L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 9 giugno 2019

MiniBot - quando alcuni giornalisti pensano che valuta e moneta siano la stessa cosa o sono ignoranti o in malafede

Economia, Primo Piano
Perché è lunare il dibattito sui Mini-Bot. Il commento di Polillo

di Gianfranco Polillo
9 giugno 2019



Il surreale dibattito sui Mini-Bot rischia solo di tradursi in una grande arma di distrazione di massa, destinata a porre in ombra i veri problemi nazionali. Il commento di Gianfranco Polillo

C’è qualcosa di lunare nel dibattito che si è aperto sulla possibilità o meno di varare i mini-bot. Alla contrarietà dei più (Bce, Ministero dell’economia, Banca d’Italia, Agenzie di rating, principali quotidiani finanziari europei e via dicendo) rispondono con durezza Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Quest’ultimo, europeista quasi convinto fino a pochi giorni fa, tornato a calcare la tigre del progressivo distacco dalle altre capitali europee. Come dire: “Grande è la confusione sotto il cielo”, ma a differenza di quanto pensasse Mao Tze Tung “la situazione è” tutt’altro che “favorevole”.

Rischiamo, invece di farci del male con le nostre stesse mani, una guerra che ha soprattutto un significato simbolico. Il sospetto che si voglia giungere ad una moneta parallela è evidente. Non solo perché il progetto evocato è del tutto indeterminato. Titoli che non hanno scadenza e non garantiscono interessi hanno un nome: sono moneta. Mezzo di pagamento ed equivalente generale. Che, al di là di ogni fantasiosa teoria, deve essere accettata dal mercato, scambiata con le altre valute esistenti, in un concambio determinato dagli equilibri tra domanda ed offerta. Ed è francamente difficile pensare che il relativo prezzo di equilibrio possa essere a favore dei mini-bot. L’ipotesi più probabile è quella esattamente contraria. Un tasso di svalutazione che può essere anche consistente.

Ma c’è di più. In passato era stato lo stesso Silvio Berlusconi a vagheggiare il varo di una moneta parallela, da utilizzare negli scambi interni. Riservando solo a quelli internazionali l’uso dell’euro. Una sorta di rublo sovietico, in cui sostituire il faccione di Lenin con qualcosa di più rispondente alla tradizione italica. Finì presto nel dimenticatoio, come un sogno di una mezza estate. Negli ambienti internazionali, tuttavia, la proposta fece rumore. Accendendo il sospetto, ora rilanciato dalla proposta giallo-verde, che si stessero creando le condizioni politiche per una possibile Italexit.

Se si analizza in controluce la mozione approvata dalla Camera dei deputati, con la partecipazione corale ed entusiastica di tutti i gruppi parlamentari (salvo le abiure postume), emerge qualcosa di sorprendente. Nella mozione si precisa che “lo stock di debito residuo scaduto e non pagato alle imprese al 31 dicembre 2018 era pari a circa 26,9 miliardi sul complesso dei 28 milioni di fatture, ma tale debito con le imprese è destinato a ridursi sensibilmente allorquando emergeranno i nuovi dati sui pagamenti che tutte le amministrazioni hanno dovuto inviare entro il 30 aprile”. Cifra ingente, quindi, ma in via di riduzione.

Sono stati creati strumenti per alleviare il peso che grava sulle imprese? La legge di bilancio per il 2019 ha “previsto – si legge in un’altra parte della mozione – un meccanismo di anticipazione di tesoreria per gli enti locali e le regioni, con il coinvolgimento di banche, intermediari finanziari, Cassa depositi e prestiti S.p.a. e le istituzioni finanziarie dell’Unione europea, volto proprio all’ulteriore smaltimento dei debiti maturati alla data del 31 dicembre 2018”. Quindi: “eppur si muove”. Naturalmente queste forme di anticipazione hanno un costo per le imprese. Ma allora, piuttosto che alimentare un’ingestibile montagna di carta, non sarebbe meglio predisporre delle poste di bilancio, per rimborsare i costi sostenuti, dopo aver coinvolto, semmai, l’intero sistema bancario? Senza tra l’altro scardinare l’intero sistema monetario?

Insomma il sospetto che, con i mini-bot si cerchi altro, è alimentato da queste contraddizioni interne. Che risultano ancora più evidente se si analizza il dispositivo della stessa mozione, in cui “il ricorso anche attraverso strumenti quali titoli di Stato di piccolo taglio” è solo un inciso marginale. Essendo altri, gli strumenti principe indicati: “Dare ulteriore seguito al processo di accelerazione del pagamento dei debiti commerciali delle pubbliche amministrazioni,(…) anche valutando di assumere iniziative per l’ampliamento delle fattispecie ammesse alla compensazione tra crediti e debiti della pubblica amministrazione, oltre che la cartolarizzazione dei crediti fiscali, (…) implementando l’applicazione di tutte le misure adottate nella legge di bilancio 2019, relative anche alle anticipazioni di tesoreria, per garantire il rispetto dei tempi di pagamento dei debiti commerciali delle pubbliche amministrazioni ed uscire, così, dalla procedura d’infrazione che la Commissione europea ha avviato contro l’Italia sull’attuazione della direttiva sui ritardi di pagamento”.

Come si vede un semplice lifting consente di sdrammatizzare una situazione che rischia di diventare esplosiva, nel momento in cui si apre una difficile partita a livello europeo che riguarda i fondamentali dell’economia italiana. Il surreale dibattito sui mini-bond rischia solo di tradursi in una grande arma di distrazione di massa, destinata a porre in ombra i veri problemi nazionali. Che sono quelli della mancata crescita, di un tasso di disoccupazione insopportabile, di un carico fiscale ingiustificato, del ristagno della domanda interna che alimenta il surplus con l’estero, creando un eccesso di risparmio che non trova i necessari canali di finanziamento. E si traduce in esportazione di capitali a prevalente vantaggio dei grandi fondi internazionali. Tutte cose alle quali, Matteo Salvini ha fatto cenno più volte. Ed allora tenga duro, senza farsi suggestionare dalle fisime del duo Borghi-Bagnai.
 

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