L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 10 giugno 2019

I popoli sanno che il voto euroimbecille è una farsa

Un’Europa sempre meno europeista
 
di David Insaidi
9 giugno 2019


 
 
Il primo dato che salta all’occhio osservando i risultati delle ultime elezioni europee è la permanenza di un notevole tasso di astensionismo, circa il 50%, sebbene questo sia leggermente diminuito rispetto alle precedenti elezioni del 2014. 
Un europeo su due non va a votare.

Questo tasso è particolarmente elevato nei paesi dell’Europa dell’est, ossia, quelli dell’ex Patto di Varsavia e della ex Jugoslavia. Infatti, se si escludono Romania e Lituania, i quali superano a fatica il 50%, tutti gli altri paesi si trovano al di sotto di questa soglia, alcuni anche abbondantemente al di sotto.

E’ la dimostrazione di come fra i popoli dell’est prevalga ampiamente se non proprio sfiducia, quantomeno scetticismo rispetto all’utilità di queste elezioni, se non proprio dell’Unione Europea in generale.

Ma la percentuale di votanti è molto bassa anche nel Regno Unito (37%) e ancor di più nel Portogallo (31,4%). Nel primo caso risulta evidente che 
il presunto ripensamento dei britannici rispetto alla Brexit è da ritenersi una favoletta dei mass-media. 
Se così fosse, infatti, gli europeisti sarebbero dovuti andare a votare in massa per le forze filo-UE, cosa che invece non s’è verificata.

Nel caso del Portogallo a risaltare non è soltanto la bassa percentuale di votanti, leggermente diminuita anche rispetto alle elezioni di 5 anni prima – in pratica nemmeno un portoghese su tre si è recato alle urne – quanto l’enorme differenza rispetto alle precedenti elezioni politiche del 2015, in cui era andato a votare il 56% degli aventi diritto, quasi il doppio. Sicuramente anche tra i lusitani, come per gli europei dell’est, prevale un certo scetticismo verso l’utilità di queste elezioni.

Ma passiamo all’analisi dei risultati veri e propri che hanno ottenuto le forze politiche, tenendo presente che, in questa sede, mi limiterò – per motivi di spazio e tempo – ad analizzare i paesi più significativi per grandezza e per importanza economica (Germania, Francia, Regno Unito e Italia), più la Grecia, la quale negli anni scorsi è stata al centro di avvenimenti cruciali, la Spagna, che rimane un paese di grandi dimensioni e con un accenno anche all’Ungheria, dove vi è una situazione particolare.

Incominciamo dalla Germania. Vi è un’evidente differenza fra la Germania, da una parte, e la Francia, il Regno Unito e l’Italia, dall’altra. Nella prima, infatti, c’è una netta prevalenza delle forze conservatrici (nel senso di europeiste), mentre nelle altre tre la vittoria arride a formazioni che vengono percepite come “sovraniste” e in qualche modo “di rottura”.

Se si considera che l’Unione Europea sta favorendo economicamente soprattutto Berlino, non è azzardato supporre che in quell’elettorato prevalga, proprio per tale motivo, un orientamento conservatore ed europeista.

Entrando nel dettaglio, si nota come la prima forza, la CDU-CSU (cristiani democratici e sociali) è votata soprattutto nelle zone rurali, mentre la SPD mantiene una certa prevalenza nella zona industriale della Ruhr e in altre zone della Germania soprattutto centro-settentrionale.

Già nella parte orientale, però – parliamo dei Laender della ex Repubblica Democratica – il discorso cambia notevolmente e abbiamo una forte presenza delle due forze politiche più “estremiste”, ossia, la Linke e l’AfD. Purtroppo quest’ultima formazione, di estrema destra, è in forte crescita –in alcuni Laender dell’ex DDR risulta il primo partito- mentre tutti gli altri partiti (compreso la Linke) perdono.

Sul relativo successo dei Gruenen (Verdi) tratterò in seguito.

In sostanza, per quanto riguarda la Germania siamo in presenza di un paese abbastanza conservatore ed europeista, tranne che nelle regioni della ex DDR, dove il voto di protesta è molto marcato.

Il voto nel Regno Unito, come è noto, ha visto ampiamente prevalere il Brexit Party di Farage. Col 30,5% dei voti si piazza largamente sopra il secondo partito, che è quello Liberale-Democratico (19,6%), anch’esso in ascesa.

Rispetto alle elezioni politiche del 2017 il Brexit Party quasi decuplica i suoi voti, passando da 594 mila (allora si chiamava UKIP) agli oltre 5 milioni attuali. Il risultato è particolarmente sorprendente se si considera l’elevato livello di astensione di queste ultime elezioni.

