L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 16 luglio 2019

Alceste il poeta - per curare l'anima bisogna curare amare le piante

Kill Pill


Roma, 12 luglio 2019

Ho recentemente letto, nel breve spiraglio di luce della follia digitale che, ogni tanto, mi concedo, lasciando filtrare la parte d’irrealtà che mi circonda, dell’introduzione di una nuova pillola della “buona morte”, riservata agli over seventies, sani o insani che siano: in Olanda.
In Olanda, par di capire, un settantenne, o su di lì, nel pieno possesso delle sue facoltà mentali, pur non affetto da particolari infermità, e nemmeno agonizzante quindi, anzi, forse anche in buona salute, se non arzillo, vanta ora la piena capacità giuridica di recare a sé stesso la morte: previo, languido, accertamento (par sempre di capire) dello Stato (olandese, in tal caso).
Tali notizie non le approfondisco mai. Leggo due o tre righe, velocemente. Mi ci soffermo un poco, poi le elimino dal cerchio della coscienza per non rimanere invischiato da tale brago di meschinità, dal pantano asettico a cui hanno ridotto una civiltà.
La prima domanda che l’ingenuo si pone a fronte di tanta devastazione è quella più inutile: “Questa notizia è vera o è falsa? È una suggestione spettacolare, una provocazione o davvero l’ennesima catabasi nella piena Libertà Nichilista, paludata da riforma liberaldemocratica?”.
Chi ha ben compreso l’essenza dell’informe, del pensiero debole e dell’aleatorio che dominano incontrastati i cieli dell’Occidente e, quindi, del mondo tutto, sa, con indefettibile certezza, che il vero e il falso sono ormai categorie inservibili per giudicare il Potere.
Il Potere, la Cultura Dominante intendo, ha confuso deliberatamente da tempo, i concetti base del vivere ordinario. Il suo campo d’azione è il pantano, la pozza protozoica; in essa non v’è alto e basso, male o bene, bensì la libertà, infinita, di disciogliersi. In tale pozza, volenti o nolenti, nuotano già tutti. Gli avannotti hanno un bel guizzare qua e là alla ricerca della verità: in queste acque sterili e apparentemente limpide, senza vita, fitodepurate, è impossibile trovare un verso, una direzione.

Questa notizia può essere vera. Bene. Ma può essere falsa: in tal caso servirà per inverare meglio il fenomeno più tardi. Il Potere, disponendo di un’utopia, non ha fretta: ha già deciso il suo porto. La Kill Pill può essere anche una provocazione, un ballon d’essai per saggiare le ultime resistenze. Nessuno può saperlo con certezza. L’unica cosa certa è che si nuota costantemente in uno stato di disperazione quieta e senza scampo: il suicidio, quindi, verrà legalizzato, prima o poi, dapprima con cautela, poi, officianti i sacerdoti del bene, sancito dal crisma della libertà assoluta e progressiva, l’unica rimasta. È indifferente, perciò, conoscere il vero o il falso. La catastrofe, solo quella importa: e la catastrofe, ultimo atto della farsa, è una sola: la dissoluzione.

Tale ultima dissacrazione, la dissacrazione della vita stessa, ormai ridotta a uno sbuffo d’aria, deprivata com’è da qualsiasi profondità e coloritura, dalle ombre di proiezione dei sentimenti più vivi, dalle circonvoluzioni della complessità, dagli anfratti e dai rifugi della coscienza - una vita incapace di organizzare anche il più debole idolo a protezione di sé stessa - tale dissacrazione introduce alla fasi ultime del vassallaggio universale.

Essere uno schiavo, un vero schiavo, perso nelle campagne romane dell’Impero o nelle piantagioni della Virginia, nelle fabbriche inglesi del primo Ottocento o nel folto dell’Africa, where is the blank, tra i cafoni o nelle terre della Malora, diverrà ben presto uno stato invidiabile della coscienza. La fatica, il dolore, le percosse, l’odio e la vera speranza saranno considerate vette irraggiungibili di pienezza per chi giace inanimato, svuotato, eviscerato della propria umanità o si aggira, come uno spettro disincarnato, nelle città irreali assieme a Stetson o Fleba il Fenicio. Agognare l’anima dolente di uno schiavo! Tanto detestabile apparirà l’esistenza a ognuno, simile a uno stato soporoso, drogato, privo di gioia e di dolore, che, pur di liberarsi dal fagotto di carne (tale è l’intrico di budella a cui si è ridotto l’omiciattolo postmoderno), si preferirà lo stato affine a questa catalessi: la nuova morte.

