L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 9 maggio 2019

Il Fanfulla ha sempre saputo di avere i piedi d'argilla che si chiamano Giorgetti, e ora paga pegno. L'abuso d'ufficio non si nega a nessuno neanche a Fontana

SIRI E FONTANA09 maggio 2019
Lega sull’orlo di una crisi di nervi: e ora Salvini si sente sotto attacco di giudici e poteri forti
Prima le inchieste su SIri e la revoca del sottosegretario. Poi, l’inchiesta su Attilio Fontana, dove spunta (di nuovo) il nome di Giorgetti. Infine i primi sondaggi che danno la Lega sotto il 30%. Per il Carroccio, segnali che la guerra è iniziata

Miguel MEDINA / AFP

Si sentono accerchiati, presi di mira, convinti che a questo punto della scena «una manina giudiziaria» voglia interrompere la stagione dell’esecutivo gialloverde. Dalle parti di via Bellerio, sede della Lega di Matteo Salvini, da giorni non fanno altro che ripetere frasi di questo tenore: «Il combinato disposto Movimento CInque Stelle-procure vuole impedire la nostra affermazione». Ed ecco che un alto dirigente del Carroccio si ferma in Transatlantico e la mette così: «Sembra una nuova Tangentopoli. In questo paese non siamo mai usciti dalla stagione del ‘92-‘93».

Prima l’inchiesta che ha coinvolto il sottosegretario Armando Siri, indagato per corruzione dalla Procura di Roma e legato a quel Paolo Arata che rispondeva a Vito Nicastri, re dell’eolico, a sua volta vicino al boss di Cosa Nostra Matteo Messina Denaro. A ciò sono seguiti quasi venti giorni di polemiche, di bracci di ferro fra Salvini e Di Maio, sfociati nella presa di posizione del premier Giuseppe Conte che proprio ieri ha revocato l’incarico di Siri sposando il giustizialismo dei pentastellati.

C’è un fil rouge che ha costretto i vertici della Lega ad aprire una riflessione. Entrambe le inchieste sfiorano il sottosegretario Giancarlo Giorgetti, il deus ex machina del leghismo di rito salviniano

Poi l’altra indagine sulle tangenti in Lombardia che è arrivata fino al governatore leghista Attilio Fontana, oggi indagato per abuso di ufficio. Si tratta di un uno-due che scatena le ire del vicepremier Salvini al punto da fargli dire che «sono vergognosi gli attacchi all’uomo, all’avvocato, a un sindaco e a un governatore la cui onestà e trasparenza non sono mai state messe in discussione in tanti anni, né mai potranno esserlo oggi o in futuro. Confidando nel buon lavoro della magistratura e delle forze dell’ordine milanesi - ha aggiunto il leader leghista - e evidenziando la necessità di punire eventuali singoli colpevoli, ribadisco con orgoglio i servizi che la Regione Lombardia offre da anni come modello europeo e mondiale ai suoi 10 milioni di cittadini, per efficienza e buona amministrazione».

Ma c’è un fil rouge che ha costretto i vertici della Lega ad aprire una riflessione. Entrambe le inchieste sfiorano il sottosegretario Giancarlo Giorgetti, il deus ex machina del leghismo di rito salviniano, il braccio destro del leader del Carroccio, l’uomo che più di ogni altro funge da anello di collegamento fra la Lega e le istituzione. In sintesi, è Giorgetti che dialoga con Mario Draghi, con Sergio Mattarella e con tutte le istituzioni che si definiscono tali. Va detto che Giorgetti non è indagato. Ma è stato lui ad assumere Federico Arata, figlio del re dell’eolico, alla presidenza del Consiglio. Ed è sempre lui che viene nominato due volte negli atti dell’inchiesta della Procura di Milano su un presunto sistema di corruzione.

A fare il suo nome sono il politico di Forza Italia, Gioacchino Caianiello, arrestato martedì, e Diego Sozzani, il deputato azzurro per il quale i pm hanno mandato al Parlamento una richiesta di arresto. Sono piccole scosse che destabilizzano la Lega di Salvini nei giorni, forse, più difficili del governo gialloverde. «Perché - mormora un leghista – se viene messo in discussione Giancarlo qui crolla tutto». L’impressione è qualcosa si stia muovendo. In quale direzione non è dato sapere. Certo è che il clima sta diventando irrespirabile a palazzo Chigi. I leghisti si sono sentono isolati e accerchiati. Anche perché per la prima volta girano sondaggi non positivi per via Bellerio che fotografano una Lega attorno al 29 per cento. Con un Pd in rimonta che sfiora il 23%. Da qui la preoccupazione, la sindrome del complotto. E la necessità di dover mutare l’azione politica. Se non addirittura l’esecutivo.

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