L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 28 maggio 2019

L'Unione Europea è irriformabile perchè il suo mandato è netto applicare il Progetto Criminale dell'Euro. E i suoi atti confermano senza soluzioni di continuità questo obiettivo



27 MAGGIO 2019

L’Europa non è quella sognata dagli ultrà europeisti. C’è un’altra Europa uscita da queste elezioni e che mette in dubbio tutta quella struttura che per anni è stata considerata granitica e definitiva. E sono stati i cittadini europei a lanciare un segnale inequivocabile nei confronti dei grandi partiti che rappresentano l’establishment pro Ue. Lo hanno fatto da Parigi a Varsavia, da Atene a Londra, da Berlino a Roma. E la speranza è che ora a Bruxelles e nelle capitali dei diversi Paesi europei la lezione impartita dagli elettori sia stata ascoltata. Perché non è stata una lezione radicale: non è stato l’insegnamento impartito con la famigerata onda nera paventata dai media né con la svolta a sinistra pensata da molti. È una lezione impartita con il sistema democratico e con scelte chiarissime che dai vari fronti d’Europa hanno fatto capire la temperatura de Vecchio Continente.

Ogni Paese ha dato una lezione a questa Unione europea. Ogni area del continente ha inviato un segnale. E ora devono essere gli esecutivi e l’Unione europea a trarne le conseguenze. Il Regno Unito è stato per mesi considerato un Paese che ha sbagliato. I media hanno dipinto un popolo britannico illuso e che era stato attratto da un pifferaio magico come Nigel Farage. E invece è arrivata la notizia contraria: la Gran Bretagna profonda vuole ancora la Brexit e l’ha dimostrato il voto per il Brexit Party ma anche il sostegno ai conservatori, che, seppur ridotto, ha comunque il senso del voto a favore del divorzio di Londra da Bruxelles.

Mentre Londra ricordava al mondo di essere pro Brexit, la Francia ha dato un’altra lezione: quella rivolta del Paese profondo contro Emmanuel Macron non era un fuoco di paglia. E il Paese sta effettivamente cambiando pelle, tra un sostegno sempre più forte verso Marine le Pen e un astensionismo che può essere letto anch’esso in chiave anti Macron. Altro che Paese in mano agli europeisti. Altro che Parigi come culla e locomotiva dell’Unione europea. La Francia si conferma Paese euroscettico nonostante il presidente sia diventato il simbolo della grande burocrazia Ue. E l’immagine che ne esce è quella di un governo che ha completamente perso il legame con il suo popolo.

L’altra lezione è poi arrivata dal Gruppo di Visegrad. Il vento dell’Est continua a spirare sull’Unione europea. E Viktor Orban, accusato di essere l’anti Europa, di essere isolato, di non avere alleati, si è in realtà dimostrato (ancora una volta) leader decisivo per il presente e per il futuro dell’Ue. Con la percentuale di voti ottenuta questa domenica, Fidesz si è confermato uno dei pilastri del Partito popolare europeo e ha soprattutto fatto capire che quell’Europa voluta a Bruxelles non piace a larghissima parte degli ungheresi. A loro come al resto dei popoli dell’Europa orientale, che hanno chiaramente fatto intendere di non avere alcuna intenzione di piegarsi ai dettami europeisti, né sul tema culturale né su quello migratorio. L’insegnamento che hanno dato i cittadini di Visegrad è che quella parte di Europa non cede di fronte alle pressioni di Bruxelles. E non sembra destinata a farlo nel breve né nel lungo periodo.

Altra lezione l’hanno impartita gli italiani. Il voto di ieri, che non può non essere considerato plebiscitario nei confronti della Lega, è soprattutto un monito verso tutto l’establishment europeista. I partiti che criticano l’Unione europea in maniera profonda rappresentano più della metà dell’elettorato italiano. Il Paese è comunque orientato verso destra, dal centro a quella più radicale, ma sommando i voti di Lega, Movimento Cinque Stelle e Fratelli d’Italia, i partiti che più di tutti hanno criticato le scelte dell’Ue, il quadro che ne esce è che la maggioranza del Paese è fortemente critica verso l’Europa. Ed è un segnale estremamente importante per tutti, che non va sottovalutato.

Ma la lezione l’hanno data anche i tedeschi, perché quella Germania che è il nucleo dell’Unione europea in realtà appare profondamente tentennante rispetto alla burocrazia Ue. La Germania è fra i Paesi che più hanno beneficiato dell’Europa unita e dell’eurozona e di certo Angela Merkel è stata la cancelliera che più di tutti ha sovrapposto l’agenda tedesca con quella Ue. Eppure, il voto condanna la Cdu a un risultato che per i cristiano-democratici è pessimo (22,6%) visto che cinque anni fa aveva preso il 30 per cento. Se a questo si aggiunge il boom dei Verdi e il fatto che l’AfD comunque sia riuscita a tenere botta con il 10% ormai consolidato, quello che ne esce è una Germania totalmente cambiata e, anche se europeista, nettamente in contrasto con alcune politiche dell’attuale Unione europea.

Se a queste lezioni si aggiunge quella dell’astensionismo balcanico, che conferma la disaffezione dei popoli del Sud-est Europa per l’Unione europea, e quella della Grecia che abbandona Alexis Tsipras e fa guerra a chi ha eseguito alla lettera i dettami europeisti, il quadro che ne esce è chiaro: gli europei hanno voluto dare un segnale chiarissimo. L’Europa c’è: ma non è quella dipinta dai suoi ultrà. E deve provare a cambiare se non vuole uscire definitivamente sconfitta.

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