L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 9 febbraio 2019

Siria - non è finita, i mercenari terroristi tagliagola insieme ai padri nobili che hanno promosso guidato gestito la guerra: morti e distruzioni ma fatti solo umanamente


Ultima trincea contro i turchi 
“Attaccheranno in 60mila”

FEB 8, 2019 

Manbij (Siria) La bandiera di Mosca, bianca, blu e rossa sventola accanto al vessillo del governo siriano ad una trentina di chilometri da Manbij, la roccaforte in mano ai curdi, che i turchi vogliono spazzare via. Le truppe di Mosca garantiscono una zona cuscinetto sul fianco ovest della città lungo la strada che porta ad Aleppo. A nord sventola la bandiera a stelle e strisce su una base avanzata dei corpi speciali americani, che a loro volta pattugliano con i curdi il fronte sul fiume Sajor. Dall’altra parte i soldati turchi e i loro alleati si preparano alla spallata quando i duemila uomini dispiegati dagli Usa nel nord est della Siria si ritireranno come ha annunciato il presidente Donald Trump. 

“Non ci fidiamo né dei russi, né degli americani, ma collaboriamo con entrambi per mantenere la sicurezza e fermare i turchi”, spiega in perfetto stile levantino, il comandante Jamal Abu Juma della zona di Al Bab. Ogni mattina i suoi uomini pattugliano l’area con due blindati della polizia militare russa per mantenere lo status quo a Manbij, epicentro del Risiko che si sta giocando in questo angolo strategico del conflitto siriano. “I gruppi jihadisti appoggiati da Ankara si ammazzano fra loro. Ogni giorno c’è un conflitto a fuoco. Per non parlare dei sequestri per ottenere un riscatto. Non rispettano neppure le donne”, si lamenta il paffuto comandante del Consiglio militare locale di Al Bab, alleato delle Forze democratiche siriane guidate dai curdi. “Fra le violenze jihadiste e le minacce di attacco turco la gente è terrorizzata”, spiega Abu Juma. Per ora i russi a ovest, americani e francesi a nord sembrano arginare le mire del “sultano” Erdogan, ma la minaccia contro i curdi bollati come “terroristi” è reale.

“Sessantamila soldati turchi sono pronti ad attaccarci”, sostiene un generale delle Forze democratiche siriane, che preferisce non fare il suo nome. Sul voltafaccia americano nei confronti dei curdi utilizzati come carne da cannone per eliminare lo Stato islamico non sembra molto preoccupato. “Stiamo negoziando con Damasco, attraverso i russi, il futuro del Paese – rivela il generale – Non vogliamo l’indipendenza, ma una forte autonomia nel Rojava, uno stato federale (il 25% del territorio controllato dai curdi nel Nord Est della Siria nda)”.

La scaletta del negoziato prevede di mantenere “l’unità territoriale siriana” e di includere le Forze democratiche (Sdf) a guida curda nell’esercito regolare. I curdi avranno dei seggi garantiti nel parlamento di Damasco. E nelle scuole si insegnerà la loro lingua.

Il Risiko siriano si concentra su Manbij una cittadina tranquilla, che con il suo entroterra ha una popolazione di mezzo milione di persone. I kamikaze jihadisti stanno cercando di infiltrarsi per seminare il panico, come è accaduto lo scorso mese quando un terrorista ha fatto fuori quattro americani in una via molto trafficata. “Abbiamo segnalazioni di un’autobomba che starebbe arrivando da nord”, ci spiegano, come se fosse assolutamente normale, appena arrivati al quartier generale delle forze curde.

A nord della città, lungo il fiume Sajor, corrono i dieci chilometri di prima linea davanti alle unità turche e dell’Esercito siriano libero, uno dei primi gruppi ribelli anti Assad. “I soldati turchi è facile individuarli dalla bandiera sull’uniforme, l’equipaggiamento e i mezzi più moderni”, fa notare il giovane comandante armato di binocolo. Da una delle tante postazioni fisse che spuntano come funghi su un terreno bucolico i miliziani curdi aspettano la guerra che verrà a poche centinaia di metri da un villaggio di case bianche a basse presidiato dai turchi e dai ribelli siriani. 

“Ankara fa parte della Nato. Siete voi che dovete fermarli in quanto alleati. Altrimenti lo faremo noi, anche se ci massacreranno con aerei e droni”, osserva Abu Sajor, nome di battaglia del comandante, che deriva dal fiume della prima linea. Una colonna di blindati con la bandiera a stelle e strisce al vento ci sfreccia accanto. L’ufficiale di 28 anni con lo sguardo triste non ha dubbi: “Gli americani? Se i turchi attaccano confido solo sui miei uomini”.

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