L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 12 giugno 2019

Fulvio Grimaldi - Bilderberg e Feltri

Come ti sistemo quelli del sovranismo altrui
Il Bilderberg dei nostri
di Fulvio Grimaldi
10 giugno 2019

Ecco qui coloro che ci hanno guidato alle nostre magnifiche sorti e progressive. E insistono

 
 
“Mai otterrai che il granchio cammini diritto” (Aristofane, Le Commedie)

Trentesimo anniversario dei fatti di Tien An Men, 65esima riunione segreta del Gruppo Bilderberg. C’è qualcosa che collega i due anniversari? Inevitabilmente, l’uno, nella congiuntura, è propedeutico all’altra e ne fonda l’attualità. Insieme a temi vari, segretissimi nella definizione del metodo, tra i quali abbastanza scoperto è quello delle Quinte Colonne politico-economico-mediatiche da infiltrare in campo amico, neutro o nemico. Però manifesti negli obiettivi, giacchè praticati dalla fondazione in piena prima guerra fredda, 1954. Fondazione in Olanda agevolata e protetta dai servizi segreti angloamericani e a cui hanno dato corpo, denaro, tattica e strategia le residue case monarchiche e le massime divinità del capitalismo imperial-tribale, Rockefeller e Rothschild. Obiettivo finale: globalizzazione, affermazione di una sovranità di portata planetaria e guerra totale a quella altrui, a partire – o finire – con la conquista del “cuore terrestre del mondo” (“Heartland”, nella famosa espressione di Brzezinski), Russia e Cina.

L’evento, dagli aspetti securitari di una trasparenza democratica da far scoppiare d’invidia un vertice mondiale della ‘ndrangheta e di Cosa Nostra messi insieme, ha avuto luogo dal 30 maggio al 2 giugno tra i fasti ultralusso dell’Hotel Montreux, congeniali a questo parterre de Rois , ascendente nobile dei Casamonica, nell’omonima cittadina svizzera. 130 partecipanti da 23 paesi, euro-atlantici con poche eccezioni. Tra cui lacréme de la créme di quell’0,1%, poche decine di individui, che veleggia sulla ricchezza di metà dell’umanità grazie a una pervicace creazione di diseguaglianza tramite guerra di classe capitalista , colonialismo, guerra e, appunto, globalizzazione.

Chi c’e

Ministri dell’economia e delle finanze, megabanchieri e governatori di banche dette centrali (che le governano per conto dei loro proprietari privati), AD e padroni di multinazionali, alti gradi militari con al guinzaglio il segretario Nato Stoltenberg (ospite fisso), alti bonzi politici, prestigiosi - per servizi resi – giornalisti, capi dell’Intelligence, stimatissimi cibernetici, strizzacervelli in sostituzione dei demodé preti e psichiatri, Jared Kushner con doppia rappresentanza Usa-Israele, nientemeno che il braccio destro del papa, Parolin, animatore della resistenza anti-Chavez in Venezuela e, ad ascoltare le direttive, Mike Pompeo, segretario di Stato. Più gli amici delle diverse filiali: Trilaterale, Council of Foreign Relations, Chatham House, World Economic Forum, P2, P3, Gladio, Greta, Messina Denaro, Ong varie….

Più ospitanti che ospiti, gli immarcescibili garanti della continuità: i Kissinger, i Soros, le Lagarde, un qualche Rockefeller con la sua J.P. Morgan (che manda ai governi italiani sollecitazioni a cestinare la Costituzione) e un qualche Rothschild a nome delle loro 166 (centosessantasei) banche sparse sui 5 continenti. Infine una serie di accademici e intellettuali messi lì a infiorettare di bella forma gli scambi di opinioni tra i gentiluomini e impedire che qualche malvissuto sospetti che si tratti di un convegno per decidere le sorti del genere umano a forza di complotti.

Chi impara

Chiaramente per affinità elettive e palmares di servizio, ci sono anche due eccellenze del giornalismo italiano, Gruber e Feltri, e un politico in disarmo, Renzi, ma da cui, forse, si spera di ricavare ancora qualcosa. Della sudtirolese Lilli Gruber non può non essere stato apprezzato la rigorosa ed elegante imparzialità e l’orgogliosa monotematicità con cui gestisce il suo Parnaso delle “Otto e mezzo” secondo il modulo napoleonico del nemico – di solito un 5 Stelle, o chi non li tratta come deiezioni sul marciapiede – da prendere, con amici alla Mieli, Lerner o Carofiglio, da davanti, dietro e dai fianchi.

