L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 12 marzo 2019

Gli euroimbecilli sempre in affanno sempre in ritardo, in politica i tempi sono cruciali. Auguriamoci che i paesi amici non facciano attentati terroristici mascherati

POLITICA
12/03/2019 14:47 CET | Aggiornato 5 ore fa

Contro Roma Bruxelles usa Pechino: richiamo formale per chi fa accordi con la Cina. Ma l'Ue arriva tardi...

Già 13 paesi hanno firmato accordi coi cinesi. Oggi la mossa della Commissione e il voto a Strasburgo. Tajani: "L'Italia non si svenda alla Cina"


JASON LEE / REUTERS
China's Foreign Minister Wang Yi delivers a speech at an international forum on the "Belt and Road" Legal Cooperation in Beijing, China July 2, 2018. REUTERS/Jason Lee

I rapporti con la Cina "devono diventare materia di campagna elettorale". Antonio Tajani ne è convinto. A Strasburgo, a poche ore dal voto in aula sul contrasto della minaccia informativa proveniente dalla Cina, il presidente dell'Europarlamento convoca i giornalisti per attaccare il governo italiano sull'accordo commerciale con Pechino che sarà firmato il 22 marzo in occasione della visita di Xi Jinping a Roma. "L'Italia non diventi colonia della Cina, non possiamo svendere il nostro debito pubblico ai cinesi", avverte Tajani.

Il presidente dell'Europarlamento ha ragione: la Cina è diventata materia di campagna elettorale in vista del voto di maggio, questo è innegabile. Peccato che il cosiddetto 'Belt and road initiative', serpentone di accordi commerciali sulla vecchia 'via della Seta', sia già penetrato ampiamente in Europa, attraverso i paesi dell'Est compresa la Grecia. Sono già 13 infatti i paesi europei che hanno firmato il 'Memorandum of Undesrstanding' (Mou) con Pechino: Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Grecia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Portogallo, Slovacchia e Slovenia.

Ma ora, con le elezioni alle porte e la necessità delle Cancellerie europee di fare campagna elettorale contro i populisti al governo in uno dei paesi fondatori dell'Unione, l'Italia, ecco che la via cinese diventa terreno di scontro elettorale, su spinta di Washington che sta ostacolando come può l'intesa tra il governo Conte e il cinese Xi.

Dal 2012 i paesi dell'Europa dell'est hanno firmato accordi con Pechino. Lo ha fatto anche l'Ungheria di Viktor Orban, il premier già condannato dall'Europarlamento per violazioni dello stato di diritto e ora oggetto di tensione nel Ppe, con la maggioranza dei Popolari nordici decisi a espellerlo e Forza Italia contraria (insieme a Matteo Salvini).

Durante la crisi del debito greco inoltre Pechino ha piantato le sue tende al porto del Pireo, comprandoselo, conquistando così un ingresso importante in Europa. Di più: la presenza cinese, anzi i soldi cinesi nei paesi dell'Unione, funzionano anche come arma per Pechino per bloccare decisioni comunitarie sul rispetto dei diritti umani in Cina. Nel 2017, per dire, il governo di Atene ha bloccato una dichiarazione dell'Ue all'Onu sulle violazioni dei diritti umani nel celeste impero. Nessuna sorpresa, visto che la Cina si è sobbarcata parte del debito greco e l'Ue allora lasciò fare.

Certo, la scelta dell'Italia di unirsi all'elenco dei paesi che guardano a oriente rischia di aggravare la situazione. Ed, da un certo punto di vista, è anche 'normale' che l'Ue si svegli ora: insieme a Germania, Francia e Spagna, l'Italia è uno degli Stati più grandi dell'Unione nonché paese fondatore dell'Ue e sopratutto è il primo paese membro del G7 alle prese con un Memorandum con i cinesi. Conquistare avamposti nel Belpaese, per la Cina significa fare bingo. Ma è anche vero che ormai la presenza cinese nei maggiori porti del continenteè ben oltre la soglia di guardia, Pireo a parte. Partecipazioni cinesi ci sono al porto di Rotterdam (35 per cento), Anversa (25 per cento) Bilbao, Valencia, Madrid (51 per cento), Marsiglia (49 per cento) e altri ancora.

