Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 16 aprile 2019

La fuga in avanti della Cgil, sfuggire alle sue responsabilità in Italia, da anni al servizio dei padroni e degli euroimbecilli di tutte le razze proponendo il Sindacato internazionale europeo nella piena euroimbecillità

Point Break: Crisi globale - sindacato internazionale

di Daniele Canti*
15 aprile 2019


Dal fallimento della banca d'affari Lehman Brothers avvenuto a settembre 2008 sono trascorsi oltre dieci anni. Sino a pochi mesi or sono, secondo la vulgata, la crisi era ormai alle nostre spalle ed il problema era agganciarsi alla ripresa. Ora qualche dubbio che non ci sia nulla a cui agganciarsi comincia a farsi largo.

Ma anche quando vengono avanzate riserve sul radioso futuro che ci attenderebbe, lo si fa soltanto sull’onda dell’ultimo rilevamento dato in pasto dai mass media e non in base ad un analisi più approfondita del sistema e delle sue contraddizioni.

Partiamo dal 2008.

L’elemento decisivo per la crescita della bolla immobiliare fu la riduzione continua dei tassi praticata dalla Federal Reserve che favorì l’indebitamento delle famiglie americane.

Tra il 2000 ed il 2003 il tasso della FED passò dal 6,5% all’1%. I lavoratori americani compravano case, i mutui erano vantaggiosi, il prezzo degli immobili saliva. Il valore degli immobili dati in garanzia si gonfiava a dismisura. La FED, resosi conto della bolla immobiliare che si era creata, dal 2004 al 2006 alzo il tasso d’interesse al 5,5%. I lavoratori, in pochissimo tempo, si ritrovarono con rate di mutui molto più alte che non riuscivano a pagare. Gli immobili crollarono di valore. Nel frattempo, grazie alla “tripla A” attribuita dalle blasonate società di rating ai titoli di credito derivati dalla cartolarizzazione dei mutui subprime (sottoscritti prevalentemente da lavoratori precari), i fondi pensione dei lavoratori americani si fecero una scorpacciata di titoli spazzatura. Così in un colpo solo la working class americana perse il lavoro, la casa, la pensione.

Ma perché la Federal Reserve si comportò in modo così apparentemente irrazionale? La ragione è molto semplice. Risiede in un’altra bolla che era scoppiata nel 2001 quella delle dot.com , le aziende informatiche facenti riferimento a Internet. La politica monetaria espansiva messa in atto, era dunque la risposta al collasso economico derivato dalla precedente bolla speculativa.

Se guardiamo l’andamento storico dei tassi della Federal Reserve si vede un impressionante curva al ribasso determinata da continue esplosioni di bolle speculative che evidenziano una incapacità strutturale dell’economia reale di realizzare profitti senza l’ausilio di strumenti via via sempre più azzardati. Compresi quelli messi a disposizione dalle banche centrali.

Ne consegue che, a seguito dell’inceppamento del motore determinatosi nel 2008, il sistema non poteva certamente reagire con l’innalzamento dei tassi, in quanto ciò avrebbe provocato il crollo di un economia già in ginocchio.

La Fed e le banche centrali di tutto il mondo hanno proseguito la loro corsa al ribasso dei tassi arrivando addirittura all’introduzione di tassi negativi. A distanza di dieci anni, tale regime dei tassi non ha subito sostanziali variazioni. La Federal Reserve è passata dal 5,25% del 2006 allo 0,25% del 2008 mantenendo tale tasso sino a dicembre 2015. Dal 2016 i tassi sono risaliti fino all’attuale 2,5% in quanto, il Presidente della Fed, Jerome Powell ha visto all’orizzonte un “rischio bolla”. Un novello Nostradamus!!

La PBOC, la Banca Centrale Cinese, è passata dal 6,3% del 2011 al 4,35% di oggi. La BOJ, Banca Centrale Giapponese, dal 1999 è ferma allo 0%. La BCE dal 4,25% del 2008 passa all’1% nel 2009 per appiattirsi a 0% dal 2014. La deflazione nella quale è precipitata l’Europa rende ardua una politica dei tassi in risalita.

Anche nel 1927 i tassi di interesse in USA passarono dal 5% all’1,5% dando il via alla bolla azionaria ed alla grande depressione innescata dal crollo del 1929.

