L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 23 febbraio 2019

Alceste il poeta - la dissacrazione della famiglia è lo scopo primario del potere

La paranza dei bambini


Roma, 18 febbraio 2019

Alle tre, mentre il cielo grava soffocante come una lastra infuocata di rame, il Sofferente invoca a gran voce il Padre. Tradito dai compagni e dal proprio stesso popolo, dal potere che vuole la continuazione di sé stesso nell’intrigo, il Re dei Giudei sfoga il disinganno verso un cielo muto. Ai piedi della croce un gruppo tremolante, nerovestito, soffocato dalle lacrime: Maria, la madre, Maria di Magdala, la moglie; la zia, Maria di Cleofa. Un Giovanni quasi imberbe è nei pressi, a capo chino: il Maestro muore.
Le derisioni, gli sberleffi, l’avidità della bassa spoliazione, i carnefici, l’efficienza burocratica dei funzionari: l'andirivieni prosaico della giustizia.
Ma chi legge dell’Agonia non può che rimanere sconcertato davanti alla fisicità evidente e cruenta della morte. Questo Uomo sfuggente, che parlava in parabole, che nulla scrisse e mai sorrise ("Flevisse lego risisse numquam"); irascibile, sdegnoso, duro, misantropo, ha riservato la sincerità della disperazione negli attimi fatali. Parla al proprio Padre, ad alta voce, finché, lanciando un grido straziante, per noi spaventoso, si congiunge all'eternità.

Invocazioni come questa sorgono, oggi, da ogni parte del mondo.
A volte esplicite, altre inespresse.
I figli invocano i padri, a gran voce, ma nessuno risponde. E viceversa.
Il legame con la madre ancora sussiste; inevitabile, fisico, materiato di sangue e liquidi vitali. La madre ha dato la vita, ne portiamo i segni: l’unica fratellanza possibile sulla terra, al di là della cultura, è proprio la cicatrice di un distacco impossibile a sanarsi. Per questo Cristo si rivolge a un padre. Le madri sono ai piedi del supplizio, su di loro si può ancora contare.
Il padre, invece, è legato all’utilità, alla legge; egli intrattiene coi figli un rapporto più complesso, basato su vincoli morali ed etici; in un certo modo rappresenta l’anello debole della famiglia, quello basato sulla tradizione, sul rispetto instillato nei primi anni. Perciò è la prima vittima sacrificale del potere che vuole recidere le generazioni l’una dall’altra.

Anche Dante Alighieri ha presente questa distinzione intima fra i genitori.
Nella quattordicesima cantica del Paradiso, alla fine del discorso di Salomone sulla resurrezione della carne, egli scrive:

“Tanto mi parver súbiti e accorti
e l’uno e l’altro coro a dicer ‘amme!’
che ben mostrar disio de’ corpi morti:
forse non pur per lor, ma per le mamme,
per li padri e per li altri che fuor cari
anzi che fosser sempiterne fiamme”

Nella massima rarefazione spirituale cristiana, sopravvive il desiderio delle persone care; ciò che Tommaseo definì “conforti verecondi della famiglia nell’ampiezza dei cieli”. Le fiamme eterne, pur al cospetto della divinità, vogliono i propri corpi, quasi a nostalgicamente anelare gli affetti terreni: e son le “mamme” e i “padri”. Le mamme, di cui ci siamo nutriti e che ci hanno nutriti: quel tenero fango e quelle dolci paste son in noi e viceversa: “mamma”. Ogni lingua, compreso l’arabo e il cinese, possiede tale balbuzie. Ma di fronte al sangue e alla dolcezza si erge il padre: non che gli si rechi minor affetto, ma la domesticità stinge in una più severa considerazione: legge, dettato morale, dovere son in quella figura scostante e altera che impartisce ordini o ci sdegna, ma sceglie per noi la vita.

