L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 14 giugno 2019

Alceste il poeta - Nella natura viviamo la spiritualità da cui traiamo l'amore così ci insegna Chagal. L'amore è esploso e lo troviamo sparso in tutto il mondo che ci circonda

La religione del debito [Il Fu Rabal]



Il Fu Rabal

Commento al libro di Michael Hudson: “… And forgive their debts”

“Mentre cadeva, allungò la mano al bastone.
Il capo tribù sentenziò: ‘ È proprio bravo, di quanta terra è diventato padrone!’
La mano di Pahom ricadde vuota al suolo. Il servo corse a rialzarlo e allora vide che dalla sua bocca usciva un rivolo di sangue. Pahom era morto.
I Baschiri fecero schioccare e loro lingue in segno di compassione.
Il servo prese la pala e scavò una fossa lunga abbastanza per deporvi Pahom, e lì lo seppellì. Sei piedi dalla testa ai talloni, ecco tutto quello di cui aveva bisogno”


L’epilogo di Di quanta terra ha bisogno un uomo?, racconto di Lev Tolstoj


Di quanta terra abbiamo bisogno? Quella che è toccata a Pahom ci potrebbe bastare… Pahon un piccolo allevatore, viene ingolosito dal demonio, e comincia a desiderare di possedere più terra. Più aumentano i suoi possedimenti, più il desiderio cresce. Viene a sapere da un “amico” che i Baschiri, un popolo nomade della Russia profonda, offrono, in cambio di 1000 rubli, tutta la terra che l’acquirente è in grado di circoscrivere in un giorno di cammino, dall’alba al tramonto. La terra che ottiene Pahon alla fine del suo giro è solo quella per il suo sepolcro.
Da dove viene il desiderio di Pahon? Per rispondere a questa domanda, credo sia necessario risalire alle origini storiche del concetto di proprietà e chiedersi: di quanta terra avevano bisogno i villani Mesopotamici dell’età del Bronzo? Be’, loro avevano bisogno di abbastanza terra da provvedere al loro mantenimento, pagare la loro quota al Tempio o al Palazzo (un terzo del raccolto) e consentirgli di prestare le dovute corvée militari, religiose e civili.
Ma cosa c’entrano i contadini di 5000 anni fa con noi? Sono parte di noi, come gli antichi Egizi, Greci, Romani, Germani, Celti …
I Sumeri hanno dato inizio alla Civiltà Occidentale, che ci piaccia o no, noi veniamo da lì, da quelle terre, allo stesso tempo aride e paludose, da quella sabbia e da quel fango trasformati in tavolette incise con la prima scrittura. Fu loro, la prima Hybris, la prima sfida consapevole alla Natura, ai suoi demoni e ai suoi genii.
Furono i primi a varcare la soglia, quindi prossimi al mondo ancestrale, all’indifferenziato, al Regno della Natura; furono loro a dare inizio al regno degli uomini. Costruirono la prima città, inventarono gli dei, cosmicizzarono lo spazio e il tempo, sancirono la definitiva separazione tra uomo e universo, tra cultura e natura… Tutto ciò non è venuto senza un costo, la storia della civiltà è la storia di come si è cercato di pagare il debito generato da quella trasgressione primordiale.
La Civiltà Mesopotamica, stabilitasi almeno dal 4 millennio a. C. e che, non è azzardato affermare, durò fino al XV secolo della nostra era (la tradizione dei Giubilei, che non attecchì mai in Occidente, fu in uso sino al secolo XI nell’Impero d’Oriente) quando Bisanzio cadde per mano dei Turchi, fu, sin dagli esordi, estremamente sofisticata: alla relativa povertà tecnologica si contrapponeva una minuziosa e complessa organizzazione sociale, militare e religiosa.
La sua classe “dirigente”, i sacerdoti prima e i re in seguito, avevano memoria del peccato originale della loro creazione, non lo sottovalutarono certamente, e, anche se era un debito impossibile da estinguere, pena la fine della civiltà stessa, concepirono una cura.