Attualmente siamo di fronte ad una situazione del tutto inedita! Le banche centrali non hanno più la leva dei tassi. Manca dunque lo strumento classico utilizzato dal sistema economico per aumentare o diminuire la circolazione di moneta ed agire così in maniera anticiclica rispetto ad inflazione-deflazione e bolle azionarie.

Non è una differenza da poco! Nella prossima crisi, sempre più vicina, il sistema avrà ben poche cartucce da sparare.

In realtà tale strumento, utilizzato nella crisi del 2008 si era già rivelato insufficiente a rilanciare l’economia, tant’è che dal 2006 al 2017 i bilanci delle banche centrali sono passate da 5 trilioni di dollari a 19 trilioni di dollari.

A novembre 2008 negli USA è entrato in gioco il Quantitive Easing che ha inondato di moneta il sistema, aiutando banche e grandi imprese, con “l’effetto indiretto”di ridurre il valore del dollaro.

Dopo la crisi del 2008 in un G 20 tenutosi a Londra, tutti gli stati, memori della guerra valutaria e commerciale del 1930 seguita al crollo finanziario e che diede alimento alla grande depressione del 1929, si impegnarono a non effettuare svalutazioni competitive delle monete, salvo che non risultasse come “un effetto indiretto”.

Con l'acquisto di titoli pubblici e privati, le banche centrali americane ed inglesi stampando moneta aprirono le danze della svalutazione e della guerra valutaria.

Per cercare di contrastare gli effetti negativi che tale politica aveva sulle bilance commerciali del resto del pianeta, Cina, Giappone, Brasile ed altri comprarono ingenti quantità di dollari. Alla fine, chi prima chi dopo, tutte le banche centrali furono costrette anch’esse a inaugurare la stagione del Q.E.

Per ultima la Banca Centrale Europea.

Il “bazooka” di Draghi venne inaugurato soltanto nel 2015. Il ritardo è imputabile alla resistenza tedesca ad una politica espansiva. La Germania è irriducibilmente nemica dell'inflazione, condizionata dall’esperienza storica dell'iperinflazione conosciuta sotto la repubblica di Weimar che bruciò tutta la ricchezza nazionale. Inoltre, fatto non trascurabile, la Merkel non era preoccupata dall'eccessivo apprezzamento dell'euro nella competizione internazionale, sino a che la Banca Centrale Giapponese non ha utilizzato anch’essa il Quantitive Easing, minacciando così l'esportazione tedesca sui beni ad alto valore aggiunto.

Il ritardo della BCE scaricò la crisi in Europa gettandola nella deflazione e colpendo violentemente i paesi del bacino mediterraneo con una diminuzione del PIL del 25% in Grecia del 10% in Spagna e del 9% in Italia. La deflazione fu anche il risultato del crollo del prezzo delle materie prime, originato oltre che dal crollo della produzione, dalla guerra energetica tra paesi produttori. In particolare l'Arabia Saudita principale ispiratrice di tale guerra, ordì una politica dei prezzi predatoria finalizzata a distruggere i suoi concorrenti.

Al crollo dei salari spetta un ruolo cruciale nel processo deflattivo. Tra le ragioni del crollo dei salari, lo scarso potere negoziale del sindacato, indotto dalla costituzione di un esercito di riserva di forza lavoro (con eccesso di capacità produttiva), dall'introduzione di norme che hanno aumentato la flessibilità e la precarietà dei lavoratori (voluta e cercata dal medesimo sindacato fin dal 1975 con Lama), dall'aumento della concorrenza internazionale dovuta ai bassi salari praticati in diversi paesi e dall'allungamento dell'età pensionabile che determina una quota maggiore di lavoratori meno interessati ad aumenti salariali.

Aggiungasi che l’austerity ha colpito maggiormente i salari dei dipendenti pubblici che svolgono un azione di volano per le retribuzioni dei contratti nazionali (perchè appunto il sindacato invece di fare il suo lavoro contratti decorosi e triennali si è accodato alle politiche governative, i Monti Letta Renzi Gentiloni in perfetto silenzio e accordo).