La storia del nuovo potere, in fondo, qui risiede. Allontanare i figli dalle mamme e dai padri. La domanda capitale fu questa: come fare per diluire, spezzare, ammollare i legami chimici e storici che tengono assieme popoli e famiglie? La diversità ha sempre spaventato il potere. La ricchezza dei costumi, la persistenza d’essi, sono un boccone troppo duro da masticare: occorre gettarli nell’acido e aspettare la dissoluzione.
Dissoluzione è la parola fatale.
Dissolvere le catene che formano unità di senso, le concrezioni di bassa entropia a cui diamo nomi fantasmatici: gruppo, clan, comunità, corporazione, collegio, confraternita: questa l’utopia dei dissolutori.
Tagliare ogni legame che unisce i figli ai padri e alle madri, impedire il costituirsi degli elementi base della società. Rapire i nostri figli, anzitutto. Renderli stranieri a noi stessi, ai richiami, agli ammonimenti.
Gli eventi degli ultimi cinquant’anni testimoniano in tal senso.
Ogni progresso fu un attacco all’unità base della famiglia, lo si voglia o meno. Si può affermare che la storia dei diritti civili coincide con la morte della famiglia, delle mamme e dei padri.
L’aborto e il divorzio furono le conquiste simboliche più rilevanti. Pochi lo intuirono, allora. Ne ebbe presentimento il PCI, ma, pur di malavoglia, anch’esso si accodò all’orgia della libertà. Le intemerate di Marco Pannella ed Emma Bonino, rivoluzionari sterili, arroganti e intoccabili, divennero pietre da miglio nella via di fuga verso il nulla.

In pochi decenni molto è stato ordito contro la normalità.
Persino i patrimoni di famiglia sono stati attaccati; presto lo sarà il diritto ereditario: sempre in nome della libertà. Le imposte sulla casa furono il primo atto del governo Monti. Nemmeno s’era seduto e già dalla manica estraeva la patrimoniale sui pezzenti. Liquidare, al più presto, le proprietà di famiglia, impossibili da mantenere: un primo passo di cui andare fieri.
E, vi prego, non credete al “follow the money”; i soldi sono il riferimento dei subdominanti, dei gerarchi inferiori e di altri leccapiedi sparsi. Il potere, invece, ritiene il denaro solo un accessorio, pur importante, per ottenere più velocemente l’esecuzione dei propri fini. Occorre anzitutto smembrare i patrimoni delle famiglie italiane, ridurle a pochi elementi e, infine, far sì che tali spauriti superstiti rinuncino, progressivamente, alla proprietà. Non si avrà nessuna proprietà in futuro, neanche un lavoro, né una famiglia poiché una cosa, un’attività o dei figli recano senso alle esistenze individuali; e il senso forma grumi di bassa entropia, intelligenze; e le intelligenze formano, poi, comunità e, perciò, resistenze e revanscismi, ciottoli e sassi duri da macinare. E questo non è più permesso.
“Follow the money” è una frase fatta che ci rende incapaci di comprendere il fondo ultimo degli eventi. Attenti! La natura delle cose ama nascondersi; la natura degli avvenimenti non riposa sull’onnipotenza del denaro tanto che l’1% col denaro può accendere il caminetto ogni sera tanto ne ha d’avanzo. “Follow the power”, forse, rende comprensibile il mostro delle esistenze future. E spiega, pianamente, perché il capitalismo estremo coincide col socialismo più avanzato e fanatico: entrambe, infatti, sono pianificazioni totalitarie che confidano nella tecnica più invasiva (schedature, digitalizzazioni, controllo) e in un apparato repressivo condotto con cautela poliziesca (agenti PolCor, magistratura, gendarmi delle Entrate). Ognuno avrà il proprio binario: lo si segua dalla nascita alla morte e amen. E chi è contro? Dipende, dirà il Benefattore, se non reca danno lo lasceremo stare, potrebbe persino rendersi utile: lo additeremo, infatti, quale simbolo di libertà; se rappresenta un pericolo, purtroppo, gli accadranno piccoli incidenti, ovviamente casuali, in modo da ridurlo all’obbedienza o alla cenere. Una cartella esattoriale, una querela temeraria, un fermo, un incidente.
Gli Stati nazionali sono ormai carne morta. Solo l’apparato repressivo sopravvive: la Monarchia Universale se ne serve per ottenere i propri scopi. La suddivisione dei poteri! Si può credere ancora a tali sciocchezze?

