L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 13 giugno 2019

MiniBot - prima rilanciati da Borghi, poi depotenziati dal fanfulla, denota che non si ha nessuna intenzione di andare alla guerra con gli euroimbecilli e che il tutto è un falso ideologico. Bagnai che fine che hai fatto

L'ANALISI |DEBITO PUBBLICO
Dal piano B di Savona ai mini-BoT, quanto ci costa il fantasma «Italexit»

–di Andrea Franceschi
12 giugno 2019

Il vero spettro per i mercati si chiama «Italexit». È un fantasma che conosciamo. Già durante la crisi del 2011-2012, quando lo spread toccò i suoi massimi storici, l’Italia rischiò un clamoroso ritorno alla lira. Un rischio correlato alla speculazione di mercato sulla fine della moneta unica. Una speculazione poi scongiurata dal presidente della Bce Mario Draghi che, con la sua promessa di «fare tutto il necessario per salvare l’euro», diede di fatto alla Bce poteri di prestatore di ultima istanza grazie allo strumento delle Omt (un piano che dà alla banca centrale il potere di fare acquisti potenzialmente illimitati di titoli di uno Stato che ne faccia richiesta).


Il «whatever it takes di Draghi» ha funzionato bene ma perché continui a funzionare bene è necessario che un presupposto sia rispettato: i Paesi aderenti non devono mettere in discussione l’adesione all’euro. Ciò che è successo in Italia con il governo attuale è che proprio questo presupposto è venuto a mancare perché entrambi i partiti che fanno parte della maggioranza di governo hanno sposato, in misure e tempi diversi, l’istanza dell’uscita dall’euro.

Il Movimento 5 stelle anni fa ha fatto una raccolta firme per un referendum sull’uscita dall’euro (e Di Maio ha dichiato pubblicamente che avrebbe votato sì) salvo poi accantonare l’idea. La Lega di Matteo Salvini si è espressa in maniera molto più netta sul tema e la scelta di candidare due noti esponenti no-euro come Alberto Bagnai e Claudio Borghi ne è un’ulteriore riprova.

Sebbene sul tema dell’adesione all’euro le posizioni siano drasticamente cambiate (sia Luigi Di Maio che Matteo Salvini hanno dichiarato che Italexit non è nel programma di governo) i segnali che sul tema sono stati mandati ai mercati sono estremamente ambigui. L’ultimo in ordine di tempo è rappresentato dall’idea di pagare i debiti della pubblica amministrazione con i mini-BoT, titoli di piccolo taglio equiparabili a una moneta parallela che, per ammissione del loro stesso inventore Claudio Borghi, sarebbero utili a preparare il terreno a Italexit. Ma prima dei mini-BoT c’è stato il primo contratto di governo Lega-5stelle, quello in cui si parlava di negoziare con le autorità comunitarie un percorso di uscita dalla moneta unica e si ipotizzava la cancellazione del debito acquistato dalla Bce (altra idea controversa di Borghi poi accantonata).


Ma il segnale più forte ai mercati forse è stata la scelta di Paolo Savona (il teorico del piano B per l’uscita dall’euro) per il posto di ministro dell’Economia. Una nomina su cui si consumò un durissimo scontro istituzionale con il presidente Mattarella che, proprio in ragione dei rischi finanziari ad esse correlati, arrivò a bloccarla. A Savona andò il ministero degli affari europei ma la poltrona resta vacante da quando l’economista sardo è finito a guidare la Consob. Ora per il suo posto si fa il nome di Alberto Bagnai, altro teorico di Italexit, autore del libro “Il tramonto dell’euro”...

Insomma pare proprio che Salvini e Di Maio, al netto delle dichiarazioni di facciata, non facciano altro che dare segnali di ostilità verso Bruxelles e la moneta unica. Fare i duri con l’Europa è una strategia che paga elettoralmente ed è anche un modo comodo per scaricare le responsabilità. Ma è una strategia estremamente costosa. Un costo fografato dallo spread e dai tassi di interesse del nostro debito pubblico che, come si dice in gergo, «prezzano» il rischio ridenominazione del nostro debito. Gli investitori che detengono i nostri titoli di Stato cioè richiedono una remunerazione aggiuntiva per prendersi il rischio di vederseli rimborsare in una valuta diversa dall’euro.


Ma quanto costa questa ambiguità? È possibile fare una stima senza alcuna ambizione di scientificità basandosi sulle quotazioni dei credit default swap, i derivati che assicurano un investitore sul rischio default sul debito pubblico italiano. Sui mercati infatti ci sono due cds diversi: uno copre dal rischio ridenominazione, l’altro no. Il primo ha una copertura più ampia e prezza 220 punti base, l’altro non rimborsa in caso di ridenominazione e per questo ha un valore più basso: 134. La differenza tra i due valori, 86 punti, è il prezzo del rischio Italexit. Un prezzo che vale il 39% del totale. Riparametrato agli attuali valori del differenziale Bund-BTp una fetta del genere equivale a circa 100 punti di spread. Il che, stando alle simulazioni fatte dall’Ufficio parlamentare di bilancio è come dire 12,9 miliardi di interessi in più sul triennio 2018-2020.
IL TERMOMETRO DI ITALEXIT
Differenziale di prezzo tra i cds sul debito italiano emessi prima e dopo il 2014
Dati in punti base (Fonte: Bloomberg)



«Non credo che si arriverà mai a Italexit - commenta Domenico Rizzuto di DR Finance Consulting - perché non conviene a nessuno. Meno che mai alle aziende del Nord Italia che costituiscono la base elettorale di Salvini. I miniBoT sono solo una provocazione per alzare la posta nella trattativa con Bruxelles. Alzare i toni è solo una strategia negoziale». Una strategia molto costosa per il Tesoro che vede la spesa per interessi crescere sempre di più erodendo lo spazio fiscale di manovra. «I nostri partner dell’Eurozona stanno facendo risparmi importanti sulla spesa per interessi grazie ai tassi negativi e possono fare investimenti. Noi non ce lo possiamo permettere».

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