Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 5 febbraio 2019

Diego Fusaro - il punto più avanzato di idee e critica al sistema neo-libeirista e ai suoi accoliti partendo dalla famiglia

NUOVO ORDINE MONDIALE E NUOVO ORDINE EROTICO IN DIEGO FUSARO – di Luigi Copertino

Luigi Copertino 4 Febbraio 2019 

NUOVO ORDINE MONDIALE E NUOVO ORDINE EROTICO IN DIEGO FUSARO

Un hegelo-marxista a difesa della famiglia naturale

Nel suo ultimo libro “Il nuovo ordine erotico – elogio dell’amore e della famiglia” (Rizzoli, 2018), Diego Fusaro assume la difesa della famiglia naturale, eterosessuale e prolifica, come postulato essenziale per la difesa delle identità popolari minacciate dal turbocapitalismo. Pur mettendo Dio tra parentesi (non lo nega ma neanche lo crede), Fusaro fa suo lo slogan tradizionalista “Dio, Patria e Famiglia”. A differenza della critica progressista, ma in realtà radical-chic e quindi individualista e neo-borghese, che a partire dal ’68 ha visto in essa una forma del “potere padronale” e del “potere patriarcale”, egli guarda alla famiglia come la base fondamentale per una politica anticapitalista.

Questa difesa della famiglia non è nuova a sinistra. Essa, ad esempio, è stata fatta propria, a suo tempo, anche se con intenti e retroterra filosofici ambigui, da Pier Paolo Pasolini che, contro la modernizzazione neocapitalista, difendeva l’Italia contadina, quindi intrinsecamente comunitaria su base familiare, e religiosamente cattolica. Pasolini guardava con timore alla fine dell’Italia arcaica, travolta dal neocapitalismo in un processo di trasformazione antropologica, a suo giudizio disumanizzante, al quale anche il Partito Comunista, inseguendo il mito operaista, collaborava negli anni ’50 e ’60 del secolo scorso. Benché oggi nessuno, tra i laudatores di regime, ricorda quella rottura, la sua critica “reazionaria” guadagnò a Pasolini la proscrizione da parte del Pci. Il conformismo mediatico esalta, attualmente, il poeta emiliano-friulano quale alfiere del libertarismo etico ed antesignano dei diritti degli omosessuali ma tace sugli aspetti di “destra” del suo pensiero.

Certo Pasolini difendeva la civiltà contadina in nome di un “anti-progressismo” che guardava più alla religiosità paganeggiante di quella civiltà che alla spiritualità cristiana e lo faceva in segreta e maltusiana polemica contro il Dio biblico del “crescete e moltiplicatevi” identificato, esattamente come fanno oggi gli ecologisti che adorano Gaia, alla stregua del Dio della tecnica e della supremazia occidentale, secondo il cliché heideggeriano e nicciano. Tuttavia, il noto poeta non poteva, per tale via, non incontrarsi anche con la civiltà cristiana che la cui memoria ancora viveva nell’Italia contadina, al tramonto.

Diego Fusaro si pone, in qualche modo, sulla scia della critica già pasoliniana. Come è accaduto al poeta regista, anche Fusaro, sulla via di questa critica al potere omologatore del capitalismo terminale, incontra, benché da posizioni assolutamente diverse e forse senza neanche accorgersene, il pensiero del filosofo cattolico Augusto Del Noce. Il quale, con argomentazioni ben più coerenti di quelle poetiche di Pasolini, ha tratteggiato, nelle sue opere, le fasi del passaggio dalla società cristiana, di un tempo, alla società nichilista attuale. Un passaggio favorito dalle ideologie progressiste, compreso il marxismo, che covavano in sé il germe della dissoluzione individualista. Il capitale transnazionale necessita proprio del nichilismo di massa – dell’“incredibile leggerezza dell’essere” – allo scopo di liquefare, per dirla con Bauman, i legami comunitari e così eliminare ogni remora ed ogni ostacolo all’affermarsi del pasoliniano “Nuovo Potere”. Fusaro riprende ed attualizza il discorso pasoliniano-delnociano per mettere a nudo tutta l’inconsistenza filosofica e politica della sinistra arcobaleno. Non è tutto, però. Si comprende a fondo il Fusaro-pensiero solo se si coglie il suo tentativo di sintesi tra il meglio della “destra” con il meglio della “sinistra”. Un tentativo già sperimentato e che ricorda, appunto, esperienze simili nella storia del XX secolo.

