L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 19 luglio 2019

Il fanfulla si muove si è mosso come un ubriaco non da affidamento

Il Rubicone di Matteo Salvini

di F.S.
18 luglio 2019

Nessuno meglio di Maurizio Molinari (LA STAMPA 14 luglio 2019: Quei silenzi davanti a Pompeo) coglie il significato eminentemente politico e geopolitico, non spionistico, della vicenda Savoini. Il direttore del quotidiano piemontese paragona infatti l'eventuale premiershipsalviniana a quella di Massimo D'Alema. Francesco Cossiga, politologo di rarissima finezza, ricordava in più interviste come fosse stato proprio lui, intermediario e garante per la protezione degli interessi americani nel Mediterraneo, a farsi portatore dell'affidabilità neo-atlantista dell'ex segretario nazionale della Federazione Giovanile Comunista Italiano. L'intervento italiano in Kosovo mostrava infatti, confermando la previsione cossighiana, l'affidabilità in funzione NATO della vecchia classe dirigente “rossa”, maturatasi appunto nella logica della necessità strategica, per il Mediterraneo, dell'ombrello NATO.

Complottismo e spy stories sono armi di diversione strategica in mano alle elites dominanti dell'alta borghesia supercapitalista della NATO.

Il complottismo di massa, non a caso, per quanto riecheggiato molto spesso dai dominati è lo strumento di dominio politico e ideologico par excellence delle oligarchie neoliberali, superimperialiste, occidentali. Proprio Molinari, con il suo veramente ben ponderato articolo, ce lo fa ben intuire.

Alla funzione immaginaria e astratta dei complotti, che sarebbero sempre realizzati con successo funzionale al potere dominante (dalle “Primavere arabe” all'“Euromaidan”) andrebbero sostituite, se si vuole comprendere la realtà, sempre dinamica e continuamente in atto, le armi teoriche della machiavelliana “congiura politica” tra le élite e quelle della guerra politica di profondità, non strategica, non immediatamente guerreggiata, teorizzata proprio in ambito militare russo già nel secolo scorso, molti decenni prima che Liang Qiao proponesse in Cina il concetto della “guerra senza limite”.

Il Rubicone di Matteo Salvini — ci spiega Molinari — è rappresentato dalle sanzioni alla Russia, che sono tuttora un punto strategico del cosiddetto “contratto di governo” gialloverde, e quindi dalla lotta politica e propagandistica alla Russofobia globale. Dal 2014 in avanti, infatti, il segretario leghista si impose allora coraggiosamente all'attenzione geopolitica internazionale, difendendo la causa del Baath siriano, dei soldati dell'Hezbollah che difendevano le comunità cristiane nel Vicino Oriente, delle migliaia di combattenti antimperialisti e antioccidentali nel Donbass liberato dall’Ucraina a trazione euro-americana.

In tale cornice dunque, ciò che più colpirebbe della trascrizione — ancora presunta e tutta da dimostrare, sino a prova contraria, dato che una conversazione di questo tipo è peraltro facilmente manipolabile — dell'incontro del Metropol pubblicata da Buzzfeed non sono per Molinari gli “ipotetici finanziamenti trasversali”, dei quali peraltro il direttore del quotidiano piemontese pare effettivamente dubitare, ma il pensiero espresso in quel contesto da Gianluca Savoini sulla volontà leghista di legare definitivamente l'Europa a Mosca. In sostanza, trasformare e modificare una direzione strategica vigente con assoluta e totale continuità, dalla Guerra di Crimea (1853-1856) sino alla rivoluzione colorata di Kiev (2014). Giustamente Molinari sottolinea che l'interrogativo più serio che aleggia in questi giorni in ambito NATO è se non vi sia proprio una nascosta volontà di Salvini di modificare la posizione internazionale e geopolitica dell'Italia, allontanandola gradualisticamente dal fronte occidentale.

L'atteggiamento apparentemente filoamericano e filoisraeliano del segretario leghista, sviluppato in questo primo anno di “governo gialloverde”, non avrebbe affatto, a quanto pare, tranquillizzato i guardiani della NATO.

Simone Canettieri, ne Il Messaggero, ben rileva come appena due giorni dopo il ritorno di Salvini dal viaggio a Washington, usciva un rapporto molto duro, proprio di Mike Pompeo, segretario di stato USA, sulla lotta al traffico di immigrati, con cui si declassava la Roma salviniana a "livello 2". Se la questione è geopolitica, non di natura finanziaria o commerciale, come spiega Molinari, ovvero tastare il grado di “fedeltà occidentale” dell'alleato NATO Salvini, allora si impone una riflessione ulteriore. Lo stesso assedio, riservato anni fa a Berlusconi — nonostante la fedeltà atlantista mostrata in più casi da quest'ultimo, come ad esempio nel caso della partecipazione su tutta la linea all'assalto imperialista alla Libia di Muammar Gheddafi — e oggi a Salvini, a causa di una comune ed esplicita apertura alla “democrazia sovrana” postliberale russa, non è stato stranamente riservato al sottosegretario leghista Michele Geraci, al premier Giuseppe Conte, al presidente Sergio Mattarella, accusabili questi ultimi di una sostanziale apertura strategica verso l'Oriente cinese, i cui effetti e le cui conseguenze dovrebbero in teoria essere ben più pericolosi e sovversive di una dichiarazione politica fondata sulla necessaria affinità e vicinanza geo-economica e commerciale con la Russia neo-bizantina putiniana.

