L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 3 giugno 2019

La guerra si avvicina velocemente - Gli statunitensi denotano una malattia mentale grave ed inguaribile. Hanno stracciato unilateralmente un trattato internazionale multipolare e poi hanno la pretesa di ri-mettersi intorno ad un tavolo a ri-discutere un altro trattato, quando semplicemente devono annullare quello che hanno fatto precedentemente e ripristinare quel trattato internazionale multipolare

Pompeo apre ai negoziati con l’Iran, se “si comporterà da Paese normale”

Emanuele Rossi FELUCHE
2 giugno 2019

Cosa ha dichiarato oggi il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, durante la conferenza stampa congiunta col ministro degli Esteri svizzero, Ignazio Cassis

Quando l’Iran inizierà a comportarsi da “paese normale” allora gli Stati Uniti saranno pronti “a negoziare senza precondizioni”, ha dichiarato oggi il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, durante la conferenza stampa congiunta col ministro degli Esteri svizzero, Ignazio Cassis.

Le parole di Pompeo da Bellinzona diventano importanti perché sono il primo, aperto invito a Teheran ad aprire una nuova stagione negoziale come richiesto dal presidente Donald Trump. Dichiarazione che arriva in mezzo a una fase piuttosto ruvida delle relazioni tra i due paesi con gli americani che hanno aumentato il loro ingaggio nella regione, rafforzando la presenza militare a fronte di un aumento della minaccia segnalato dalle intelligence.

Washington ha alzato i toni con minacce forti — uscite dal capo del Consiglio di Sicurezza nazionale, il falco John Bolton — e con posizioni più dialoganti — quelle incarnate dal presidente, che come in altre occasioni sembra aver alzato la tensione per stressare il contesto e portare di nuovo gli ayatollah al tavolo, dopo aver abbandonato l’accordo sul nucleare stretto nel 2015 dall’amministrazione precedente e criticato con fini elettorali come “il peggiore di tutti i tempi”. Distanze di letture che hanno creato spaccature all’interno della Casa Bianca, con il consigliere Bolton accostato più di una volta a una potenziale uscita dall’incarico.

L’annuncio di Pompeo dalla Svizzera arriva a chiarire le posizioni di Trump, una linea negoziale molto spinta, ma non interessate ad azioni militari; come il presidente stesso che in una recente dichiarazione dal Giappone ha spiegato di non essere interessato a un regime change, concedendo a Tokyo spazi di dialogo per conto degli Usa con Teheran. Stesso ruolo che storicamente ricopre la Svizzera, paese che si occupa di sbrigare le pratiche diplomatiche per i cittadini americani in Iran. Da settimane si parla di queste attività di mediazione con cui Washington lato Trump (e Teheran) vorrebbe evitare escalation incontrollabili nella regione. L’uscita di Pompeo dalla Svizzera è una conferma in questo senso, anche perché lo scorso anno lo stesso Pompeo aveva posto dodici punti severissimi prima di riaprire il dialogo con Teheran, che oggi non sono stati nemmeno citati.

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