L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 6 maggio 2019

Giorgetti ha messo all'angolo il Fanfulla

Lo sfogo di Giorgetti: lo scontro sulla Tav era una buona occasione per rompere

Il sottosegretario confida: “Se vogliamo la crisi dobbiamo trovare un motivo sull’economia”

ANSA
Il vicepremier Matteo Salvini ieri in un comizio a Roma

 06/05/2019 alle ore 10:54
AMEDEO LA MATTINA

Cosa succederà mercoledì al Consiglio dei ministri è uno spartito già scritto. Il premier Giuseppe Conte e Luigi Di Maio tirano dritti, non mollano: il sottosegretario Armando Siri dovrà dimettersi. I 5 Stelle sanno che su questa vicenda Matteo Salvini non può aprire una crisi di governo, anzi lo sfidano ad intestarsi la fine dell’esperienza gialloverde su un caso giudiziario, su quella che loro considerano una questione di poltrone. Il leader della Lega non ha alcuna intenzione di commettere questo errore.

«Il problema non è avere un sottosegretario in più o in meno ma il rischio di tirare a campare per altri quattro anni con le chiacchiere». La rottura ci sarà non su Siri. Non è questo il tema giusto. Il ministro dell’Interno attende di capire se gli alleati continueranno a fare le barricate sull’autonomia regionale, sulla flat tax, sulle procedure che servono a rilanciare le opere pubbliche, sulla revisione degli studi di settore. «Ridurre le tasse per famiglie e le imprese è una questione di adesso e va affrontata subito, non l’anno prossimo», afferma Salvini che non è disposto a rinviare, tergiversare, bloccare l’economia. «Non sono più disposto a fare sconti a nessuno», è il mantra del ministro dell’Interno.

Giancarlo Giorgetti lo ha detto in maniera chiara. Lo ripete a tutti gli interlocutori con i quali ha avuto modo di parlare di recente: «Se avessimo rotto sulla Tav, avrebbe avuto un senso, la Lega avrebbe preso il 40 per cento. Il problema non è Siri. Ma al prossimo giro Salvini rompe davvero su un terreno che gli conviene. Ha imparato la lezione della Tav». Bisogna tenere i nervi saldi, non reagire in maniera scomposta alle provocazioni. Anche perché dopo le dimissioni di Siri ci potrebbero essere altri casi in cui i 5 Stelle alzeranno la «bandiera giacobina» del giustizialismo. Alla fine del mese arriverà la sentenza per il viceministro alle Infrastrutture Edoardo Rixi e se sarà di condannato già c’è chi, come il ministro del Sud Barbara Lezzi, annuncia che verranno chieste le sue dimissioni. Al Mit non rimarrebbe nessuno della Lega, aprendo un problema molto pesante perchè da quel ministero guidato da Danilo Toninelli passa tutto ciò che dovrà sbloccare i cantieri e dare impulso ai lavori pubblici.

Saranno le questioni economiche lo spartiacque che metterà la parola fine al governo Conte. Salvini non ha fiducia nel premier, non lo considera più super partes. È stufo degli insulti che arrivano dagli alleati. «Gli amici dell’M5s pesino le parole. Se dall’opposizione insulti e critiche sono ovvie, da chi dovrebbe essere alleato no. La mia parola è una - dice il ministro dell’Interno - e questo governo va avanti cinque anni, basta che la smettano di chiacchierare. Mi dicono “tiri fuori le palle”? Ricevo buste con proiettili per il mio impegno contro la mafia. A chi mi attacca dico tappatevi la bocca, lavorate e smettete di minacciare il prossimo. È l’ultimo avviso».

Di Maio non frena, anzi provoca l’alleato. Gli dice che non ha alcuna intenzione di tapparsi la bocca di fronte alla corruzione. «Il tema è semplice: Siri persona poteva fare un passo indietro e chiedo che lo faccia prima del Consiglio dei ministri. Ma perché dobbiamo arrivare a questo punto?», chiede il leader M5S che poi allontana ancora l’approvazione dell’autonomia regionale. Un tema, questo, che per la Lega è una veramente dirimente. «Io dico non facciamo in fretta e non facciamo pasticci. Non voglio creare una scuola o una sanità di serie e di serie B. La coesione nazionale - spiega Di Maio deve essere al centro di questo progetto, prendiamoci qualche settimana in più e facciamo questo progetto seriamente».

I leghisti non ci stanno. Dicono che l’autonomia è ferma da mesi e i 5 Stelle vogliono pure che passi attraverso il voto decisivo del Parlamento, cambiando gli accordi che le Regioni come il Veneto e la Lombardia hanno preso con il governo.

L’ultimo avviso di Salvini, confidano nel Carroccio, non è un colpo sparato a salve. Il redde rationem vero sta arrivando e non sarà su Siri ma su argomenti forti, economici, essenziali per l’economia del Paese. Ma c’è anche un altro aspetto che nella Lega comincia essere valuto. Si attende di vedere il risultato delle Europee: se sarà superiore al 30%, Salvini potrebbe avere la tentazione di andare al voto anticipato. Non è detto che continuando a stare con i 5 Stelle questa percentuale rimanga altrettanto alta.

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