L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 15 luglio 2019

Con l'austerità i tedeschi hanno segato l'albero su cui erano appollaiati ed ora ne pagano le conseguenze. L'Euro è un Progetto Criminale

SPILLO/ Austerità, il boomerang è tornato in testa alla Germania

15.07.2019 - Giovanni Passali

Tagli e ristrutturazione in vista per Deutsche Bank. E anche i dati dell’economia non sono per nulla incoraggianti per la Germania

Angela Merkel (LaPresse)

C’era da aspettarselo, prima o poi i nodi al pettine sarebbero arrivati anche per Deutsche Bank. Tramontata ogni ipotesi di fusione, il piano di “ristrutturazione” (lo chiamano così quando ci rimettono i lavoratori, quelli dal lavoro “flessibile”) prevede il taglio di circa diciannovemila risorse e la dismissione del settore di speculazione finanziaria, che in questi ultimi anni aveva combinato alcuni disastri. Il problema di questo tipo di operazioni è che servono solo a mantenere in piedi la baracca, non certo a rilanciare l’azienda. Servono a preservare i profitti degli azionisti, non certo a cercare nuovi mercati. E “tenere in piedi la baracca” è pure un esercizio senza speranza, se il resto dell’economia soffre, come sta accadendo in Germania.

Sì, la Germania soffre, nonostante gli enormi surplus di bilancio. E come mai soffre? Soffre perché i surplus dipendono tutti dalle esportazioni che vanno a mille. Ma se il contesto internazionale soffre, anche le esportazioni trovano dei limiti invalicabili. E se a compensare una minore brillantezza delle esportazioni non c’è un mercato interno vivace (o vivacizzabile), allora l’intera economia rischia un brutto colpo indietro. I dati più recenti confermano questa situazione. Mentre i paesi dell’est Europa hanno una crescita tra il 3% e il 4% (Polonia, Ungheria, Slovacchia, Romania, Bulgaria, Croazia, Slovenia, Lituania, Lettonia, Estonia…) e altri paesi sono tra l’1% e il 2%, fanalini di coda in Europa sono proprio la Germania (0,5%) e l’Italia (0,1%).

In Germania è molto forte la protesta dei ceti produttivi per la 
mancanza di investimenti sulle infrastrutture, ormai fatiscenti. 
Non si tratta più di applicare una dottrina economica (nota come austerità), ma di mettere in condizioni il Paese di funzionare normalmente. Decenni in investimenti sempre decrescenti in ossequio a un’ideologia hanno fatto i loro devastanti danni. 
Trasporti pubblici, strade, scuole, università, infrastrutture digitali tremende: problemi in tutti i settori. 
A giugno per ben tre giorni i grandi utilizzatori della rete elettrica (le grandi industrie) sono state tagliate fuori dalla stessa per il sovraccarico della rete, arrivata quasi al collasso. E tutto per perseguire quello che i politici chiamano lo “Schwarze Null”, il “nero zero”, cioè l’assenza di debito, quello che qui noi chiamiamo il “rosso” nel bilancio. Nessun debito, nessun deficit, nonostante lo Stato possa finanziarsi a tassi di fatto negativi (a causa della poca inflazione e di rendimenti vicino allo zero comunque inferiori all’inflazione). Un’ideologia ottusa che prevale sul buon senso.

Per capire quanto sia astrusa l’ideologia e tutta la situazione, basti pensare che le aste dei titoli tedeschi hanno difficoltà a essere coperte dal mercato proprio per lo scarso rendimento dei titoli in questione e perché le banche tedesche hanno necessità di rendimenti positivi reali. A questo si può aggiungere la politica dei dazi Usa che inizia a penalizzare l’esportazione tedesca, la crisi del settore auto, con i colossi Mercedes, Audi e Volkswagen in difficoltà, e la politica aggressiva della Cina, che certo non lesina in investimenti, e le problematiche derivanti dalla Brexit, che certo complicherà le esportazioni verso la Gran Bretagna.

E le prospettive sono davvero fosche perché le relazioni in Europa, con la crescita di tanti partiti sovranisti, rischiano di essere sempre più sotto stress per l’impossibilità di trovare politiche economiche comuni (impossibili senza politiche fiscali e finanziarie comuni). Politiche comuni che tanti paesi non accetteranno mai perché hanno i loro grossi vantaggi proprio da questi squilibri. Quando mai paesi come l’Olanda accetteranno politiche fiscali comuni, quando proprio grazie a queste differenze molti grossi gruppi industriali hanno trasferito in quel Paese le loro sedi? E quando mai paesi come la Germania accetteranno di condividere il debito degli altri?

Di fatto si avvicina l’implosione della zona Euro e l’asse franco-tedesco rischia di aver preso tutti i posti chiave nelle istituzioni europee proprio nel momento peggiore.

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