L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 24 maggio 2019

E' guerra vera è guerra totale, niente illusioni

Ecco i motivi (militari) della guerra di Trump e Google a Huawei

23 maggio 2019


Manfrina mediatica? Prezzo pagato da Casa Bianca e Pechino per essere lasciati tranquilli nel finalizzare l’accordo commerciale? Oppure vera e propria guerra tecnologico-militare fra Usa e Cina?

Sono alcune delle domande che serpeggiano sui social dopo la mossa trumpiana di Google contro Huawei.

Una domanda clou è stata formulata su Twitter dalla giornalista del Tg1, Barbara Carfagna, che da anni segue i temi dell’innovazione tecnologica e della cybersecurity:

Caso #Huawei Ma #Google che ha sempre dichiarato di essere per l’uguaglianza, contro le discriminazioni,sopra le nazioni, che pochi mesi fa era pronta ad accordarsi con la Cina nonostante la censura, come la mette ora ad ubbidire al governo USA? https://www.repubblica.it/esteri/2019/05/21/news/huawei_la_casa_bianca_fa_un_passo_indietro_sospese_le_restrizioni_fino_ad_agosto-226800557/ …




Una bella contraddizione, quella di Google, rimarcata dalla giornalista Carfagna. In effetti il ruolo di Google non è secondario nella strategia trumpiana.

Il ceo di Google, Sundar Pichai, di recente ha incontrato alcuni generali del Pentagono. Come mai?

Secondo molti analisti, il problema prevalente fra Trump e Huawei è soprattutto militare, come ha scritto suStart Magazine l’analista Fabio Vanorio. Google ha la top clearance per partecipare alle gare del DoD, Department of Defense (Jedi, Project Maven) e, in base a ciò, deve rendere conto al Pentagono di quanto svolge con Paesi stranieri.

Fino all’era Obama, Google aveva una rilevante libertà di azione all’estero. Adesso, con Trump alla Casa Bianca, il vento è totalmente cambiato.

Gli effetti di questo cambiamento? Il primo progetto ad essere modificato è stato Dragonfly. Eric Schmidt, ex ceo di Alphabet (holding che controlla Google) e adesso a capo della Defense Innovation Unit del Pentagono. Si chiede retoricamente un analista al corrente di questioni tecnologiche: “È possibile per la Cina sviluppare un prodotto come Dragonfly senza che il Pentagono ne conosca i contenuti?”. Non è possibile.

Ma le preoccupazioni di Washington su Huawei sono anche altre. Il colosso cinese ha sviluppato con Google un prodotto per l’healthcare (progettato per rilevare e diagnosticare i primi segni di disturbi visivi nei bambini) basato sull’intelligenza artificiale. Come scritto da Chiara Rossi su Start Magazine, si chiama Track AI e utilizza TensorFlow, un insieme di strumenti software AI di Alphabet, gli stessi impiegati per il discusso Project Maven che la rivolta dei dipendenti di Google ha fatto saltare.

Il software è abbinato ai dispositivi Huawei e consentirà anche ai non professionisti di diagnosticare le condizioni di salute degli occhi dei bambini più piccoli. Ma per sviluppare Track AI, Huawei si è avvalsa di TensorFlow.

TensorFlow è uno degli strumenti più popolari per la creazione di applicazioni di machine learning ed è utilizzato dagli sviluppatori di tutto il mondo. TensorFlow è open-source, quindi chiunque e ovunque può utilizzarlo e Google non può controllarne l’accesso.

Secondo quanto riportato da Bloomberg, Chris Brummitt, un portavoce di Google, ha confermato che un team pubblicitario che collabora con i clienti della società di Mountain View ha fornito consulenza nell’attività di marketing a Huawei, sebbene nessun ingegnere sotto la guida di Sundar Pichai abbia lavorato al progetto Track AI. Anche un portavoce di Huawei ha confermato questa partnership. Vero è che l’iniziativa Track AI non rappresenta una priorità strategica per nessuno dei due giganti della tecnologia, ma sottolinea le importanti relazioni commerciali che Google ha cercato di costruire con aziende cinesi come Huawei da decenni.

Il Pentagono teme il controspionaggio: vi possono essere dipendenti di Google a rischio di doppio gioco con Pechino. “La Cina è uno Stato che ricorre sistematicamente allo “spionaggio elettronico” per rubare tecnologia e segreti commerciali”, ha detto ieri Edward Luttwak a Marco Orioles di Start Magazine.

C’è una questione Nsa, poi, come svelato tempo fa da Start Magazine: la non compliance di Huawei crea una vulnerabilità enorme e inammissibile per gli Stati Uniti, si dice in ambienti dell’Intelligence italiana.

Non è finita.

Huawei fa molto affidamento sulle app di Google tra cui, per la ricerca, Chrome e Maps, non solo per motivi commerciali. Recentemente, Google Earth 3D Maps ha “incidentalmente” mostrato le principali basi militari segrete di Taiwan, con alcuni dei siti disponibili in dettaglio 3D inclusa una struttura ospitante missili Patriot.

Risultato: la preoccupazione del Pentagono è stata tale – si dice in ambienti istituzionali fra Usa e Italia – che nella Entity List del Bureau of Industry and Security statunitense – sono state inserite 68 filiali non-Usa di Huawei situate in 26 Paesi (Belgio, Bolivia, Brasile, Birmania, Canada, Cile, Cina, Egitto, Germania, Hong Kong, Jamaica, Giappone, Giordania, Libano, Madagascar, Olanda, Oman, Pakistan, Paraguay, Qatar, Singapore, Sri Lanka, Svizzera, Taiwan, Regno Unito, e Vietnam).

Alle società locali operanti in questi Stati che impiegano parti sensibili originate negli Usa e che hanno rapporti con la locale Huawei è richiesto di interromperli quando vi possano essere preoccupazioni di compromissione di segreti industriali statunitensi. “Finora si contano sulle dita di una mano. Il Pentagono ha iniziato una spunta alla lavagna. Un ottimo modo per il DoD (Department of Defense) valutare l’affidabilità dei propri partner e non di Huawei…”, sottolinea un osservatore al corrente del dossier.

Insomma, la “guerra” tecnologica con risvolti geopolitici – secondo la definizione di Marta Dassù (Aspen) intervistata da Start Magazine – invece di svolgersi solo ad un tavolo si sta sviluppando anche sul mercato globale.

I cinesi hanno tergiversato temporalmente per poter arrivare al periodo di campagna elettorale di Trump e per poterlo affrontare in una condizione di sua minore attenzione e focus, facendo leva su tutti gli agenti di Pechino presenti nei meccanismi di check-and-balance di Washington D.C..

Comunque, secondo molti osservatori, si arriverà ad un accordo ma alla fine è stata una vera e propria guerra di nervi. E a quel punto se qualcuno avrà ceduto, non si potrà più tornare indietro.

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