I (neo)conservatori – tra i quali molti cattolici teocons – difendono, senza dubbio, la famiglia ma in funzione di un ordine tutto basato sul mercato e sul suo primato. Essi guardano alla famiglia come ad un soggetto di consumo sotteso ad una facciata moralista, molto protestante nel suo rigorismo, che non tiene in alcun conto che, senza una vissuta dimensione trascendente e spirituale, anche la famiglia può diventare, per la fragilità ontologica dell’umanità post-adamica, una costrizione e quindi indurre alla fuga. I progressisti, invece, vorrebbero sciogliere e liquidare la famiglia senza rendersi conto che, così, essi decretano il trionfo della precarietà e della flessibilità, compresa quella nei rapporti di lavoro, che tanto piace al capitale, soprattutto a quello finanziario che è voltatile per definizione.

Fusaro si pone fuori da questi fallimentari schemi ideologici. Egli difende la famiglia eterosessuale come dato oggettivo, di natura, e rivendica la necessità di mettere insieme identità e socialità per fermare il Leviatano del capitale globale. Per il giovane filosofo, l’alleanza tra la Destra Identitaria e la Sinistra Sociale è oggi quanto mai necessaria per opporsi all’alleanza, questa sì nociva, tra “la Destra finanziaria del Denaro” e la “Sinistra libertaria del Costume”.

Benché da posizioni molto diverse dalle sue, ma convergendo con lui sul mero piano operativo e strategico, ci dichiariamo d’accordo con Fusaro.

Tra Marx, Gramsci e Mussolini

Fusaro (“Bentornato Marx! Rinascita di un pensiero rivoluzionario”, Bompiani, 2009) è, come detto, un filosofo hegelo-marxista. A nostro giudizio più hegeliano che marxista. Egli stesso, del resto, sulla base del detto di Marx che di sé diceva di non essere marxista, cerca di accreditare un Marx tradito da Engels e che non avrebbe fondato la “chiesa marxista” come Cristo non avrebbe fondato la Chiesa cristiana (un errore teologico e storico, questo, riguardo Cristo e la Chiesa, purtroppo molto frequente nella vulgata modernista alla quale evidentemente Fusaro si è abbeverato). Per questa via ermeneutica Fusaro si pone alla ricerca delle dipendenze hegeliane del filosofo di Treviri e sostiene che in fondo Marx non si mai veramente discostata da Hegel. In quanto, quindi, marxista hegeliano, Fusaro, come lui stesso ha implicitamente ammesso, si ritiene, per certi profili, anche un epigono di Giovanni Gentile. Di quello giovanile de “La filosofia di Marx” e di quello senile di “Genesi e struttura della società”. Fusaro, che infatti non piace molto alla sinistra libertaria ma è ben apprezzato dalla destra identitaria, affronta la critica alla globalizzazione ed al capitalismo transnazionale in termini, certamente anche socialisti, ma soprattutto – è evidente – in termini “nazionali”, oseremmo dire “fascisti”. La cosa non può affatto scandalizzare chi conosce qualcosa della filosofia otto-novecentesca ed infatti scandalizza solo gli ignoranti. E’ nota l’esistenza di un “Marx fascista”, quello giovanile, ancora molto hegeliano, che guardava alla rivoluzione del 1848 come alla lotta di classe tra produttori, ossia industriali ed operai uniti da comuni interessi, e redditieri, ossia i rentier che vivevano dei proventi finanziari e speculativi loro assicurati dal credito e dal debito pubblico.

A metà del XIX secolo aveva ormai trovato definitivo assestamento, esito di un lungo e secolare processo, la divaricazione sociale, per dirla in termini attuali, tra l’economia reale, produttiva, e l’economia finanziaria, speculativa, che prospera, come una sanguisuga, parassitando la prima. Marx, nell’unica pagina de “Il Capitale” nella quale tratta della questione, definisce le Banche Nazionali, come nella sua epoca erano chiamate la odierne Banche Centrali, consorterie private di speculatori ed affaristi le cui azioni salgono in proporzione all’indebitamento degli Stati e dei popoli. Sotto questo profilo Marx si ricollegava al filone del socialismo produttivista che aveva la sua punta avanzata nel sansimonismo e nel comptismo, che pur più tardi sarebbero stati da lui criticati come espressioni di un socialismo borghese.