Il Presidente della Fed Bernanke ha invece utilizzato una sorta di keynesismo finanziario, riuscendo in breve tempo a far sì che la crisi nata negli USA danneggiasse in primis gli altri paesi. Per ottenere questo risultato in cinque anni il bilancio della Fed passò da 1000 a 3.650 miliardi di dollari comprando titoli pubblici ed obbligazioni, comprese quelle derivanti dai mutui subprime permettendo così una ripresa dei mutui ed una rivalutazione dei cespiti immobiliari nell’ordine di migliaia di miliardi di dollari.

Dunque oggi gli USA si possono dire al riparo dalla crisi? Assolutamente no.

Il Keynesismo alla Bernanke ha ricreato in pochi anni una bolla borsistica come ai bei tempi della Lehman Brothers, con la differenza che oggi il deficit e il debito a stelle e strisce è cresciuto enormemente e la leva dei tassi è praticamente inesistente.

Dopo la crisi del 2008 il Pil mondiale ammontava a 62 trilioni di dollari mentre la capitalizzazione delle borse nel 2008 crollava da 60 a 31 trilioni di dollari (- 50%).

Il PIL mondiale nel 2017 è cresciuto sino a 76 trilioni di dollari mentre la capitalizzazione delle borse metteva il turbo capitalizzando ben 77 trilioni di dollari. In nove anni il Pil è salito di 14 trilioni di dollari (+23%) mentre le borse sono salite di 46 trilioni di dollari (+146%). (1)

Cosa ci dicono questi numeri è chiaro. La realtà che è dinanzi agli occhi di tutti, che viene occultata o al più sottovalutata, è che l’economia reale è asfittica mentre la borsa valori continua a vivere un euforia totalmente irreale.

Se qualcuno avesse ancora dei dubbi su dove siano andati a finire i trilioni di dollari immessi dalle banche centrali ora dovrebbe avere le idee più chiare (2).

L’ingegneria finanziaria messa in piedi con i prodotti derivati e le continue bolle borsistiche sono il risultato di un sistema capitalistico che non riesce ad ottenere sufficienti profitti dagli investimenti nell'economia reale.

Potremmo dire che la catena dei debiti-investimenti messa in piedi oggi con i prodotti derivati non è altro che un meccanismo sofisticato per spingere in là gli effetti più dirompenti della crisi economica derivanti dalle leggi fondamentali del capitalismo e che invece finiscono per costituire un elemento moltiplicatore della sua crisi. Insomma la finanza seppur diabolica non sembra dotata né di particolare fantasia creativa né terapeutica.

Sostenere dunque, come spesso accade in perfetta buonafede, che la soluzione sarebbe la separazione dell’economia reale dalla finanza è errato e fuorviante in quanto esse sono indissolubilmente interconnesse ed interdipendenti. Se crolla una crolla l’altra. La finanziarizzazione è figlia dei problemi insiti nel modo di produzione e contestualmente li alimenta. Gli stessi capitalisti materialmente impersonificano entrambe. Senza ombra di dubbio la finanza domina sull’economia reale e si esprime in forma parossistica.

Lo scenario post 2008 che ci viene consegnato dopo gli interventi delle banche centrali e dei governi è un livello dei debiti degli stati nazionali, delle imprese e delle famiglie infinitamente più alto di quello pre-crisi.

Nel 2007 il debito mondiale complessivo era pari al 210% del PIL nel terzo trimestre 2017 aveva raggiunto il 245%.(3)

Gli stati si sono indebitati per risolvere i problemi delle banche indotti dalla crisi dei mutui subprime, ma ciò nonostante, il sistema bancario mondiale è tutt'altro che solido, come dimostra l’enorme mole di prodotti derivati in pancia alla Deutsche Bank ed i crediti di dubbio esito delle banche cinesi. Quest’ultime per cercare di contrastare la crisi del 2008 hanno foraggiato il credito ai privati. A tal fine la People’s Bank of China ha ridotto a fine 2018 il coefficiente di riserva obbligatoria delle banche cinesi determinando un ulteriore svalutazione dello yuan sul dollaro ed alimentando la guerra valutaria-commerciale.

Da tenere presente che buona parte delle imprese cinesi si sono indebitate in dollari, e la svalutazione dello yuan può determinare ulteriori difficoltà a molte imprese

Inoltre il modello delle banche americane too-big-to-fail non solo non è stato scalfito dalle cosiddette riforme dell'era Obama ma secondo le valutazioni della Banca dei Regolamenti Internazionale oggi, in caso si determinasse una nuova Lehman gli effetti sarebbero tre volte maggiori.

