L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 31 gennaio 2019

Avere a cuore la propria Nazione è solo degli animi forti e capaci, poi li si può chiamare come si vuole

29 Gennaio 2019 by Leonardo Giordano In Risalto - Società

Mattei: profilo di un sovranista ante litteram


A distanza quasi di 60 anni dal misterioso incidente aereo che ne provocò la morte, è opportuno che anche la Destra (soprattutto quando essa si definisce “sociale” e “sovranista”) faccia i conti con la figura di Enrico Mattei, la cui azione, a cavallo tra anni ’50 ed anni ’60, sia pur tra molte contraddizioni, influì significativamente nel panorama politico e socio-economico dell’Italia uscita dalla sconfitta bellica.

Non ci sia di impedimento, in questo giudizio, il fatto che egli sia stato comandante partigiano; fatto da collocare forse più nella dimensione dei fatti contingenti, più che nella sfera dei fatti essenziali e che restano.

Mattei sovranista. Perché? Il suo sforzo di manager, prima alla guida dell’Agip (che non volle liquidare –compito gli avevano assegnato – ma rilanciare) e poi da presidente dell’Eni, fu quello di affrancare l’Italia dalla dipendenza energetica rispetto a potenze e a potentati che volevano trattare l’Italia come una colonia: USA e “Sette sorelle” (la definizione fu sua) in testa a tutti. C’è un’intervista televisiva in cui Mattei descrive con un aneddoto quale fosse la sua meta. In essa racconta che dopo esser tornato da una battuta di caccia, diede da mangiare ai suoi cani. Vide avvicinarsi alle ciotole uno smunto e magro gattino. Esso, approfittando dell’iniziale indifferenza dei cani, era quasi giunto ad assaggiare il primo boccone nella ciotola quando uno dei cani della muta gli si avventò e lo sbranò. “Quell’episodio –dice Mattei nell’intervista- mi fece chiaramente comprendere il contesto nel quale si trovava l’Italia/gattino” e gli rafforzò la motivazione a combattere per emancipare il paese da quella condizione di estrema subalternità.

Mattei solidarista. Perché? Il suo retroterra culturale era stato quello sì del cattolicesimo “sociale” (creò e finanziò nella DC la corrente “basista”) ma anche quello del corporativismo cattolico di Giuseppe Toniolo: un recente convegno all’Università Cattolica di Milano l’ha confermato. Lo dimostrò poi nei fatti. Immaginò un modello di relazioni industriali in cui si potesse pure praticare la partecipazione agli utili aziendali e si potesse costruire una sorta di “welfare” aziendale. Intorno alle aziende Eni sorgevano villaggi e centri residenziali, la cui architettura era affidata a celebri urbanisti di scuola “razionalista”, villaggi affidati agli operai, ai dipendenti e alle loro famiglie.

Mattei non materialista né marxista. Perché? Sono noti i contatti con le gerarchie cattoliche lombarde, con Paolo VI in modo particolare che aiutò nell’opera di ricostruzione degli edifici ecclesiastici all’indomani delle distruzioni belliche, con il quale ebbe anche un fertile dialogo spirituale. Cose che contraddicono nettamente l’immagine che la “vulgata” neoliberista (Indro Montanelli in testa a tutti) ha trasmesso per comunicarci l’immagine di un Mattei corrotto e corruttore. Giulio Sapelli, uno dei giovani studiosi ed economisti allevati nel Centro Studi dell’Eni di Mattei, in una recente intervista a “Tempi” ha rivelato che Mattei donava il suo stipendio da manager Eni ad un convento di clausura di Matelica (la sua città natale) sicchè alla moglie Greta, che rischiava di vivere in povertà, fu riconosciuta dal Consiglio di Amministrazione dell’Eni una non ricca pensione.

Mattei coraggioso avversario della logica di Yalta. Perché? Egli comprende che il Mediterraneo è il luogo in cui il peso internazionale dell’Italia può meglio farsi sentire ed apprezzare. E’ quindi inevitabile che si debbano stabilire relazioni più intime con Egitto, Libia, Algeria post-coloniale, Marocco e persino Iran; anche a costo di urtare la suscettibilità di “atlantisti” e filoamericani, di britannici e francesi.

Mattei meridionalista. Perché? Innanzitutto perché non esiste politica “mediterranea” senza aver presente il ruolo che potrebbe giocarvi il Sud. Inoltre egli, con l’Eni e le aziende consorelle (Snam, Anic, Nuovo Pignone, Agip Mineraria) inizia a fare nel sud quello che l’IRI aveva fatto durante il ventennio nel centro-nord: risollevare le sorti dell’industria pubblica italiana e renderla competitiva sia rispetto ai privati che alle grandi aziende internazionali.

Dice Daniele Pozzi, in uno dei saggi più documentati sull’opera di Enrico Mattei:<< Le esperienze intellettuali, le vecchie e nuove frequentazioni di questi anni, contribuirono a formare le idee fondanti e le principali motivazioni della futura attività del Mattei: una forte coscienza sociale, rafforzata dall’esperienza di povertà familiare e di “emigrazione”; un pronunciato nazionalismo, dovuto in parte alla cultura dell’epoca e in parte alla positiva valutazione delle effettive possibilità di sviluppo dell’Italia; la ferma convinzione della necessità di un ruolo forte dello Stato a sostegno dell’economia, retaggio non solo della cultura economica fascista ma anche espressone di pulsioni anticapitaliste di matrice cattolica e socialista e dell’esigenza di trovare soluzione a quello che sembrava allora il problema irrisolto del capitalismo internazionale, drammaticamente messo in luce dalla crisi del 1929.>>

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