L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 9 gennaio 2019

La Recessione voluta e cercata dalla Fed è arrivata, ancora non si dispiega nella sua maestà, gli ideologi che la vogliono hanno la superbia volontà di gestirla e non si faranno certo fermare dal Dio Mercato che tanto Dio non è

Duello di nervi tra Fed (che nel 2019 drenerà 600 mld) e gli investitori (che rivogliono il qe)


Prima la Cina. Poi gli Usa e adesso anche la Germania. Dai Paesi più potenti (in termini di Pil) al mondo stanno arrivando sincronici segnali di rallentamento. L’ultimo dato in questa direzione è arrivato questa mattina da Berlino. A novembre la produzione industriale è diminuita dell’1,9%, deludendo le attese degli economisti, che si aspettavano un aumento dello 0,3%. Questo dato si aggiunge al brutto segnale giunto giovedì dagli Usa, relativo all’indice Ism (indice dei direttori agli acquisti del settore manifatturiero) che a dicembre ha mostrato un netto calo (da 59,3 a 54,1 punti). In Cina il corrispettivo indice (Caixin Manufacturing Pmi) sempre a dicembre è addirittura sceso sotto la soglia di espansione (50) posizionandosi a 49,7 punti, rispetto ai 50,2 punti di novembre e ad attese di 50,1.

Questi indici sono certamente più attendibili rispetto ai dati sulla disoccupazione perché si proiettano sui futuri ordini dell’industria e quindi a differenza della fotografia di come si è comportato in un certo mese il mercato del lavoro, i dati Pmi e Ism hanno uno slancio sul futuro. Esattamente quello che osservano gli investitori per capire se è il momento di immettere o ritirare capitali.
Da questo punto di vista non deve confondere la coincidenza del forte rimbalzo delle Borse messo a segno venerdì (e proseguito con proporzioni più modeste ieri con Wall Street nuovamente tonica) coinciso con la pubblicazione dei nuovi occupati a dicembre negli Usa che hanno superato a dicembre quota 312mila rispetto ai 187mila attesi.

I mercati sono saliti nelle ultime due sedute perché venerdì ha parlato Jerome Powell, il governatore della Federal Reserve, dicendosi disposto a fare una pausa sul fronte del rialzo dei tassi nel 2019. È quindi iniziata una sorta di dialogo/duello di nervi tra gli investitori e la banca centrale degli Usa. L’obiettivo massimo dei mercati in questa nuova dialettica è quello di spingere la Fed a cambiare completamente rotta, non tanto sul fronte dei tassi, quanto su quello della liquidità. Anche perché la riserva federale – tra le misure di normalizzazione che sta attuando – nel 2019 dovrebbe drenare 500-600 miliardi di dollari dai mercati non reinvestendo i titoli di Stato e le obbligazioni Mbs (Mortgage backed securities) che ha acquistato nell’ambito del programma di quantitative easing e che vanno in scadenza: si tratta di un controvalore di circa 50 miliardi al mese.

Il punto è che il rallentamento dell’economia in atto e che sarà più evidente nei mesi a venire – confermato dai dati macro – se accompagnato da un atteggiamento restrittivo da parte della Fed in termini di liquidità potrebbe creare un problema di liquidità per molte aziende americane, che in questa fase vacillano tra la soglia “investment grade” (quella dei titoli ritenuti affidabili) e quella “junk” (i titoli pericolosi) visto che la platea di corporate bond di aziende che hanno un rating al confine (ovvero tripla B) ammonta oggi a 9.200 miliardi di dollari a livello globale, e di questa 5mila miliardi sono negli Usa.
La volatilità dei mercati nelle prossime settimane potrebbe quindi essere lo specchio di questo confronto. Dipenderà se e fino a quanto la Fed vorrà accontentare gli investitori, il cui capriccio si chiama ancora quantitative easing. Nell’anno in cui la Fed si appresta a drenare liquidità i mercati ne chiedono altra. Sarà una sfida interessante.

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