E’ noto che Mussolini transitò dal socialismo internazionalista al socialismo nazionale proprio seguendo questo filone “produttivista” (alleanza nella giustizia sociale e nella redistribuzione degli utili tra imprenditori e lavoratori) insito nel pensiero della sinistra socialista. Imboccando questa strada, Mussolini, che era socialista e tale rimase sostanzialmente sempre, approdò, insieme ad una intera generazione di socialisti “eretici” rispetto all’ideologia ufficiale della casa madre, al corporativismo nazionalista. Il punto di arrivo avrebbe dovuto essere la fondazione di uno “Stato Nazionale del Lavoro” nel quale la socializzazione, intesa come equa redistribuzione degli utili della produzione tra tutte le componenti organiche dell’impresa, capitale, tecnica e lavoro, diventasse lo scenario futuro dell’umanità liberata dalla schiavitù del capitale finanziario parassitario.

Su questa strada – ci sono forti indizi storici che supportano la tesi della sua personale conversione religiosa negli ultimi anni di vita – Mussolini si stava spingendo oltre fino ad addirittura quasi approdare, benché per gli eventi bellici l’itinerario rimase incompiuto, ad una concezione più etica e spirituale del corporativismo molto vicina a quella che è alla base del corporativismo cattolico. Molti tra i cristiani del tempo, compreso lo stesso Pio XI, si accorsero di questo progressivo avvicinamento di Mussolini e, sotto la sua guida, del fascismo al Cattolicesimo, fino a sperare di poter prima o poi “battezzare” il regime ed il suo capo.

Fusaro, probabilmente per evitare le moralistiche e stupide accuse di “fascismo”, non approfondisce la questione dell’eresia nazionalista del socialismo mussoliniano, foriera anche di una possibile adesione, per via politica, al Cattolicesimo, e tuttavia coglie molto bene, da un lato, il nesso tra libertinismo morale e capitalismo liberista e, dall’altro lato, quello tra ordine eterosessuale della famiglia tradizionale e comunitarismo laburista. Fu la scoperta di questi nessi a contribuire all’inedito percorso filosofico-politico della generazione dei socialisti nazionali della prima metà del XX secolo. Nell’ incipit del suo libro, dedicato al “Nuovo Ordine Erotico”, Fusaro riporta a citazione una frase di Antonio Gramsci, tratta da “I quaderni dal carcere”, che esprime perfettamente la legittimità della necessaria alleanza tra “destra identitaria e sinistra sociale”: «Occorre insistere sul fatto che nel campo sessuale il fattore ideologico più depravante e “regressivo” è la concezione illuministica e libertaria propria delle classi non legate strettamente al lavoro produttivo, e che da queste classi viene contagiata alle classi lavoratrici».

La citazione gramsciana di Fusaro ci sollecita personali memorie familiari a sua conferma. Il nonno materno dell’autore di queste considerazioni fu prima contadino di veneti natali e poi minatore nelle miniere di carbone aperte da Mussolini in Sardegna. Era, per tradizione familiare e per sincera devozione, cattolico ma nel dopoguerra si adoperò come sindacalista comunista. Nonostante questa sua attività sindacale e politica, egli imponeva alle figlie la frequenza del catechismo e dei sacramenti e volle per sé i funerali religiosi in chiesa. Era una sorta di Peppone in un’Italia tradizionale ancora molto guareschiana e pasoliniana. Verniciato esternamente di comunismo, in realtà aspirava soltanto ad una maggior giustizia sociale. Di certo, lui semianalfabeta, non aveva letto né Marx né Gramsci ed aveva un culto tutto cattolico e popolare per la famiglia, che voleva sempre riunita la sera intorno al desco, e, come la maggior parte dei comunisti dell’epoca, neanche era sfiorato dall’idea, storicamente falsa, di considerarla una sovrastruttura borghese a tutela dei rapporti di classe. La contestazione libertaria ed anti-familiare iniziata negli anni ’60 – il libertarismo delle classi finanziarie ed improduttive che, secondo il Gramsci citato da Fusaro, ha finito per contagiare la classi lavoratrici – era quanto di più lontano ci fosse dal suo mondo religioso e politico. Se fosse vissuto, morì di silicosi alla fine degli anni ’50, avrebbe rigettato la deriva neo-borghese e libertaria che ha poi condotto la sinistra alla attuale subalternità nei confronti del capitalismo finanziario.