A conferma del fatto che, alla faccia della libera concorrenza, il mercato in una situazione di crisi strutturale spinge sempre di più i capitali a concentrarsi in forme di oligopolio (libero mercato puah).

Oltre alle manovre per svalutare le rispettive monete, è in atto il tentativo di limitare l’egemonia del dollaro. Nel 2014, al sesto summit tenutosi a Fortaleza, il BRICS (4) ha deciso la dedollarizzazione e la nascita di due istituzioni finanziarie con sede ad Hong Kong, il BRICS Developement Bank e il Contingency Reserve Arrangement (dove ovviamente la leadership spetterà alla Cina), con ulteriori riflessi su guerra valutaria e commerciale.

Sono stati siglati recentemente contratti energetici e per i trasporti tra Cina e Russia (anche l’India si sta indirizzando in tal senso per le forniture militari) per centinaia di miliardi di dollari che saranno pagati in yuan e rubli. Si stabilisce sostanzialmente che ognuno nell’area di influenza utilizza la propria moneta.

In questi ultimi anni la Cina e la Russia hanno venduto titoli americani (quest’ultima se n’è quasi completamente disfatta) e comprato ingenti quantità di oro lavorando alla prospettiva di transazioni in area Brics con sottostante oro. Da sottolineare comunque che la Cina a tutt’oggi non può fare a meno di investire il suo enorme surplus commerciale nel grande mercato dei treasure bond americano.

Come dimostra la storia, il dominio di una valuta può essere messo in discussione soltanto dopo un conflitto bellico.

Se a quanto sopra, aggiungiamo l’aumento delle tensioni tra stati di cui la la Brexit è parte, risulta evidente che il sistema economico è fragile come non lo è mai stato in passato. Se persino una Brexit dura fa tremare l’economia mondiale, quale sarebbe lo scenario in caso di una fuoriuscita dall'Euro da parte di un paese del sud Europa, che sta subendo la politica tedesca molto più della Gran Bretagna? Il processo di unificazione economica e sociale dell'Europa è già fallito in quanto orientato esclusivamente al benessere di una parte dei paesi che di tale comunità fanno parte, nella fattispecie quelli del nord Europa. L'enorme surplus commerciale accumulato dalla Germania a fronte dei deficit commerciali accumulati dagli altri paesi rappresenta in modo plastico le contraddizioni irrisolte dell'Unione Europea con una Germania totalmente incapace di svolgere una funzione di leadership dell'area.

La storia non si ripete mai uguale a se stessa ma indubbiamente le analogie con la prima e la seconda guerra mondiale sono evidenti. La questione grave è proprio questa. Crisi finanziaria, depressione, dinamica dei prezzi, guerra commerciale e valutaria furono indiscutibilmente causa dei conflitti bellici.

La crisi economica del sistema sta conducendo verso conflitti militari finalizzati a spartirsi il pianeta sulla base dei nuovi rapporti di forza ed a riavviare il processo di accumulazione inceppato.

Oggi siamo nella fase dell'accaparramento delle risorse economiche e finanziare, utili sul piano tecnologico e militare e propedeutiche alla fase della guerra. Il comportamento della Cina a questo proposito sembra essere da manuale

Questo dovrebbe essere al centro del dibattito ma si parla di altro.

Esorcizzare i rischi di guerra non li allontanerà. Al contrario.

La recente contrarietà (con annesse minacce) degli USA nei confronti degli accordi tra Italia e Cina per la Nuova Via della Seta esprime con chiarezza la crescita dello scontro in atto. Do you remember lo scandalo dei servizi segreti americani che spiavano la Merkel durante la presidenza Obama? Il peggior incubo per gli USA è la formazione di un asse strategico Cina, Russia e Germania (con parte dell’Europa).

La Cina, al fine di tutelare il proprio commercio marittimo (oggi il traffico mondiale di merci transita per il 60% via mare) ha al suo attivo la marina militare più grande ed efficiente del mondo.

In un simile contesto, in cui il capitalismo manifesta tutti suoi limiti e la sua feroce tendenza distruttiva (anche sul piano ecologico), ci si aspetterebbe una sinistra più forte che mai.

