L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 27 gennaio 2019

Gli Stati Uniti vogliono scippare il petrolio venezuelano

Venezuela ieri e oggi

26.01.2019 - Gregorio Piccin


C’era un tempo in cui i golpe in America latina li facevano “gorilla” in carne ed ossa, con le stellette e gli occhiali scuri, con il loro codazzo di ufficiali compiacenti e di battaglioni di tagliagole prezzolati da grandi gruppi industriali e dai servizi segreti dello zio Sam. I caudillos erano brutti, fascisti e ben riconoscibili.

Il golpe tentato contro il presidente Hugo Chavez, nel 2002, nello stesso Venezuela, fu l’ultimo a seguire quasi alla lettera quel vecchio copione. Gli sponsor erano sempre gli stessi: multinazionali petrolifere, i governi di Stati Uniti e Spagna, grande capitale internazionale, oligarchie locali, gerarchie ecclesiastiche, buona parte dello stato maggiore delle forze armate. La faccia del capo, in quel caso, non fu quella di un “gorilla” bensì quella del “rispettabile” presidente della Confindustria locale, Pedro Carmona che poté godere del pieno appoggio dei media nazionali monopolizzati dal magnate Gustavo Cisneros e fulmineamente persino del Fondo Monetario Internazionale.

Eppure successe qualcosa di nuovo in quel lontano 2002: nonostante il copione collaudato e gli sponsor di alto livello, il golpe fallì nel giro di due giorni perché evidentemente l’unità popolare che si strinse intorno al presidente Chavez e al suo progetto di Paese era prevalente oltre che nelle piazze anche nelle forze armate.

Una volta ripreso il controllo del paese, saggiamente, Chavez non mise al muro i traditori: vennero processati solo i diretti responsabili, ma le forze economiche compromesse con il progetto golpista vennero lasciate al loro posto.

La terribile “dittatura chavista” non si preoccupò nemmeno di sottrarre le leve mediatiche nazionali dalle mani di Cisneros così pesantemente compromesso con il tentativo di rovesciamento appena fallito…

Fu chiaro anche agli allocchi che il “problema Venezuela”, ieri come oggi, non era la questione democratica (che del resto lo stesso occidente attiva ad intermittenza a seconda dei propri particolari interessi), ma il fatto che questo piccolo paese, con l’elezione di Hugo Chavez a presidente nel 1999, decise di riprendersi il controllo sulla risorsa strategica per eccellenza: il petrolio.

Questo risultò davvero intollerabile anche considerato che il Venezuela (tra i primi produttori mondiali) non ne fece un uso esclusivamente “nazionale” per il riscatto delle classi popolari ma lo utilizzò come leva in politica estera, in seno alla stessa Opec.

Un esempio memorabile, anche simbolico, di questo attivismo fu l’accordo con il sindaco di Londra Ken Livingstone: petrolio per la capitale del Regno Unito scambiato con squadre di urbanisti e tecnici per la capitale del Venezuela…

Risultò intollerabile il fatto che il Venezuela si fosse posto al centro di un affrancamento continentale dalla secolare dottrina Monroe che considerava L’America latina come il giardino di casa degli Stati Uniti.

Hugo Chavez morì prematuramente nel 2013 a 58 anni, stroncato da un tumore fulminante. Nicolas Maduro, già vice presidente, prese il suo posto al potere esecutivo vincendo le elezioni ma senza il carisma del suo predecessore e in un Paese che era già al centro di una guerra economica, mediatica e sanzionatoria sostenuta dal premio nobel per la pace Barak Obama, il quale arrivò a definire pubblicamente il Venezuela “una inusuale minaccia per gli Stati Uniti”.

Il crollo del valore del barile di petrolio reso ancora più pesante dalla mancata diversificazione economica determinarono inoltre una gravissima situazione di penuria di beni di consumo primari solo in parte coperta con i programmi sociali finanziati dal governo.

In questo contesto, nel 2015, la rissosa opposizione, tra cui spiccava quella golpista e di estrema destra, stravinse alle elezioni legislative conquistandosi la maggioranza in parlamento.

Da questa inedita posizione di relativa forza (in una democrazia presidenziale basata su cinque poteri) le vecchie forze golpiste egemonizzarono la scena pretendendo la cancellazione del potere esecutivo e andando allo scontro diretto.

La strategia percorsa (evidentemente concordata con i soliti sponsor) fu quella della provocazione: strangolamento economico, serrate, accaparramenti, mercato nero, traffico di valuta, iniezione di paramilitari colombiani, assoldamento di manifestanti assaltatori, tanta disinformazione. Tutto nella speranza che, in mancanza di una genuina rivoluzione, la reazione dell’esecutivo fosse finalmente tirannica e sanguinaria e si potesse così invocare un intervento militare diretto per portare la “democrazia”.

