L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 1 giugno 2019

E' guerra vera è guerra totale, niente illusioni - Gli Stati Uniti vanno in battaglia completamente impreparati, è più facile che i beni importati dalla Cina che diventano costosi vengono importati da altri paesi

La Big Picture dietro lo scontro commerciale Usa-Cina

1 giugno 2019


La strategia di Trump dietro alla scontro commerciale potrebbe essere debole: nell'economia globale i beni cinesi possono essere sostituiti rapidamente. Parla l'analista Lorenzo Carrieri

Pochi giorni fa, il presidente statunitense Donald Trump, in risposta a quello che ha considerato un atteggiamento poco conciliatorio da parte di Pechino, ha voltato pagina e deciso che dal primo giugno gli Stati Uniti sarebbero entrati in vigore nuovi i dazi su oltre duecento miliardi di dollari di importazioni dalla Cina portando l’’aliquota al 25 per cento (prima era al 10).

IL COLPO E LA CONTROMOSSA

Se precedentemente le tariffe rappresentavano un sovrapprezzo su prodotti e macchinari industriali, oggi andranno a colpire beni di consumo, come smartphones, laptops, giocattoli, cibo. Pechino, tramite la commissione sulle tariffe doganali del Consiglio di Stato, ha risposto imponendo dazi su 110 miliardi di dollari di merci importate dagli States, di cui una parte con un’aliquota al 25 per cento (50 miliardi) e il restante al 19. Trump, in una serie di tweet, ha detto che “comprare in Cina sarà veramente troppo caro d’ora in avanti….eravamo vicino a concludere un grande accordo e vi siete tirati indietro!”.

“Il mercato americano e quello cinese hanno subito prezzato il sentiment negativo degli investitori a seguito dell’interruzione dei colloqui, con sell-off generalizzati nei mercati azionari e correzioni maggiori del -2 per cento”, dice Lorenzo Carrieri, policy and economic analyst. “Trump, in una serie di tweet successivi, è arrivato a sostenere che i cinesi proveranno a rispondere con manovre espansive per abbassare i tassi d’interesse (facilitando così un accesso al credito, come ha effettivamente fatto la Banca Centrale Cinese tagliando il coefficiente di riserva obbligatoria) e ha anche asserito che un intervento più deciso della FED (un taglio ai Fed Funds Rate, il costo del denaro che le varie banche applicano quando si prestano moneta l’una con l’altra overnight) rappresenterebbe un game over per la Cina”.

LO SCONTRO (NON SOLO COMMERCIALE)

È notizia di pochi giorni fa che Trump ha messo al bando l’utilizzo di apparecchiature e servizi Ict prodotti da Stati stranieri da parte di aziende americane, mirando con questa decisione a colpire il colosso delle telecomunicazioni cinese Huawei. La stessa Huawei è stata inserita nella dal Dipartimento del Commercio americano nella “Entity List”, una specie di lista nera di società straniere a cui le aziende americane non possono vendere prodotti tecnologici senza prima un lasciapassare delle autorità: così Intel, Qualcomm e Broadcomm hanno interrotto le forniture per la supply chain di Huawei.

Nel frattempo, oggi Google, sempre su “pressione” dell’amministrazione Trump, ha deciso di sospendere la licenza di Huawei per l’utilizzo del sistema operativo Android. “Un duro colpo per il colosso cinese che punta a scoraggiare i suoi affari e la sua penetrazione almeno nel mercato statunitense – spiega Carrieri – dopo che gli alleati storici degli States, gli europei, hanno declinato l’invito a seguire la stessa strada, ma anche e soprattutto un monito alla Cina nella guerra tecnologica per il controllo dell’infrastruttura delle telecomunicazioni futura del 5G.

BIG PICTURE

Nonostante i toni infuocati, e l’escalation Huawei vs Google, alcune indiscrezioni di diversi analisti parlano di negoziati che continuano ad oltranza dietro le quinte di questa guerra di attrizione, però. “Quella di Trump mi pare essere una strategia negoziale di rischio calcolato più che una presa di posizione decisa e ferma contro un accordo. Però temo abbia basi deboli”, aggiunge Carrieri. Perché? “Il fondamento logico dietro il ragionamento trumpiano è il seguente: rendere più cari i prodotti importati dalla Cina in maniera tale da stimolare la domanda aggregata americana e spostare il consumo verso beni prodotti localmente, così da innalzare i salari nei settori più colpiti dalla concorrenza cinese e ridurre il deficit commerciale verso Pechino. 
Ma la fallacia del ragionamento è palese perché in un’economia altamente integrata come quella americana i beni cinesi sovrapprezzati dalle tariffe non per forza sono replicabili solo da prodotti americani: 
al contrario, 
il protezionismo nei confronti della Cina potrebbe avere come risultato una maggiore richiesta di beni esteri con caratteristiche simili a quelli cinesi”.

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