Invece stiamo assistendo a uno dei tanti paradossi della storia. La “sinistra” si fa cantore delle politiche di austerity (e il sindacato in Italia è il suo maggiore pilastro), producendo le fortune in USA di personaggi come Trump ed in Italia di leghisti secessionisti, trasformatisi in sovranisti nazionalisti con tendenze fascistoidi.

Persino la situazione greca è intrisa di queste contraddizioni.

La terribile crisi vissuta dalla Grecia aveva provocato numerosi scioperi generali dei lavoratori contro i precedenti governi che avevano portato al potere Alexis Tsipras .

Questa esperienza, che aveva alimentato le speranze di molti lavoratori greci e non solo, ha rappresentato tragicamente l’impotenza dell’attuale sinistra europea. Alexis Tsipras (un falso ideologico), esponente della “sinistra radicale” ha disatteso totalmente le aspettative. Se è vero che il governo greco era isolato in Europa, questo non può giustificare in alcun modo le scelte fatte.

Il 5 luglio 2015 il governo Syriza-Anel indisse un referendum contro l’austerity. Due greci su tre respinsero l’austerity.

Il risultato che ha fatto seguito è stata la defenestrazione del “pericolosissimo” Ministro delle Finanze, il keynesiano Varoufakis, e una iniezione di liberismo mai vista. Tagli alle pensioni, privatizzazioni realizzate ed offerte vincolanti per oltre 14 miliardi di euro ed impegni per complessivi 50 miliardi (5), tagli dei salari dal 10 al 40%. Tutto questo in cambio di cosa? Il nulla più totale. Nessun taglio al debito attestato al 180% del PIL. Se questa è la “sinistra radicale”, il popolo greco , nonostante il recente e tardivo aumento del salario minimo a 650 euro, alle prossime elezioni si orienterà verso la conservazione e la reazione e Syriza avrà risultati molto simili a quelli del PD.

Di fronte alla crisi economica le forze politiche di “sinistra” annaspano e non essendo in grado di esprimere una critica generale al sistema economico e sociale finiscono per apparire e per essere più realiste del re.

Come in epoca fascista, alcuni “sinistri” vengono affascinati dalla retorica patriottica giungendo a vaticinare ossimori come patriottismo e sovranismo di sinistra.

Consentono a personaggi come Di Maio e Salvini di mettersi la maglia di ribelli e di capitanare le politiche anti austerity inflitte dall’Unione Europea e dalla Banca Centrale Europea, ergendoli a difesa delle fasce bisognose della popolazione e consentendogli di sferrare un attacco terribile agli immigrati (voluti fortemente per aumentare l'esercito di riserva di forza lavoro) qualità di difensori del suolo patrio.

La “sinistra” è riuscita a compiere il miracolo di accreditare la Lega agli occhi dei lavoratori italiani. Il partito che è stato ed è espressione del padronato del nord-est, quei Benetton (protetti e coccolati da Berlusconi e dal corrotto euroimbecille Pd) che con il ponte Morandi hanno provocato la morte di decine di persone per pura avidità.

La “sinistra” ha sposato uno stupido e suicida europeismo acritico (aldilà delle dichiarazioni di maniera), fondato sulla deificazione del profitto, e sull’approccio all’immigrazione come risultato di un destino beffardo e baro che va arginato con l’impiego dell’esercito europeo, come ben rappresentato dal manifesto per l’Europa di Carlo Calenda sottoscritto dal neo segretario del PD Zingaretti. Ha scelto la logica perversa del rigore di bilancio (sempre a favore del padrone contro masse sempre più grandi di diseredati), riuscendo così a far esaltare le masse povere del sud per chi li ha vilipesi e trattati come dei parassiti in tutti questi anni.

Quanto si è riuscito a far odiare la “sinistra”, con il suo atteggiamento aristocratico, per sortire un tale risultato?