Però l'Italia finisce nel mirino perché, appunto, in questa fase, la partita è elettorale: su tutto. E allora, all'attacco, decidono a Bruxelles, pur in ritardo e con un certo imbarazzo.

Oggi la Commissione europea fa il suo richiamo formale ai paesi che firmano accordo con Pechino, 'a babbo morto'. "Nel cooperare con la Cina, tutti gli Stati membri, individualmente o all'interno di quadri di cooperazione subregionali, hanno una responsabilità di assicurare coerenza con il diritto, le regole e le politiche dell'Ue", si legge nella bozza. "Nè l'Ue nè alcuno dei suoi Stati membri possono effettivamente realizzare i loro obiettivi con la Cina senza piena unità".

Dopo la riunione dei commissari a Strasburgo, è il vicepresidente della Commissione Jyrki Katainen a spiegare i termini della questione alla stampa. "Se la 'Belt and road initiative' fornisce finanziamenti e progetti, significa che gli Stati membri devono rimborsare: non c'è nulla di gratuito", avverte Katainen. "La Ue è un mercato unico, abbiamo delle regole e chiunque voglia venire da noi deve rispettare le nostre regole sulla concorrenza e trasparenza".

Ma naturalmente, siccome la comunicazione della Commissione sulla Cina arriva a cose fatte per molti stati dell'Ue, il vicepresidente non può fare la voce grossa con l'Italia, non ufficialmente. "Valutiamo il protocollo tra Italia e Cina esattamente come valutiamo tutti gli altri Memorandum firmati dagli Stati europei - dice -Tutto quello che si farà non deve prescindere dalle regole della concorrenza e della trasparenza di mercato: tutti devono rispettare le regole, indipendente da chi sottoscrive il Memorandum. I progetti e gli appalti pubblici devono essere aperti a tutti". Quanto alle distorsioni, al dumping, che la Cina crea sui mercati, molto è dovuto, dice Katainen, alla "presenza dello Stato nell'economia cinese". E invece "noi non crediamo nell'economia basata sui sussidi".

Nel pomeriggio a Strasburgo il voto in aula per contrastare le minacce informatiche che arrivano dalla Cina, il caso Huawei e l'attivismo cinese sulle reti 5G, oggetto di un braccio di ferro tra Washington e Pechino. Katainen annuncia che tra qualche settimana la Commissione europea farà delle raccomandazioni sul 5G: "Ci sono divergenze tra gli stati membri. Spero che questa comunicazione li incoraggi ad adottare una posizione univoca e compatta sul 5G che modificherà i processi interni alle nostre società".

Intanto, per ora, in Italia il percorso per la firma del Memorandum sembra tracciato. Anche Matteo Salvini oggi si allinea. "Via della seta con la Cina? Non abbiamo pregiudizi, ma molta prudenza", dice parlando all'Ansa a Matera, tappa di campagna elettorale per le regionali del 24 marzo in Basilicata. "Non abbiamo pregiudizi - aggiunge - siamo favorevoli al sostegno e all'apertura dei mercati per le nostre imprese. Altre però sono le valutazioni, sempre attente, che occorre fare in settori strategici per il nostro Paese come telecomunicazioni e infrastrutture".

Il vicepremier pentastellato Luigi Di Maio tenta di placare le ansie statunitensi: "La via della Seta non è assolutamente l'occasione per noi per stabilire nuove alleanze a livello mondiale e geopolitico, ma il modo per dire che dobbiamo riequilibrare le esportazioni di più sul nostro lato, un rapporto ora sbilanciato sulla Cina".

La 'via della seta' è tracciata (anzi 'di nuovo' tracciata dal corso della storia). L'Ue arriva tardi.

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