Certo non mancarono i morti, da una parte e dall’altra, ma il governo gestì quella sorta di guerra civile strisciante creata a regola d’arte senza sparare ad alzo zero, ma contrastando la narrazione mainstream a senso unico e cercando una mediazione internazionale (a cui risposero Papa Francesco, contro i sentimenti delle gerarchie ecclesiastiche locali, e Luis Zapatero). In questo modo Maduro riuscì a disinnescare momentaneamente la guerra totale, ma con sullo sfondo un Paese ridotto all’osso e stremato da una crisi economica cronica.

Nonostante tutto questo, in Venezuela si è votato ancora regolarmente per rinnovare i vari istituti che compongono il quadro istituzionale. L’opposizione (spesso divisa sul da farsi) le ha perse tutte o ha deciso di non partecipare alla contesa, sempre e comunque contestandone la legittimità.

L’ultima della serie è stata la tornata per le presidenziali dello scorso anno dove Maduro è stato riconfermato presidente della Repubblica (con un aumento dei consensi rispetto al 2013 ma con un crollo verticale dei partecipanti al voto).

Naturalmente le elezioni in questione, sia da chi le ha boicottate sia da chi vi ha partecipato, sono state definite una farsa. Per la verità, non si capisce bene su quali basi, anche l’Unione Europea ne ha disconosciuto la legittimità e questa decisione pesa oggi come un macigno sulla posizione da prendere alla luce dei recenti gravissimi accadimenti.

E arriviamo finalmente alla cronaca: lo scorso 23 gennaio Juan Guaidò, leader dell’Assemblea nazionale (il parlamento ancora controllato dall’opposizione), si autoproclama in piazza presidente della Repubblica, ossia capo dell’esecutivo.

Sembrerebbe una pagliacciata, un golpe farlocco, se non fosse che l’ardito giovane riceve immediatamente il riconoscimento ufficiale di Stati Uniti, Canada, Brasile, Colombia, Argentina, Paraguay, Ecuador, Perù e Costa Rica.

L’assunto è che l’elezione di Maduro lo scorso anno viene considerata nulla, illegittima e che quindi Juan Guaidò ha sentito il dovere di ristabilire la legittimità costituzionale investendosi della carica di presidente e cominciando a comportarsi come tale: ha richiesto il riconoscimento dalle forze armate (non pervenuto), ha scritto alle ambasciate affinché mantengano il loro personale in Venezuela (chiaro braccio di ferro con Maduro che ha intimato l’espulsione dei diplomatici Usa), ha offerto l’amnistia allo stesso Maduro nel caso volesse gentilmente farsi da parte, ha scritto tweet di ringraziamento a personaggi politici (tra cui il nostro Salvini) e capi di stato per il loro endorsement…

Macron lo sostiene, così come il premier spagnolo (pare via telefono) anche se il suo ministro degli esteri Josep Borrell, ha richiesto urgentemente la convocazione di un incontro Ue a livello ministeriale per affrontare la situazione in Venezuela, perché bisogna “preservare l’unità di azione” sottolineando come “non si possono prendere decisioni come questa a caldo, senza essere ben informati” e aggiungendo che “non prenderemo posizione semplicemente per andare dietro ad altri”.

Nel frattempo Mogherini, la voce dell’Europa che non c’è, farfuglia qualcosa su nuove libere elezioni e la democrazia per il popolo venezuelano ma si guarda bene dal riconoscere il “nuovo presidente”.

La situazione, a parte i condor che volteggiano, è ancora fluida. Nello stesso Venezuela probabilmente si stanno ancora prendendo le misure: Guaidó è ancora a piede libero, il che è francamente strano trovandosi a fronteggiare una “feroce dittatura”, ma sembra chiaro che non saranno le forze armate ad incoronarlo presidente cancellando Maduro. Le forze di polizia con chi stanno? In un paese ridotto allo stremo alla fine tutto si può vendere e tutto si può comprare…

E il popolo? Quelle decine di migliaia di manifestanti scesi in piazza ad acclamare Guaidó non possono certo essere considerati la maggioranza e soprattutto non si capisce perché le elezioni dove vince l’opposizione sono legittime e quelle dove invece si riconfermano le forze di governo sono fasulle.

Un fatto emerge però con chiarezza: gli Stati Uniti intendono ristabilire il loro “ordine democratico” in Venezuela e rimettere le mani sul petrolio di quel Paese. Per fare ciò hanno a disposizione anche proxies ben armati e ubbidienti come la Colombia mentre il Brasile ha fatto sapere che in caso di intervento militare non parteciperà, lasciando però intendere che l’opzione sul tavolo è proprio quella. Tutto dipenderà, probabilmente, da quanto Cina, ma soprattutto Russia, vorranno impegnarsi “concretamente” per scongiurarla e per promuovere vie d’uscita che impediscano un nuovo mattatoio a cielo aperto sul modello siriano.

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