Sull’immigrazione ha santificato individui come Minniti ed ora si lamenta che si corra dietro Salvini? Non una parola sul saccheggio delle ricchezze naturali perpetrato dai paesi ricchi a danno dell’Africa e dell’America Latina, sul sabotaggio sistematico di ogni tentativo di percorrere una strada autonoma di sviluppo economico anche ricorrendo al massacro di intere popolazioni manu militari. Interi continenti come l’Africa ridotti a pattumiere di rifiuti tossici provenienti dalla ricca Europa come denunciato dalla coraggiosa Ilaria Alpi. Altro che “aiutiamoli a casa propria”! Il motto dovrebbe essere smettiamola di “aiutarli” che è molto meglio! Tagliamo le mani rapaci dei governi dei paesi ricchi! Le sole parole di denuncia contro le responsabilità del colonialismo italico nei confronti dei profughi somali etiopi ed eritrei vengono pronunciate da frati comboniani come Alex Zanotelli. Nei migliori dei casi si propugna soltanto una generica solidarietà che non mette in gioco questioni di carattere materiale che possano ricongiungere lavoratori ed immigrati.

Positiva la proposta dell’economista Emiliano Brancaccio di opporre alla limitazione della libera circolazione dei lavoratori immigrati la limitazione di circolazione dei capitali. Tale proposta, seppur non esaustiva, ha il merito di cominciare a proporre soluzioni incardinate sulle condizioni di vita dei migranti e dei lavoratori di tutto il mondo, funzionali a ricomporre la frattura tanto cara a sovranisti e patrioti.

Il Sindacato ha però un grande strumento per battersi contro la libera circolazione dei capitali, il sovranismo, il nazionalismo ed il risorgente fascismo. Un Sindacato su base internazionale.

Il Sindacato di fronte alla crisi economica globale non è riuscito a dare sino ad oggi risposte complessive. Ha subito la contrapposizione tra lavoratori in concorrenza tra loro non riuscendo a saldare la frattura con i lavoratori immigrati che vivono le condizioni peggiori. Si tratta di un ritardo storico di cui il sovranismo e tutto il suo corollario si sta giovando facendone la propria fortuna.

Finalmente, recentemente, la necessità di un Sindacato internazionale europeo e mondiale sembrerebbe cominciare a farsi strada, andando oltre l’enunciazioni di principio espresse nelle tesi congressuali del Sindacato. Mi auguro per divenire carne e sangue dell’attività sindacale.

Il Sindacato internazionale può ridurre la differenza tra i salari, che in questi anni di Unione Europea è cresciuta, battersi per diminuire il gap tra welfare e regimi fiscali. In questo modo si creerebbero le condizioni di minore appetibilità per i capitali di muoversi in chiave speculativa e toglierebbe linfa ad una retorica neocorporativa che vuole lavoratore e padrone sulla stessa barca, tutti uniti per non far salire a bordo l’immigrato che va invece affogato nel Mar Mediterraneo.

La guerra ingaggiata dai vari governi contro gli immigrati è una guerra dentro i confini nazionali, che prepara una guerra fuori dai confini nazionali, contro il lavoratore francese, tedesco o cinese che sia.

Il Sindacato internazionale deve saper parlare direttamente al lavoratore europeo più forte, quello tedesco, dicendo di non ascoltare le sirene di chi lo vuole diviso dagli altri lavoratori in cambio di qualche euro in più, perdendo però la propria autonomia e prospettiva politica.

Purtroppo all’interno del Sindacato ancora ci sono notevoli resistenze da parte di dirigenti che hanno gli occhi rivolti al passato. Questi considerano un surplus il Sindacato internazionale, sostenendo che prima occorre ricomporre le fratture all’interno dei lavoratori italiani. Come se esistesse un prima ed un dopo! Non riescono a cogliere che non solo non esiste alcuna contrapposizione tra le due cose, ma che al contrario il Sindacato internazionale è la premessa indispensabile per la ricomposizione di tutte le linee di frattura esistenti tra lavoratori, che inevitabilmente negli angusti spazi nazionali si producono.

Alcuni dirigenti sindacali si sentono orfani di partiti politici di “sinistra” che hanno fatto la fortuna di Salvini. Sostengono che si può fare ben poco o nulla, senza sponde politiche che rappresentino la maggioranza in parlamento e che votino leggi a favore dei lavoratori.

La storia dice altro. La legge che in Italia rappresenta la più grande conquista fatta dai lavoratori è stata realizzata nel 1970, lo Statuto dei Lavoratori. In piena egemonia democristiana ma in presenza di un grande movimento dei lavoratori nelle piazze. Movimento con cui tutti partiti dovettero fare i conti. Si tratta di riconquistare quella forza e di andare oltre su base internazionale. Il primo sciopero europeo venne fatto nel 1968. Purtroppo è stato anche l’ultimo. Oggi nel periodo della rivoluzione digitale è più che mai necessario un nuovo sciopero, su base almeno europea, per una riduzione drastica dell’orario di lavoro a difesa dell’occupazione, per aumentare i salari e le tutele occupazionali, a difesa dei lavoratori immigrati contro tutti i tentativi di contrapposizione.