La Morte, la santa Morte, sorella Morte, che donava senso alla Vita, coi suoi spifferi freddi, ma, in fondo, benigni, la Morte che frugava con occhiaie buie il nostro cuore, più non esiste. Annullare la Vita equivale ad annullare la Morte e determinare due stati che si differenziano solo per qualche fioritura biochimica. Vivo in morte o morto in vita. Con-fusione. In-differenza. 

Ho diciassette anni. Voglio morire. No, tu non vuoi morire. Chi odia e ama può voler morire in nome di una bella menzogna o di una santa utopia. Tu, cara Noa, sei niente. Aneli quindi il Nulla.

Credere a qualcosa tiene in vita. Non credere a niente dilava le interiora spirituali come acido. La strage delle illusioni. Si dice: noi cerchiamo la verità! Ma i postmoderni cercatori della verità, sedicenti scienziati dell’anima, irrisori e scettici da supermercato, non hanno compreso un briciolo di verità. Ciò che chiamano menzogna è l’uomo stesso. L’uomo è una menzogna, splendida e rilucente, ricca di sfumature e saliscendi corruschi: negare questo è negare l’umanità stessa. La verità, cos’è la verità? In interiore homine habitat veritas. Giusto. La si è costruita la verità, dentro di noi, da sempre, dalla condanna della coscienza in poi: e la verità è solo una: siamo circondati dal buio e dal nulla. Per sfuggire al buio e dal nulla, e dalla cruda verità delle nostre origini, la pozza protozoica, “l’uomo nella notte accende una luce a sé stesso” e questa luce è verità e menzogna allo stesso tempo: la civiltà che ci ha permesso di permanere in vita. Abolire in nome della Bontà tale costruzione, quale grottesca barzelletta! Sbriciolare il monumentum aere perennius che ci faceva dimenticare l’origine fangosa dei nostri giorni, questo il peccato, ecco perché Noa vuole morire.

La bella verità consiste nella dimenticanza: una bella menzogna, in ultima analisi.

Unreal city. Completiamo la citazione di Eraclito: “L’uomo nella notte accende una luce a sé stesso, spento nello sguardo, e vivente è a contatto con il morto, e desto è a contatto con il dormiente”. Ecco come la Classicità abbelliva la Vita con la Morte, e viceversa. Qui i due concetti sono cristallini, di egual misura e luce. Solo in tali contesti si può parlare di “bella morte” o pienezza di vita.
In altro luogo Egli afferma: “Immortali mortali, mortali immortali, vivendo la morte di questi, morendo la vita di quelli”. Ancora i due poli sorpresi nell’eterna dialettica. E come sorge la voglia di vivere da qui! Qualcuno, un ottimo conoscitore della vita e della morte suppongo, adombra, in tale passo, una metafora: il sacrificio dell’oplita. Ecco avanzare la muraglia compatta dell’esercito, le file serrate di cuoio, legno e bronzo, irte di lance, uomini uniti gli uni agli altri in un destino comune; qui non hanno campo gli eroi bensì la comunità. Si avanza con la consapevolezza che i profumi del campo mattutino potranno essere gli ultimi a inebriare le coscienze; si presagisce l’urto, la crudeltà, le grida bestiali, il sangue e il sudore di sangue; non abbiamo Aiace o Patroclo a inseguire nemici sulle rive dello Scamandro, né interventi divini a rabberciare le sorti. A destra e a sinistra c’è chi veglia su di me, i compagni, nelle loro mani si ripongono le volontà. Il clangore delle armi sovrasta la piana; a un oplita, uno qualunque, senza nome, nel folto della battaglia, ecco, sfugge il respiro dal petto, cade, muore; la fila è scompaginata per un attimo; all’istante, però, subentra il compagno, da dietro, senza nome anch’egli, a vivere la morte di quello che, col suo sacrificio, ha reso possibile tale nuova vita in prima fila. Impossibile, per noi, ricreare il sentimento di quegli attimi, la violenta, febbrile, esaltante creazione d’una ricchezza interiore che donava senso al futuro: un vento di libertà così puro e debordante da ricolmare arte spiriti e preghiere per secoli, con vigore inesausto.

La preghiera, il dolore, l’ansia di sacrificio, l’altruismo, il pianto.

