L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 20 febbraio 2019

per i sionisti ebrei spezzettare, dividere separare i palestinesi questa è la loro visione. Al Grande Sion gli piace vincere facile




«Otto stati per otto tribù». Solo così arriverà la pace tra Israele e palestinesi

19 Febbraio 2019I sraele
di Nathan Greppi

Sulla scena politica del Medioriente, gli Stati arabi e musulmani si stanno schierando su due fronti, pro o contro il gigante regionale: l’Iran. Due coalizioni a confronto, sostenute da Russia e Stati Uniti che si sfidano in guerre “fredde” o “calde” (vedi Siria e Yemen). E Israele? Muove la sua diplomazia tra chi è ancora indeciso. Il futuro? Secondo Mordechai Kedar, studioso del mondo arabo, la soluzione è la nascita di Emirati palestinesi in Cisgiordania e Gaza.

«Le strutture dello Stato-nazione di stile occidentale, imposte a regioni abitate da più tribù come Iraq, Siria, Yemen e Libia, sono fallite, mentre gli Stati basati su tribù omogenee come gli Emirati Arabi Uniti possono avere successo. Nei territori dell’autonomia palestinese, potrebbero essere costituiti diversi Emirati. Ogni Stato potrebbe decidere autonomamente la propria forma di governo, emanare le proprie leggi, educare la propria gente e stampare la propria valuta se lo desidera, così come avere i propri mezzi di comunicazione. Sviluppare la propria industria e il proprio commercio, oppure la sua popolazione potrà trovare occupazione in Israele. Questa struttura dà il controllo e la responsabilità ai residenti locali per decidere il proprio futuro». Questa è l’idea che lo storico israeliano Mordechai Kedar, grande esperto di mondo arabo, ha esposto anche a Milano, nel corso di una visita alla comunità ebraica, culminata in un dibattito al Tempio Noam il 16 dicembre, durante il quale ha dialogato con il direttore de La Stampa Maurizio Molinari. Prima dell’incontro, Kedar ha concesso a Bet Magazine un’intervista esclusiva.

Quali conseguenze potrebbe avere sulla società palestinese la sua idea degli otto Emirati in Cisgiordania e a Gaza?

Porterebbe all’autogoverno e all’autodeterminazione della stragrande maggioranza degli arabi palestinesi. Come parte dell’accordo, Israele fornirebbe il passaggio gratuito di persone e merci tra ogni città-stato e a livello internazionale (gentile concessione degli occupanti) Questa proposta soddisfa anche le preoccupazioni di sicurezza israeliane, mantenendo profondità strategica e riducendo al minimo la minaccia di razzi o tunnel del terrore. Otto stati per otto tribù. (vedi box nella pagina a fianco).

La crescente normalizzazione nelle relazioni diplomatiche tra Israele e gli Stati del Golfo può riflettersi anche sulle rispettive popolazioni?

Generalmente, nei Paesi arabi i politici sono connessi solo in minima parte a ciò che pensa l’uomo qualsiasi. I politici hanno i loro fini, mentre i cittadini, in molti casi, non sono d’accordo con quella determinata politica. E anche nel Golfo, anche se la leadership è interessata ad avere buoni rapporti con Israele, il popolo potrebbe non essere entusiasta.

Le aspirazioni del Qatar sul mondo sunnita sembrano avere incontrato un ostacolo nell’Arabia Saudita. Come potrebbe finire questa lotta, e che effetto avrà su Israele?

L’Arabia Saudita è governata da una coalizione formata dalla famiglia reale e da alcune famiglie di teologi islamici della scuola Wahabita. Questo tipo di Islam sostiene il governo e lo Stato. Il Qatar invece sostiene la Fratellanza Musulmana, che è un Islam politico di tipo rivoluzionario. Questa contraddizione è alla base delle tensioni tra Qatar e Arabia Saudita. Un altro motivo sta nel fatto che il Qatar è alleato dell’Iran, che è considerato dall’Arabia Saudita il proprio peggior nemico. Pertanto, Israele viene vista dai sauditi e dagli Emirati Arabi Uniti come un buon alleato contro l’Iran.

