L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 26 luglio 2019

la democrazia poggia sulla certezza del diritto e viene messo in pericolo quando la legge speciale prevale su quella generale

LE RAGIONI NON PERSONALI DELLE DIMISSIONI DI CANTONE DALL’AUTORITA’ ANTICORRUZIONE (di Nino Galloni)


Se l’attività dei cantieri viene bloccata dalla lotta contro la corruzione ovvero, senza bloccarli, la corruzione dilaga, allora non c’è speranza.

Ho assistito – per oltre sessant’anni – alla lotta contro la corruzione in Italia: fin da bambino, sentivo mio padre urlare “Questo non si può fare!” “E’ da galera!” oppure “Non dovete affidare senza una gara pubblica!”; diventato grandicello, ho cominciato ad occuparmi di politica e di economia e, già funzionario di ruolo ad un ministero finanziario, mi era fatto un’idea che – poi – ho mantenuto inalterata per decenni. La lotta alla corruzione si deve fare modificando la struttura del Paese: meno dipendenza dei cittadini, istituzioni e funzionari liberi da lacci e lacciuoli ma controllabili, separazione tra chi è responsabile della gestione e i politici (che devono indicare solo gli obiettivi generali ed osservare che si raggiungano).

In oltre trent’anni di alta dirigenza (sono in pensione da poco più di un anno) ho visto, invece: peggiorare le condizioni degli Italiani dopo gli anni ’80; aumentare il potere e l’ingerenza dei politici verso la fine degli anni ’90; intensificarsi e complicarsi la rete dei controlli fino al punto di massima inestricabilità; mandare a casa una classe dirigente politica che era corrotta, sì, ma che rubava su profitti, investimenti e creazione di posti di lavoro per venir sostituita da un sistema dove si rubava sulle perdite, sulle svendite delle nostre industrie all’estero, sui tagli occupazionali.

Il Paese cominciò ad impoverirsi quando gli investimenti pubblici produttivi vennero resi difficoltosi dagli alti tassi di interesse determinati dal divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia del 1981; dopo di che ebbi scontri con i più alti rappresentanti delle Istituzioni che un giorno mi dissero: ti bloccheremo perché non permetteremo ad un onesto come te di mettersi alla testa di un esercito di malfattori in nome di una strategia keynesiana opposta a quanto faremo anche per salvare il Paese dalla corruzione, ci dispiace anche perché abbiamo tanta stima verso quel grand’uomo di tuo padre…

Federico Caffè trovava sensata la mia strategia e mi spronava a continuare e, subito dopo “il divorzio” del 1981, mi disse: errore gravissimo, da matitone blu…speriamo che non buttino via il bambino con l’acqua sporca! Sei anni dopo, poco prima di scomparire, mi confidò: è finita, hanno buttato via il bambino con l’acqua sporca. A distanza di tempo posso affermare, invece, che l’acqua sporca (cioè la corruzione ) ce la siamo tenuta, mentre il bambino (lo sviluppo economico) l’abbiamo gettato via.

Servono le regole, le autority, ecc. contro la corruzione, ma è la mentalità che deve cambiare: se ciò non accade, si tratta solo di inutili proclami e misure che peggiorano – invece di migliorare – il quadro generale così come quello specifico.

Se sbloccare i cantieri significherà verificare un aumento della corruzione invece del suo contrario, allora vorrà dire che il Paese è così; che la lotta alla corruzione andrebbe impostata in modo diverso, ovvero una miscela equilibrata di investimenti produttivi necessari, responsabilizzazione dei tecnici, controlli dei politici che indichino gli obiettivi di sviluppo generale, ma poi si astengano dal voler gestire tutti i minimi dettagli.

In uno dei suoi ultimi discorsi come vicepresidente del CSM (avvenuto presso il Tribunale di Frosinone), mio padre disse che il prevalere della legge speciale su quella generale- non come situazione eccezionale, ma come regola – rappresentava il supremo pericolo per la democrazia che poggia le sue basi sulla certezza del diritto.

Mi pare che aver creduto di venire a capo del fenomeno semplicemente ricercando l’assonanza con regole europee, senza guardare alla situazione concreta, alla Storia del nostro Paese e, anche, al reale funzionamento delle amministrazioni più efficienti (ad esempio, quella USA, britannica e persino francese), sia stato un errore gravissimo; che potremo correggere solo a partire da una stagione di sviluppo economico, sociale e produttivo.

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