L’agenda

Nell’Hotel Montreux, dopo meticolose e ripetute disinfestazioni della Zucchet, contro eventuali, ma, dato il contesto, del tutto improbabili tracce di populismo, sovranismo, plebeismo , dagli ospiti in arrivo considerati al pari di blatte e peggio, i temi erano quelli classici, più qualche novità. Governo mondiale, amici, nemici, domestici, cani da caccia, da riporto e d’attacco, profitti dal cambio climatico (tutti per Greta), difesa della Vergine di Norimberga, detta UE, alla faccia di Brexit, Orban, Le Pen (Salvini è finto, va bene), l’impero carolingio franco-germanico e sue forze armate in confronto con l’impero anglosassone e Nato per una comune strategia di obliterazione di Russia e Cina, passando per le tappe intermedie Siria, Iran, Nordcorea, Venezuela e altre. Come armare certi social e disarmarne altri, come sgomberare il sud del mondo di genti, estrarne risorse e confondere in un megamiscione le identità dei popoli in generale, attivando sradicamenti e migrazioni, come fare in modo che le intelligenze artificiali operino, in guerra e in pace, da nuovo strumento maltusiano di sfoltimento delle erbacce umane.

E’ la Nuova Via della Seta, baby

Negli anni ’80 e ’90, quando mi sbizzarrivo in Rai su ambiente, clima, guerre, sport estremi, fui frequentemente onorato da quell’intelligente, ironico, acuto e astuto collage di giustapposizioni demistificanti che era il “Blob” di Enrico Ghezzi. Tipo, volavo in parapendio col bassotto Rambo e di seguito si vedeva la corte dei miracoli di Craxi in volo sull’aereo di Stato. Era la cosa più frizzante della tv dei quegli anni. Oggi Blob, con Ghezzi fuorigioco per malattia, è una stanca “voce del padrone” che arranca sciropposo tra buonismo dell’ipocrisia sinistra, con migranti in barcone, lacrimosità e savianismi vari, e geopolitica funzionale. Da settimane va scassandoci ogni organo interno con la ripetizione di immagini di Tien An Men e relativi mezzibusti d’ordinanza. All’Hotel Montreux non se ne sono fatti sfuggire una puntata.

Fa peggio, se possibile, il resto dei media, primo fra tutti, immancabile quando si tratta di lastricare la strada all’evento e agli obiettivi Bilderberg, “il manifesto”, con ben quattro pagine di inserto di anatemi anticinesi, proprio in coincidenza coll’acme del Bilderberg.. Che sono, implicitamente e in prima linea oggi, anatemi contro la Via della Seta, temuta e odiata dagli Usa. Tant’è che quel “quotidiano comunista”, tenuto in piedi da miei e tuoi soldi, abusivamente sottrattici, stava però spaparanzato su ogni poltrona damascata del Montreux.

Ci sono montagne di reportage contrari alla vulgata subito impostata dall’imperialismo e dai suoi ascari contro un Cina dal modello sociale insidiosissimo e dal potenziale di crescita incommensurabile. I 300 morti degli scontri, dopo due mesi di occupazione della piazza, con ampia presenza criminale di spaccio e prostituzione, scontri detti feroci da parte dell’esercito e pacifici da quella dei rivoltosi, sono diventati “migliaia”. Dei soldati linciati, bruciati vivi nei loro mezzi, sparati, dei gas tossici usati dai manifestanti, nessuna menzione. E la solita radio Cia, “The voice of America”, che 24 ore su 24 incitava alla rivolta e inneggiava a Zhao Ziyang, il dirigente infiltrato dagli Usa al vertice di Partito e Governo, per le sue promesse di democrazia e mercato, scompare dalla cronaca e dalla Storia. Come Radio B-92 di Belgrado, dello stesso circuito, cara a Luca Casarini e ai suoi.

Tien An Men, prima rivoluzione colorata

La prima rivoluzione colorata, con tutti gli attrezzi dell’organizzazione – tende, armi, cecchini, rifornimenti, soldi delle Ong - visti poi a Belgrado, Kiev, Cairo e oggi a Khartum e Algeri, diretta a Pechino da quel Gene Sharp che dei regime change è stato l’inventore e diffusore tramite i serbi di Otpor. E’ grazie alla risposta, estremamente controllata del governo, che la Cina ha evitato un Guatemala, un Kosovo, un Cile, una Libia. Il rilancio dell’anniversario, più massiccio delle passate ricorrenze si spiega con quella brutta bestia, anzi brutto drago, della Nuova Via della Seta, Belt and Road Initiative, che senza bisogno di fottermi la sovranità, togliere migranti da casa loro e metterli in casa altrui, tirarmi addosso bombe e soldati, costringermi all’austerity, rischia di inferire un colpo mortale a chi , invece, quelle cose le infligge giorno e notte a me a tutti.

