L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 1 febbraio 2019

Peccato che quelli di prima che hanno avuto anni e anni di gestione politica-economica non hanno mai usato la leva degli investimenti pubblici e privati e che la confindustria si sia sempre accontentata delle prebende tipo industria 4.0

L’Italia in recessione. Ci sono responsabilità precise ma anche vie d’uscita (di C. Meier)
-31/01/2019


L’Italia è entrata in recessione tecnica, lo certifica l’ultimo bollettino emanato dall’Istat che descrive un Paese sempre meno propenso alla crescita. L’ultimo trimestre del 2018 marca difatti un -0.2%, è un dato che non si registrava dal 2014.

I settori a pagarne maggiormente le conseguenze sono l’agricoltura, la silvicoltura, la pesca, l’industria ed i servizi. L’Istat evidenzia inoltre un significativo calo della domanda interna ed un preoccupante arretramento del comparto export, dovuto anche ai mutamenti in atto sul terreno del commercio internazionale,grazie alla ricomparsa dei dazi. Ulteriore elemento di preoccupazione è rappresentato dal debole trend espansivo della nostra economia, che a differenza delle attese, cammina calcolato su base trimestrale al passo del +0.1%, anzi che del +0.6%. In aggiunta considerando il fatto che il calcolo sul 4° trimestre del 2018 include anche il periodo “virtuoso” delle feste natalizie, il verdetto uscito dall’Istat incute timore anche ai campioni dell’ottimismo italico. Una lieve nota di sollievo arriva fortunatamente dai dati sull’occupazione, che nel dicembre del 2018 è cresciuta dello 0,9% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, marcando 202mila unità lavorative in più.

In merito invece al tasso di occupazione annuale l’Istituto di Statistica Nazionale evidenzia un decimale di crescita rispetto al 2017, oggi al 58.8%, appena sotto al valore di 58.9% che risale all’aprile del 2008, prima della travolgente crisi finanziaria globale.

Come da aspettative il nuovo bollettino economico nazionale ha innescato nuovi scontri dialettici tra la Maggioranza e l’opposizione. “E’ evidente che chi ci ha preceduto ha mentito sull’andamento del Pil, e non ci ha mai portato fuori dalla recessione”, ha dichiarato Di Maio. Piccatamente gli ha invece risposto l’ex ministro Padoan: “Dal leader dei 5S sento solo dichiarazioni infami e ignoranti, i dati parlano chiaro, il calo della crescita è coinciso con l’aumento dello spread e con i gialloverdi al potere”. Il Pd ha quindi rimarcato la dose per voce dell’ex premier Renzi: “Da quando c’è il nuovo Governo l’Italia ha perso 76 Mila posti di lavoro (dati ufficiali Istat) e il PIL è per la seconda volta in negativo. Siamo in recessione. Chi vuol bene all’Italia sa che le scelte economiche di Salvini e Di Maio sono sbagliate. Con le nostre scelte quattordici trimestri di crescita, con le loro scelte subito recessione. Stanno portando il Paese a sbattere: cambiamo strada prima che sia troppo tardi”.
Intanto anche Confindustria interviene nel dibattito è sottolinea attraverso il presidente Boccia: “Bisogna cambiare passo, c’è bisogno di stimolare la domanda interna attraverso investimenti pubblici e privati, è necessario sbloccare le grandi opere, sulle quali ci sono delle risorse già stanziate, è doveroso ricreare un clima di fiducia, non è costruttivo dare le colpe gli uni agli altri ma occorre ragionare su misure compensative, considerando il fatto che l’Italia è coinvolta in un calo generalizzato dell’economia globale, dovuto in parte alla minore capacità di export”.
Purtroppo il quadro economico italiano segnala dunque una vertiginosa diminuzione della crescita, causata anche da fattori esogeni. Il punto in questione rimane però riuscire a capire come imboccare un percorso in controtendenza, considerando anche il perimetro stretto nel quale si può muovere la finanza pubblica italiana, a causa di un forte indebitamento e dei contenuti parametri di spesa europei ai quali si deve attenere, che inevitabilmente si ripercuotono anche sui ritmi dell’espansione economica.
Il reddito di cittadinanza dovrebbe secondo le aspettative immettere nell’economia reale circa 8 miliardi, che se tramutati in consumi potrebbero significare uno 0.5% di Pil, è qualcosa ma non abbastanza. Inoltre l’aspetto da tenere presente è la mancanza al momento di vere politiche economiche anticicliche. Come ha anche dichiarato l’economista Giulio Sapelli: “E’ necessario ripensare dal profondo la scienza economica, non si può pensare che si esca da una gravissima fase di recessione internazionale applicando la logica del pallottoliere dello zero e virgola alle proposte di politica per la crescita, così si va a sbattere e a vincere sono soltanto gli Usa di Trump, che grazie ai dazi stanno riacquisendo produzione interna e crescita”.

La morale che si può dunque trarre è la medesima, senza investimenti e lavoro non si va da nessuna parte, ma viene logico allora domandarsi se in questa prolungata scia di decrescita infelice non sia necessario ripensare il ruolo propulsivo che potrebbe recitare lo Stato all’interno di un nuovo disegno di politica industriale ed economica.

Il sistema del monopolio privato ad ogni costo e contro ogni logica di sviluppo sta facendo acqua da tutte le parti, e a pagarne il maggiore prezzo sono le giovanissime generazioni e l’esercito dei 10milioni di italiani inoccupati o sottoccupati. Uno dei più grandi economisti del ‘900, John Maynard Keynes, sosteneva che “la più grande difficoltà nasce non tanto dal persuadere la gente ad accettare le nuove idee, ma dal persuaderli ad abbandonare le vecchie”.

Sono infatti probabilmente la mancanza di coraggio e la capacità di andare realmente controcorrente i fattori che rallentano la nostra locomotiva industriale. Si sente il bisogno di una quanto mai necessaria visione di lungo periodo, che traguardi la ristrettissima logica della crescita ancorata al singolo decimale, per proiettare nuovamente l’Italia ai primi posti europei in termine di output e Know-How imprenditoriale. E’ consigliabile ripartire da investimenti in ricerca e sviluppo che purtroppo vedono oggi l’Italia al fanalino di coda di tutta l’eurozona, perché l’innovazione è da sempre il motore della crescita per ogni economia. Tutto il resto sono parole che lasciano il tempo che trovano e contribuiscono a fomentare il pantano attuale nel quale si trova oggi il “povero stivale” sempre più smarrito e indebolito.

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