L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 9 giugno 2019

Alberto Negri - L'Italia retorica

IL POST - La retorica che difende le istituzioni

Regione:
L'Altravoce dell'Italia
Sab, 08/06/2019 - 10:06

 
Didascalia Foto:
Carceri sovraffollati, un problema italiano


ALBERTO NEGRI

L'ITALIA istituzionale gronda di una retorica irritante e tira sempre un’aria da cinegiornale dell’Istituto Luce. Un giorno volavo con un presidente della Repubblica e all’arrivo scoprii che le colleghe giornaliste erano state insignite del cavalierato soltanto perché avevano viaggiato con lui. Non pensavo fosse un merito, ma nessuno fece neppure una battuta. Qualche tempo dopo anch’io fui gratificato. Partecipai in una caserma a una riunione-conferenza sulla visita del presidente Bush junior a Roma: con generali, alti funzionari italiani e americani e persino il capo del Mossad in Italia, in fondo l’unica vera autorità presente.

Non comprendevo neppure perché mi avessero invitato. Non feci altro che assistere in silenzio ma il giorno seguente, con estrema meraviglia, ricevetti a casa, recapitata da un messaggero, una pergamena che attestava la mia partecipazione a questo consesso. Il messaggio è chiaro: le istituzioni richiedono al cittadino o al funzionario soltanto la sua presenza, il più possibile passiva e silenziosa. Così si difendono le istituzioni. I giudici costituzionali adesso vanno nelle carceri, si fanno filmare in un documentario e scoprono il sovraffollamento spalancando gli occhioni meravigliati. I giornali e la tv danno una mano volentieri con servizi che sembrano usciti dall’istituto Luce o dalle veline del Minculpop al tempo della dittatura fascista. I giudici che entrano nelle carceri, parlano con i detenuti e proclamano che secondo l’articolo 27 della Costituzione che “le pene devono tendere alla rieducazione del condannato”. Insomma delle grandi novità.

Ecco le cifre. Alla data del 26 marzo 2019, su 46.904 posti regolamentari disponibili nei 191 istituti di pena, erano presenti 60.512 detenuti, ossia 13.608 in più rispetto alla capienza regolamentare, con un sovraffollamento del 129 per cento. Un dato che conferma una linea di tendenza in crescita rispetto al passato. Questo aumento non è dovuto a un maggiore ingresso di persone in carcere ma a un minore numero di uscite dal carcere: 1.160 in meno. In altre parole, in carcere si entra di meno ma si esce anche di meno. Perché? Molto probabilmente perché si utilizzano poco le misure alternative al carcere. Inoltre ci sono quasi 20mila detenuti non condannati in via definitiva. La metà attende ancora che inizi il primo processo. Gli altri hanno fatto appello o aspettano di farlo. E’ questa la popolazione in attesa di giudizio, “non colpevole sino alla condanna definitiva”.

L’Italia risulta il Paese dell’Unione europea con la percentuale più alta di detenuti non condannati in via definitiva. Rispetto a una media europea del 22,4 per cento, quella italiana è pari al 34,5, quella francese è 29,5 e quella tedesca 21,6. Non c’ bisogno come hanno fatto i giudici della corte costituzionale di andare a farsi filmare nella carceri, commuovendosi davanti ai detenuti per sapere come stanno le cose e girare persino un documentario prodotto dalla Rai. Nelle carceri ci si può andare comunque, senza i riflettori. In questo Paese tira sempre un’aria retorica da Istituto Luce. Ma a noi piace così: sentirci buoni.. 
 

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