L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 12 giugno 2019

Procedura d'infrazione - L'Euro è un Progetto Criminale e l'Unione Europea lo strumento per realizzarlo. Il risultato di tutte le politiche restrittive nostrane è stato tragico: l’Italia sta conoscendo un lungo declino, mentre le condizioni della finanza pubblica continuano a peggiorare

I torti della Commissione e quelli del Governo. Ovvero come uscire dalla crisi
 
di Riccardo Realfonzo
11 giugno 2019

Perchè la Commissione europea sbaglia sul debito pubblico e perchè anche il Governo italiano ha le sue responsabilità nella crisi

La Commissione Europa minaccia una procedura di infrazione contro l’Italia per il mancato rispetto della regola del debito. Una regola assurda e irrealizzabile, non solo per l’Italia, secondo la quale sostanzialmente il debito pubblico andrebbe abbattuto ogni anno mediamente in ragione di un ventesimo della differenza tra il valore attuale del debito e l’obiettivo del 60% del pil. Un obiettivo, come sanno gli addetti ai lavori, che non alcun fondamento scientifico perché nessuno mai ha dimostrato, o potrà mai dimostrare, che il 60% rappresenta un numero preferibile al 50% o al 70%. Abbattere a quel ritmo il debito al 60% del pil significherebbe per l’Italia sperimentare almeno due decenni di politiche di lacrime e sangue, che produrrebbero la desertificazione economica e sociale del Paese. D’altronde, sui danni dei consolidamenti fiscali, tanto amati dalla Commissione Europea, abbiamo ormai una grande evidenza empirica.

La Grecia è il migliore esempio di quanto possano essere disastrose le politiche di taglio indiscriminato della spesa pubblica e di aumento della pressione fiscale. Ma anche l’Italia è un esempio eccellente. Pochi ricordano, infatti, che il nostro Paese detiene il record europeo in fatto di politiche di austerità, avendo realizzato sempre manovre di bilancio in avanzo primario, dal 1990 ad oggi (con la sola eccezione del 2009).

Ciò significa che tutte le manovre hanno chiuso i conti con un raccolta fiscale più grande della spesa pubblica al netto degli interessi. Si badi bene che nello stesso periodo in Francia ben 22 manovre si sono chiuse con disavanzi primari, 21 in Gran Bretagna e 10 in Germania. Ebbene, il risultato di tutte le politiche restrittive nostrane è stato tragico: l’Italia sta conoscendo un lungo declino, deve ancora recuperare i valori della produzione di fine 2007 (siamo sotto ancora del 4%), e le condizioni della finanza pubblica continuano a peggiorare.

Oggi la Commissione chiede nuove riduzioni della spesa pubblica primaria netta, ma il punto è che la spesa pubblica italiana è già bassa. Il dato della spesa pubblica italiana per cittadino è infatti solo il 74% del dato tedesco, appena il 67% di quello francese e il 93% della media dell’eurozona.

E tuttavia la “Raccomandazione” della Commissione Europea vede giusto su alcuni aspetti drammatici della condizione economica italiana. Ci sono infatti molte ragioni per pensare che il prodotto interno lordo italiano nel 2019 crescerà solo di uno o due decimi di pil (come si legge d’altronde nel DEF). In assenza di crescita, il rapporto tra debito e pil proseguirà la sua corsa, arrivando con ogni probabilità a sfiorare il 133%. Questi dati confermano – al netto delle dinamiche congiunturali che con minore violenza hanno investito anche il resto d’Europa e persino l’industria tedesca – che la manovra del governo per il 2019 è stata errata per le ragioni tante volte esplicitate su economiaepolitica.it. Il governo ha infatti incrementato il deficit rispetto al suo andamento tendenziale, ma ha utilizzato male le risorse in tal modo liberatisi, destinandole essenzialmente a misure che avevano anche un contenuto di rilievo sociale ma con ben scarso impatto sulla crescita (poco coraggioso). Le stime di cui disponiamo hanno mostrato che a parità di risorse una manovra improntata sul rilancio degli investimenti pubblici avrebbe avuto una efficacia almeno doppia in termini di crescita economica.

L’economia italiana attraversa dunque una fase estremamente delicata. La crescita sembra un miraggio e le finanze pubbliche destano preoccupazione, non solo e non tanto per la minaccia della procedura di infrazione, quanto per la percezione che i mercati hanno di una difficoltà dello Stato ad onorare in euro il debito pubblico che viene in scadenza, con conseguenti effetti sugli oneri del debito. Una situazione così grave richiede una politica all’altezza dei problemi. Il che significa che la prossima manovra economica dovrebbe contenere una duplice discontinuità per riportare il Paese su un sentiero di crescita.

La prima discontinuità dovrebbe riguardare le politiche industriali e gli investimenti pubblici per rilanciare la competitività. È ogni giorno più necessaria una grande operazione di rilancio degli investimenti pubblici, in particolare infrastrutturali, a partire dal Mezzogiorno. A questo scopo, occorrerebbe una “cabina di regia” che facesse il punto sulle risorse già stanziate, sui lavori in corso, sulla programmazione dei fondi europei, che fosse dotata di solida capacità di programmazione e poteri sostituitivi in caso di spesa lenta o inadeguata dei fondi strutturali. Occorrerebbe reperire risorse adeguate per rilanciare gli investimenti e le politiche industriali, tenendo conto del pesante sottofinanziamento degli investimenti pubblici cumulato in questi anni. Basti pensare che dal 2007 ad oggi la spesa in investimenti pubblici come percentuale del pil è stata ogni anno inferiore alla media dell’Unione Europea di circa 0,6 punti (solo lo scorso anno avremmo dovuto spendere 12 miliardi in più per rientrare nella media europea). Un rilancio massiccio degli investimenti non è certo compatibile con una riduzione del deficit né è possibile senza una lotta sistematica all’evasione fiscale. Per rilanciare la competitività occorre ridurre i carichi fiscali sul lavoro e accrescere quelli sui patrimoni.

La seconda discontinuità dovrebbe riguardare la politica da promuovere in Europa. Nel Continente esiste una crescente consapevolezza che il quadro attuale delle regole macroeconomiche produce squilibri crescenti tra centri e periferie, e la critica alle politiche di austerità ha guadagnato terreno soprattutto nei Paesi che continuano a perdere terreno rispetto ai centri d’Europa. Certo, cambiare le regole europee è estremamente arduo. Il governo dovrebbe allora, una volta elaborato un credibile ed organico piano di investimenti e politiche industriali, provare a raccogliere consenso intorno a una serie di temi di grande rilievo: la proposta che gli investimenti vadano scorporati dal calcolo dei vincoli europei; la possibilità che l’introduzione di eurobond possa essere funzionale agli investimenti nelle regioni in ritardo di sviluppo o colpite da shock negativi; la possibilità che la Banca Centrale Europea possa dichiararsi disponibile a intervenire in caso di crisi del debito sovrano, riscoprendo la sua funzione di prestatore di ultima istanza.

La Commissione Europea insiste nell’indicare una strada errata all’Italia e all’Europa, al termine della quale rischia di esservi l’implosione dell’eurozona. Ma anche il governo italiano, non solo quello attuale, sembra fuori strada. La correzione di rotta è estremamente difficile e politicamente impervia. Ma oggi è l’unica carta che ha senso giocare.
 

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