Dichiarazione politica la quale, peraltro, non si è tradotta affatto in una cancellazione unilaterale delle sanzioni che colpiscono il mondo economico del capitalismo di stato russo, per quanto sia negli stessi interessi nazionali imprenditoriali italiani.

Cosa nasconde dunque politicamente la vicenda Savoini?

Il primo elemento fondamentale lo si coglie ascoltando quanto dice il politologo putiniano di Russia UnitaS. Markov, intervenendo da Mosca sulla vicenda. Markov ci dice che pur volendo il Cremlino appoggiare in ogni modo (anche finanziandolo) Salvini, non lo può fare per due motivi; anzitutto Putin si relaziona a Stati e non tratta con partiti politici o movimenti, inoltre i russi sanno che Salvini sarebbe continuamente monitorato e attenzionato da apparati israeliani e americani, dunque si guardano bene dal cadere nella trappola. Ciò significa che, come ho scritto da mesi in più casi, l'Italia e più in generale il Mediterraneo sono tornati al centro della contesa globale. Possedere il dominio mediterraneo, in una epoca che si annuncia policentrica, significherebbe essere alla soglia del potere culturale e politico globale. L’Economist, non a caso, ha scritto che Salvini sarebbe l’uomo politico più pericoloso sulla scena globale; le stesse penne, mutatis mutandis, lo scrivevano decenni fa pure di Mattei e Craxi. Il profilo strategico russo sul Mediterraneo — ulteriormente rafforzato dalla posizione tattica antioccidentale della Turchia erdoganista — è il più grande motivo di preoccupazione delle élite strategiche israeliane e angloamericane.

La Russia putiniana è figlia di uno scontro di civiltà; le terribili bombe su Belgrado (1999), percepite dai russi come l’umiliazione finale di un tragico decennio “liberaldemocratico”, per certi versi il più tragico della propria millenaria storia, portarono inaspettatamente alla repentina rinascita sotto la guida moderata ma ferma di Vladimir Putin. Si illude chi crede, come M. Galeotti, che il popolo russo, colpito attualmente da una crisi economica, che altro non è se non una guerra ibrida russofoba messa in moto dalla frazione Clinton e continuata da Trump e dall’UE, brami una nuova stagione liberale. Nulla di più lontano dalla realtà quotidiana russa. La Russia, che non attacca, mai attaccherà, ma al tempo stesso non teme l’eventuale scontro con l’Occidente liberale e sionista, non tornerà di certo indietro rispetto a questa missione centrale mediterranea che si è data, pacificando anche, laddove ha potuto, come ha potuto, la cronica instabilità regionale di questa decisiva fascia strategica mediterranea. Egitto ed Italia sono, per tutte le élite americane (siano esse liberal, dem o conservatrici, siano esse più o meno sioniste), paesi mediterranei a dimensione strategica. Se ancora gli Stati Uniti sono la massima potenza mediterranea, sembrano sentire, sempre di più, al collo, il fiato del tradizionale antagonista russo. Proprio la vicenda Savoini lo mostra.

Alla luce di tutto ciò, si può quindi meglio definire e inquadrare chi ha tutto l’interesse a bloccare l'ascesa di un Salvini, che non appare ancora affidabile come lo era D'Alema nel 1999.

E’ fuori discussione che Salvini non abbia (colpevolmente) curato, come avrebbe dovuto, i compiti e le funzioni di una classe dirigente che sappia essere all’altezza del compito; come francamente fuori luogo e fuori dalla realtà sono parse certe sue sparate da Israele contro i filocristiani mediterranei del “Partito di Dio” libanese, alleati strategici di Mosca. Sbaglierebbe però chi, viceversa, volesse stabilire l’equivalenza tra il Russiagate italiano ed il modesto caso Strache; sbaglierebbe ancora di più chi, tra le file governiste (in particolare tra la sinistra dei Cinque Stelle), credesse di avere il semaforo verde generale per legittimare l’eliminazione politica di Salvini dalla trincea governista, avallando in autunno un “Monti-bis” guidato da un altro tecnico di peso. Cottarelli o chi per lui. Molto difficile che Draghi, con la sua grande esperienza, si presti ad uno sgarbo simile, così aggressivo, verso la Russia. La caduta di Berlusconi ha portato, sul piano politico interno all’UE, ad un rafforzamento su tutta la linea del “populismo di destra”. L’eventuale caduta di Salvini porterà inevitabilmente ad una accentuazione dei poli di lotta sociale (modello Gj francesi ma con una significativa rappresentanza politica), con situazioni potenzialmente fuori controllo. Occorre quindi agire con moderazione e saggezza tattica, seguendo il meno possibile gli istinti bellicosi di Usa e Israele.


Nessun commento:

Posta un commento