Fa impressione notare che la maggior parte delle tavolette sumeriche non erano altro che una sorta di libri contabili. Un popolo di ragionieri? Non proprio. Quell’ossessione per la registrazione di ogni evento “economico” era la prassi necessaria a rendere la cura efficace. Formalizzarono l’idea di debito (necessario per loro, ma grave trasgressione della “Legge della Natura”), formalizzarono l’interesse sul debito (una trasgressione ancora peggiore), il 33% annuo per i debiti agricoli (a quota da pagare al tempio/palazzo in cambio della terra, dei mezzi di lavoro e delle sementi), calcolati in bushel d’orzo (circa 36 litri), e il 20% per i debiti commerciali (il ritorno di un investimento: il Tempio anticipava ai mercanti i manufatti da scambiare con le materie prime), calcolati in shekel d’argento (circa 10.5 grammi), naturalmente fissarono pesi e misure … e infine inventarono i “Giubilei”, amar-gi in Sumero, andurarum in Accadico, il misarum in Babilonese, la cancellazione periodica di tutti i debiti di tipo agricolo, che prevedeva la liberazione di coloro che erano diventati schiavi dei loro creditori e la restituzione delle terre a chi le aveva perse a causa dei debiti. Questa era la cura. L’amar-gi, così come le altre locuzioni, si traduce come “ritorno alla madre”, ovvero ritorno all’origine: la civiltà produce tossine che poco a poco la divorano dall’interno, la cura vuole ristabilire l’ordine originario, il tempo prima della storia, lo zero entropico, “l’età dell’oro”.
Re e Sacerdoti Mesopotamici, avendo probabilmente ancora memoria di quella condizione primordiale e pur agendo nella storia, inevitabilmente entropica, intervenivano per ripristinare l’ordine che era andato perdendosi. Tuttavia c’erano anche ragioni più pratiche dietro tali editti: i contadini che perdevano il diritto sulla loro terra, non erano più in grado di pagare la loro tassa annuale, né di prestare le corvée dovute al tempio, essendo costretti a volgere tutto il frutto del loro lavoro ai loro creditori. Costoro si configuravano così come un contropotere rispetto al palazzo e al tempio: una proto-oligarchia finanziaria, che corrodeva il potere Regale e Templare alle sue fondamenta.
Insomma, il classico conflitto tra due poteri, entrambi prodotti tossici della medesima civiltà: il primo reazionario, che cerca, ottusamente o saggiamente, di restaurare l’ordine primigenio, pur essendo esso stesso causa del suo decadimento; il secondo progressista, selvaggio, incurante di ogni ordine preesistente, ha lo sguardo proiettato sul futuro, e al suo trionfo finale su di un mondo in macerie.
Il libro di Michael Hudson analizza in dettaglio la storia dei “Giubilei” (molto frequenti in certi periodi, uno ogni 15/20 anni) documentati, sin dal 2400 a. C., nei testi Mesopotamici, Assiri e Babilonesi, descritti nella Bibbia Ebraica, infine rievocati da Gesù nei Vangeli e, forse sorprendentemente, anche nei manoscritti del Mar Morto. I testi del Levitico, e in particolare Isaia, sono la fonte principale della dottrina dei Giubilei, e DEROR è la parola chiave che ha permesso di comprendere alcuni passaggi chiave del Vecchio e del Nuovo Testamento, fino a poco tempo fa ritenuti ambigui.
Gesù, nel suo primo sermone, cita Isaia e annuncia che la sua missione è: “Ripristinare l’Anno di Nostro Signore”, che è stato recentemente riconosciuto come un diretto riferimento all’Anno Giubilare. Il suo sermone è un attacco diretto agli usurai ebrei del tempo, dietro i quali si nascondevano i Farisei, la cui più influente scuola rabbinica aveva abbracciato la dottrina di Hillel, considerato il fondatore e il campione indiscusso del moderno Giudaismo Talmudico. Hillel fu il promotore della clausola PROSBUL nei contratti di prestito, con la quale i creditori obbligavano i debitori a rinunciare ai loro diritti di remissione dei debiti in caso di Anni Giubilari.