La miscela francofortese

Oggi, che stiamo passando dalla modernità alla post-modernità, ci è chiaro, o almeno lo è per chi è libero da luoghi comuni e schemi precostituiti, che il materialismo marxista apparteneva alla fase ancora, in qualche modo, “sacrale” della modernità – tanto è vero che esso era intriso di millenarismo ebraico – e che, pertanto, ha avuto, fino a quando ha retto, una funzione frenante all’irrompere, dal basso, delle forze elementari, irrazionali, del caos. E’ la funzione che György Lukács ancora rivendicava per il marxismo, nel 1954, con la pubblicazione de “La distruzione della ragione”, opera dedicata all’interpretazione dei fascismi come espressioni dell’irrazionalismo anti-illuminista ed anti-marxista avviato dal romanticismo. Benché il Marx secondo Fusaro sia diverso dal Marx secondo Lukács è innegabile che il marxismo abbia avuto un ruolo interno alla modernità illuminista come diga all’irrazionalismo. Il marxismo, quale momento interno del pensiero immanentista moderno, ha svolto un duplice ruolo storico: da un lato ha chiuso all’uomo le vie di accesso verso la Trascendenza, con ciò già condannandosi alla sconfitta nel confronto con le dissolventi forze che sarebbero affiorate nelle ulteriori fasi del processo storico in atto, e dall’altro ha fatto resistenza e si è opposto a quanto esso stesso covava ed andava maturando nel suo seno ossia il nichilismo postmoderno. Per questo il materialismo marxista se, per certi versi e per un certo periodo, ha protetto la sinistra dalla deriva verso il nichilismo libertario, tuttavia, covando in sé questo nichilismo, non è stato in grado di resistere all’ulteriore avanzarsi “post-materialista”, ossia sub-razionalista, del processo di secolarizzazione.

Marx era sposato ad una nobildonna che lo mantenne per tutta la vita, insieme ad Engels il quale si accollò anche l’onere di mantenere i figli illegittimi dell’amico Karl che aveva il vizietto di ingravidare, di tanto in tanto, qualche domestica. Sempre in compagnia di Engels, frequentava bordelli e sembra non avesse molta voglia di lavorare. Fu giovane redattore in giornali liberali perché era in fondo un liberale (è stato osservato che la sua critica dei rapporti di classe ricalca quella liberale dei rapporti di dominio). Poco attento alla volontà delle sue donne di casa, pianificò i matrimoni delle figlie con uomini facoltosi, non certo con proletari. L’amico Engels era un capitalista che scriveva sulla condizione di quegli stessi operai che però lui sfruttava. Fusaro può certo esibirsi in paralleli tanto sottilmente equivoci quanto arditamente ambiziosi su Engels come il san Paolo di Marx, ossia quale inventore/traditore del marxismo alla stregua di un Saulo di Tarso che, secondo la vulgata da lui accettata, sarebbe stato l’inventore del Cristianesimo, ma resta indubitabile che Marx condivideva le idee dell’amico, esposte nel suo saggio “Sull’origine della famiglia”, a proposito del matrimonio monogamico quale espressione della prima forma storica della lotta di classe, determinata dal dominio del maschio che, sottomessa la donna, l’ha costretta al lavoro domestico. Da qui la critica della famiglia intesa come istituzione storica garante dell’assetto proprietario dei rapporti sociali e pertanto destinata a scomparire con la scomparsa della proprietà. Il libertinaggio praticato, dietro la facciata moralista della rispettabilità familiare, dai ricchi borghesi, che si scambiano le mogli, non è altro, nella critica marxiano-engeliana, che la dissimulazione del libero amore che la società comunista liberalizzerà a vantaggio di tutti, anche dei proletari. Siamo, come è evidente, molto lontano dal rilievo gramsciano sulla moralità proletaria messa in pericolo dalla immoralità dei ceti improduttivi. Il marx-engelismo non contesta, in nome della sacralità del vincolo matrimoniale, la pratica dell’adulterio dissimulatore in sé ma soltanto ne auspica la liberalizzazione ovvero lo smascheramento per arrivare al comunismo sessuale ossia, appunto, al libero amore. Se Platone limitava la sessualità e la procreazione non regolata dal matrimonio solo alla casta dei filosofi/sacerdoti della sua Repubblica, Marx universalizza la libertà sessuale pur sapendo benissimo che il libero amore è una istanza di individualismo e di affermazione del soggettivismo, del primato dell’“io” sul mondo concepito non come dato ma come auto-costruito dall’uomo. Il punto è che il vero fine ultimo del suo pensiero è la liberazione dell’uomo da Dio e dallo Stato, l’emancipazione dell’uomo – del potere umano assolutizzato – da qualsiasi Kosmos considerato una sovrastruttura idealizzata dei rapporti di classe. In questo, il pensiero di Marx si rivela pienamente moderno e, soprattutto, pienamente borghese, liberale e libertario.

