L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 16 maggio 2019

La guerra si avvicina - scaturisce dal brutale unilateralismo della Casa Bianca

IL BLOG
16/05/2019 16:16 CEST | Aggiornato 2 ore fa

Iran, chi vuole l’escalation e perché

Luciana Borsatti Giornalista, esperta di Iran e Medio Oriente

STR VIA GETTY IMAGES

Sono giorni che sui media rullano i tamburi di una possibile guerra con l’Iran, e ogni giorno un nuovo allarme li fa rullare ancora più forte. Tanto forte che, assordati dall’effetto stereofonico di tanto sovraccarico mediatico, si rischia di dimenticare le domande di fondo: ma la guerra chi la vuole? Per quali cause e con quali obiettivi? Chi ha innescato l’escalation che potrebbe precipitare in un conflitto? Converrebbe davvero alle parti in causa aprire una nuova guerra in Medio Oriente?

“La guerra non la vogliono né gli Usa né l’Iran”

Due giorni fa Ali Khamenei, la massima carica politico-religiosa della Repubblica Islamica, ha dichiarato che a volerla non è l’Iran. L’attuale scontro, ha spiegato:

“non è militare perché non ci sarà nessuna guerra tra l’Iran e gli Usa. Né l’Iran né gli Usa cercano la guerra”.

In effetti, entrambe le parti sono consapevoli che un confronto militare sarebbe disastroso, proprio perché l’Iran ha la capacità per vendere cara la pelle. E non solo con i suoi missili, un rischio per Israele e Arabia Saudita e le stesse forze Usa nella regione, ma anche per la rete di alleati su cui può contare, a partire da Hezbollah e Hamas. Ma, appunto, se l’Iran mettesse tutte le sue risorse in azione sarebbe per tutti un bagno di sangue, e di incerta durata. Perché Teheran sa di essere circondato da potenze rivali e nemiche: Israele ha un consistente numero di testate nucleari non dichiarate, Riad e gli Emirati sono stati armati fino ai denti dagli Usa e numerose basi statunitensi sono vicine ai suoi confini.

Circola da tempo sui social un’ironica immagine in cui l’Iran è circondato da basi Usa, con la scritta: “L’Iran vuole la guerra: guarda quanto vicino hanno messo il loro Paese alle nostre basi militari”.

Cui ora se ne aggiunge una quasi fresca di giornata. 
“In uno sfacciato atto di aggressione l’Iran ha dispiegato il suo Paese proprio vicino alla nostra portaerei”
battuta accompagnata alla foto della portaerei Abraham Lincoln che gli Usa hanno nei giorni scorsi diretto verso il Golfo Persico – ma pare si sia fermata nel Mar Arabico, secondo fonti militari di Teheran.

Oltre ad aver dispiegato, sempre gli Stati Uniti, una squadra di bombardieri B-52, una nave anfibia e una batteria di missili Patriot per contrastare non meglio precisate minacce di Teheran contro gli interessi Usa e dei loro alleati.

A Teheran, che si parli del governo o dei Pasdaran, non c’è né la volontà né l’interesse a fare una guerra – conferma Raffaele Mauriello, docente italiano all’Allameh Tabataba’i University di Teheran e alla Sapienza di Roma. Il quale esclude che vi sia questa possibilità anche da parte di Washington, che si tratti del Presidente o della Cia o del Pentagono.

“Sarebbe catastrofica per gli Usa, per i sauditi, per gli Emirati. Non conviene a nessuno”. Anche se le tensioni in atto “sono in una zona molto sensibile, dove può facilmente scoppiare un incidente. Ma se accadesse sarebbe un incidente, avrebbe la sua risposta” 
e la cosa si chiude.

Quanto a come vivano queste giornate di tensione gli iraniani:

“c’è una realtà concreta – risponde Mauriello proprio da Teheran - e una realtà virtuale. La gente è preoccupata più per le notizie che per una tensione reale”.

E se è vero che un giorno è scomparsa la pasta dagli scaffali dei negozi, in un meccanismo automatico che spinge la gente a fare scorte in casa, la vita continua come prima: alla recente Fiera del libro, ricorda, la gente ci è andata come al solito in massa, e anche i libri sono scomparsi dagli scaffali. Il che vuol dire che chi può spendere ancora lo fa, “anche se il Paese si deve attrezzare per un altro periodo di tensioni, fino alle presidenziali Usa del 2020”. L’Iran insomma resiste, come sempre.

