L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 9 giugno 2019

MiniBot - l'introduzione di questa moneta fiduciaria sconcerta e disorienta ma è proposta concreta per cominciare a bypassare l'austerità la mancanza di liquidità nel sistema economico reale contrariamente da quello finanziario

Mondo
Striscioni e Mini-Bot, dal dramma alla commedia?

di Francesco Damato
9 giugno 2019



Che cosa agita il mondo politico? I fatti visti dal notista politico Francesco Damato

La facilità di passare in Italia, per fortuna, dal dramma alla commedia è nota e provata grazie anche a celebri pellicole che hanno allietato milioni di spettatori, al di qua e al di là dei confini, peraltro tornati di moda col sovranismo di Matteo Salvini. Che Eugenio Scalfari ha appena scudisciato nell’omelia domenicale su Repubblica come “un dittatore nazionale” in erba e “un razzista con una piumetta di cattolicesimo”, per niente gradita al decano del giornalismo italiano, estimatore dichiarato e difensore laico di Papa Francesco. Di inedito, nella facilità del passaggio dal dramma alla commedia, c’è solo il contributo che si sono dimostrate di dare in questo campo le diramazioni del Viminale al comando proprio di Salvini.

Il ministro dell’Interno non ha avuto bisogno neppure di dare un ordine alla Questura di Roma, intervenuta di propria iniziativa, con ironia che sarei tentato di augurarmi non casuale, per proteggere il “paesaggio” e il “decoro” della terrazza del Pincio e della sottostante Piazza del Popolo impedendo che venisse srotolato uno striscione della Uil contro lo stesso Salvini e il suo socio politico Luigi Di Maio: uno striscione preparato per divertire una manifestazione sindacale a favore del pubblico impiego.

Infastidito da tanta solerzia, peraltro ripetuta perché di quello striscione è stato poi impedito l’uso anche in altro modo, non pensile, lo stesso Salvini, nella triplice veste di vice presidente del Consiglio, ministro dell’Interno e leader del partito italiano più votato nelle elezioni europee del 26 maggio scorso, si è affrettato a prenderne le distanze. Lo stesso ha fatto il vice presidente grillino del Consiglio e pluriministro Luigi Di Maio, che ha spiritosamente adottato nei suoi profili telematici la gigantesca vignetta che lo rappresentava preoccupato della sfortuna derivante al governo dalle proteste sindacali e tranquillizzato dalla garanzia di Salvini di “portarsi avanti col lavoro” ai fianchi, diciamo così, della Uil e associazioni affini.

Ancor più che da Salvini, tuttavia, Di Maio è stato rinfrancato nelle ultime ore da Beppe Grillo in persona. Che nella sua villa a Bibbona, non so se più sceso o salito ancora dal ruolo di “garante”, “elevato” e quant’altro assegnatosi nel movimento da lui stesso fondato, ha concesso a “Giggino” un pranzo di protezione e di reinvestitura dopo i 15 punti percentuali su 32 perduti nelle elezioni europee di quindici giorni fa, e quelli che stanno per rotolare nei ballottaggi comunali di questa seconda domenica di giugno.

“Presto saremo più forti di prima”, lo ha consolato Grillo incoraggiando il vice presidente del Consiglio allegramente a concedere ai leghisti anche un generoso per quanto innominabile rimpasto di governo, come si chiamava questa pratica nella lontana e odiata prima Repubblica. Egli ha consentire anche l’ipotesi di rimozione della sua omonima ministra della Salute, la siciliana Giulia. Che pure lo stesso Grillo aveva appena apprezzato sul suo blog difendendola dai malumori esterni e interni al movimento. Persino sotto le cinque stelle, quindi, si fa presto a passare dal dramma alla commedia, con maggiore professionalità forse che altrove, visto il mestiere di comico del fondatore per niente defilato e distratto del movimento sceso in un anno dal primo al terzo posto della graduatoria elettorale, superato non solo dalla Lega ma anche dal Pd di Nicola Zingaretti.

Neppure quest’ultimo tuttavia scherza a passare dal dramma alla commedia, quale merita di essere obiettivamente chiamata la partecipazione piddina allo scandalo, vero o presunto che sia, dei minibot per il pagamento dei debiti della pubblica amministrazione. Che erano stati auspicati con una mozione parlamentare approvata all’unanimità, col voto quindi pure del Pd, oltre che col parere favorevole del governo, espressosi col ministro dei rapporti con le Camere, il grillino Riccardo Fraccaro, con tanto di barba autorevole e convinta, e poi spaccatosi di fronte alle critiche e proteste europee: a cominciare da quelle del presidente italiano della Banca Centrale dell’Unione, Mario Draghi, convinto della loro impraticabilità per l’aumento neppure tanto occulto del debito pubblico appena contestato dalla Commissione di Bruxelles col sostanziale avvio di una procedura d’infrazione. Che si è già tradotta, peraltro, in un indebolimento della capacità negoziale dell’Italia per la distribuzione delle cariche comunitarie dopo le elezioni del 26 maggio.

La spaccatura del governo gialloverde sui minibot, fra il presidente del Consiglio Giuseppe Conte quanto meno perplesso, e ancora una volta spiazzato dagli eventi, il ministro dell’Economia Giovanni Tria contrario e i due vice presidenti del Consiglio ancora convinti della loro utilità e praticabilità, accomunati anche dalla sfida allo stesso Tria a trovare qualcosa d’altro per far pagare finalmente dallo Stato i debiti ai suoi creditori, è stata al solito tradotta in un felice titolo di copertina del manifesto: Sotto Bot.

Ugualmente comico è stato, a proposito dei minibot, il ripensamento di Forza Italia, dove peraltro Silvio Berlusconi ha nuovamente scoperto e apprezzato i vantaggi dell’alleanza pur sofferta con la Lega del debordante e sempre più attrattivo Salvini. Con un titolo in prima pagina dedicatogli dal Giornale di famiglia l’ex presidente del Consiglio ha anticipato la sua soddisfazione per i “fortini rossi” in via di “espugnazione” da parte del centrodestra a trazione leghista nei ballottaggi comunali che stanno concludendo questa primavera elettorale.

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