L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 16 maggio 2019

Alceste il Poeta - si deve de-costruire per ri-costruire ma nell'azione ci devono già essere i segni del domani... In natura non esistono i vuoti, sempre bisogna lavorare per mantenere gli ulivi in produzione

Piccoli equivoci


Lubriano, 12 maggio 2019

Un conoscente della Tuscia mi accompagna per borghi e città.
Borghi e città apparentemente ordinati, ma che patiscono, impercettibili, un avanzato stato di disgregazione.
La metafora stringente è sempre quella.
Il mobile.
Il mobile di famiglia. Solido. Avito. Lucido per tante mani, eminente nella casa, nobile, dopo aver provveduto a tante generazioni. Uomini, donne, bambini costituivano l'amabile folla dei padroni e, nello stesso tempo, la ragione insondabile della sua stessa esistenza. Esso, infatti, serviva, e in tale gesto d'altruismo trovava la causa efficiente del proprio insistere nell'essere. Il mobile, infatti, era stato costruito dalle stesse mani dei padroni; intarsi e cerniere studiate con la calma di chi sa, da secoli, e non di chi apprende sbrigativamente; il materiale, poi, veniva da alberi dei dintorni, alberi che già costituivano, da tempi remoti, il paesaggio e lo sfondo naturale di ogni attore di tale simbiosi emotivamente inestricabile.
Un giorno le cose cambiano. Uomini e donne e bambini più non si rivolgono a esso quale compagno di vita. Senza che nulla trapeli alla vista, avanza, a passi inavvertiti, il demone della dimenticanza. Nessuno ripara una scheggiatura o un battente; vengono trascurate le lucidature; altri utensili o elettrodomestici usurpano funzioni ancestrali. 
Il mobile, come un bimbo non amato, si ammala.

Tarli e insetti, inevitabili, si insinuano nelle sue pieghe dolenti. Iniziano il lavorìo. Durante la notte dei minuscoli scricchiolii avvertono di tale metastasi dell'anima: nessuno, però, è in ascolto né sa più decifrarli. Passano i decenni. Il mobile appare ancora intatto. Ci si illude, tuttavia. I roditori hanno agito indisturbati, ingrassando nell'indifferenza. Uomini e donne e bambini credono che il vecchio gigante sia ancora con loro: non sanno che è già morto. Un giorno qualunque, magari una mattina di primavera, quando la vita spinge negli steli, ancora una volta, generando lillà dalla morta terra, un operaio lo sposta. In una nube di finissimo pulviscolo cade allora un'anta o si frantuma un piede. Ecco, ora, che quei lacerti giacciono sul pavimento di pietra. Li si osserva, incuriositi. Un reticolo fittissimo di canali solca il loro interno. I nuovi padroni si rigirano tra le mani quei manufatti alieni, ormai irrecuperabili. Essi prendono una decisione. Gettiamolo via! È troppo vecchio! Una scelta che sembra ragionevole sol perché non ci si accorge che è dettata da uno spirito che ha subito lo stesso decorso di quei poveri resti: uno spirito arido, disseccato, senile, putrescente, decrepito, cancrenoso.
Se potessero, i nuovi padroni, vedersi dentro, scoprirebbero che la stessa loro anima è punteggiata da fori, cunicoli, gallerie senza vita. Il mobile vien gettato a parte, in un garage o in uno spiazzo, quindi fatto a pezzi o bruciato. Il nuovo incombe, con occhi lattiginosi, deprivati di esistenza.