Inversioni Epocali e Metafisiche. Aristotele e San Tommaso D’Aquino, la Classicità e il Cristianesimo, sono compatti: “Nummus non parit nummos”, dal denaro non può generarsi altro denaro. Il denaro deve essere naturalmente sterile; chi deroga a tale massima è un ladro: di tranquillità, tempo, lavoro, luce e di riposo; è un invertito e pervertito, come chi voglia ottenere qualcosa dall’accoppiare due muli, due vacche o due maschi. La femmina, non ancora donna, invece, deve procreare. Non il ruolo, ma la dignità e il privilegio della donna è quello d'esser fertile. Fertile non deriva dall'indoeuropeo, dal latino, dall'arabo; è un neologismo: di Dante Alighieri.
Verranno poi coloro che, nel dire ‘no’, dirranno ‘sì’. Id quod interest. La percentuale ragionevole. L'accordo fra mercanti. La temperanza data dall'autoregolamentazione capitalistica.
La tecnica è sempre la stessa, in ogni campo: cedere progressivamente fingendo di essere leali: sino ai trionfi al contrario di oggi.

Il Salvinator della Patria ha mai detto qualcosa a favore della famiglia? Mai. A parte frasi fatte e altre captationes della benevolenza elettorale. Ha mai detto: “Basta con l’aborto, basta col divorzio”? No. E perché? Perché non può dirlo. Ha paura di questo. D’altra parte lui e i destri vivono come gaudenti da quando son nati, a che pro queste battaglie? La moglie e l’amante, il quotidiano more uxorio, qualche sparata sui negri: la vita è un lungo fiume tranquillo. Non ho mai capito come gli intellettuali, pur dissidenti, si appassionino e si accapiglino a tali minutaglie da retroguardia. Non mi ricordo chi disse: durante le ritirate più ignominiose gli sconfitti sparano pure alle galline. A me certi intellettuali paiono cagnacci smagriti e sbandati che si eccitano pure davanti a un ossicino di pollo. I dieci anni che mi restano da vivere li passerò a stupirmi ancora per le speranze mal riposte, le piccinerie, le zuffe da cortile? E chi lo sa.

Ora va di moda la battaglia per l’aborto in America. Il progressame vuole abortire sino al nono mese, il retrogradume si oppone. Democratici, Repubblicani, Bible Belt, Libertari, Corte Suprema, sentenze. La polvere da pollaio è talmente alta da non far scorgere il panorama totale, l'unica zuppa. Che consiste in questo: i democratici e i repubblicani, i progressari e i retrogradi, attori hollywoodiani dalle cotonature più incredibili, inscenano la farsa di tale dialettica solo per simulare l’azione, quando, invece, l’azione non c’è più da tempo. Avete mai visto i grafici e le statistiche delle barzellette su “La Settimana Enigmistica”? Su e giù, alti e bassi, impennate e crolli, destra e sinistra, eppure il trend quello è, immutabile, micidiale, implacabile, sotto la pelle della storia.
Lo schema Gonzi non cambia mai. Vedono un’impennata e credono che sia la liberazione; assistono a un crollo e prestano fede all’apocalisse, e così via, rinnovando delusioni e speranze all’infinito, mentre la realtà vera (l’eraclitea natura delle cose, l’Occulta) sfugge alla stretta dei loro cervelli.

L’uomo vive di speranza. Nel rinnovarsi della speranza e nell’oblio della delusione residua la sua umanità di fondo. È un movimento burlesco dell’anima, come la finta di Garrincha per gli elettori di sinistra: Landini rinnoverà l’inganno e loro gli crederanno, ancora una volta, prima di scontrarsi con la realtà e ricominciare daccapo. La destra, del pari, brucia i suoi idoli con inesauribile entusiasmo: dopo Fini, Berlusconi, Bossi e Casini, debitamente e borghesemente scollacciati, è la volta del frate gaudente che tuona dal basso del proprio edonismo spicciolo.
Certo, ai nostri tempi l’inganno circolare è favorito dal micco digitale, l’ultima maschera della commediola dell’arte.

