L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 5 giugno 2019

L'Euro è un Progetto Criminale - nessuna politica centralizzata su tassazione e finanza pubblica, Banca centrale europea non prestatore di ultima istanza ...

L’Islanda: fuori dall’Ue stiamo meglio e potremmo anche uscire dalla Nato

Maurizio Blondet 4 Giugno 2019 

Che non fosse più tempo di volare a nozze tra Islanda e Unione europea si era capito da tempo, quando nel marzo del 2015 il governo di Reykjavik decise unilateralmente di abbandonare il processo negoziale di adesione rinunciando ad ogni pretesa di ingresso nell’Ue. Adesso l’attuale esecutivo dell’isola ribadisce che il ‘no’ resta un ‘no’. “Penso che non dovremmo aderire all’Ue”, dice il primo ministro Katrin Jakobsdottir in un’intervista a Euobserver. “Non credo ci sia una ragione per cui dovremmo farlo”.

Non piace la governance economica

L’Islanda: fuori dall’Ue stiamo meglio e potremmo anche uscire dalla Nato

A rendere inquieti gli islandesi l’impianto della governance economica. La premier ammette di essere “critica” nei confronti dell’area euro, 
“priva di nessuna politica centralizzata reale su tassazione e finanza pubblica”. 
Quanto fatto ha finito per innescare crisi interne ed esistenziali, aggiunge ancora la 42enne Jakobsdotti che è diventata la seconda donna in assoluto a guidare l’Islanda lo scorso anno quando il suo partito, il Movimento Sinistra Verde, formò una coalizione con i liberali del Partito Progressista e con quello di centrodestra dell’Indipendenza. 
“Le politiche economiche dell’Unione europea sono state lontane dai cittadini”, 
e hanno finito per “creare divisioni che non servono”. A questo si aggiunge poi 
la Banca centrale europea, ritenuta “davvero forte senza essere veramente democratica”. 
Insomma, per volere davvero bene all’Europa, occorre che quest’ultima cambi, e non poco. Meglio stare da soli che con questa Europa, dunque.

L’Islanda si tiene stretta però l’appartenenza all’area economica europea (Eea), che permette libero scambio con i Ventotto. La popolazione è comunque divisa sull’argomento. Secondo recenti sondaggi, il 60% degli islandesi è a favore della non appartenenza all’Ue, mentre il 40% vorrebbe invece le dodici stelle. 
Dipendesse dall’attuale primo ministro l’Islanda uscirebbe anche dall’Alleanza atlantica. “La posizione del mio partito è sfavorevole alla partecipazione alla Nato, ma è l’unica formazione in Parlamento a pensarla così”.

(Per capire l’Islanda, rileggere:

ISLANDA: DISOCCUPATI AL 2 PER CENTO. SENZA UE.

Maurizio Blondet 12 Febbraio 2016

….Poi, il piano di risanamento. Un piano cui la popolazione (ovviamente con alto tasso d’istruzione) ha partecipato consapevolmente, assumendone in coscienza le parti sgradevoli: qualche anno di cinghia tirata (austerità di bilancio) e aumento di tasse, sacrifici accettabili se ciò avesse portato alla ripresa. Il tutto che l’Europa vieta: 1) controllo dei capitali (orrore orrore!), 2) procrastinazione dell’aggiustamento di bilancio (ossia “sforare il deficit”) e 3) e svalutazione della moneta. Una svalutazione forte – 60% – che ha innescato una fiammata d’inflazione; oggi padroneggiata per la ripresa economica conseguente. Reykiavik ha rimborsato tutto il prestito del Fondo Monetario (oltre 2 miliardi di dollari), e non ha sacrificato lo stato sociale. Il debito pubblico è oggi al 100 per cento del Pil, ma non provoca alcuna inquietudine sui mercati. Tanto che l’Islanda è tornata su detti mercati con una emissione di 2 miliardi, che è stata tutta assorbita.

L’Islanda preferisce mettere i banchieri in prigione piuttosto che salvarli – di Matthew Yglesias

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