Come su accennato, i concetti di “debito” e di “interesse sul debito” sono stati inventati, o almeno documentati, per la prima volta in Mesopotamia nel terzo millennio a. C., precedono l’invenzione della “moneta” e del “denaro”; erano calcolati in volumi d’orzo e in pesi di argento, quantità estremamente concrete, con un bassissimo, o nullo (per l’orzo), livello di astrazione simbolica. Precedono, altresì, anche il concetto di proprietà privata, i terreni delle città Sumere erano del Tempio, quindi dei loro dei, e venivano “affidati” ai contadini, i quali acquisivano il diritto alla terra ma non la possedevano. In teoria quindi, non potevano né impegnarla, né venderla … In pratica, ciò accadeva frequentemente. Per mera sopravvivenza capitava che erano costretti a richiedere prestiti, spesso, agli stessi funzionari del tempio e del palazzo preposti alla riscossione dei tributi, truffaldini già allora, i quali trasformavano quel “diritto” in proprietà, la terra degli “Dei”, o del “Re” (un eco dell’origine, l’uomo ancora non completamente separato dalla natura) diventava la loro terra (propagazione dello gnosticismo primario, Re=Dio), la prima proprietà privata.
Il professor Hudson, le cui idee sembrano rientrare nello spettro neo-Keynesiano, non nasconde la sua avversione nei riguardi delle teorie economiche liberiste, soprattutto della scuola austriaca, per la quale la proprietà privata e il debito sono “sacri”, tuttavia la sua ricerca non sembra essere influenzata da pregiudizi ideologici, i documenti e le sue interpretazioni hanno fondamenta solide, e i paragrafi polemici sono chiaramente distinti dal resto. Detto questo, io non credo che esista una teoria economica che vada bene in ogni circostanza, per me, un “non-economista”, l’economia è prassi, non ideologia. Quello che invece credo sia importante, e che Michael Hudson ci offre, è la conoscenza della storia di questa “prassi” dalle sue origini. La Civiltà Occidentale ha dimenticato, o ha voluto dimenticare, le sue origini (non solo quelle, oramai, l’altro ieri è già una vaga ombra), e non ha non la più pallida idea di come rispondere alla domanda fondamentale: Chi Siamo? Tutto va bene, tutto “può’” essere; l’unica domanda a cui si cerca una risposta sembra essere; Chi Saremo? Il “chi siamo” è definito dalla nostra storia, iniziata nelle pianure alluvionali mesopotamiche, il “chi saremo” dalle infinite manipolazioni spirituali e tecnologiche di chi ci governa. Il “chi siamo” è una “permanenza”, ha una sua gravità, il “chi saremo” vuole liberarsi di questa zavorra per proiettarci nell’effimero entropico.
Ora, l’economia, il denaro, i debiti, sono tutti discorsi mondani che, apparentemente, non sembrano avere molto a che fare con quella che chiamiamo vita spirituale; eppure il mondo d’oggi galleggia in una flatulenta mostarda economica, il denaro è misura del mondo, la finanza è filosofia morale, le nostre vite, già appassite, sprofondano nelle paludi dell’interesse, chi controlla i soldi controlla la cultura… non è forse con questi mezzi che si induce la catabasi spirituale? Credo proprio di si.
Nell’antica tradizione indoeuropea l’idea del debito, comune a diverse culture, era legata ad una colpa: un membro di una tribù o di un gruppo familiare, che derubava, feriva o uccideva un membro di un altro gruppo cadeva in “debito” con la vittima e con il gruppo della vittima. Il debito poteva essere pagato col sangue (faide) o con un compenso di natura economica. Il peccato generava il debito.
