L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 4 febbraio 2019

Chi difende l’Europa è contro i lavoratori, chi difende l’Europa è un servo del capitale, chi parla di una possibile riformabilità dell’unione europea, è anch’esso un nemico, oltre che un illuso

La grande Truffa

Cosa ha portato l'Unione europea? L'impoverimento e la lenta sparizione del ceto medio, l'erosione dei diritti dei lavoratori, la perdita di sovranità. Altro che integrazione dei popoli e delle culture europee: l'Ue è lo strumento più riuscito dell'oligarchia finanziaria, pensato e costruito al solo vantaggio del capitale. 

di Andrea Caira - 28 Gennaio 2019 

Mario Draghi qualche tempo fa ha dichiarato che: chi ha debiti superiori alla media, la sovranità l’ha già persa. Con tale esclamazione il presidente della Banca Centrale europea rispondeva a chi profilasse come cura alla crisi economica il ritorno a una sovranità monetaria. È indubbio che, dopo il trattato di Maastricht del 1992 e successivamente con l’introduzione dell’unione economica monetaria a partire del 1998, l’assetto economico europeo sia cambiato, e con esso anche lo stile di vita dei lavoratori comunitari. Ma in che maniera? Cosa intendiamo quando contempliamo l’UE come un’organizzazione verticale e non orizzontale? 

I due pilastri fondamentali dell’unione monetaria europea prevedono che ogni stato membro mantenga un’inflazione inferiore o uguale al 3% e un rapporto deficit/PIL del 60%, tali dettami hanno stravolto notevolmente le politiche economiche interne dei vari stati membri (in particolare per chi, come l’Italia, utilizzava una politica corsara sulla svalutazione e come succede la maggior parte delle volte, le conseguenze sono cadute sulle classi meno agiate. Come funziona dunque nello specifico l'unione monetaria europea, e per quale motivo è corretto dire è un'organizzazione che favorisce la classe padronale, l'accumulazione dei capitali, a fronte di una sempre maggiore proletarizzazione  del ceto medio ed erosione dei diritti dei lavoratori?

Partendo dall’assunto che il fatto stesso che esistano diversi modelli di commercio internazionale ha come risultato una distribuzione eterogenea del reddito al progredire dell’integrazione, e che per un’integrazione reale non per forza serve una complanarità economica, analizziamo come l’appartenenza al club monetario europeo abbia come presupposto, velato ma non troppo, una sempre maggiore oggettivazione del lavoratore. 

Partendo dall'assunto che il fatto stesso che esistono diversi modelli di commercio internazionale ha come risultato una distribuzione eterogenea del reddito al progredire dell'integrazione, e che per un'integrazione reale non per forza serve una complanarità  economica, analizziamo come l'appartenenza al club monetario europeo abbia come presupposto, velato ma non troppo, una sempre maggiore oggettivazione del lavoratore.

Con il progredire degli accordi europei e con la strutturazione del nuovo volto della comunità europea, la cosiddetta nuova governance mostra sempre più il reale volto e la natura del suo essere: mistificata come un’organizzazione transnazionale volta a facilitare l’integrazione dei popoli e delle culture europee, è in realtà lo strumento più riuscito dell’oligarchia finanziaria nella guerra ai proletari europei. 

L’introduzione di misure quali il Patto di stabilità e crescita (PSC), basato sui procedimenti del cosiddetto braccio preventivo e braccio correttivo, costituiscono i pilastri necessari per l’attuazione della gabbia economica europea. Tra il 2013 e il 2015 l’ulteriore introduzione di misure quali il fiscal compact e le linee guida sull’applicazione del PSC (con lo scopo di rafforzare il legame tra riforme strutturali, investimenti e responsabilità di bilancio), pone le basi per l’introduzione di nuove misure quali il fiscal rules; il saldo netto strutturale; l’obiettivo di medio termine; l’austerità espansiva e la previsione di un vincolo permanente sulla politica di bilancio. 

Tali dettami rendono la BCE una banca non di ultima istanza, dunque non stabilizzatrice, il che si declina in modo che anche a fronte di una grande crisi, l’obiettivo di non avviare un percorso inflazionistico (e dunque la rinuncia a stampare carta moneta) rimane il principale. Tale mistificatrice stabilità finanziaria in realtà non è altro che un attacco ai paesi più deboli della comunità, e ancor di più ai lavoratori tutti. I diktat europei hanno dunque imposto il cosiddetto sentiero di stabilizzazione per i paesi membri. Con tale sentiero si intende che: 

la stabilizzazione ottimale sarà un luogo geometrico di punti con la stessa proprietà e sarà data da tutti i punti di tangenza di curve di trasformazione e di malessere. 

Con tale definizione l’economia politica pone una disoccupazione naturale – interinale alla dimensione economia capitalista – e una serie di percorsi per affrontarla. Se dunque prima della rinuncia alla moneta nazionale, un paese wet (ovvero le nazioni che a una politica di Dumping sociali predilige una maggiore inflazione) avrebbe avuto la possibilità di optare per una politica inflazionistica per salvaguardare il posto dei lavoratori e tutta la sfera dei servizi, con l’avvento dell’unione monetaria ciò non potrà più avvenire. 