L’elementale caotico, il sub-razionalismo, già implicitamente contenuto nel marxismo, è definitivamente emerso, in seno alla cultura della sinistra postmoderna, attraverso la miscela “marx-freudiana” – la fusione tra materialismo storico e psicologia del profondo – le cui prime basi furono poste da Wilhelm Reich, allievo di Freud, per essere poi perfezionata dalla Scuola di Francoforte, la quale tra l’altro riprendeva, nella pars destruens, i temi della critica rivoluzionario-conservatrice tedesca, degli anni ’30, alla società liberal-borghese. La critica di Marcuse all’uomo ad una dimensione, all’umanità che ha rigettato la Trascendenza per volgersi al mondo, ossia al neocapitalismo, parte dal presupposto che l’uomo moderno, con ciò perdendo ogni orientamento esistenziale, scoprendo di essere orfano di Dio ha contestualmente scoperto che il Sacro sarebbe inattingibile, sarebbe una impostura, sicché la crisi della modernità, a giudizio del filosofo francofortese, doveva essere superata – da qui la necessità di rileggere Marx alla luce di Freud – procedendo oltre la tappa meramente materialista, procedendo verso una ulteriore tappa nella discesa ad inferos inaugurata dalla Modernità. La rilettura freudiana del marxismo ha portato la rivoluzione dal piano dei rapporti economici – perché secondo i francofortesi confinarla soltanto su questo piano avrebbe significato la sconfitta del vero obiettivo del marxismo, l’emancipazione dell’uomo da Dio e dallo Stato, dato che sul piano sociale ed economico lo stesso capitalismo, quello sociale e produttivista, stava dimostrando di poter migliorare le condizioni dei lavoratori – al piano antropologico per dissolvere la famiglia, freudianamente considerata strumento sessualmente repressivo, e pertanto generatore di nevrosi, manifestazione, al pari del Dio biblico, della mentalità patriarcale, paternalista ed autoritaria espressa nel “super ego” freudiano nonché marxianamente accusata di svolgere un ruolo sovrastrutturale per la conservazione dei rapporti di classe a vantaggio del capitale. Tutta la filmografia porno-erotica degli anni sessanta e settanta, quella più impegnata come quella della cosiddetta “commedia sexy all’italiana” – da “L’ultimo tango a Parigi” a “Pierino colpisce ancora”, da “La Chiave” a “L’insegnante va in collegio”, ed altre amenità del genere – non è comprensibile senza la lezione dei francofortesi.

La critica francofortese non invitava a guardare, per la salvezza, alla Trascendenza ma, al contrario, volgeva il suo sguardo verso l’abisso del profondo, per la sovversione dell’Ordine antropologico in vista della sovversione dell’Ordine cosmico. La prospettiva francofortese ha portato la rivoluzionane in interiore homine, per la dissoluzione finale dell’umano. La teoria del gender e l’ideologia trans-umanista sono l’ esito finale di un lungo percorso che non è iniziato con i francofortesi ma con l’umanesimo del XV secolo. Un percorso all’interno del quale il materialismo marxista, insieme al razionalismo ed all’idealismo, ha avuto soltanto il ruolo di chiusura verso l’Alto per favorire, in una seconda fase, l’apertura verso il basso, l’elementale, il caotico, il profondo. Un percorso di sovversione cosmico-antropologica alla fine del quale sono emerse le forze infere della finanza apolide, transnazionale, libertaria e libertina. Forze che supportano il trans-umanismo gender, la manipolazione genetica, la robotizzazione, e si stanno consolidando nel Potere Globale dell’Anomos: l’Impostore, l’Anticristo.

