L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 25 aprile 2019

Il Poliscriba una razza in estinzione - La morte è parte integrante della vita, è cambiato il modo di come ci arriviamo

Non deleghiamo la nostra morte a nessuno [Il Poliscriba]


[Il Poliscriba]

Un bel morir, tutta la vita onora
Francesco Petrarca

Come si moriva, quando il medico di campagna se ne andava e veniva per le cascine con capponi e tome sotto il braccio, mostrando il segno della riconoscenza più che dell’onorario?
Come si moriva, quando il prete e la processione dei paesani si apprestavano ad onorare in maniera semplice e contadina colui che se ne andava all’altro mondo, dopo aver faticosamente vissuto in questo?
Se non era la guerra a stenderti nel fango a vent’ anni, o la morte bianca nella culla a due, si crepava per lo più di lavoro, di ignoranza o di una malattia sconosciuta, nel proprio letto, con intorno i tanti figli, gli altrettanti nipoti, i fratelli, la moglie o il marito, il parroco, la famiglia e il paese, tutti radunati nella tua casa.
Poi qualcosa è cambiato, qualcosa che si chiama società, scienza medica, deontologia professionale, morale religiosa e sull’onda di costanti mutazioni giuridiche e del comune non senso della vita e della morte, ci siamo trovati, in tempi recenti, a svestire di quel manto misterioso la fine di un individuo. La burocrazia ha reso sicuramente tutto più razionale, al punto da richiedere la presenza fisica dei morti all’anagrafe.
La scienza medica ha trovato nell’eziologia la giusta via alla definizione, circoscrizione e cura della malattia e, con l’aiuto della tecnologia, ha imparato a definire in coefficienti, statistiche e parametri, se un organismo complesso e non un uomo, sia vivo o morto.
La genetica, la biologia, la cibernetica, le nuove tecnologie, hanno ridotto l’essere vivente ad un insieme di congegni esaminabili e trattabili separatamente, intervenendo come s’interviene su di una macchina qualunque.
È l'ingegneria al servizio della vita che rende possibile la transizione dall’uomo del passato, all'uomo del futuro, sempre più cyborg, sempre meno naturale.
È innegabile il contributo della scienza medica nel prolungamento della vita e nel trapasso più lieve all’al di là.
L'ospedale è sicuramente la nuova cattedrale della vita terrena, in netta contrapposizione con le cattedrali dove si aspirava alla vita eterna.
Ma in quale dei due luoghi di culto e di pratica si ottengono efficaci risposte alle proprie suppliche?
Chi tra il prete e il medico - che nei paesi di ieri si alternavano naturalmente dinanzi ai letti domestici dei moribondi, mentre nelle città di oggi si contrastano davanti ad un respiratore artificiale - erediterà il regno ancora sconosciuto della morte?
Il giuspositivismo o le revisioni giuridiche moderne, in tema di costituzioni rigide, potranno creare una neonormativa favorevole ad un ritorno giusnaturalista della visione dei diritti naturali dell’uomo? Il testamento biologico? L'intervento pagato dallo Stato?
La psicanalisi è riuscita nel suo compito di scardinare i temi morali e teologici che ingombravano il terreno del progresso scientifico, appoggiata ciecamente dall’ateismo amorale del materialismo dialettico psichiatrico, quando ha bollato l’esistenza dello spirito, come retriva e prodotto new-age.
Ma non è riuscita integralmente a fermare i pellegrinaggi a Lourdes, a Fatima, a Santiago de Compostela, in India, in Messico, in tutti i santuari dove sembra che il tempo si sia fermato ad un’epoca pre-razionale, pre-cartesiana, pre-aristotelica.
Davanti alle porte di S. Giovanni Bosco a Roma, ve li ricordate i funerali di Piergiorgio Welby? Là si era assiepata quella psicanalisi, quel laicismo, quel giuspositivismo, quella politica radicale materialistica: non l’uomo.
Dietro a quel portale si era barricata la teologia morale, la punizione divina, la catechesi cattolica, l’ecumene: non Cristo.
Ve lo ricordate? Quel portale non si è aperto, l’uomo e Cristo, l’uomo e i suoi credo, l’uomo e le sue divinità, l’uomo e la natura, l’uomo e il suo nulla, l’uomo e il suo eterno ritorno, non si sono mai incontrati, almeno davanti a quel piazzale.
Forse è meglio pensare che si siano abbracciati, un Grande Spirito e un piccolo uomo impotente contro la società del tragitto burocratico che unisce una culla a una bara, un abbraccio che non potrà mai essere legiferato.
Un essere umano è morto, se non può disporre in maniera totale della propria esistenza, vivrà una non-vita, sempre e comunque.

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