E dunque da dove nasce l’escalation?

Dai falchi della Casa Bianca come il consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, evidentemente: quelli che hanno appena rincarato la dose spingendo Washington a far evacuare una parte del personale diplomatico in Iraq, inducendo Germania e Paesi Bassi a sospendere l’addestramento delle truppe irachene.

Gli Stati Uniti non stanno spingendo per un conflitto in Medio Oriente, ha affermato il Dipartimento di stato americano. Ma la pensa diversamente il presidente russo Vladimir Putin, secondo cui l’ultima crisi è stata “scatenata dal ritiro degli Stati Uniti” dall’accordo sul nucleare iraniano.

A smentire la necessità degli ultimi allarmi è anche un partner di Washington di rango come il generale britannico Chris Ghika, vice comandante della coalizione anti-Isis a guida Usa. Non vi è alcun aumento di minacce in Iraq e in Siria da parte delle milizie alleate di Teheran, ha detto. Subito contestato però dal Comando centrale Usa, secondo cui le sue dichiarazioni “contrastano con le credibili minacce identificate, disponibili all’intelligence Usa e degli alleati, relative alle forze sostenute dall’Iran nella regione”.

E l’attacco con droni contro l’oleodotto saudita, poi rivendicato dai ribelli yemeniti Houthi? A parte la coincidenza temporale con la crisi, non si tratta del primo utilizzo di droni da parte dei ribelli, che alcuni analisti ritengono in grado di costruirseli da soli. Fermo restando che a oggi non vi sono prove di un coinvolgimento diretto nello Yemen da parte dell’Iran – osserva in merito Mauriello - è comunque difficile dire chi abbia deciso l’attacco all’oleodotto di Riad.

E i sabotaggi alle petroliere saudite nelle acque degli Emirati? Non vi è notizia sulla loro origine, anche se – scrive la Reuters – agenzie Usa per la sicurezza nazionale “credono” che ad agire “potrebbero” essere stati agenti alleati dell’Iran il quale si è detto estraneo all’incidente, che nessuno ha rivendicato.

La vaghezza e incertezza delle minacce attribuite a Teheran non ridimensiona tuttavia l’allarme, rinvigorito dalle indiscrezioni – pur smentite dallo stesso presidente Donald Trump - su un piano del Pentagono di inviare 120mila soldati in Medio Oriente in caso di attacco dell’Iran o di un suo avvio verso l’arma nucleare. E qui sta il punto.

L’Iran è tornato a essere una minaccia atomica?

No, a oggi non lo è e non vuole diventarlo. La Repubblica islamica sa che se vuole sopravvivere come sistema non può ingaggiare un conflitto con il mondo ma deve rispondere alle attese del suo popolo in termini di sviluppo economico, di estensione dei diritti politici e civili, di opportunità lavorative ma anche di maggiori libertà per una nuova generazione nata dopo la rivoluzione e in gran parte lontana dai suoi valori.

La sua decisione di parziale ritiro – peraltro obbligato per alcune nuove sanzioni Usa - da due degli obblighi imposti dall’accordo sul nucleare, da Teheran sempre rispettato finora, è un richiamo alle altre parti firmatarie – Russia, Cina e soprattutto Europa – a rispettare i propri obblighi verso l’Iran. L’annuncio di un ritorno all’arricchimento dell’uranio se, fra 60 giorni, questo richiamo non sarà ascoltato va inteso dunque non come una minaccia ma come un atto che lascia aperta una via diplomatica per la sopravvivenza dell’accordo, via che sono ora gli altri partner a dover percorrere.

La strategia della massima tensione nel Golfo ha dunque l’effetto di distogliere l’attenzione da questo appello al multilateralismo, contro il brutale unilateralismo della Casa Bianca. E la militarizzazione del Golfo è solo l’ultimo atto della “massima pressione” di Trump per costringere Teheran a tornare a trattare, ma solo con lui. Tuttavia, mentre molti in Iran si chiedono da tempo se non sia il caso di sedersi a quel tavolo per evitare il peggio, nel suo ultimo intervento Khamenei ha ribadito la linea ufficiale: di negoziare con questa inaffidabile amministrazione Usa non se ne parla proprio.

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