L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 7 giugno 2019

Ci sono ancora degli imbecilli che credono e lo proclamano il Libero Mercato

NIENTE FUSIONE FCA-RENAULT [di Fabrizio Maronta]

Se ancora sussistessero residue certezze sulla natura puramente razionale della geopolitica, la vicenda Fca-Renault ha il pregio di fugarli del tutto. In un’ottica prettamente economico-commerciale, non uno degli attori coinvolti aveva pieno interesse a sabotare l’accordo proposto da Fiat-Chrysler.
Non gli italo-statunitensi, che fondendosi con i franco-nipponici – Renault, almeno per ora, resta burrascosamente “sposata” a Nissan – si sarebbero aperti una porta sull’Estremo Oriente, utile anche in chiave anti-protezionistica. Per Washington sarebbe stato politicamente più difficile e tecnicamente complesso imporre dazi su auto a marchio orientale prodotte da un gruppo di cui Chrysler è parte integrante.
Non Parigi, alle prese con il relativo nanismo e l’insufficiente proiezione estera del suo settore automobilistico, che l’avevano già spinta – in virtù del suo 15% in Renault – a perseguire l’alleanza con Nissan. E forse nemmeno i giapponesi, le cui motivazioni l’Eliseo non ha tuttavia ritenuto di dover sondare, informandoli ad accordo ormai quasi chiuso – salvo poi mandarlo all’aria. Così consumando la plateale vendetta per la vicenda di Carlos Ghosn, l’ex zar di Renault-Nissan in quota francese la cui brutale rimozione per appropriazione indebita da parte delle autorità nipponiche ha colpito il simbolo e lo strumento della pretesa egemonia francese nell’alleanza.
Ma qui il mercato c’entra poco.
 

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