I trattati di Maastricht hanno imposto dunque allo stato in crisi di non poter stampare carta moneta (dato che la prerogativa non è più in mano al singolo stato ma alla BCE) e lo costringeranno a muoversi dunque sulla curva della disoccupazione. Lo stato dunque sarà obbligato a optare per una politica di dumping sociale: dunque tagli nel pubblico (sanità; istruzione; infrastrutture), con una corrispettiva svendita al privato (Grecia insegna). 

Emerge dunque chiaramente il carattere conservatore reazionario della BCE, il cui obiettivo è mantenere il grado di inflazione costante, prediligendo la disperazione di molti per il bene di pochi – di pochissimi – ovvero dei grandi monopoli europei. Dunque, per sillogismo, possiamo identificare la BCE come pura emanazione degli interessi dell’oligarchia finanziaria mondiale. 

L’abolizione dei dazi, delle dogane, il libero accesso di merci, persone e capitali all’interno di tale reticolo finanziario è stato un ennesimo sviluppo del mercato concorrenziale capitalista che ha permesso un’ulteriore espansione del potere bancario e il relativo spostamento del ceto medio verso una maggiore proletarizzazione. 

Questo tipo di sviluppo del capitalismo, quello di una sempre maggiore concorrenza, era fondamentale per il percorso dell’accumulazione dei capitali. 

Già Marx nel 1844, aveva analizzato quest’aspetto: 

La concorrenza è possibile soltanto là dove i capitali crescono e, precisamente, in molte mani. La formazione di molti capitali è possibile solo mediante l’accumulazione multilaterale, perché il capitale in generale si forma solo mediante accumulazione e l’accumulazione multilaterale si rovescia necessariamente in unilaterale. La concorrenza tra i capitali aumenta l’accumulazione di capitali. L’accumulazione, che sotto il dominio della proprietà privata è concentrazione del capitale in poche mani, è in generale una conseguenza necessaria quando i capitali vengono lasciati al loro corso naturale e, attraverso la concorrenza, questa destinazione naturale del capitale si apre davvero liberamente la sua via. 

Deduciamo, così, che con l’unione monetaria, l’oligarchia finanziaria diviene vera artefice delle politiche nazionali: la BCE diventa emblema della natura famelica dell’imperialismo che attraverso l’utilizzo delle strutture bancarie esercita il suo dominio e soggiogando i lavoratori. 

Lenin scriveva circa 100 anni fa: 

Ma, a mano a mano che le banche si sviluppano e si concentrano in poche istituzioni, si trasformano da modeste mediatrici in potenti monopolistiche, che dispongono di quasi tutto il capitale liquido di tutti i capitalisti e piccoli industriali, e così pure della massima parte dei mezzi di produzione e delle sorgenti di materie prime di un dato paese e di tutta una serie di paesi. 

Misure come delocalizzazione, l’introduzione dell’alternanza scuola lavoro, il pareggio di bilancio in Costituzione sono emblematiche di quella politica europea volta alla massimizzazione dei profitti tramite una sempre maggiore erosione dei diritti lavorativi e un corrispettiva maggiore flessibilità ( si pensi che dal 1992 ad oggi l’Italia ha perso circa il 25% del suo apparato industriale tramite politiche di delocalizzazione, con il chiaro scopo di trasportare le industrie in paesi dove la mano d’opera costa meno, creando così le basi per il cosiddetto terzo shock europeo). 

Chi difende l’Europa è contro i lavoratori, chi difende l’Europa è un servo del capitale, chi parla di una possibile riformabilità dell’unione europea, è anch’esso un nemico, oltre che un illuso. La crisi economia era necessaria al capitale: i ricchi sono diventati più ricchi, e i poveri sono aumentati e si sono impoveriti ancor di più. Anche lo stesso paletto dell’inflazione al 3% è una misura volta ad ingannare le classi subalterne e ad aumentare la ricchezza dei grandi proprietari: con tale misura la politica può giostrarsi sulla mistificazione dell’aumento dei salari nominali, a fronte di una reale diminuzione dei salari reali. 

Sicuramente complice di tale situazione è il ruolo opportunista dei partiti della sinistra italiana, a cominciare proprio da quella svolta euro-comunista del PCI che nel 1974 inaugurò il progressivo distaccamento da Mosca proiettando il partito dei lavoratori verso posizioni sempre più revisioniste. D’altro lato è necessario comprendere che le opzioni sovraniste non produrrebbero nessun vantaggio reale alla classe lavoratrice, la quale resterebbe comunque vincolata e sfruttata dalla borghesia nazionale, lasciando così i lavoratori in aperto antagonismo con il proprio oggetto prodotto e dunque ancora schiavi. 

È anche importante concepire il capitale come agente intelligente, pianificatore della propria strategia e artefice di una fitta rete di inganni verso i proletari: uscire dalla gabbia europea mantenendo una dimensione di produzione capitalista procurerebbe un default per l’Italia e le principali conseguenze ricadrebbero sui lavoratori. In Inghilterra, dove l’apparato borghese vanta una struttura ben più robusta di quella italiana, la Brexit sta ponendo il capitale inglese davanti ad evidenti difficoltà. 

L’unica soluzione reale è dunque l’uscita con la relativa implementazione di un modello di socialismo reale, che dovrà poi propendere verso una visione internazionale, dove siano i lavoratori gli artefici del loro destino, dove il lavoro e l’eguaglianza sociale vengano prima del capitale e delle logiche di profitto.

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