L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 24 gennaio 2019

Giulio Sapelli - ora deve uscire fuori l'equilibrismo di Conte, inserirsi nelle faglie delle contraddizioni della Germania e Francia del Trattato di acquisgrana, per fare gli Interessi dell'Italia

SCENARIO/ Italia prima vittima di Merkel-Macron, ora Conte vada a Londra

Come deve comportarsi l’Italia davanti alla nuova configurazione europea?

24.01.2019 - Giulio Sapelli

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte (LaPresse)

Il trattato di Aquisgranum, in latino o, in tedesco, di Aachen, oppure, in francese, di Aix-la-Chapelle e, in olandese, di Aken, avrà lo stesso effetto di quello del 1748? Quel trattato segnava la fine delle guerre di successione austriache, che sancirono il predominio della Prussia che si annesse la Slesia e iniziò in tal modo quel percorso vittorioso che la portò alla fondazione – sotto la spada degli Junker – dell’Impero Guglielmino, ovvero della Germania moderna. La Francia in quel tempo dovette rinunciare ai cosiddetti Paesi Bassi Meridionali come si denominava allora il Belgio, che ritornò sotto il dominio austriaco, mentre la Gran Bretagna ampliò i suoi domini coloniali che l’avrebbero resa la dominatrice dei mari sino alla Prima guerra mondiale. In questo Trattato franco-tedesco di Aquisgrana non pare vi sia nulla di così grandioso e foriero delle grandi trasformazioni che, invece, quel trattato settecentesco portava con sé. 

Sia Emmanuel Macron sia Angela Merkel sono stelle in caduta libera e con loro il disegno di costruire una nuova Europa più integrata e unita dal punto di vista finanziario e politico sotto il duopolio franco-tedesco, come era stato reso esplicito da Macron all’atto del suo insediamento nel famoso discorso della Sorbona del 2017, dimostra tutta la difficoltà di realizzarsi. Era la stessa idea che avevano entrambi i sottoscrittori del Trattato franco-tedesco del 1963, quando quelle due grandi nazioni erano dirette da giganti come De Gaulle e Adenauer.

La mossa del cavallo francese, allora, fu quella di rendere autonoma dalla Nato la force de frappe nucleare che proiettava la Francia nell’agone mondiale della Guerra fredda aumentando il plusvalore politico dell’impegno atomico francese, mentre invece la Germania divisa altro non poteva fare che contare sulla benevolenza delle nazioni fondatrici dell’Europa per essere reintegrata nel novero delle potenze di medio raggio europeo. La caduta dell’Urss, da un lato (un processo con cui si fa i conti da molti anni ormai) e la Brexit dall’altro (un processo invece in corso e che ha al suo centro un ulteriore distacco del Regno Unito dalla potenza condivisa europea), collocano il Trattato di Aquisgrana di oggi in tutt’altra luce. La Germania, infatti, ha dal canto suo la necessità di trovare una proiezione internazionale del suo peso economico nell’arena mondiale. La Francia gli offre due strumenti, con il Trattato. Il primo: un riconoscimento in sede Onu in cui si dovrebbe condividere (questo, almeno, è l’irrealizzabile disegno) un seggio nel Consiglio di Sicurezza, sconvolgendo gli equilibri sanciti dalla fine della Seconda guerra mondiale. Il secondo: porre a disposizione della forza economica tedesca l’industria degli armamenti francesi, protesa sempre più al distacco dall’anglosfera in polemica sempre più marcata con gli Usa.

Gli Usa, infatti, sono il convitato di pietra del Trattato: essi non possono che essere infastiditi da una scelta simile. Essa pone le basi per una disgregazione di fatto delle relazioni transatlantiche europee indebolendo il ruolo di comando degli Usa con grande evidenza. Il tutto, naturalmente, nasconde una finzione: l’unico interlocutore possibile delle forze armate francesi non può essere e non è la Germania, ma il Regno Unito, e questo lo sa tutto il mondo della difesa e soprattutto lo sanno i paesi dell’“oriente europeo” (come li definì Timothy Garton Ash), ossia la Polonia (dove gli Usa stanno allestendo una base Nato di impressionante potenza) e i paesi baltici e scandinavi che riconoscono nella Russia l’avversario geopolitico fondamentale. Essi da questa alleanza franco-tedesca non possono che sentirsi minacciati e isolati. 

Un altro colpo, dunque, inferto all’unità europea: Francia e Germania si arroccano in una posizione di potenza invece che distribuire il peso della potenza medesima tra tutti gli interlocutori europei, contribuendo in tal modo all’ indebolimento dell’Europa su scala globale. Non parliamo delle conseguenze dell’idea della condivisione franco-tedesca del seggio nel Consiglio di Sicurezza: la Cina non può non allarmarsi temendo che ciò costituisca un passo innanzi nell’inclusione dell’India nel novero delle grandi potenze e la Russia non può che veder traditi i suoi disegni di rafforzare la sua posizione mondiale dopo la vittoria conseguita in Siria, con il suo ritorno in grande stile in un Mediterraneo sempre più contendibile. E ciò avviene non attraverso una entente cordiale europea, ma attraverso una decisa proiezione di potenza che non può non essere che anti-russa.

L’Italia, in questo rapido mutarsi dei giochi di potenza, rimane immobile, incapace di esprimere quello che Dino Grandi chiamava il “peso determinante”, ossia il grado di potenza che è in grado di produrre una nazione non abbastanza forte da decidere motu proprio la propria politica estera, ma nel contempo forte abbastanza per potersi inserire nel gioco di potenza in atto (la lezione del Conte Camillo Benso di Cavour, insuperabile maestro!) districandosi volta a volta negli equilibri esterni di potenza tra nazioni più potenti, così da perseguire i propri interessi e dar vita a un “peso determinante” nel contesto internazionale. 

E’ l’ora di esprimerlo, questo “peso determinante”. E per l’Italia esso si esprime solo mantenendo fermo l’asse del rapporto transatlantico contribuendo a fare di questo rapporto un rapporto tutto europeo e non frammentato e dimidiato. Da ciò deriva la difesa calma ma risoluta dei nostri interessi strategici: nella politica per la difesa, che è al centro del Trattato di Aquisgrana, essi sono innervati in un’alleanza di lungo periodo con le nazioni dell’anglosfera e non nei rapporti troppo a noi sfavorevoli tra le potenze europee, Francia e Germania in primis. Il Trattato di Aquisgrana confligge con i nostri interessi fondamentali, il nostro ”peso determinante”. 

In questo senso, infatti, il Trattato aggrava la nostra posizione internazionale perché accresce i nostri gradi di dipendenza subalterna nell’equilibrio europeo. Guai a seguire il corso degli eventi e, per esempio, nella politica per la difesa abbandonare l’asse di riferimento del Regno Unito. Scegliere la dominazione franco-tedesca come riferimento industriale sarebbe la fine della nostra politica di difesa come politica di mantenimento delle posizioni di potenza economica e diplomatica che ancora conserviamo a fatica nel Mediterraneo e nei Balcani.

Occorre uno scatto di reni e di consapevolezza diplomatica di lungo respiro. Un respiro non demagogico e affannato e non condizionato, come invece accade in Germania e in Francia, per il prossimo agone elettorale europeo.

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