Feltri, nessuno come lui

Ma la “Croce di ferro da Cavaliere, con alloro d’oro, spade e brillanti”, non va negata a colui che ci ha restituito il fenomeno Bilderberg, quello di cui financo benevoli assertori rilevavano una qualche tendenza all’operare sott’acqua, nella sua pura, cristallina, veste di innocente consesso tra il bridge e il circolo della Caccia: Stefano Feltri, vicedirettore del Fatto Quotidiano e capo dell’Economico a griffe Draghi. Uno di cui ho sempre pensato che fosse stato messo lì, forse da Bilderberg, forse da Draghi, forse da Friedman, data la comunanza confessionale, per sorvegliare l’intemperante e imprevedibile Travaglio. Whitewashing, è quello che gli anglofoni chiamano il riciclaggio, meglio: la ripulitura , la riabilitazione di una roba sporca in anima più bianca del bianco. Il paginone di Feltri sul Bilderberg nel numero del 4 giugno ne è la sublimazione. La sua partecipazione, a fianco dell’uomo del Condor in America Latina e dei massimi succhiatori di midollo dalle colonne vertebrali dei popoli, andava giustificata.

Aah quei complottisti!. Chi potrebbe anche lontanamente sospettare che si complotti in quella specie di fortilizio blindato da trincee e schieramenti di mezzi e uomini militari, poliziotti, Forze Speciali, guardie eco-zoologiche, pompieri, funamboli, maghi e qualche ricuperato Isis? Cosa c’è di male in un po’ di privacy e distinta discrezione quando si tratta di discutere di tutti gli altri esseri, umani e non, del loro destino individuale e collettivo, e magari di correggerlo e si fa divieto ai partecipanti, tipo P2 o Gladio, di divulgare quanto detto, concordato, deciso.

Pregiata Casa detersivi Feltri

Così finalmente Stefano Feltri rettifica, bonifica, purifica un’immagine dai complottisti pesantemente deteriorata facendoci il rasserenante racconto, tra la fiaba e l’apologo, di una “riunione di vecchi saggi (sic), la cui opinione è sempre utile, come l’ex-segretario di Stato Henry Kissinger”, brav’uomo, o “gli attivisti dei diritti civili, gente con incarico di rilievo (ovviamente benefico), esperti dei temi in agenda, leader emergenti, qualche giornalista, alcuni (sic) membri facoltosi…” Quanto alla segretezza, non è che l’apoteosi con la cultura americana del networking, costruzione di rapporti personali come ponte tra culture, professioni e idee diverse, fin dalla prima cena con – massimo della democrazia! – freesitting”. E poi i temi: “Cina, tanta Cina, visto che gli americani, hanno confidato per qualche anno che a Pechino arrivassereo le riforme, democrazia e mercato (inscindibili, ovvio). Ora hanno capito che non succederà… la Russia di Vladimir Putin è un vero pericolo o è aggressiva per mascherare le sue fragilità?” E l’ecologia verde? Greta insegna: “Grande possibilità di business, purchè dai fossili non si esca con troppi traumi”, poverini.

Ai pretenziosi e gossipari che si chiedono se, in democrazia, la gente non ha il diritto di farsi dire dai giornalisti presenti cosa dicono e decidono i più potenti e ricchi personaggi della Terra, Feltri risponde con prontezza: “Che domanda, tutti i partecipanti sono già attivi nel dibattito pubblico(Rothschild e Rockefeller soprattutto)… e poi, quella che dall’esterno pare segretezza , da dentro risulta assenza di distrazioni e formalità, di sera al bar con whisky che gli esperti giurano essere notevoli”, meno male. Più Circolo della Caccia, o Accademia dei Lincei di così?

Quanto ai fissati che vedono complotti ovunque ci siano poliziotti, militari, blindati e cecchini a difendere un consesso di miliardari e triliardari, non va riservato che sfottò: “Che le teorie del complotto ricomincino”, sghignazza l’eulogo alla fine del panegirico. Detto da un maligno Manzoni “vile encomio”. Mentre l’intenzione del buon Feltri era più che commendevole: “put some lipstick on the pig”, come la mettono gli anglofoni. Se si va per correzioni di grugni, Feltri ha ampiamente battuto la Gruber quando a Emma Bonino fece dire quanto filantropo fosse George Soros per averle dato tanti bei soldini.

Intanto Bilderberg, camminando anche sulle stampelle di bravi giornalisti, procede. Grazie all’ingegneria genetica, agli operativi digitali e alle intelligenze artificiali, già sappiamo il mondo che ci prospettano. Dal popolarissimo transgender, all’imminente transumano. Insomma, sempre meno “umanità”. Con una buona mano data dal 5G. E qui non scherziamo.
 

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