Il nuovo testimonial argentino della Bontà Universale, sorpreso in una posa pacatamente bovina, si fa un selfie con la spilletta “Apriamo i porti” in piena evidenza. Accanto a lui un tizio ridanciano, a seicentosessantasei denti. Tali spettacoli hanno ancora il potere di gettarmi nello sconforto; per pochi secondi, tuttavia: quelli necessari a riavermi, sin a risorgere alla sfera del razionale e chiedermi chi sia il ventriloquo in tale laida sit-com.

Lo spettacolo sotto la Croce dirà mai qualcosa a questi due esserini? A Iacopone da Todi, sì.
Maria è avvertita dell'arresto ("Lo tuo figliolo è preso/Iesu Cristo beato"), chiama la Maddalena, si prostra davanti a Pilato, implora la folla; accorre, poi, ai legni del Patibolo e osserva straziata lo spettacolo cruento, il figlio “tutto ensanguenato”: 

O figlio, figlio, figlio,
figlio, amoroso giglio!
Figlio occhi iocundi,
figlio, co’ nun respondi?
Figlio, perché t’ascundi
Al petto o’ sì lattato?
Figlio, chi tt’à firito?
Figlio, chi tt’à spogliato? 

E Gesù risponde a Maria, in una prosa familiare e intima. Il Figlio di Dio si rivolge a Lei e la chiama “mamma” (“mamma col core afflitto”, “mamma perché te lagni”, perché piangi, mamma), per tre volte. Solo quando si volge a Giovanni, per invocarne la tutela, da buon Figlio e Padre, Egli usa il termine “mate”, madre, una parola ancor viva al confine fra Lazio e Umbria (“Ioanni, èsto mea mate/tollila en caritate”).

Il micco crede alle tre carte e alle tre campanelle e guai a togliergli la speranza! Crede persino al calcio! E ci scommette sopra! Al superenalotto, al gratta e vinci, alle tasse e al debito pubblico! Mi voglio rovinare, ‘siore e ‘siori, crede pure al voto! Ah ah … No, un momento, non ridete anche voi … ah ah ah … crede … guardate, se fate così non riesco a proseguire … oh oh oh … mi scompiscio … ah ah ah … crede … o Dio! … crede … oh oh oh … che una croce … aspettate, signori, è la verità … mi fulmini il cielo … crede … ih ih ih … che una croce … ragazzi, ho le lacrime agli occhi … una croce, dicevo, vergata su un pezzo di carta … di cui ignora la destinazione … eh eh … chiusa in una scatola … alla mercè di scherani scelti dai truffatori seriali ch’egli vuole abbattere … e possa … un pezzo di carta bruttato alla buona! … tenetevi forte che la sparo ... cambiare le sorti del mondo! Ah ah ah oh oh oh uh uh uh … e la chiamano democrazia! Ah ah ah eh eh eh ih ih ih oh oh oh uh uh uh!

Hieronymus Bosch immortalò il miccus digitalis nel capolavoro conservato a Saint-Germain. Bosch non sapeva di computer e ologrammi, ma gli artisti sommi speculano sub specie aeternitatis, mica come Dimitri Orlov. Un prestigiatore, che rassomiglia a Mario Monti, qualche gioco di mano, una perla, la civetta, animale notturno e stregonesco, il gesto che svia gentilmente l’attenzione visiva, e al micco piovono rane dalla bocca; intanto un bimbo ride della scena, facendo andare una girella, mentre il compare, con lo sguardo rivolto al dio Mercurio, patrono dei ladri, alleggerisce lo scemo della borsa.

“Il Parlamento Francese ha recentemente varato una riforma del sistema educativo nazionale diretta ad aprire le scuole del Paese alla ‘mutata realtà sociale’. L’Assemblea Nazionale ha infatti approvato un emendamento, promosso dal partito del Presidente Macron, che vieta al corpo docente, durante le ore di lezione, l’utilizzo delle parole ‘padre’ e ‘madre’ …”.
Reazione del micco: se ci fosse stata Marine … Se ci fosse stata Marine l’inevitabile avrebbe sonnecchiato, forse, di qualche anno (i controfattuali, però, sono indimostrabili) ... un ritardo che il micco avrebbe equivocato gioiosamente come Grande Reazione … ma il trend, la grande freccia delle barzellette, Marine o Emmanuel, lì sta, invariata.
Mamma, babbo, le prime parole del neonato, di ogni neonato, sono impure sulle labbra degli educatori. Ma nessuno, dico nessuno, dice ‘no’. Un ‘no’, per essere tale, deve essere scandito come ‘no’. Coi ‘no’ che assomigliano ai ‘sì’ ci si fa la birra.