La ricerca fusariana di un “dio”

Abbiamo detto che Fusaro più che marxista è un hegeliano che tenta di riportare Marx alla sua radice hegeliana e di dimostrare che, in fondo, nonostante il materialismo, il suo pensiero è rimasto intrinsecamente dipendente da quello di Hegel. Il che non è difficile da provare, dato che idealismo e materialismo derivano dalla stessa matrice. Resta, però, insoluto in Fusaro il nodo problematico della questione hegeliana. Stiamo parlando del fatto che l’“eticità” in Hegel, incarnata storicamente dallo Stato quale comunità superiore inglobante i corpi intermedi, la società civile ed i singoli – che nel sistema hegeliano non esistono senza lo Stato laddove in quello cattolico sono anteriori allo Stato se per Stato si intende la moderna forma della Comunità politica ma non alla Comunità politica in sé ossia quale dimensione naturale della vita sociale dell’uomo come creato da Dio –, è nient’altro che una secolarizzazione, una immanentizzazione, di Dio. Lo Stato Etico di Hegel è lo sviluppo filosofico dell’hobbesiano “dio mortale”, del Leviathan, e come tale, come “sacralità immanente” priva di Trascendenza, porta in sé i germi della dissoluzione post-statuale ossia dell’affermarsi successivo del primato del mercato e dell’economia (oltre che della tecnica) sul Politico, che oggi va compiendosi nella società liquida della postmodernità.

La postmodernità sta superando la forma Stato proprio perché tale forma è quella corrispondente alla modernità, che abbiamo ormai alle spalle. Se lo Stato moderno, hobbesiano, hegeliano e gentiliano, non ha resistito alle forze, ulteriori, della dissoluzione è perché esso, come annota Carl Schmitt ne “Le categorie del Politico”, è comparso nel XVI secolo quale “primo agente della secolarizzazione”, ossia pretendendo di negare Ciò, o meglio Colui, che sta sopra di esso: “superiorem non recognoscens” dicevano i legisti dell’assolutismo monarchico contro le due Auctoritates Universali della Cristianità medioevale, Chiesa ed Impero. Sostituendosi a Dio, lo Stato moderno non solo ha privato l’uomo dell’accesso alla Grazia veicolata dalla Chiesa ma, quale suo surrogato, quale “corpus mysticum politicum”, non ha potuto incarnare, se non nel breve periodo tra medioevo e postmodernità, ovvero nella modernità, la Forza frenante, il Katéchon, che tiene incatenato il Mentitore prometeico che la Rivelazione chiama Lucifero. Il quale, oggi, quando il cammino storico iniziato con la rivoluzione umanistica va compiendosi, si presenta ormai senza più i veli delle ideologie moderne, di destra o di sinistra, nella forma compiuta del potere mondiale del denaro.

Il nostro giovane filosofo è molto attivo sui media e sul web. Dove sono reperibili diversi suoi interventi scritti o dialogici, sempre molto interessanti. Uno di essi è visionabile al link


