L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 3 giugno 2019

Oggi la verifica del governo, se il fanfulla preferisce il tour elettorale il segnale è chiaro, la Lega rimane quella che insieme al centro destra ci ha governato alternandosi con la sinistra e ci ha imposto l'austerità, il Progetto Criminale dell'Euro, ci ha mangiato i salari e precarizzato il lavoro


DIETRO LE QUINTE/ L’aut-aut di Conte a Salvini (con l’ok di Mattarella)

03.06.2019 - Anselmo Del Duca

Oggi Conte terrà una conferenza stampa. Una sorta di bilancio di un anno di governo. Con un messaggio preciso

Giuseppe Conte con Sergio Mattarella ieri alla Festa della Repubblica (LaPresse)

E adesso tutti gli occhi sono puntati su Giuseppe Conte. Potrebbe essere lui, il vaso di coccio fra i vasi di ferro rappresentati dai due vicepremier a dire basta. Basta con quel braccio di ferro polemico che da due mesi immobilizza completamente l’attività di un governo che doveva essere del cambiamento. Lo scenario che Conte dica a chiare lettere di non poterne più appartiene al novero delle cose possibili, ma non delle più probabili.

Motivazioni per considerare la misura colma Conte ne avrebbe a iosa: le bordate fra i due firmatari del contratto di governo che proseguono anche dopo le elezioni europee, il fiato sul collo dell’Europa che chiede chiarezza sui conti pubblici, il pungolo del Quirinale che pretende chiarezza sulla possibilità di proseguire con questo esecutivo.

Conte parlerà oggi al paese. Esporrà il consuntivo del suo anno a Palazzo Chigi, e molti segnali fanno supporre che non aprirà la crisi. Il minimo sindacale è però che dalla conferenza stampa di oggi esca una sorta di aut-aut ai suoi due vice: o smettete di litigare, oppure così non si può andare avanti, come già spiegato a Mattarella qualche giorno fa.

Tutti i segnali, infatti, lasciano presagire il peggio. Da giorni, ad esempio, Conte marca stretto Salvini per organizzare un confronto a tre con Di Maio, nelle intenzioni chiarificatore. Per tutta risposta il leader leghista ha programmato un intenso tour elettorale (ci sono i ballottaggi domenica prossima) che potrebbe tenerlo lontano da Roma sino a giovedì. I tre si son sfiorati al ricevimento del Quirinale per la Festa della Repubblica, ma non si sono parlati. Chi era presenta racconta di un clima surreale, specie in confronto al party di un anno fa, quando il governo aveva giurato da poche ore, e la fila per stringere la mano al vicepremier pentastellato superava in lunghezza quella per rendere omaggio al Capo dello Stato.

Questa volta Di Maio si è presentato in tono dimesso, nonostante la presenza dell’avvenente fidanzata. Poco codazzo, mentre ogni movimento di Salvini era seguito da un codazzo spropositato di giornalisti e questuanti assortiti. Segno dei tempi che cambiano, di quella parabola da vincitori a sconfitti nel giro di un anno, come Rocco Casalino si è incaricato di sintetizzare.

Altri due episodi danno da riflettere. Il primo è la fuga di notizie intorno alla risposta che il ministero dell’Economia stava preparando alle contestazioni europee. L’unica vittima certa è il ministro Tria, che minaccia di rivolgersi alla magistratura per scovare il colpevole, che potrebbe esser targato sia M5s (per rivendicare di aver fermato tagli alle conquiste sociali, reddito di cittadinanza in primis), sia Lega (per additare i compagni di viaggio come gli spendaccioni da fermare a tutti i costi).

Il secondo è il pasticcio intorno ai cosiddetti mini-bot, i titoli di Stato di piccolo taglio con cui potrebbero essere pagati i debiti della pubblica amministrazione verso le imprese. Al netto degli errori delle opposizioni che hanno approvato una mozione per la loro creazione, i mini-bot aumentano i sospetti sul futuro, su chi intenda scassare i conti pubblici per tener fede alle promesse elettorali.

Del resto, quella dei conti (e quindi della legge di bilancio) è la vera questione chiave con cui leggere la politica italiana nelle prossime settimane. Il presidente Mattarella mettere la stesura di una buona legge di bilancio in cima alle priorità. per questo chiede a Lega e M5s chiarezza in tempi rapidi. Se la situazione è destinata a collassare, è bene andare allo show down nel giro di poche settimane. Esiste, infatti, una sola finestra in grado di evitare al paese l’onta dell’esercizio provvisorio del bilancio, che manca dal 1988: arrivare allo scioglimento delle Camere intorno alla metà di luglio per andare a votare a metà settembre, o giù di lì. A inizio ottobre si insidierebbe il nuovo parlamento, e intorno al 20 di quel mese ci sarebbe un governo in carica, sempre ammesso che esca una maggioranza chiara dalle urne. Per i tatticismi resta poco tempo, le prossime sei settimane saranno decisive. Di Maio e Salvini sono avvisati. Soprattutto Salvini, viene da dire.

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