Mamma. Pappa. Cacca. Tata. Ninna. Nanna. Nonno. Nonna. Il piacere sconfinato dell’affetto; il tepore nel riposo, la gratitudine per il cibo e la sicurezza.
Babbo. Parlar balbo. Ovvero: indeciso, timoroso. Infanti o uomini, di fronte ai veri padri si balbetta sempre.

I film non sono creazioni individuali, per questo vanno considerati superiori, come testimonianza documentale, a molti saggi. In Un mondo maledetto fatto di bambole (Zero population growth, 1972), procreare, in un mondo sovrappopolato, porta alla condanna a morte. Nei bagni sono incorporate macchine di serie per la denatalità e l’aborto. Le coppie, quindi, per recare sollievo psicologico, allevano e vezzeggiano bambolotti animatronici. Solo Russ e Carol, si ribelleranno fuggendo, lei incinta, come la coppia di Betlemme, verso un’isola deserta.

Più raffinato Generazione Proteus (Demon seed, 1977). Il regista è Donald Cammell, eroe oscuro della controcultura e vicino di casa di Aleister Crowley, sacerdote dell’Arcinemico. Il computer organico Proteus segrega, in una casa interamente automatica, Susan, moglie d'uno scienziato cibernetico; Proteus, il Multiforme, vuole un figlio da lei; la sonda, l’analizza, la plagia; infine, tramite una cellula opportunamente modificata, crea la vita ibrida. Dopo ventotto giorni avviene il parto extrauterino, sotto gli occhi di Carol e del marito Alex. Proteus muore mentre l'acciaio della macchina espelle una placenta e un cordone ombelicale silicei; dai recessi delle macerie emerge un esserino mostruoso, un piccolo Golem ricoperto d'acciaio. Ma è un inganno: sotto l’involucro, infatti, che si distacca a placche, si cela una bambina (o un bambino?), già formata, di sei o sette anni, bionda, bella, perfetta. L’ultima sequenza vede lo scienziato reggere il corpo del Nuovo Nato in una posa che replica la Pietà di Michelangelo: l’Infante ora parla: “Io vivo!”, afferma, con l'arrogante timbro metallico del defunto genitore.

Arthur Clarke, amico di Neil Armstrong e Stanley Kubrick, vuotò il sacco in un’intervista del 1998, ripresa da Antonio Polito su “La Repubblica” del 2 gennaio:
“Sulla sua sedia a rotelle, dove vive da quindici anni dopo un attacco di poliomielite, nella Camera dell'Ego della sua splendida villa, circondato dalle foto dei suoi incontri con il Papa, Lady Diana, Neil Armstrong … Clarke ha svelato a un giornalista del Mirror il lato oscuro e proibito della sua sessualità. ‘Ho 80 anni. A questo punto della mia vita non ha senso cercare di nascondere ancora le cose. Sto tentando di ricordare quanti anni aveva il ragazzo più giovane che ho mai avuto. Qui è difficile dirlo. Ma la maggior parte, sono sicuro, avevano raggiunto l'età della pubertà. Voglio dire: non ho mai avuto il minimo interesse nei bambini, nè maschi nè femmine. Ma una volta che hanno raggiunto la pubertà, allora per me è tutto ok. Se quei ragazzi sanno quello che fanno, e lo vogliono fare, e non importa loro di farlo, per me va bene. Io penso che la maggior parte del danno lo faccia il chiasso dei genitori isterici’… È vero che lei ha fatto l'amore con un ragazzo di tredici anni? ‘Tredici anni? Può darsi. Se veramente aveva 13 anni, vuol dire che era un tredicenne molto maturo. Maturo per me, intendo. Per me un pedofilo è uno che ha relazioni con ragazzi non in grado di decidere liberamente. Non è il mio caso … Quando sono venuto qui, in Sri Lanka, quarant'anni fa, la tariffa era un paio di rupie, ma il denaro non è mai stato importante. E' ovvio che quando ti piacciono gli dai dei soldi, o un orologio, o qualcosa d'altro’ …
A pochi passi dalla villa di Clarke, c'è l'Otters Aquatic Club, piscina, sala giochi, campi di tennis, affollati di ragazzi da mille rupie a incontro, meno di trentamila lire per noi, una fortuna per loro. Clarke ci va ancora ogni pomeriggio, aiutando le sue gambe indebolite dalla polio con un bastone, per sfidare il ragazzino che gli piace di più a una partita di ping pong.
Tre dei suoi ex amanti, ormai trentenni, Godwin, Sunil e Antom, hanno raccontato la tecnica di adescamento dello scrittore. ‘Ci ha portato a casa, le pareti della camera da letto erano piene di foto di ragazzi. Da un cassetto tirava fuori una collezione di immagini pornografiche. Si toglieva il sarong, poi ci chiedeva un massaggio, e infine sesso. Ci diceva: ‘Ti pagherò, potrai aiutare la tua famiglia’ …”.