Non bisogna ascoltare chi, anche all’interno anche del Sindacato, alla luce degli ultimi dati sulla recessione, senza aver minimamente compreso lo scenario su descritto, è già pronto a richieste più blande. Come se la crisi non fosse anche il risultato di una distribuzione iniqua della ricchezza, realizzatasi grazie alle numerose riforme delle pensioni, ai rinnovi di contratto insufficienti e alle riforme fiscali che hanno drenato ricchezza verso pochi e impoverito il resto della popolazione. I dati sulla ripartizione del prodotto interno lordo tra salari e profitti lo testimoniano.

Se la crescita dei salari è sempre stata considerata il motore dell’inflazione, (vedasi lo scontro storico sulla scala mobile)(quando la Cgil e Partito comunista fecero una battaglia che volevano perdere), perché oggi non si usa questo motore per uscire dalla spirale deflazionistica?

Lo scenario delineato spinge oggettivamente chi è schierato dalla parte dei lavoratori a fare una battaglia per enormi investimenti pubblici e per statalizzare le infrastrutture strategiche. Anche qui, impedendo che possa diventare una bandiera della destra (ad oggi più agitata che praticata). I rinnovi dei contratti nazionali debbono essere all’insegna di una decisa redistribuzione del reddito altrimenti è inutile lamentarsi di governi che disintermediano. Il sindacato deve sfidare il governo italiano con una grande mobilitazione per il ripristino dell’art.18, mettendo in evidenza che i due Mattei, Renzi - Salvini e Di Maio praticano la stessa politica in materia di tutele per i lavoratori.

Gli azionisti di governo non avevano sostenuto di essere contro il jobs act? Come mai non è stata fatta alcuna norma in materia? La verità è che mentre questo governo può concedere qualcosa su reddito di cittadinanza e pensioni, non intende permettere libertà e autonomia alla classe lavoratrice. Si può concedere paternalisticamente qualcosa ai lavoratori ma questi non devono permettersi di alzare la voce.

Il marasma economico nel quale il sistema sta precipitando non lascia spazio alle incertezze. Occorre evitare che l’onda più grande che si sia mai vista in un mare in tempesta, nel momento del point-break, possa trascinare giù il movimento sindacale ed i lavoratori. Al contrario è possibile e necessario cavalcare l’onda che sta per infrangersi, per arrivare ad una società migliore in cui il sistema produttivo sia al servizio dell’umanità, non distrugga il pianeta, non produca migrazioni di miliardi di persone dalla parte povera del pianeta alla parte ricca e non dia linfa alla furia distruttrice del capitalismo con una nuova grande guerra. Per fare ciò occorre riprendere una frase che non è un logoro orpello del passato, ma rappresenta al contrario una necessità impellente, l’unica possibilità per un degno futuro su questo pianeta: proletari di tutto il mondo unitevi (programma disatteso dai fatti, tutti i giorni, tutti i momenti)

* Segretario Generale Fisac Cgil - Roma COL - d.canti@lazio.cgil.it
Note
(1) Fonte FMI 
(2) Da Wall Street Italia : “Crescat Capital sostiene che la Borsa americana sia la più sopravvalutata di sempre, più anche dei periodi di speculazione eccessiva nel 1929 e nel 2000. Questo per lo meno se si guarda a sei dati statistici: il rapporto tra prezzi e book value, il rapporto tra prezzi di Borsa e ricavi previsti, il rapporto tra valore dell ’impresa (EV, ossia la misura dell ’effettivo costo di acquisto totalitario di una societ à ) e fatturato, il rapporto tra valore aziendale e EBITDA, il rapporto tra prezzi di Borsa e stime sugli utili e infine il rapporto tra il valore e i flussi di cassa (free cash flow).”
(3) Dalla relazione annuale 2018 del governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco
(4) Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica
(5) Dati Bloomberg. Molte le infrastrutture strategiche privatizzate, tra cui il famoso porto del Pireo fatto proprio dalla Cina e funzionale alla Via della Seta

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