Il gattopardo, qualcuno l'ha inteso? Un romanzo sulla putrefazione di un mondo. Dapprima la profanazione delle reliquie della famiglia che un sacerdotino positivista liquida con degnazione: “Poi il sacerdote chiese la chiave della cassa dei documenti, domandò permesso e si ritirò nella cappella non senza aver prima estratto da una sua borsa un martelletto, una seghetta, un cacciavite, una lente d'ingrandimento e un paio di matite. Era stato allievo della Scuola di Paleografia Vaticana, inoltre era Piemontese: il suo lavoro fu lungo e accurato; le persone di servizio che passavano davanti all'ingresso della cappella udivano martellatine, stridorini di viti e sospiri. Dopo tre ore ricomparve con la tonaca impolveratissima e le mani nere ma lieto e con un'espressione di serenità sul volto occhialuto; si scusava perché recava in mano un grande cestino di vimini: ‘Mi sono permesso di appropriarmi di questo cestino per riporvi la roba scartata; posso posarlo qui?’ … ‘Sono lieto di dire che ho trovato cinque reliquie perfettamente autentiche e degne di essere oggetto di devozione. Le altre sono lì’ disse mostrando il cestino … ‘E di quel che c'è nel cestino cosa dobbiamo fare?’ ‘Assolutamente quel che vogliono, signorine; conservarle, o buttarle nell'immondizia; non hanno valore alcuno’.
E subito appresso il passo, decisivo secondo lo stesso Tomasi di Lampedusa; quello sull’alano Bendicò, già lare e protettore e totem della famiglia e del luogo e ora ridotto a ciarpame impagliato, inutile, molesto: “Concetta si ritirò nella sua stanza; non provava assolutamente alcuna sensazione: le sembrava di vivere in un mondo noto ma estraneo che già avesse ceduto tutti gli impulsi che poteva dare e che consistesse ormai di pure forme. Il ritratto del padre non era che alcuni centimetri quadrati di tela, le casse verdi alcuni metri cubi di legno … Continuò a non sentir niente: il vuoto interiore era completo; soltanto dal mucchietto di pelliccia esalava una nebbia di malessere. Questa era la pena di oggi: financo il povero Bendicò insinuava ricordi amari. Suonò il campanello. ‘Annetta’ disse ‘questo cane è diventato veramente troppo tarlato e polveroso. Portate­lo via, buttatelo’.
Mentre la carcassa veniva trascinata via, gli occhi di vetro la fissarono con l'umile rimprovero delle cose che si scartano, che si vogliono annullare. Pochi minuti dopo quel che rimaneva di Bendicò venne buttato in un angolo del cortile che l'immondezzaio visitava ogni giorno: durante il volo giù dalla finestra la sua forma si ricompose un istante: si sarebbe potuto vedere danzare nell'aria un quadrupede dai lunghi baffi e l'anteriore destro alzato sembrava imprecare. Poi tutto trovò pace in un mucchietto di polvere livida”.
Ci si intende?

Il mio conoscente, un settantenne robusto e placido, cui devo una bellissima domenica, mi intrattiene sui borghi e sulle città dell'infanzia. Con le mani intrecciate dietro la schiena, passeggia, lento. Non addita; ammicca con un gesto del mento. Una fontana essiccata, una chiesa sbarrata e chiusa alla partecipazione a causa d'un crollo. Un quartiere storico affittato dai privati a cooperative e onlus onde permettere l'Accoglienza di Pantalone. Gli occhi chiari dritti davanti a sé, la barba bianca, curata e malinconica, che si muove al ritmo di un cibreo della devastazione. I Comuni non hanno soldi, non vantano crediti, solo debiti. Poveri Comuni della Tuscia! Sindaci e assessori e dirigenti statali e parastatali stilano frenetici la lista delle cessioni: palazzetti ottocenteschi, boschi, castelli, ex caserme, teatri, sentieri, reliquie e Bendicò assortiti. Si varano alla chetichella ordini del giorno per cui se una strada, pubblica, è considerata, unilateralmente dagli stessi ominicchi alla chetichella, in stato avanzato o irreversibile di abbandono, viene sottratta alle cure ordinarie dell'amministrazione. E così paesi, paesetti e cittadine si derubricano a ghost town solcate da una viabilità frenetica che regala l'impressione del movimento e da decine di morte gore. Perché il cuore dell'Italia muore. Avanzano i suburbi, persino in sputi da diecimila abitanti; costosi dormitori, eguali a milioni d'altri nel mondo, psicologicamente criminogeni, privi di servizi se non quello d'un pezzo d'asfalto che ti porti, la mattina, verso una scuola o una superstrada da migrante: dalla provincia alla città e viceversa.