Viceversa, abbiamo un pesantissimo crollo dei Conservatori dal 42% (politiche 2017) all’8,8% e un crollo un po’ meno verticale, ma pur sempre drammatico, dei Laburisti, dal 40% (politiche 2017) al 13,65% delle europee.

Geograficamente, il Brexit risulta il primo partito dappertutto, tranne che in Scozia, dove prevale un partito locale, lo Scottish National Party, e a Londra, che vede in testa i Liberal-Democrats (mancano i dati dell’Irlanda del Nord). I Laburisti mantengono una discreta presenza soltanto nelle città.

Come già accennato sopra, dunque, la tanto sbandierata reazione dei britannici alla Brexit si è rivelata, almeno in queste elezioni, un deciso flop.

La Francia è uno dei pochissimi paesi dove l’affluenza alle elezioni europee è stata addirittura superiore a quella delle ultime elezioni politiche di due anni fa, anche se di pochissimo (50,1% contro i 48,7% del primo turno delle legislative, quello più partecipato).

Il successo del Front National di Marine Le Pen, seppur non così “esplosivo” come quello del Brexit in GB, è tuttavia netto e marcato. Il FN passa dal 13,2% del primo turno delle politiche al 23,3% delle europee. In termini assoluti passa da poco meno di 3 milioni a oltre 5 milioni di voti.

Il partito di governo, viceversa, ossia En Marche di Emmanuel Macron, ha subito un calo, anche se non drastico, passando dal 28,2% del primo turno delle politiche 2017 (addirittura il 43% al secondo turno), al 22,4% delle europee. In termini assoluti, rispettivamente da 6,4 milioni di voti (primo turno) a 5 milioni (europee).

Anche i Repubblicani –secondo partito alle precedenti elezioni legislative- hanno avuto un netto crollo, mentre il Partito Socialista si è eclissato. La France Insoumise perde un milione di voti e passa dall’11% delle elezioni politiche (primo turno) al 6,3% delle europee. Oltre alla crescita del FN si registra anche il boom di Europe Ecologie.

En Marche prevale a Parigi, a Lione, a Strasburgo e in parte delle regioni dell’ovest, del sudovest e del centro, essenzialmente agricole.

In tutte le altre zone trionfa il FN.

Dunque, seppure in modo assai meno vigoroso di quanto accade in Gran Bretagna, pure in Francia, però, la distanza nei confronti dell’Unione Europea appare netta.

Sui risultati dell’Italia mi limito a fare un accenno, dato che questi sono stati abbondantemente trattati in un altro articolo della rivista. Tuttavia c’è un dato che appare significativo, ossia, che nonostante il Movimento 5 Stelle e la Lega di Salvini si siano quasi scambiati le rispettive percentuali ottenute alle precedenti elezioni politiche, entrambe, tuttavia, appaiono, almeno agli occhi dell’elettorato, come forze tendenzialmente anti-europeiste, o “sovraniste”. E dunque sommando le loro percentuali, otteniamo che poco più del 50% dei votanti sembra essere maldisposta verso Bruxelles.

In Grecia – paese che, com’è noto, ha subito per anni pesanti manovre “lacrime e sangue”, le quali hanno impoverito gran parte della popolazione – com’era ampiamente prevedibile, Syriza subisce un netto e vistoso tracollo, passando dal 36,3% ottenuto nelle elezioni politiche del gennaio del 2015 (35,5% nel settembre dello stesso anno), con oltre 2 milioni e duecentomila voti, al 23,8% delle europee, con un milione e 268mila voti. Evidentemente pensare di conciliare le politiche di austerity imposte da Bruxelles con un governo “di sinistra” era del tutto irrealistico.

Il partito che appare vincente, ossia Nuova Democrazia, non aumenta, però, i suoi elettori in modo significativo. Infatti, se è vero che recupera circa 250 mila voti rispetto alle elezioni politiche di settembre 2015, è anche vero che si rimette sostanzialmente a pari con i voti che aveva ottenuto precedentemente nel gennaio dello stesso anno (le percentuali vanno dal 28% delle politiche del settembre 2015 al 33,1% delle europee). Per il resto, il Pasok è in recupero, ma rimane lontanissimo dalle performances di un tempo. Il KKE perde sia in termini percentuali, che in voti assoluti. Evidentemente la strategia di collocarsi sempre, comunque e a prescindere all’opposizione, finendo per non incidere alcunché sull’arena politica, alla lunga non paga. In ultimo il temuto exploit del partito neofascista Alba Dorata non c’è stato: anche questa formazione perde sia in voti, sia in percentuale.

