L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 4 marzo 2019

La storia è parte integrante del nostro presente e l'omologazione, strappare identità e radici portata avanti dal Pensiero Unico del Politicamente corretto che trovano nel corrotto euroimbecille Pd gli alfieri è il Progetto del Globalismo economico totalizzante

Perché condivido la battaglia contro la rottamazione della storia nelle scuole

3 marzo 2019


Più che quello della ragione, è perciò il sonno della coscienza storica che genera mostri. E di questo un progetto educativo serio dovrebbe prima di tutto tenere conto. “Ocone’s corner”, la rubrica settimanale di Corrado Ocone, filosofo e autore del recente saggio “La cultura liberale – Breviario per il nuovo secolo”

Condivido in pieno la battaglia contro il ridimensionamento della storia nei percorsi di studio e nello stesso esame di stato. Anche se devo ammettere di trovarmi a disagio accanto a molti dei compagni di viaggio in questa sacrosanta battaglia.

Molti infatti hanno approfittato, nella settimana appena trascorsa, dell’appello che la senatrice a vita Liliana Segre ha lanciato per il ripristino della traccia di storia alla prova di maturità per prendersela con il ministro Marco Bussetti e con questo governo. Mentre in realtà la decisione in oggetto fu presa all’epoca del precedente esecutivo quando era ministro Valeria Fedeli.

Credo che si tratti di una questione troppo seria per essere lasciata agli intellettuali mainstream, che fra l’altro non hanno le carte in regola per portarla avanti, e per essere strumentalizzata politicamente.

Prima di tutto, bisogna intendersi su due punti. Il problema della memoria sollevato da Liliana Segre è importantissimo, direi eticamente fondamentale, ma esso non è che un aspetto di una questione molto più ampia concernente la nostra epoca e legata senza dubbio a quel fenomeno che chiamiamo “crisi” o “declino dell’Occidente”. Si tratta del deficit di senso storico di cui osserviamo ogni giorno, a diversi livelli, le più svariate manifestazioni.

Tuttavia il senso storico, e veniamo al secondo punto, è a sua volta qualcosa di molto diverso dalla semplice, e pur importante, conoscenza di nozioni storiche che una persona comunemente colta ha. Con esso lo studio della storia come materia scolastica o disciplina scientifica c’entra certamente, perché è attraverso di esso che può senza dubbio affinarsi, ma pure è cosa da esso ben diversa. Potremmo definirlo, in prima istanza, come la capacità di legare le situazioni presenti alla condizione che le ha generate e le spiega, secondo la celebre definizione di Giambattista Vico secondo cui “la natura delle cose è nel loro nascimento”, cioè nella ricostruzione della loro origine o genesi.

Da un altro punto di vista, il senso storico è anche la capacità di contestualizzare gli eventi passati e di tener presente, nel mentre ci si proietta nel futuro, le condizioni di possibilità di ciò che si va a realizzare. La pretesa di non tener conto di queste condizioni porta, da una parte, a fraintendere il nostro passato che, pur fra mille ombre e contraddizioni ci ha portato nella situazione presente, dall’altra, ad avere un atteggiamento razionalistico verso il reale che rende inefficace e spesso velleitario il nostro stesso operato.

Il senso storico si intreccia inestricabilmente con quel principio di realtà che chiunque operi non può non tener presente. Nell’affrontare i problemi noi ci poniamo invece spesso in una dimensione astratta, ritenendo che la realtà possa adattarsi ai dettami della nostra ragione senza mediazioni. E’ un atteggiamento che nasce dall’illuminismo e arriva fino al predominio nelle università occidentali del pensiero cosiddetto “politicamente corretto”.

Pensare che tutto sia possibile e che la libertà possa essere senza stagliarsi sul fondo di necessità che l’accompagna e definisce è non solo un’illusione, ma anche un pericoloso errore teorico e pratico che finisce per contraddire la stessa libertà. A ben vedere, anche gli esecutori e i complici della Shoà pensavano di imporre al mondo il loro progetto in modo razionalistico, pensando che il “puro” e l’”impuro”, il “corretto” e lo “scorretto”, non coabitassero in noi fin dall’origine ma potessero essere estirpati in quanto costituenti l’identità di gruppi di persone ben precise.

Più che quello della ragione, è perciò il sonno della coscienza storica che genera mostri. E di questo un progetto educativo serio dovrebbe prima di tutto tenere conto.

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