L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 26 aprile 2019

La Cina sforna ogni anno 8 milioni di laureati, gli ingegneri sono il gruppo più numeroso. La quantità diventa qualità. Gli Stati Uniti sfornano 40-50 milioni di poveri su 327.000 abitanti

Usa-Cina: tutte le paure di Donald Trump

24 Aprile 2019, di Alessandro Piu

Con l’ascesa di una Cina sempre più potente, influente e tecnologicamente avanzata, gli Stati Uniti si trovano di fronte al primo vero rivale dai tempi della Guerra fredda

Come reagirà Donald Trump all’invito dell’ambasciatore cinese negli Usa, Cui Tiankai, ad abbracciare la Belt and Road Initiative «il progetto di sviluppo più ambizioso della storia»? Vista da Washington il programma varato dal presidente Xi Jinping sei anni fa è solo un modo per portare i Paesi che vi aderiscono, soprattutto quelli emergenti, sotto l’influenza della Cina.

È solo una delle faglie che separano le due potenze economiche, impegnate in trattative per raggiungere un accordo commerciale e invertire la tendenza che ha visto l’amministrazione Trump porre in essere dazi per 250 miliardi di dollari sulle importazioni di beni cinesi e la Cina rispondere con 110 miliardi di tariffe su prodotti statunitensi.

Guerra tecnologica, guerra commerciale o qualcosa di peggio?

È la domanda che si pone Gary Greenberg responsabile mercati emergenti di Hermes IM.

«L’emergere della Cina sulla scena mondiale rappresenta una vera minaccia al dominio statunitense», prosegue.

Delle tre opzioni la terza, un conflitto armato, è la più spaventosa. Per quanto improbabile allo stato attuale, Graham Allison professore ad Harvard e consigliere dei segretari alla Difesa Usa nelle amministrazioni Reagan, Clinton e Obama non ne nasconde il rischio:

«La tensione tra Stati Uniti e Cina è un esempio di trappola di Tucidide: il rischio di un conflitto armato quando una potenza nascente rivaleggia con una dominante. Questo fenomeno ha portato a spargimenti di sangue in 12 dei 16 casi in cui si è verificato negli ultimi 500 anni».

Una prospettiva da brividi. A cui non è necessario arrivare.
Battaglia per la supremazia tecnologica

«Vi sono modalità differenti per ottenere il predominio senza seguire la strada della forza militare»

riprende Greenberg che riporta la discussione sulla seconda opzione, la guerra tecnologica. E continua:

«I cinesi si stanno muovendo nella direzione di creare una società civile e militare “intelligente”, dove città, fabbriche, automobili e persino le persone possono rimanere in contatto e migliorare continuamente le funzionalità attraverso il ricorso all’intelligenza artificiale, che richiede una rete 5G estremamente pervasiva».

Proprio l’importanza di questa tecnologia può spiegare le tensioni generatesi intorno alla società cinese di telefonia Huawei, tra i leader nel settore. Risale allo scorso dicembre l’arresto di Meng Wanzhou, direttore finanziario e nipote del fondatore dell’azienda. Più recenti le accuse della Cia, riportate in un articolo del Times, secondo cui Huawei riceverebbe finanziamenti dall’Esercito popolare cinese, dalla Commissione cinese per la sicurezza nazionale e da un terzo ramo della rete di intelligence statale di Pechino.

«Negli ultimi anni Huawei ha superato tanto Ericsson quanto Nokia – aggiunge Greenberg -. Inoltre le controparti nordamericane sono inesistenti. I giganti delle telecomunicazioni del passato come Lucent e Nortel sono ormai staccatissimi. La prospettiva di un America che dipende da una rete 5G progettata in Cina aumenta i punti interrogativi per coloro che si occupano della difesa degli Stati Uniti».

Intelligenza artificiale: la Cina ha quasi colmato il ritardo

In questo campo gli Stati Uniti sono ancora davanti ma il vantaggio si sta assottigliando in maniera preoccupante. Gregory Allen, del Center for a New American Security, sostiene che

«le prospettive della Cina nel mercato dei chip sui semiconduttori per l’Intelligenza Artificiale siano solide. La Cina spera di utilizzate il proprio successo nei chip per costruire un vantaggio duraturo nell’intera industria dell’IA».

È generalmente riconosciuto che le imprese cinesi siano ancora in ritardo rispetto ai concorrenti statunitensi e taiwanesi nella tecnologia dei semiconduttori. Ma Allen dice che per quanto riguarda sia L’IA sia i semiconduttori:

«le aziende cinesi stanno colmando il divario e che entro cinque anni il Paese si assicurerà un vantaggio competitivo difendibile in molti mercati di applicazione dell’IA».

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