Nell’interpretazione dei risultati in Grecia si presentano alcune difficoltà. Intanto non è chiaro dove sia andato a finire il milione di voti che ha perso Syriza dalle politiche del gennaio 2015 alle europee di oggi. Infatti, anche ipotizzando il caso più estremo – quanto improbabile – che l’aumento dell’astensionismo e il recupero dei voti del Pasok siano dovuti totalmente ai voti perduti da Syriza, mancherebbero comunque all’appello almeno 350mila voti (che in un paese relativamente piccolo come la Grecia non sono pochissimi). Oltre a ciò è pressoché impossibile stabilire, almeno in base ai risultati elettorali, qual è il grado di simpatia che il popolo ellenico nutre verso l’Unione Europea, dal momento che lì, nonostante i recenti tagli draconiani, non è presente, paradossalmente, nessuna forza politica – almeno tra quelle più importanti – che proponga un’uscita dall’euro, fosse anche solo come piano B.

La Spagna si presenta come un caso un po’ anomalo. Qui infatti, i risultati delle elezioni europee appaiono quasi una fotocopia delle recenti elezioni politiche, le quali vedono in testa il PSOE e al secondo posto il Partito Popolare. E non vi è alcuna affermazione di forze di destra.

Perdono le formazioni minori, come Ciudadanos, Unidos-Podemos e Vox. Il che è comprensibile nel caso di Ciudadanos e Vox, formazioni legate a questioni più che altro locali, o comunque spagnole. Meno comprensibile è il declino netto di Unidos-Podemos, forse dovuto ad una perdita della loro carica contestatrice iniziale (soprattutto Podemos) e alla loro conseguente moderazione.

Prima di passare alle considerazioni generali, concludiamo l’iter dei singoli paesi con l’Ungheria. Solo per registrare l’ennesimo successo di Fidesz, il partito di Orban – partito di destra, anti-immigrazione ed euroscettico – passato dai 49,6% delle elezioni politiche del 2018 ai 52,4% delle europee (la perdita di voti in termini assoluti è chiaramente dovuta esclusivamente alla vistosissima differenza nell’affluenza, che alle politiche è stata quasi il doppio di quella delle europee).

In termini generali, queste elezioni europee registrano un significativo spostamento verso destra dell’asse politico generale europeo, anche se i partiti più forti rimangono il Partito Popolare Europeo e quello Socialista-democratico.

Nonostante la retorica delle forze filo-europeiste, che pretendono di aver stoppato l’ondata cosiddetta “sovranista”, il dato di fatto è che le forze nazionaliste ed euro-scettiche crescono un po’ dappertutto.

Rispetto alle formazioni di destra, non è chiaro quanto la loro nettissima crescita sia dovuta ad euro-scetticismo e quanto all’ostilità verso l’immigrazione. Probabilmente questi due umori finiscono nella maggior parte dei casi per coincidere. La sensazione prevalente, in quell’elettorato, sembra essere quella di doversi difendere da una perdita di controllo – o di sovranità, appunto – del proprio paese, in balia di forze internazionali, che si presentano come aliene, incontrollabili, e per lo più ostili.

C’è poi da registrare il successo dei verdi, evidente prodotto della forte e recente campagna mediatica, legata a Greta Thunberg e alle relative manifestazioni. Il voto verde, purtroppo è assai insidioso, dal momento che attrae essenzialmente soggetti critici o contestatori e quindi fa breccia soprattutto a sinistra – sottraendole notevoli consensi – ma poi finisce per avere un esito nettamente conservatore, dato che le relative forze politiche non vanno mai a mettere veramente in discussione l’establishment.

Per quanto riguarda le forze di sinistra, queste perdono dappertutto. Dalla Spagna, alla Germania, alla Francia, alla Grecia, alla Gran Bretagna, per non parlare dell’Italia, si registra ovunque una débacle, solo in parte dovuta alla recente “onda verde”.

Apparentemente sono tutte le varie correnti della sinistra ad avere perso. Ha perso, infatti, sia la componente moderata ed europeista (Syriza, Unidos-Podemos, La Sinistra, ecc.), sia quella che non esclude la rottura con l’euro (la France Insoumise di Melenchon), sia, ancora quella chiusa e settaria del KKE. C’è da considerare, però, il fatto che nelle elezioni europee tende a prevalere, più che in qualunque altra competizione, il voto d’opinione, fortemente condizionato dalla percezione diffusa e di massa. E le formazioni di sinistra in Europa appaiono in generale come forze non di rottura, bensì come soggetti che rimangono all’interno di un orizzonte parlamentare e legate ad un’ottica di mera modifica istituzionale dell’Unione Europea, cosa a cui evidentemente credono in pochi. Finché a sinistra prevarrà questa impostazione moderata e riformista e non si arriverà ad adottare posizioni visivamente di rottura, proposte chiare, definite e in grado di essere facilmente recepite – e fatte proprie – dai ceti popolari e dai lavoratori, sarà molto difficile uscire fuori dalla crisi in cui oggi si trovano le relative forze.
 

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