L'importante assessora si dispera. Poi sospira: se solo venisse una multinazionale! Sì, se solo ci considerasse un grande gruppo straniero! Lo zio d'America, insinuo? No, anche cinesi, canadesi. Magari lapponi, penso. O sudafricani, perché no. Gli daremmo tutto! Tutto! In comodato gratuito a trent'anni! A cinquanta! Un'idea? E perché non un camminamento commerciale coperto all'interno del centro medioevale? Perché no, si può fare. Coprire le due principali vie papaline con dell'artistico plexiglass e deambulare come in un megastore. I negozi tornerebbero alla vita! Non più negozi su strada, ciascuno con un padroncino strozzato dalla TARI, ma l'epifania commerciale d'un unico organismo postcapitalista! Arte e storia e Amazon!
Queste le impennate d'ingegno.

Il conoscente sa di tutte queste storie. A un certo punto comincia a illustrarmi le varie proprietà di sindaci, consiglieri, assessori, generali a riposo: locali notturni, pizzerie, bar, ristoranti. Mi cita prestanome e mammasantissima. Spiega, con rigore cartesiano, perché una tal via ha l'asfalto impeccabile per trecento metri per poi interrompersi; perché l'erba cresce solo in alcuni luoghi; perché la municipale ronza solo in alcuni posti. "La sensazione che la politica sia fallimentare perché svolta da incompetenti è un equivoco. Essa si basa esclusivamente sull'affarismo e la presa di potere: è, in realtà, efficientissima", mi dice. Tutto ciò che viene approvato è solo frutto di un accordo fra gang. Se produce effetti sulla popolazione lo fa incidentalmente. Il popolo, equivocando, scambia tale casualità per politica. Esempio. Si decide di costruire una scuola. Passano anni. Alla fine la scuola è tirata su. A fatica, ma ce la fanno. Escono titoli di giornale. Si inaugura l'edificio con trombette e putipù. La destra crede sia merito del sindaco destro precedente, la sinistra del sinistro attuale. O viceversa. In realtà ogni gruppo di potere ha deciso, sin all'ultima palata di calcina, il guadagno o la tangente di competenza. Son tutti contenti. Il debito si è alzato di un pochino e però i gonzi vedono la scuola. In effetti è lì, brutta, ma vera, con un parco giochi stitico, ma reale. Addirittura, si vocifera, qualche classe potrà entrarvi già da settembre! Un successone. Ognuno rivendica la paternità, come un branco di cornuti, ma son solo scene per il cabaret giornalistico di provincia. Nell'ombra ci si ritrova d'accordo, magari in un ristorantino che, quella sera, è chiuso, e però apre battenti e fornelli ai protagonisti del progresso. Politici, finto ambientalisti, papaveri confederali, criminali assortiti, rossi bigi e giallini affogano la felicità in un buon piatto di spaghetti in attesa della prossima Bengodi da spartire: la manutenzione. Pare, infatti, che i cessi della scuola abbiano, da subito, cominciato a fare i capricci. Colpa di scarichi malamente concepiti? E chi lo sa. Un contratto onnicomprensivo di manutenzione è concepito seduta stante, complici gli affettati, l'inchiostro ancor fresco sul compromesso impataccato di sugo. La ditta Sturacessi srl sturerà, conseguentemente, i cessi dei pargoli: pagata un tanto a intervento, ovvio.

Conchita Wurst incita al voto per le Europee.
I sovranisti s'arrabbiano: è una pedina degli europeisti-globalizzatori!
Ma c'è, ancora una volta, un piccolo equivoco.
Egli, infatti, non sprona i cittadini a votare per gli europeisti-globalizzatori bensì a farlo tout court.
Votare a dritta o votare a manca è indifferente.
Votare: ciò è importante per il potere: votare!
Votate e fate votare! Il voto è democrazia! Fate votare!
È il non voto a preoccupare il potere, solo quello.
Ma si continua a equivocare.

