose alla leggera, ridendo e scherzando come fosse a una festa aziendale. Ah ah ah, nonno, come va, una brutta avventura! Su con la vita, nonno! Andiamo, nonno! Ah ah ah, dai, non è successo niente! Ah, il “tu”, rivolto da un trentenne a chi poteva essergli bisavolo. Fu una delle rare volte in cui m’incazzai di brutto. Quella rabbia sorda e cieca che mai esplode veramente e si insinua malignamente nelle fibre a covare tumori e risentimento. Uscimmo. Mio nonno morì l’anno dopo. Da allora setaccio mercatini reali e mercatini online, alla ricerca di quel maledetto orologio.

Anche il “tu”, l’onnipresente “tu” è un cedimento alla dissoluzione. Come lo sfascio dell’ortografia e della grammatica.

L’altro mio nonno, quello paterno, un’altra pellaccia contadina, me lo ricordo alla fine, sul catafalco a cui tutti dovremo un tributo. I figli lo andavano a trovare, aspettando l’inevitabile. Si avvicendavano peritosi nella camera, in punta di piedi, uno alla volta, per sorvegliare l’origine dei loro giorni appeso al filo d’un affannoso respiro. Mio nonno, che amava i nipoti sopra ogni altra cosa; a modo suo, naturalmente; aveva una stretta ferrea che si divertiva a esercitare sui polsi dei pargoli maschi; li stringeva in quella morsa e diceva: “Pappamolla”, e poi rideva, piano. Non gli ho visto mai offendere qualcuno. Sino ai sessant’anni almeno ha vissuto senza soldi. Mio padre si avvicinò al capezzale, quando la fine sembrava prossima. Gli rivolgeva parole esitanti: “Come state?”, più dirette a sé stesso che a quel possente simulacro di cui portava, indegno, il nome. “Come state?”, ripeteva. Mio zio, allora, si avvicinò pure lui. “Come state?”, prese a dire, all'unisono col fratello, da pappagallo qual era; “Come state”, sottintendendo il “voi”, l’onnipresente “voi”, che sempre i due usarono nei suoi riguardi. La maschera mortuaria, bianchissima e lievemente smagrita, ebbe un fremito impercettibile; le palpebre si schiusero di qualche millimetro. Sicuramente il padre non riconobbe i figli, ma i figli avvertirono in quella luce smorta l’antica autorità, incistata nei precordi del Super Io, ed ebbero paura; forse di una maledizione estrema; timore del padre che giudica, di quell’uomo che, senza alzare la voce, col semplice gesto d’una mano, come a scacciare un insetto molesto, liquidava ogni dissenso dalla tradizione di famiglia: “Non voglio sentire, via da me, non se ne parla“.

Il fuoco della ribellione si ciba sempre dell’albero della tradizione. Giusto riconoscergli tale ruolo. Le fiamme che divampano, spesso roghi, si nutrono di ciò che distruggono. Il calore e la luce non vivono di vita propria, bensì dei riflessi del legno maestoso che non ha mai da essere intaccato. Solo le frasche inessenziali e le storte ramaglie possono essere sacrificate al furore; il tronco deve vivere, a ogni costo, per fruttificare ancora. In quel gesto, una mano che liquidava intemperanze e alzate d’ingegno, era riassunto l’istinto dell’umanità migliore.

Prometeo ruba il fuoco e lo dona agli uomini. Ma gli dei devono vivere, sopra gli uomini. Per il suo delitto egli paga un supplizio eterno, eternamente rinnovantesi. In ciò consiste il ciclo della giustizia; in ciò è simbolizzata l’eterna forza creatrice. Gli dei regnano e trovano un limite in Prometeo, Prometeo ferisce l’ordine olimpico, gli sottrare l'imperio del fuoco, ma deve necessariamente fallire nel suo assalto celeste: questa è la civiltà.

Su change.org, in ordine sulla main page:
- quattro ginecologhe non obiettrici per la legge 194
- info point su migranti (Baobab Experience)
- immigrazione: diamo una possibilità a chi la merita
- appello di una associazione a favore dell’Europa e dei diritti civili
- appello per la salvezza di un cane.

Questo lo stato delle cose.