Netanyahu ha recentemente iniziato a migliorare i rapporti di Israele con paesi musulmani come il Ciad, l’Oman e il Bahrein: questi successi diplomatici indicano una via politica precisa o servono a distrarre l’opinione pubblica israeliana?



Le relazioni tra l’Oman, il Ciad e Israele sono il risultato dell’incompetenza del mondo arabo nell’ottenere qualunque cosa. La Lega Araba è disfunzionale, e alcuni suoi membri importanti, come l’Arabia Saudita e gli Emirati, si schierano per la maggior parte con Israele. Le Primavere Arabe hanno di fatto distrutto il mondo arabo, e ogni Stato fa ciò che più gli conviene. La Siria, che era all’avanguardia nelle attività antisraeliane, oggi è paralizzata, e lo stesso vale per l’Iraq, la Libia, lo Yemen e il Sudan. La debolezza del mondo arabo contribuisce al rafforzamento d’Israele.

Alla luce dei recenti episodi di terrorismo a Strasburgo e non solo, in che modo l’Italia, e più in generale l’Europa, stanno affrontando il problema del terrorismo?

Finora abbiamo potuto constatare che l’Italia è stata meno colpita dal terrorismo. Apparentemente sembra che i servizi di sicurezza italiani siano molto più efficienti dei loro omologhi in altri paesi europei. Un’altra ragione può essere che qui gli stessi servizi hanno molta più libertà d’azione, mentre altrove le loro attività vengono ostacolate dai politici.

Uno Sguardo sul mondo arabo:

Mordechai Kedar al Tempio Noam

Nel corso del dibattito al Centro Noam con Maurizio Molinari, moderato dalla traduttrice Raffaella Scardi, sono stati analizzati numerosi temi, dai rapporti tra Israele e gli Stati arabi alle tensioni con l’Iran.

La prima domanda di Molinari è stata «sulla crescente attenzione che le monarchie del Golfo hanno per lo Stato d’Israele; da dove nasce questa attenzione per lo Stato Ebraico, e dove può portare?». «Innanzitutto – ha risposto Kedar – gli ultimi dieci anni hanno creato una nuova situazione in Medioriente; prima parlavamo di questa regione come di un gruppo di Paesi arabi che avevano un’unità nelle loro attività, e che agivano insieme all’interno della Lega Araba. Ogni anno si teneva un summit dei leader arabi che si riunivano e portavano all’esterno un’opinione unitaria e condivisa. Da dieci anni a questa parte non possiamo più parlare di “mondo arabo” come un gruppo di Paesi con una stessa agenda. Innanzitutto, il summit, che si teneva ogni anno, non si svolge da ben nove anni, e questo ci dà un’idea delle divisioni, delle lotte all’interno del mondo arabo. Quello che vediamo, da cinque-sei anni a questa parte, è una divisione in due coalizioni molto nette: da una parte abbiamo l’Iran, che non è un paese arabo, ma è un paese islamico, l’Iraq, la Siria, Hamas a Gaza, il Qatar e la Turchia, che hanno alle spalle la Russia; e di questa coalizione fa parte anche l’Hezbollah libanese. La seconda coalizione è costituita da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Autorità Palestinese, Israele, Egitto, e dietro questi gli Stati Uniti. Tra queste due coalizioni si stanno combattendo vere e proprie guerre in Siria, in Iraq e nello Yemen. Per questa ragione, Paesi che stanno a metà fra le due coalizioni, come l’Oman, il Ciad e il Bahrein, non hanno problemi ad avere contatti con Israele. Dal momento che il mondo arabo non esiste più come un gruppo di pressione, come era fino a nove anni fa, un governo come quello dell’Australia si è potuto permettere di riconoscere Gerusalemme Ovest come capitale d’Israele».

