L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 9 giugno 2019

Presto scopriremo le carte del fanfulla

Sostituire il ministro dell'economia
 
di Redazione
7 giugno 2019

Al di là di come siano andate effettivamente le cose nessuno, nel governo, ci fa una bella figura. Ed infatti i giornali ed i media di regime fanno a gare nel parlare di "governo allo sbando", "siamo senza governo", "nuova crisi tra gli alleati di governo", ecc.

La "manina 2"...


Già nell'ottobre scorso accadde che Di Maio denunciò "la manina" che manomise, a suo dire, il decreto sul condono fiscale. Accusa che Di Maio fece a Porta a Porta incolpando esplicitamente i colleghi della Lega. Annunciò addirittura una denuncia alla Procura, ma poi dovette fare marcia indietro.

Ora ci risiamo, ma questa volta la cosa è decisamente più grave, dato che si tratta della risposta alla missiva della Commissione della Ue. Nella lettera circolata ieri pomeriggio si rassicurava la Commissione che il governo avrebbe rispettato le stringenti condizioni per il rispetto dei parametri sul deficit e il percorso di abbassamento del debito. Detto in parole povere: sarebbero stati fatti tagli allo stato sociale, con eventuale retromarcia sulle due misure simbolo del governo: RdC e Quota 100. Si leggeva intatti testualmente:
«riduzioni delle proiezioni di spesa per le nuove politiche in materia di welfare nel periodo 2020-2022»

Poi, anzitutto grazie al M5s, il Mef ha smentito, affermando che il governo tirerà diritto e non ci saranno tagli allo stato sociale. E' così stata inviata a Bruxelles la vera lettera di risposta.

Una risposta, sia detto per inciso, che non promette niente di buono, dato che il governo conferma l'impegno a rispettare riduzione del deficit e rientro dal debito.

Manina o non-manina, guarda caso è sempre dal Ministero dell'economia, il covo dei serpenti, che vengono i guai più seri. Di riffa o di raffa, a seminar zizzania, c'è ancora una volta di mezzo Giovanni Tria, il Cavallo di Troia di Mattarella e degli eurocrati.

La vicenda della "Manina 2", quindi della melliflua risposta alla Commissione, sono una conferma che l'equilibrio tra le tre forze del governo — M5s, Lega e partito di Mattarella —, non regge, a maggior ragione in vista del braccio di ferro con la Ue sulla Legge di bilancio 2020.

Prendendo atto che il grande successo elettorale della Lega e la non meno grande sconfitta dei cinque stelle terremotava il governo, il Comitato centrale di P101 scriveva:
«E’ legittimo, dato il responso delle urne, mettere mano alla composizione del governo? Sì, lo è. Ma ciò può avvenire in due opposte maniere: a spese dei 5 stelle oppure a quelle del Cavallo di Troia dei poteri forti“, il partito di Mattarella” il quale, vale ricordarlo, non è solo la terza forza della coalizione ma quella che detiene l’ultima parola sulle decisioni che contano. Se la Lega vuole più potere in seno al Consiglio dei ministri, avocasse a sé i Ministeri chiave dell’Economia e degli Esteri. Se invece Salvini non attaccherà in quella direzione — ove ad esempio ponesse sul tavolo in modo ultimativo questioni come una flat tax a favore dei più ricchi o la sciagurata “autonomia differenziata” che approfondirebbe il solco già enorme tra Nord e Sud del Paese —, vorrà dire che avrà ceduto alle frazioni nordiste e anti-nazionali della Lega che hanno già deciso di rompere l’alleanza col M5s per andare ad elezioni anticipate. Soluzione gradita ai poteri forti che così vedono la possibilità di restaurare il sistema bipolare o delle “larghe intese”.

Salvini è al bivio. O vorrà dire no ai diktat che verrano da Bruxelles, e quindi non lascerà il Mef in mano a Tria mettendo un suo uomo al suo posto — ha dalle sue parti con chi sostituirlo—, oppure, Dio ce ne scampi!, la butterà in caciara, preferendo lo scontro con Di Maio, il che significa elezioni anticipate.

La risposta l'avremo presto.
 

Nessun commento:

Posta un commento