La vuole smettere di divagare? Ci parli dei Gilet Gialli! Ma se li ha messi nel titolo! Ma se ne parlo da sempre! Sono un Gilet Giallo d’elezione! I Gilet Gialli; li guardo con distaccata bonomia e senza speranza. Sono lì da decenni, finalmente si sono materializzati. Sono le ali della curva, assieme alla morale, al Cristianesimo, a Roberto Pruzzo e Juary, alla radiolina a pile che rimandava “Scusa Ameri, scusa Ciotti”, ai partiti, al catechismo e all’oratorio, alla scuola che cercava di insegnare qualcosa, alle camerate col cubo, ai giornaletti scollacciati, alle auto che potevi riparare da solo (svitare candele, ripulire carburatori, cambiare filtri e olio), alle cene con la famiglia agnatizia, al fumo nei cinema, ai parcheggi davanti alle stazioni, alle case popolari, alle cedole per i libri delle elementari, ai sussidiari con le storie evangeliche, mai a doppio fondo, alle pallonate sotto casa, alle scazzottate, al picchetto, al bigliettaio gallonato che incuteva timore, come i maestri e i presidi, ai medici che visitavano i malati, alle dichiarazioni dei redditi da cinque pagine, al profumo dei refettori, all’ago e al filo, ai cappotti che duravano cinquant’anni e che si ereditavano dai padri, ai padri e alle madri, ovviamente, alle nonne che decapitavano galline e spezzavano il collo ai conigli, alle pizze profumate da cento lire, ai cantanti che cantavano, agli attori con giacca e cravatta, dilavati da decenni di insulti e sberleffi sui palchi, davanti a una plebaglia rissosa ed esigente, alle attrici naturalmente eleganti, pur se nate in qualche buco di provincia, ai frantoi e ai vini in bottiglia fatti da soli, per tutta la famiglia, ai bambini che si comportavano da bambini, alle sculacciate, agli innamoramenti formidabili, nati per lo sbirciare di un ginocchio, ai vinili, ai negri che erano negri, ai giapponesi e cinesi limoncini e ai musi rossi di Tex o ai frocioni di Lino Banfi.

L’insurrezione dei Gilet Gialli, tagliati via dalla storia glaciale dell’eterno presente, verrà placata dall’Inevitabile. In quanto Gilet Giallo, per naturale predisposizione psicologica, lo presento. L’emarginazione si vive giorno dopo giorno; ogni mia attitudine ha una propria corrispondenza nel dileggio quotidiano dei media e degli estenuanti difensori dell’immorale: lavoro, casa, scuola, famiglia, cultura, Patria: ciò che penso va necessariamente in retromarcia rispetto al corso delle cose. Controcorrente, à rebours. Si può vivere così, pur se faticosamente, e lo faccio ogni giorno: quanto si può resistere, però, non solo alla propaganda, ma alla devastazione continua della tecnica e del mondo al contrario?

La Francia profonda, si dice; ma l’Italia è ancora più profonda. L’Italia è la Fossa delle Marianne dell’intero globo terracqueo e sta cedendo anch’essa. Non scambiamo, di grazia, i sussulti e i brevi strepiti per un’inversione. Cerchiamo di comprendere: qui, grazie all’Usura e al Politicamente Corretto, si complotta per mansuefare l’intera umanità. È logico, e addirittura auspicabile dal potere, che una resistenza vi sia: per dare l’impressione di un ecumenico progresso. E tuttavia cosa reclamano Les Gilets? Un po’ di granaglia in più. Cerchiamo di comprendere: l’Europa ha già detto di sì; gli Europei, intendo; essi non hanno mai detto: “No!”; un “No!” che è un “No!”; queste sono scosse d’assestamento, pur fragorose, di un crollo che nessuno cerca o ha la voglia di impedire. Supponiamo, è un esempio da ateo, che vi fossero fiumane che si fanno randellare e ammazzare per appendere il crocifisso in classe, nella patria dell’idiota Voltaire: questa sarebbe un’inversione. O legioni di Gilets che vogliano l’abrogazione della legge sull’aborto in nome della vita: per impedire un omicidio. Altra inversione. Un’inversione dell’inversione: la retta via, insomma. O che ci fosse qualcuno disposto a farsi spaccare i denti per una scuola che sia vera scuola, ordinata e gerarchica; o una vera sanità pubblica, à la Celine, il Porco che metteva le mani nelle budella purulente per nulla. C’è, questo tipo di uomo? Non lo vedo. Io scorgo solo la disperata volontà di rimettersi in carreggiata, di condividere o strappare un boccone a un banchetto immondo, già prestabilito. Le pezze al culo non sono il problema, purtroppo bensì l’indottrinamento coatto al nulla; le toppe ai pantaloni, i maglioni sbrindellati sono un fastidio, da risolvere, come ambisce a risolverli il buon padre di famiglia, ma l’autentico problema è il pensiero predominante e amorale: la resa all’Indifferenziato in ogni campo dell’umano, sino alla sconfitta dell’umano.

Giulio Cesare cade sotto i colpi dei repubblicani nei pressi della statua di Pompeo. Ottaviano Augusto, qualche decennio più tardi, dopo un bagno di sangue fratricida, farà murare la Curia Pompeia trasformandola in latrina. Cambio epocale, cambio di stato: il ghiaccio diviene acqua. Un mondo svanisce, eccone un altro.

Chioserà un apocalittico Giacomo Leopardi, quasi due millenni dopo, nel Dialogo di un folletto e di uno gnomo, presagendo la fine di un’umanità inutile: “[Ora che l’umanità è sparita] la terra non sente che le manchi nulla, e i fiumi non sono stanchi di correre … e le stelle e i pianeti non mancano di nascere e tramontare, e non hanno preso le gramaglie [del lutto]… e il sole non s’ha intonacato il viso di ruggine; come fece, secondo Virgilio, per la morte di Cesare: della quale io credo ch’ei si pigliasse tanto affanno quanto ne pigliò la statua di Pompeo”.

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