L’uomo era così ricco, in eccesso, di fantasia, esaltazione, odio e amore da dover sacrificare questi doni, le meravigliose sintesi del divino; l’eccesso di senso si scaricava, santificandosi, in forme e simboli amorevoli e paurosi che, appena creati, entravano a loro volta in una dialettica continua con i creatori e i loro posteri secondo un gioco di rimandi e apparenze vertiginoso e apparentemente inesauribile. La polisemia, l’equivoco, l’innocente fede o il fanatismo moltiplicavano questi grumi di bassa entropia, scambiati per superstizione dai meschini, in altri affini, simili o addirittura eguali, a ogni latitudine, ancora e ancora: una civiltà, nei secoli, veniva ad assomigliare a una lorica catafratta, ricca di inganni e di conforto.

Solo nella Prima Guerra si ebbe una pallida eco di questo universo multiforme e fantasmagorico. Ungaretti li concentrò in memorie funebri di composta classicità; la sua lirica più famosa, alberi e foglie, procede da Mimnermo.
Il capitano Gadda, invece, li fissa in immagini umane oggi impensabili e impossibili da traslitterare in parole acconce. Questo misantropo, dalle accensioni atrabiliari, capace di scherzare sulla guerra nelle lettere al fratello Enrico, aviatore e medaglia d’argento, caduto nel 1918, rilascerà versi in prosa di forza tacitiana al ricordo del tenente Calvi (Imagine di Calvi):

“A Celle, nell’Hannover … conobbi, venuto fuori dai regni baraondeschi della pluralità e della miseria, un tenente del genio: portava gli occhiali, altissimo della persona e curvo, con il polmone trapassato da una pallottola e appena rimarginato, non guarito. Era studente di matematica, e divenimmo amici: un’amicizia fragile e secca, nel gelo morale della disperazione, come quei fiori … vitrea piuma, che un soffio dissolve ... Egli, pallidissimo e scarno, con esangui occhiaie dietro le lenti, con tumefatte labbra sulla magrezza scheletrita del viso, per brevi commenti della sua voce (che pareva insorgere da una caverna disperata, profonda), egli con la povera e tremante mano rapidamente dedusse eguale da eguale, un lapis sopra lo strapazzato foglietto che avevo potuto trovare ... Non aveva soccorso da casa.
Non la sua tunica logora, né la sua voce distrutta, non il pallore alto sopra la statura comune degli uomini, né il chiaro commento circa l'eleganza rapida delle cose deducibili, né la curva sua schiena di malato e di ferito, né la sua dignità d’uomo intatta e ferma alle soglie della sua notte, nulla mi mosse a regalargli neppure un pezzo di pane.
Egli non mi chiese mai nulla, non mi parlò più mai del suo polmone trafitto, mi continuò a visitare amichevolmente, altissimo, curvo; malato dalla voce di tomba, talora con un sorriso nel volto e dentro le occhiaie pallide, esangui, al di là delle lenti ... Dopo un mese seppi, non vedendolo, ch'era entrato di nuovo alla baracca-infermeria; poi, non ricordo bene, poi discese sotto la coltre della terra tedesca, nel cimitero che l'abetaia contornava.
Qualche soldato della stazione radio, sotto il cielo germanico, forse usciva la domenica verso le croci solitarie: dalla brughiera il tratturo accedeva alla selva; forse, presso il giardino della morte, la ragazza, con un fiore, aspettava. Al di là d'ogni sentiero, al di là d'ogni male, nella opaca sua luce riposa, e non è coronata di cipressi, la immutabile morte”.

Nemmeno qui è l’eroismo, solo il fondo umano. La malattia, l’amicizia fuggente, la cultura (Calvi era studente di matematica); il rifiuto del pane, troppo importante durante la prigionia, il pentimento, la celebrazione funebre. Dirà Goethe: “Oh, uomo!”, accennando a quella fiamma che, se non ravvivata dalle vestali millenarie, può venir “coperta dalle ceneri della necessità e dell’indifferenza quotidiana”.

Chiedersi quanta vita occorre per vergare questa sentenza di Tirteo: “Giacere morto è bello quando un prode lotta per la sua patria e muore in prima fila”. Chiedersi, al contempo, perché il Potere ha ossessivamente deriso queste parole.

Silvana De Mari afferma: “Questa è una cultura di morte!”. Ma non è vero. La Morte è ancella della Vita, o dell’Amore, come intuì uno degli ultimi esponenti integrali della Classicità. Questa, invece, è negazione sia della Morte che della Vita. È un brodo asettico.