Nell’articolo, di cui al link citato, Fusaro si domanda per quali motivi la sinistra oggi è al servizio del capitale finanziario. Egli ci offre una condivisibile analisi della deriva della sinistra, tuttavia, a nostro giudizio, non giunge a dare una risposta davvero esauriente e definitiva alla domanda che ci pone. Per le ragioni già accennate, Fusaro non coglie adeguatamente che l’obiettivo ultimo tanto del marxismo quanto del liberismo è un mondo globale, unificato, senza Dio e senza patrie, spontaneamente autogestito. Nella forma – nel caso del marxismo – della redistribuzione sociale automatica, orizzontale, della ricchezza senza necessità, se non provvisoria, dello Stato, oppure nella forma – nel caso del liberismo – della mano invisibile del mercato che opera anche qui senza Stato e che sola, per i liberisti, può assicurare l’equa redistribuzione della ricchezza. Nell’un caso come nell’altro per raggiungere, alla fine del percorso storico, l’obiettivo è necessario emancipare l’uomo da Dio, anzi renderlo consapevole di essere lui, l’uomo, a darsi autonomamente l’etica, a stabilire cosa è bene e cosa è male. Ossia indurre l’uomo a farsi Dio, a proclamare l’io “dio” di sé stesso. Insomma Marx e Popper aspirano entrambi, quale esito finale, alla “società aperta”, emancipata dalla Trascendenza. Una società che, poi, alla prova dei fatti si rivela, proprio perché immanente e chiusa alla Trascendenza, la perfetta società totalitaria, per definizione. Molto più totalitaria dei regimi staliniano ed hitleriano, così rozzamente ed arcaicamente sanguinari. Laddove il perfetto totalitarismo liberale è quello che penetra senza ostacoli, suadente e scintillante come le luci delle vetrine del mercato, nelle coscienze insufflando l’idea – un’idea in fondo marxiana – che la vita si risolve tutta qui, nell’aldiquà, nella sola dimensione zoologica. Il punto debole di questo neo-totalitarismo, quello che provocherà la fine del Moloch Globale, sta nello scatenamento, incontrollato e sempre più incontrollabile, dei desideri individuali, sicché le relazioni umane anziché esprimere l’“integrazione sociale nell’amore solidale e fraterno”, ipotizzata da Marx, si trasformeranno, anzi già si stanno trasformando, nella guerra perpetua di tutti contro tutti per assicurarsi le risorse che la finanza apolide rende, per sua avidità, sempre più scarse per i più accentrando la ricchezza nelle mani dei pochi.

D’altro canto, Fusaro, che è uomo colto e intelligente, si rende perfettamente conto che senza una qualche forma di “sacralità” non è possibile impedire l’esito ultimo del processo di secolarizzazione ossia il trionfo del mercato globale e della dissoluzione dell’umano. Sicché egli si pone alla ricerca di una qualche forma sacrale confacente al suo hegelismo ma, a nostro giudizio, inutilmente perché egli non fa altro che ribadire la religione civile del “dio immanente”.

Si rinvia alla visione del link https://youtu.be/7ohKfUVL_M8 .

In esso Fusaro si esibisce in una critica totale, ed anche sotto certi profili efficace, all’ateismo, che viene identificato, a ragione, con l’individualismo. Una critica, però, non cristiana ma hegelo-heiddeggeriana. Infatti il “dio” di Fusaro altro non è, come lui stesso afferma, che “il riflesso del noi della comunità degli uomini stretti da vincoli fraterni”. Insomma sempre di un “dio” immanente, panteista, si tratta, il quale si presenta sì in apparenza come “trascendente” ma solo nel senso della proiezione umana del divino. Siamo, quindi, all’uomo che, per necessità sociale, inventa Dio. E’, questa, la prospettiva di Feuerbach nonché quella, espressa in un suo concerto, di Fabrizio De André.

Fusaro critica – in questo giustamente e condivisibilmente – la nicciana “morte di Dio”, provocata dalla riduzione dei rapporti umani a meri contratti di utilità secondo il paradigma liberista, che distrugge in nome dell’individualismo il senso comunitario del “noi”, ma – qui sta il punto per lui impossibile ad affermare – senza rendersi conto che il “dio” hegeliano, immanente, è propedeutico, sia filosoficamente che storicamente, al “dio mercato”.

L’esito ultimo dell’immanentizzazione idealistica del Dio trascendente è la globalizzazione mercantile, sicché una vera critica all’esito finale non può essere effettuata partendo dal suo presupposto iniziale. Augusto Del Noce, come abbiamo già ricordato, ci ha spiegato che il “dio” immanente hegeliano appare storicamente nella “fase sacrale” della secolarizzazione, quella del pensiero forte e delle ideologie quali surrogati di Dio, che, però, proprio perché surrogati, servono solo a preparare ed aprire la via per l’irruzione, nella seguente “fase profana”, delle forze della dissoluzione finale. L’ultima fase della secolarizzazione, quella che con Del Noce abbiamo chiamato “profana”, corrisponde alla fine della filosofia idealista nel trionfo del libero mercato ossia dell’individualismo, del soggettivismo. L’immanentismo filosofico, dalle iniziali pretese di onnipotenza prometeica rivendicate per l’uomo, si è sfaldato nel nichilismo dell’“incredibile leggerezza dell’essere”, nel pensiero debole della società liquida nella quale tutti i legami si sciolgono nell’utilitarismo di mercato. Il “dio hegeliano” è presupposto ed incipit dell’ateismo di mercato. Non la sua negazione!

Luigi Copertino

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