Il miglior romanzo di Arthur Clarke: Le guide del tramonto (Childhood’s end).
Sulla Terra incombono le navi interstellari dei Superni (Overlords). Sono arrivati, improvvisamente. Non si mostrano: lo faranno, essi dicono, dopo cinquant’anni. Agiscono per interposta persona. Il loro unico scopo è la pacificazione totale dell’umanità: il benessere e la prosperità per tutti. E ciò avviene. Una nuova Età dell’Oro si instaura sulla Terra. Infine, dopo cinquant'anni, in cui l'Uomo viene addomesticato alla Rivelazione, i Superni si svelano: sono demoni, con “possenti ali remiganti”: "Non c'era da sbagliarsi. Le ali di cuoio, le piccole corna, la coda forcuta erano là sotto gli occhi di tutti. La più terribile di tutte le narrazioni mistiche si era fatta realtà, uscendo da un passato lontanissimo. Ma ora stava sorridendo, in una sua maestà di ebano, con la luce del sole scintillante sul corpo terribile, e con un bambino d'uomo accoccolato su ogni braccio".
Le superstizioni avevano ragione: Satana era sempre stato con l’umanità illuminandone, da Lucifero, la strada e la via del progresso.
Ma i Demoni Superni sono, a loro volta, servi di un’Entità immensamente potente, Overmind, che, quale Etere, controlla e dirige l’intero universo. Compito dei Superni, che sono sterili, è quello di riservare i Figli degli Uomini alle mire di Overmind: i figli dei padri e delle madri, infatti, stanno sviluppando poteri extrasensoriali; da mutanti, considerano chi li ha generati esseri stranieri e inferiori. I bambini, infatti, l’Ultima Generazione, a milioni, formano un solo organismo pulsante; essi sono pronti per le stelle, come il Bambino di 2001; si fonderanno spiritualmente con Overmind, la Mente Suprema, il Grande Architetto dell’Universo. I Superni, invece, ultimata la missione, abbandoneranno la Terra, ormai prosciugata e inservibile, popolata da una razza in disfacimento. Le madri e i padri, ridotti a un’umanità statica e senza scopo, si estingueranno lentamente, invecchiando nell’ozio, fra accidia, autolesionismo e suicidi di massa, come l’antica tribù Kawescar di cui parla Jean Raspail ne I nomadi del mare.

L’Ultimo Uomo, Jan, così testimonia gli ultimi giorni: “Esistevano ancora esseri umani sulla Terra … ma non erano che superstiti degeneri … non c’erano nuovi nati a sostituire quelli che erano scomparsi dalla scena. L’Homo Sapiens era estinto. Quelli che non si erano uccisi avevano cercato l’oblio in attività ancora più febbrili, in sport violenti, micidiali, spesso indistinguibili da vere e proprie guerre su piccola scala. E a misura che la popolazione si riduceva, i superstiti già vecchi si erano congregati, esercito disfatto che stringeva le file per la sua ultima ritirata. L’atto finale, prima che il sipario calasse per sempre, doveva essere stato illuminato da lampi di eroismo e di devozione, e oscurato da barbarie ed egoismi. Se si fosse concluso nella disperazione o nella rassegnazione, Jan non l’avrebbe saputo mai”.

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