Nella moderna Civiltà Occidentale questa relazione è invertita: il debito genera il peccato. Colui che per sopravvivere, o anche solo per vivere solo decentemente, è costretto a indebitarsi, è nel peccato e deve espiare la propria colpa con il pagamento del debito, pena la “dannazione” economica.
Come è potuto accadere? La storia di questa inversione immagino sia lunga e tortuosa, tuttavia, nel nostro passato, c’è un momento cruciale, che costituisce il presupposto necessario allo svolgersi di questa inversione.
Come ho già detto, i popoli mesopotamici hanno inventato gli strumenti fondamentali che hanno fatto, e fanno, funzionare l’economia. Tuttavia, una di queste invenzioni, la cancellazione periodica e istituzionalizzata dei debiti, non è mai arrivata sull’altra sponda del Mediterraneo, si è arenata sulle spiagge della Palestina. Secondo Hudson, Greci e Romani non acquisirono questa tradizione, poiché i loro governi erano già controllati da oligarchie economiche, eredi, dirette o indirette, delle proto-oligarchie finanziarie Mesopotamiche. Sia Roma che Atene refutarono i Re e l’istituto della Regalità, i loro “miti” di fondazione, la leggenda dei 7 Re e la Tragedia Ateniese, con le sue pubbliche rappresentazioni, sancirono la definitiva impraticabilità di tale forma di governo (vedi Sabbatucci: il Mito, il Rito, la Storia). Come abbiamo visto in Mesopotamia (ma non in Israele), il re era colui che proclamava i Giubilei, ripristinava l’ordine cosmico e “l’armonia” sociale delle origini; una volta eliminato il re, viene meno anche la sua funzione di bilancia del potere, rispetto agli affari degli uomini e della natura. I feroci appetiti delle élite finanziare non hanno così più limiti, se non le rivolte di popolo, sporadiche ma, a quei tempi, ancora poderose.
Il diritto Romano, tutto dalla parte dei creditori contro i loro clienti/vittime, costituisce le fondamenta del diritto giuridico della Civiltà Occidentale; il diritto Romano era parte della Religione Civica Romana, era Religione, Sacra Prassi: non c’è da stupirsi se il diritto del creditore sia considerato oggi sacro, mentre la condizione del debitore peccaminosa. Del resto, la religione dei diritti, riprodottasi a dismisura, impera nel nostro mondo morente, il diritto alla libertà politica degli antichi Romani è degenerato in una serie di inflorescenze tossiche: i diritti alla “liberta’” sociale, religiosa (di tutte le religioni tranne il Cristianesimo), pansessuale, botanica e zoologica (a esclusione però dei feti umani: in un disgustoso cartello in una manifestazione pro-aborto si legge: “prassites don’t have rights”) oscurano oggi il diritto alla “libertà” economica, tanto più importante in Mesopotamia e in Vicino Oriente, dalle Origini della civiltà fino alla fine dell’Impero Bizantino.
Con l’affermazione del Cristianesimo la Chiesa cercò di porre limiti al potere delle oligarchie finanziarie, cercò di ripristinare l’ordine originario, i padri della Chiesa si opposero al debito come strumento di schiavitù e all’usura.
Le oligarchie finanziarie, che dominarono gli ultimi secoli dell’Impero Romano d’Occidente, dopo la sua caduta, persero il controllo, e la Chiesa emerse come un possente contro-potere. Tuttavia, tali oligarchie non sparirono del tutto, riemersero all’inizio del secondo millennio, le Crociate furono il grande catalizzatore della rinascita dell’usura nel mondo Cristiano, i Templari i nuovi stregoni della cabala finanziaria.
Siamo ora alla fine dei tempi, la Cabala Finanziaria controlla tutto, anche i dettagli più intimi delle nostre vite, la tecnologia sta rendendo obsoleta l’umanità stessa. Ribellarsi può essere efficace se i rivoltosi sono necessari al funzionamento del sistema di potere, se sono superflui, sono solo un fastidio non un problema, moscerini da schiacciare quando diventano troppo insistenti (vedi i gilet gialli).