Non senza un brivido osserviamo la tomba degli Àuguri di Monterozzi: esauriti gli stupori per gli affreschi ionici alle pareti, dobbiamo arrestarci a quella porta chiusa, sul fondo. Ciò che fummo non è più; domina la Morte, ora padrona. Rasenna, Francisco de Quevedo, Marco Aurelio, Beowulf convergono, qui, tasselli policromi d’una concezione davvero tragica.

La tragedia, come intuizione, immediata e lancinante, del rapporto tra l’infinito volversi del tempo universale e la particola umana. Un lampo; la porta, quindi, si richiude. Nel breve aprirsi del miracolo sta ciò che fa gioire o grondare mestizia: “Life’s but a walking shadow”.

Perché fu abbandonata dapprima la poesia e poi la tragedia, considerati vertici sommi dell’arte? Perché vennero rese impossibili dalla preterizione della dialettica estrema, Amore e Morte. L’amor che move, la porta che si richiude. Nella Tomba dei Giocolieri, avverte Giuseppe Semerano, “il defunto si attarda sul limitare a godersi l’ultimo tripudio dei giochi funebri”: stinge la Vita, in un tripudio, però. Ciò che si rinviene in queste notazioni è sempre la dicotomia, il limite, la definizione dei ruoli. La definizione, apollinea, rende auspicabile l’indefinita morte, e viceversa. Uccidere Apollo equivale a distruggere la radice attiva dell’esistenza, la Morte. I due poli collassano l’uno nell’altro, subentra l’Indifferenza, il suicidio, l’anomia. Cede la poesia, poi la tragedia per far posto alla cronaca nera, al romanzo; il diporto squallido, il ghiribizzo, il bozzetto la goliardata e la freddura idiota allagano il gazzettame.


Perché il romanzo sorge col capitalismo? Il candidato esamini questo minuscolo busillis.

Amore e Morte. Male e Bene. Si est Deus unde malum? Domanda oziosa. È Dio, inevitabilmente, a permettere il male. Il demonio opera su licenza di Dio. Dio sa che l’anima umana non può che essere raffinata nel fuoco delle passioni dirompenti, nell’odio, nel sangue, per divenire aurea. La guerra serve all’uomo? Inevitabilmente. La pace perpetua è l’invenzione di un simpatico mattacchione le cui fisime ci sono servite su un piatto (di rame) dal servitore Lampe. La guerra illumina la pace, la pace rende gradevole la guerra. Tali considerazioni sono vere, al di là del giudizio contingente e isterico.

Solo chi ha vissuto davvero anela la pace. Chiunque abbia assistito da vicino all’agonia d’una persona cara (una donna o un uomo dell’Antico Ordine) presagisce tale verità. I padri sapevano ancora come ricusare la feccia del calice: basta. Si moriva senza rimpianti. Una morale più alta, definita, pensava in vece loro consentendogli la vita. Ho fatto tutto quello che era in mio potere: ho camminato secondo i comandamenti: Father, in Thy hands commend my spirit. Le eredità si componevano nobilmente in umili item.

Padre, apeiron, Madre: ognuno scelga la Patria acconcia.

La s-pensieratezza che emerge dalle fotografie in bianco e nero: Qualcosa pensava in vece loro. Permettendo la libertà.

I saliscendi della vita, le vette e le cadute: solo qui i sentimenti possono vantare una loro pregnanza semantica: tristezza, malinconia, crudeltà, gioia, speranza, sublimazione, ascesa, forza, cupezza, rassegnazione.
Chi, oggi, in tempi di pace forzata, può dirsi felice?
Si è depressi, euforici. Forzatamente. Sono parodie, tuttavia, di moti dell’animo una volta spontanei. L’assenza di un vuoto e di un pieno, di una responsabilità in ultima analisi, annienta la voglia di vivere. L’encefalogramma piatto dell’esistenza ne reclama uno simile:la linea di Noa.

Tempi di povertà, li chiama Friedrich Hölderlin. La convivenza fra uomini e dei. Irriducibili gli uni agli altri. Presenze. Hölderlin, che si appellerà scheidender, colui che dice addio. A Diotima dirà addio: “Chi passa sulla sua disperazione, sta più in alto. Ed è stupendo come noi solo nel dolore dell’anima sentiamo libertà. Libertà! Chi intende questa parola? È una parola profonda, Diotima …”.
Il dolore genuino entusiasma.
L’elevazione si compone di questi dislivelli, non della linea di Noa.