Kedar ha riservato, tuttavia, alcune critiche al principe ereditario saudita, Mohammed Bin Salman: «Ci sono tre problemi con il leader dell’Arabia Saudita: è stato nominato dal padre come prossima generazione di leader, e dobbiamo capire che fino ad ora tutti i re erano i fratelli, figli di Bin Saud (primo re saudita), mentre Bin Salman è il primo della generazione dei nipoti del fondatore dell’Arabia Saudita. Il problema è che ci sono nel quadro numerosi cugini, figli dei re precedenti, e sono uomini più esperti e anziani, che hanno il doppio della sua età e sanno gestire uno Stato. E c’è di più: nelle società islamiche l’età conta, non prendi un uomo giovane, che si dice “zair” come “tzair” in ebraico, e lo porti ad essere al di sopra di uomini molto più vecchi ed esperti. È dunque molto meno esperto». Parlando dell’Iran, ha affermato che oggi si sta ricostituendo una certa opposizione al governo islamico, sebbene molto frammentata: «Quello che vediamo negli ultimi sei mesi è che gli espatriati iraniani, che sono contrari al regime dei mullah, stanno serrando i loro ranghi come mai prima». Riguardo all’intervento iraniano in Siria a favore di Assad, Molinari ha chiesto quale sia l’interesse strategico d’Israele. Kedar ha risposto che «è importante indicare come Assad è rimasto al potere, grazie alla brutalità dei russi che hanno distrutto paese dopo paese, città dopo città, in primis Aleppo, per cacciare alcune migliaia di jihadisti. In Israele c’è chi dice che Assad è la migliore controparte perché è un uomo forte, e perché si possono mantenere gli accordi sul Golan con lui. Ma c’è anche chi dice che Assad è in coalizione con l’Iran, e quindi la Siria, che non è il vero problema d’Israele, diventa il cortile anteriore dell’Iran stesso. Dovremmo quindi sostituire Assad con qualcuno che mandi via gli iraniani» (non esiste per questi sionisti la Sovranità popolare, ma si arrogano, pretendono di sostituire). Infine, ha ribadito la soluzione migliore al conflitto israelo-palestinese: quella degli Emirati: «Gli Stati moderni in Medioriente stanno fallendo, perché la loro creazione non corrisponde alla sociologia dei popoli, mentre gli Emirati si fondano sui clan, sulle tribù, e quindi sono molto più stabili e ricchi, sia che abbiano petrolio, come Dubai, sia che non ce l’abbiano, come Abu Dhabi. In Medioriente la pace può arrivare solo da un Paese che sia considerato invincibile da tutti gli altri, troppo potente per poter essere battuto. Affinché questo succeda, sarebbe un grande contributo da parte delle forze del mondo che Gerusalemme venisse riconosciuta come unica capitale d’Israele» (in maniera esplicita il Grande Sion)

Mordechai Kedar è nato a Tel Aviv nel 1952 ed è docente di Cultura Araba all’Università di Bar-Ilan. È un sionista religioso e un esperto di demografia araba-israeliana. Ha lavorato per 25 anni nel campo dell’intelligence militare dell’IDF. Si è specializzato in gruppi islamici, in politica dei paesi arabi, nei mass media di lingua araba ed è un esperto della crisi siriana. 

Dal 2012, Kedar ha promosso un piano di pace israelo-palestinese denominato “Emirati palestinesi” o “Soluzione a otto Stati”. Secondo Kedar, «La soluzione degli otto Stati si basa sulla sociologia del Medio Oriente, che ha la “tribù” come unità fondamentale della società e della cultura mediorientale e palestinese in particolare». Le otto città-stato palestinesi sarebbero la Striscia di Gaza, Jenin, Nablus, Ramallah, Gerico, Tulkarm, Qalqilya e la parte araba di Hebron, luoghi dove «esistono strutture tradizionali di leadership tribale in grado di diventare un emirato autonomo». Geograficamente, ogni emirato governerebbe la sua città e la terra circostante.

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