L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 12 luglio 2019

Deutsche Bank è figlia dell'abbattimento della barriera tra banca commerciale e quella d'investimento, è figlia della globalizzazione finanziaria è il prodromo della fine del Progetto Criminale dell'Euro nato sul comando della finanziazione

Un’incognita-Europa a portata di mano

11.07.2019 - Gianluigi Da Rold

Deutsche Bank, rallentamento economico, Merkel: debolezze e incertezze della Germania rischiano di condizionare pesantemente il futuro della Ue

Lapresse

A metà giornata di ieri, le azioni della (ex) potente Deutsche Bank valevano, dopo una frenata alla continua discesa dei giorni scorsi, poco più di sei euro. Un balzo all’indietro pesante rispetto al valore dello scorso anno, che si aggirava intorno agli undici euro. Alla fine, l’arretramento valutato sulla banca tedesca è del 32% in dodici mesi.

In un “silenzio “quasi assordante, e relegato sempre nelle pagine interne dei quotidiani italiani e negli angoli “bui” delle trasmissioni televisive, la banca che era il simbolo dell’affidabilità teutonica sta vivendo il momento forse più drammatico della sua storia. E paga amaramente il “conto” della nuova filosofia bancaria, che è stata scelta a suo tempo con l’entusiasmo dei figli del vecchio ordoliberismo e del neoliberismo.

E’ un racconto problematico e complesso quello di Deutsche Bank, costellato di diverse scelte sbagliate, fatto anche di scandali, di multe tremende e di tentativi disperati di salvataggio .Vale solo la pena ricordare che ancora nel 2015 la grande banca tedesca capitalizzava più di 40 miliardi di dollari e già nel settembre del 2016, dopo lo scandalo del Libor, con la manipolazione del tasso di riferimento dei titoli immobiliari, la capitalizzazione era scesa a 15,7 miliardi.

Aiuti e tentativi di risalire la china sono poi falliti. Così come è naufragato il tentativo di fusione con Commerzbank, sponsorizzato da un governo tedesco che ha però i suoi affanni e le sue problematicità.

Ma c’è anche quello che alcuni media stranieri, meno deferenti verso il modello tedesco, chiamano “l’elefante della stanza” in Deutsche Bank: una massa di derivati, i cosiddetti titoli definiti da alcuni analisti “tagliandi di lotteria”, del valore di 43mila miliardi di dollari, che equivale a sedici volte il Pil della Germania. C’è chi aggiunge, maliziosamente, che il calcolo della massa dei derivati è in difetto rispetto alla quantità complessiva.

In definitiva, oggi quel grande simbolo di affidabilità “ammirato” da tutti i “beoti” della “nuova banca” risorta dopo la fine del “Glass Steagall Act”, capitalizza 13 miliardi di dollari e deve pensare a come licenziare 18mila dipendenti. Intanto annaspa, anche perché, saltata la fusione con Commerzbank, è piuttosto problematico rifare regolamenti e leggi, statali ed europei, coprendo tutto con l’intervento dello Stato, tanto osteggiato nel modello nato dall’accordo tra renani e vecchi junkers e oggi aggiornato in chiave liberista. Solo gli americani e gli inglesi, di fronte al crack del dopo 2008 ,sono entrati a gamba tesa statalizzando.

Partiamo da queste considerazioni su Deutsche Bank per indicare quello che sembra un nuovo “male oscuro” che grava all’interno dell’Unione europea. Come si è detto, i sovranisti non hanno vinto, ma neppure i partiti tradizionali sono usciti come i vincitori delle lezioni del 26 maggio e alla fine, la vecchia coalizione tra popolari e socialdemocratici è stata costretta ad allargarsi ai verdi e ai liberali, passando attraverso le “forche caudine” del siluramento dell’olandese Frans Timmermans e poi del naufragio dell’esponente dell’ala bavarese dei popolari tedeschi Manfred Weber. Alla fine, Angela Merkel, in evidente difficoltà, ha mandato a Bruxelles il suo “clone” Ursula von der Leyen, che neppure era candidata.

Come interpretare tutto questo? Sembra un segnale di difficoltà da sottolineare: per la prima volta a capo della Commissione ci va un tedesco, si prende direttamente la responsabilità della politica europea, rompendo la tradizione di teleguidare quella del presidente della Commissione attraverso un “amico fidato”.

Nel frattempo, il cosiddetto neo-gollista Emmanuel Macron si becca, attraverso la fascinosa Christine Lagarde, la Banca centrale europea. Lasciando un’altra volta al palo Jans Weidmann, un vecchio “falco” dell’austerity, che, si dice, si sia in parte convertito. Ma neanche Macron può fare i salti di gioia con la situazione interna che si trova

Più che un’intesa franco-tedesca, il ritrovato e sempre lodato asse franco-tedesco, sembra un accordo accompagnato da un “braccio di ferro” tra la Francia e la Germania, le due potenze europee in difficoltà.

Tutto questo può significare che l’Europa, l’Unione europea stessa, è ritornata a essere un’incognita preoccupante e che gli ostacoli da superare in questa nuova legislatura saranno gravi e problematici.

E’ vero che alcuni paesi europei sono ritornati a crescere, ma in Grecia non c’è stato proprio alcun ringraziamento elettorale per Alexis Tsipras, che alla fine si adeguò alle scelte imposte dalla Troika, quelle che persino un personaggio come Jean Claude Junker ha poi criticato. Alla fine Tsipras è stato battuto.

Ma più preoccupante è che all’interno dell’Unione europea ci siano i due grandi paesi manifatturieri, l’Italia e la Germania, che sono in coda, ultima e penultima, nella classifica della crescita. Se si dice con ripetute considerazioni che l’Italia è un’ammalata dell’Unione, che cosa è in questo momento la Germania? A conti fatti, guardando i numeri, il suo sistema bancario, lo sviluppo di una politica economica basata soprattutto sulle esportazioni, la famosa “locomotiva d’Europa” occupa il penultimo vagone del convoglio continentale.

Detto fuori dai denti, in questo momento, la Germania sia dal punto di vista economico e finanziario, sia dal punto di vista politico, è la nuova ammalata d’Europa.

I prossimi mesi serviranno a comprendere esattamente quello che può accadere o sta già accadendo. Se gli Usa imponessero, nel prossimo autunno, nuovi pesanti dazi alla vendita di automobili straniere sul loro territorio, la già difficile situazione di una grande industria come la Bmw subirebbe altri contraccolpi.

Passiamo, quindi, alla situazione politica di Berlino. Angela Merkel è in difficoltà da un anno, i socialdemocratici sono stati pesantemente ridimensionamenti e, inoltre, si lamentano. I Verdi, vera rivelazione, scalpitano, i liberali cercano di inserirsi con i loro nuovi consensi. Come può non avere un peso a Bruxelles questa incerta situazione politica tedesca, intrecciata al rallentamento vistoso dell’economia e ai problemi di carattere finanziario?

Se non si trova un rimedio a tutto quello che sta avvenendo e alle questioni complicate dei vari Stati europei, all’immagine di una sorta di Stati che, di fronte ai grandi problemi che si devono affrontare, scelgono tutti una loro strada ed evitano accordi e riforme istituzionali necessarie, il rischio di un’incognita-Europa è quasi a portata di mano.

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