Una delle correlazioni che emerge dal libro di Hudson, pur non essendovi esplicitata, è quella tra lo sviluppo tecnologico e il progresso delle oligarchie finanziarie: maggiore è l’efficienza di un sistema produttivo, più facile è ridurre in schiavitù un popolo. Per i Sumeri era impensabile schiavizzare il loro popolo, la loro società aveva bisogno di gente forte e indipendente, per la guerra e la pace, una sorta di leva militare e civile indispensabile al benessere della loro civiltà. Con l’espansione e il progresso della “Civiltà’” cominciarono a comparire eserciti professionali di mercenari, una delle funzioni principali del popolo veniva data in gestioni ad altri, così come anche le attività produttive venivano affidate a un sempre più ristretto numero di professionisti. Oggi si può dire che il “popolo” non ha più quasi alcun controllo su esercito, polizia e produzione, l’unico potere rimastogli è quello di metter una crocetta su di un pezzo di carta, una parodia della “libertà politica”. La dialettica tra Re e Oligarchia finanziaria, tra Stato e Corporazioni si è dissolta: i Re sono gli oligarchi, gli Stati le Corporazioni, il popolo è bestiame d’allevamento. La Tecnologia è la grande arma del potere, è la manipolazione della scienza e della conoscenza a senso unico, trascende tutte le antiche suddivisioni tra fazioni politiche e sociali, razze e culture, annulla l’umanità e le sue tradizioni: il potere di oggi è Tecnocrazia.
La Tecnocrazia, oltre a rendere obsoleto il genere umano, sta cercando di rendere obsoleta anche la natura, qualcosa che ancora non riesce propriamente a controllare; oserei dire, finché c’è “Natura” c’è “Speranza”, una via di fuga aperta verso la libertà fisica e spirituale. Il Mondo Naturale è il grande nemico del potere Tecnocratico, mentre la Tradizione ha gia’ perso, è stata abolita quasi del tutto, salvo rifugiarsi in piccole nicchie spirituali e naturali. Natura e Spirito sono nozioni intimamente connesse, lo Spirito della Tradizione non può che trovar rifugio in seno ad Oasi Naturali impregnate di storia, la Tradizione non sopravvive nelle aride lande infestate da Chip e OGM, ha bisogno di terra viva, di pietre antiche, di libri ci carta, e il Potere Mono-Oligarchico lo sa bene: la sua Grande Opera è appunto la definitiva abolizione della Natura e della Storia che ha legato gli uomini ad essa.
Si parla cambiamento climatico, di sviluppo sostenibile, di protezione degli animali, di difesa dei fiumi e dei mari, ma s’intende, segregazione della Natura, tutto quello che è Naturale va rinchiuso in un grande museo e non più toccato, il bestiame umano separato dal mondo animale e vegetale e, per il suo bene, “alloggiato” in grandi città a godere della “liberta’’ e dei “divertimenti” gentilmente offerti dai nostri Illuminati Monoligarchi.
Di quanta terra abbiamo bisogno allora?
A noi non dovrebbe importare la quantità, che per “Loro” è un valore assoluto, la vogliono tutta la terra, ci allettano e ci viziano con le loro città fantasmagoriche, con piaceri sottili e vizi sempre nuovi, dove sciamiamo come api ottuse inebriate da refoli di Pappa Reale … Bisogna tornare alla terra, riprendersela e ridarla alla natura, coltivare la tradizione, e vivere la nostra hybris individuale da esseri umani, non da autoproclamati Semidei. Alla fine, Sei piedi di terra basteranno, ma della Nostra Terra, non di quella offertaci in affitto o leasing da una delle Corporazioni, dietro cui si nasconde la vera faccia del potere.
 

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