Autonomia Operaia, 1974.
Si sabotano le centraline della SIP, si inseguono gli “staccatori” dell’ENEL per salvaguardare gli indigenti compagni proletari. Tutto un mondo di scansafatiche è in subbuglio: gruppi e gruppetti leninisti, potoppini, internazionalisti, ex carcerati col bernoccolo maoista, futuri giornalisti col birignao e l’attico, futuri assassini di poliziotti, brigatisti in erba, indiani cicorioni, pauperisti col loden ed espropriatori seriali giocano a fare la guerra sociale nel paese dal welfare più raffinato del mondo.
Città del Vaticano, 2019. Il cardinal Konrad Krajewski, Elemosiniere del Papa, rompe i sigilli ACEA, come un katanga di borgata.
45 anni non equivalgono sempre a 45 anni.
Si equivoca, spesso, sullo scorrere del tempo.

La sinistra crede ancora di aver fatto il Sessantotto. Equivoci. 

Si parla con maestri di scuola e professori e si spera d'avere di fronte individui in grado di formare gli Italiani a venire. Invece si equivoca: sono dei burocrati, timorosi di tutto, persino della propria laurea, preparati solo a scansare la vera educazione. Alcuni strafottenti, altri menefreghisti, talaltri rassegnati. Il 90% appartiene all'area sindacale che ha distrutto l'Italia. Codici a barre, circolari, valutazioni, diagrammi, incasellamenti, permessi, diktat ministeriali, test chiusi, test qualità, futuribili e risibili alternanze scuola-lavoro, scappatoie leguleie formano l'universo della scuola, oggi. Un quattordicenne è praticamente analfabeta, senza storia, stile, concetti e nozioni; gli rimangono appiccicate con lo sputo solo alcune convinzioni. E così Euclide è una piazza di Roma, Plutone il grosso cane di Topolino, sette per otto quarantotto.

Credere che una promessa equivalga a un passo compiuto.
Torniamo al sette in condotta! E tutti ad applaudire la svolta.
Intanto arriva - è un fatto - il 6 politico sino ai quattordici anni.
Il fatto è un fatto. La promessa, invece, niente. Tutti, però, son contenti anche se il fatto spinge al prossimo gradino l’inevitabile Programma Nichilista mentre la promessa sbiadisce. Stiamo contrastando il cammino della globalizzazione, citrulleggia il controinformatore.

È l'Euro e non la corruzione ad aver affossato l'Italia, affermano gli economisti astuti.
La corruzione incide per un nonnulla, l'Euro è strutturale!
E chi ha voluto l'euro se non i corrotti?
Chi ha creato, anzi, un patriziato infame, servile, voltagabbana, vigliacco e mediocre se non la corruzione?
Un altro piccolo equivoco.

Un Comune della Tuscia decide di ristrutturare un castello rinascimentale.
Lo compra, perciò, dai signorotti che l'hanno tenuto per un secolo.
A tal uopo viene acceso un mutuo trentennale che inchioda i futuri bilanci alla frugalità spinta.
Il castello, però, è enorme.
Si decide, per cominciare, di ripulire e rimettere in sesto solo il tetto.
La ditta arriva e, in pochi mesi, esegue il lavoro.
Gli antichi coppi, però, non ci sono più, sostituiti da volgari tegole postmoderne. Anche molti arredi interni spariscono: quadri, arazzi, fortipiani, sculture, reperti romani.
C'era forse una dimenticanza nel contratto di cessione? Com'è potuto accadere?
La ditta edifica poi una struttura "da ammodernamento" proprio di fronte all'entrata del cortile con pavimentazione quattrocentesca. Cosa fare? Bisognerebbe abbattere il muro d'un terreno limitrofo e ricreare un nuovo accesso mercé una servitù di passaggio. I proprietari del terreno, però, s'oppongono; il Comune desiste per non alimentare la litigiosità.
Dopo vent'anni il castello è come prima. Una fenditura s'è aperta nel torrione settentrionale. La copertura, di mediocrissima, qualità, cede in più punti.
Durante tale lasso di tempo alcuni sindaci sono stati arrestati.
Uno di loro, però, si ripresenta: vanta ottime probabilità di successo.

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