L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 11 luglio 2019

Gaetano Pedullà - errori che la politica di chi vuole fare gli interessi dei cittadini non può permettersi di fare

Un altro passo falso su Salvini


10 luglio 2019 di Gaetano Pedullà

Ieri sulle pagine social della Notizia c’è stato un boom di commenti e visualizzazioni su tre fatti che avevamo in prima pagina: 
  • lo stop della Cassazione ai vitalizi dei parlamentari, 
  • il sistematico linciaggio dei Cinque Stelle su giornali e trasmissioni tv, 
  • e infine le responsabilità di Nicola Zingaretti e non di Virginia Raggi sui rifiuti di Roma. 

Tutti argomenti che interessano molto, se no non si spiegherebbe il coinvolgimento di tanti lettori. Il tema politico della giornata però è stato un altro: il sottosegretario alle Pari opportunità, Vincenzo Spadafora (nella foto), ha detto in un’intervista a Repubblica che la politica lancia messaggi sessisti, attaccando Matteo Salvini per aver aperto una scia di odio verso la capitana della nave Sea Watch, Carola Rackete, definita sbruffoncella.

Il vicepremier del Carroccio e tutto il suo partito ovviamente non l’hanno presa bene, e proprio Salvini ha avuto gioco facile nel rispondere a Spadafora che se non gli sta bene stare al Governo con un pericoloso maschilista perché non si dimette? Ora è chiaro che per sconfiggere il dramma della violenza sulle donne bisogna contrastare prima di tutto una cultura (più diffusa di quanto non si creda) che affonda le radici sulla prevaricazione dell’uomo rispetto all’altro sesso. Ma è improbabile che il capo della Lega avrebbe usato termini più gentili se a infrangere il divieto di sbarco fosse stato un uomo con la stessa arroganza di Carola.

Quindi Spadafora ha creato un caso riproducendo lo schema che abbiamo visto essere disastroso alle elezioni europee, facendo l’opposizione a Salvini (e quindi allo stesso Governo di cui si fa parte) con una polemica di cui non c’era bisogno. Non siamo a un motivo sufficiente per considerare necessarie le dimissioni di Spadafora (chieste da metà della Lega) o del leader del Carroccio (se si ritengono gli aggettivi usati con la capitana così gravi come dice il sottosegretario 5S). Resta che Salvini non perde occasione per mostrarsi vittima di inaffidabili alleati, trasformando in un campo di battaglia persino l’opinione personale di un sottosegretario, mentre i Cinque Stelle avrebbero molto più consenso giocando in positivo i loro temi, come dimostra il boom di commenti di cui dicevamo proprio in cima a questo articolo.

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