L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 10 giugno 2019

Pierluigi Fagan - pochi pochi pochissimi riescono a sintetizzarsi a questa realtà vedendone i limiti e le varie scelte possibili da poter fare. Pochi pochissimi lavorano per il Bene Comune

La grande nevrosi
 
di Pierluigi Fagan
8 giugno 2019

In effetti mi sa che tecnicamente sarebbe più una psicosi che una nevrosi ma qui attendo consigli di categorizzazione dagli psicologi. Ci riferiamo allo strano fenomeno culturale di negazione o evasione dalla realtà che sembra aver colpito l’intellettualità occidentale negli ultimi settanta o forse cinquanta anni.

Altre volte me la sono presa con l’incredibile dominio semi-totalitario del paradigma detto “svolta linguistico - culturale” che ha afflitto le scienze sociali, umane ma anche il pensiero umanistico, filosofia inclusa, nei tempi recenti. Ovviamente, non l'argomento in sé ma la pervasività semi-totalitaria della sua presenza.

In questo libro, la chiusura è fatta proprio su questo fenomeno di cui pensavo esser uno dei pochi avvertiti. Riporto sinteticamente non citando esattamente nella forma ma solo nel contenuto. -McNeill nota, con ragione, la strana dissociazione alla base della “vacanza dalla realtà” che ha colto le élite intellettuali storiche (McNeill è uno storico) non meno che in altre scienze sociali, rispetto al clamoroso sviluppo della Grande accelerazione. Questo tema che non è il solo a denotare la nostra contemporaneità che ha caratteri di indubbia eccezionalità, è stato seppellito assieme a gli altri dalla curiosa mania sulla “svolta linguistico-culturale”, pur di non occuparsi della "triste e sudicia realtà".

Nevrosi ancorpiù chiara negli economisti “tutti presi dai loro modelli astratti basati su generalizzazioni su i comportamenti individuali o degli stati estrapolati un po’ a caso dai loro contesti storici e culturali”. Ne conclude che “… è evidente come la maggioranza dei sistemi teorici e delle ideologie, delle abitudini della popolazione, delle istituzioni e delle scelte politiche, sia rimasta strettamente ancorata alle modalità del tardo Olocene”. Ne consegue la necessità di recuperare in fretta il tempo perduto per cercar di non arrivare fuori tempo massimo al doveroso adattamento all’epoca che noi stessi abbiamo inconsapevolmente creato.-

J.R.McNeill è uno storico, figlio del grande William i cui studi sulla Peste Nera del XIV secolo (ma non solo) hanno introdotto nell’analisi storica le variabili sulle malattie, virus ed i contesti geo-ambientali. In pratica, il Jared Diamond celebrato in Armi, acciaio e malattie che gli è valso il Pulitzer e notorietà mondiale, avrebbe copiato senza neanche citarlo. J.R. è autore di un libro famoso: Something New Under the Sun: An Environmental History of the Twentieth-century World (2000), nel quale cerca di porre il tema ambientale al centro dell’analisi storica della modernità recente. In questo libro invece, tenta di definire l’ipotesi dell’Antropocene di cui qui diamo i più informati, come contesto storico nel quale si è poi prodotto un sotto-periodo che chiama “Grande accelerazione” (a partire dal 1945-50), seguendo la logica della “Grande trasformazione” di K. Polanyi, libro immenso assieme a quelli di Braudel per comporre una immagine di mondo adeguata. Il libro ha tratti interessanti e qualche difetto ma non è questo il tema del post. Il tema è la “Grande rimozione” che sembra aver colto gli intellettuali occidentali con una stanza piena di elefanti non visti ma con grande attenzione invece alle mosche ronzanti, reali e virtuali.

Non mi riferisco solo e strettamente alle questioni sollevate dall’ipotesi antropocenica o la supposta sua più recente “grande accelerazione” nello specifico. Mi riferisco alla massa di indicatori di eccezionalità e profonda discontinuità storica che segnano gli ultimi settanta anni e di cui la semplice triplicazione della popolazione umana sul pianeta è solo la guglia immersa dell’iceberg. Ne ho fatto il senso del mio intervento al recente “Festival della Complessità” di Roma. Se davanti ad una massa di fatti pesanti, numerosi, auto evidenti -nel senso di non certo misteriosi se si tengono semplicemente gli occhi bene aperti- ed oggettivi (nel campo del numero, peso, misura per intenderci, non della speculazione qualitativa che è più opinabile), la riflessione della grande intellettualità divaga su questioni linguistiche, c’è della nevrosi, della negazione o distrazione dalla realtà evidente. Perché?

La risposta l’ha data McNeill nella citazione arbitraria che ho riportato. Le nostre istituzioni sociali (tutte, dallo Stato di tipo europeo al modo economico, dalla struttura dell’insegnamento all’intera forma con cui organizziamo la vita associata ) e la nostra mentalità (ideologie, paradigmi, programmi di ricerca, statuto delle verità, logiche ed immagini di mondo etc.), provengono dalla storia appena passata. Siamo capitati in una profonda frattura storico-temporale e non ce ne vogliamo render conto. Non ce ne possiamo render conto dato che le forme della mentalità corrispondono ad un altro stato del mondo.

Come occidentali, penso che questa frattura sia iniziata nel luglio del 1914, ma credo abbia anche ragione il McNeill ad attenzionare con vigile acume, il periodo che parte dal dopoguerra. Credo anche che gli anni ’70, l’inizio dei ’70, abbia rappresentato il momento in cui l’inconscio occidentale ha capito di esser finito in guai molto seri, consapevolezza fugace da cui si è prontamente allontanato mettendosi a parlar animatamente di cazzate ed a farne di conseguenti negli ultimi cinquanta anni.

Ne riparleremo, il campo della psicologia delle civiltà è tutto da esplorare.
 

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