L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 28 febbraio 2019

Difesaonline - un'altro media che si posiziona nel Sistema massonico mafioso politico per difendere le prebende militari, agognano il ritorno dei bombardamenti umanitari sul Kossovo, vogliono che presidenti autoproclamati chiamano i militari stranieri sul suolo patrio, scambiano per un buco in una montagna per sviluppo allineandosi a Confidustria e non alla ricerca e implementazione dell'energia pulita, alla messa in sicurezza del territorio, a mettere il sistema ferroviario al servizio dei pendolari, privilegiando l'alta velocità che non serve alle comunità, alla messa in sicurezza delle scuole, all'infrastrutture che cadono a pezzi, ma tant'è

L’ITALIA APPESA AI CINQUE STELLE


27/02/19

Caro direttore, nei giorni scorsi non ho voluto approfondire troppo la mia riflessione in merito alla politica estera e di sicurezza del governo gialloverde, nel consegnarti l’editoriale con i contributi dei lettori (leggi), per non intervenire nel dibattito politico di questa settimana. Ora, a bocce elettorali ferme, me la sento di tirare un sasso nel pollaio.

L’attuale governo, di cui non nego le ottime intenzioni, ha adesso una zavorra che lo sta rallentando fino a fermarlo, un po’ come successe a quello di Enrico Letta dopo l’espulsione di Berlusconi dal Senato: i Cinque stelle non hanno capito che quello del 4 marzo 2018 è stato soltanto un voto di protesta, non il principio di una rivoluzione. E che gli elettori, invece, hanno capito bene, ormai, di aver preso una cantonata colossale. Sì, perché - dopo i casi di Torino e Roma - ancora una volta i politici sotto contratto con la Casaleggio & Associati hanno confermato la loro totale inettitudine alla gestione del potere in realtà complesse. Non a caso, la scorsa settimana, parlando in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico della LUISS Guido Carli, il presidente Sergio Mattarella, ha evidenziato come il nostro Paese ha un grande bisogno di "capacità di comprendere la realtà, di studio, di approfondire… e (soprattutto) di rifuggire dall'improvvisazione e dall'approssimazione".

È inutile che ci nascondiamo dietro un dito: come il blocco della TAV serve da foglia di fico per un’azione politica di governo a dir poco deludente, così la tutela - a parole - dei militari vittime durante il servizio copre a mala pena i tagli al budget, gli investimenti “simbolici” in cyber security e le campagne denigratorie contro le rappresentanze sindacali delle Forze armate.

Le posizioni prese dal nostro Paese sul Venezuela, poi, non nascondono proprio un bel niente: è la difesa d’ufficio di un satrapo che secondo Amnesty International fa un uso massiccio di “esecuzioni extragiudiziali, arresti arbitrari, violenza letale contro i più poveri”. Sottoscrivo in pieno questa affermazione e aggiungo, sotto la mia responsabilità, che l’aver allontanato l’Italia dalla linea condivisa delle grandi democrazie occidentali costituisce un precedente pericoloso. Basti dire che in passato, come all’epoca della crisi nei Balcani e in Libano, i vari governi di centrosinistra - privi del sostegno di Rifondazione comunista - si erano sempre rivolti all’opposizione responsabile, pur di non far deragliare l’Italia.

Direttore, la Spagna, un Paese fratello la cui democrazia è forse più compiuta e seria della nostra, nel giugno 2016 tornò al voto dopo appena sei mesi, perché gli elettori si erano sbagliati, avevano eletto un Parlamento ingovernabile e dovevano essere consultati di nuovo. Ora, col governo appeso a uno o due voti di maggioranza al Senato, forse sta per suonare l’ora della razionalità per i grillini più responsabili. Oppure, come la scorsa primavera, il presidente Mattarella sarà presto chiamato a un atto di coraggio.

Questo, come si dice, mi era rimasto nel gozzo.

Cordiali saluti,

David Rossi

Foto: presidenza del consiglio dei ministri

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