Si avverano le profezie involontarie della fantascienza americana degli anni Cinquanta e Sessanta: Il villaggio dei dannati, L’invasione degli ultracorpi dove entità disincarnate e psicopatiche guardano all’umano con ribrezzo. Body snatchers, altro che comunisti!
E poi distopie sistematiche come Soylent Green. “Guarda a cosa abbiamo rinunciato!”, dice, con un vezzo cinematografico hollywoodiano - il patetico piace molto - Edward G. Robinson disteso sul lettino dell’eutanasia. Il suo giovane interlocutore, Heston, nemmeno più capisce a cosa ha rinunciato. Nemmeno sa cos’è un pomodoro o un filetto di carne o un libro. Piange. Per il suo amico. Ma le sue sono lacrime di chi non ha più memoria, quelle di unNexus 6 postmoderno, immemore e pronto per le catene di montaggio cannibaliche.

Ogni tanto, senza alzare gli occhi, mi tocca fare questi annunci: “Oggi mi faccio un giretto da solo. Tre ore. Torno per le cinque”. Dalle bocche aperte di qualche anno fa, si è passati alla rassegnazione. Ma sì, devo abbandonare la baracca; per respirare.
In alcuni luoghi respiro a pieni polmoni. Un respiro che quasi tutti voi avete disimparato. Chi respira più come i bambini? In tali rifugi l’aria d’intorno entra naturalmente nel petto. Si è s-pensierati. I pensieri, infatti, qui non hanno campo. I pensieri inutili, intendo: le sterili fantasticherie, i dubbi stolidi, le persecuzioni quotidiane della minima burocrazia, il clamore minuto e continuo del digitale.

Nel suburbio di Roma, fra rivi millenari (l’Arrone, toponimo etrusco, il Galeria, che diede nome a una tribù rustica romana), si elevano dozzine di poggetti, poche decine di metri, dai nomi fantastici. Dopo la stagione del fieno, essi appaiono per quel che sembrano, monterozzi spelacchiati e stopposi, eguali gli uni agli altri.
Sterrate disagevoli li uniscono; qualche casale qua e là, un agriturismo, un laghetto artificiale. Campagna romana pura. Anche i proprietari hanno nomi desueti: Eustachio, Alburno. Su alcuni, che ne sanno più di certi giovani archeologi, tanto da fargli da guida, ci si potrebbe scrivere un libro. Uno d’essi, con mani larghe come pale, una volta si mise a tessere le lodi del suo conterraneo, Dionisio di Siracusa, intimo di Platone. Gli Etruschi? Globalisti mollaccioni. Romani? Una masnada di burini. I Punici, bottegai organizzati. I Siciliani, invece, quelli sì …
Alle due del pomeriggio ci si cuoce con gradevolezza.
Passato un ponticello provvisorio della Seconda Guerra, ci si inerpica, a piedi, per una salita lastricata da basoli moderni, incassata fra due spallette; a sinistra s’intravedono, nel folto, le cavità d’alcune tombe; a destra, uno sfiatatoio. Gallerie ipogee e cunicoli abbondano in tale zona: Veio è a un passo.
Lascio, sulla destra, una chiesina secentesca, compresa in una tenuta nobiliare; il capofamiglia ha recentemente legato il nome di famiglia a quello d’un altissimo dignitario FIAT: accortezza dei matrimoni patrizi.

Oltre, le piagge assolate. Un crocicchio è dominato da un’ara funeraria, anonima.
Ecco il poggio, rasato e sconvolto dalle mietiture.
Salgo ancora. Sosto all’ombra di un ulivo la cui fioritura è stata bruciata dalla stagione inclemente: troppa umidità, troppo sole.
Già al limitare dello sterrato intravedo i primi tasselli policromi. Qui era una villa suburbana, sicuramente; mosaici sbriciolati giacciono sotto, ridonati al caso e all’indeterminatezza, come una vena aurifera che, da millenni, fa affiorare le sue pepite più umili. A volte, se si è fortunati, si rinvengono pezzi di marmo: fior di pesco, serpentino, porfido, giallo antico, porta santa. Centinaia di qualità, estratte da cave forse oggi estinte, convennero in tali luoghi da ogni parte dell’Europa, dell’Africa, dell’Asia: solo per comporre unità di senso a bassa entropia: un delfino, un’anatra, una circonvoluzione vegetale, tigri e antilopi; e poi erme, colonnette, bassorilievi.

Nonostante la devastazione, nella frantumaglia, s’intuisce una resistenza.
Il male qui non ha campo. Si respira.
Menzogna, verità e bellezza formano una lorica inscalfibile. Suonano - per lo spirito - arie senza suono.

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