L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 19 luglio 2019

L'Euro è un Progetto Criminale e non è riformabile

Cos'è impolitico? Risposta a Senso Comune

di Moreno Pasquinelli
18 luglio 2019


Confesso di essere restato alquanto sorpreso nel leggere che proprio noi di P101 saremmo "impolitici". La critica ci è stata rivolta da Matteo Masi sul sito di Senso Comune in un articolo che perora la necessità di avere un "credibile Piano A" di riforma dell'Unione europea e quindi di averne uno "B" di riserva nel caso l'eurocrazia risponda a pesci in faccia e si sia costretti ad uscire.

Non è l'accusa di "impoliticità" in sé che stupisce, quanto la ragione che ne starebbe a fondamento.

Ma sentiamo quel che ad un certo punto scrive il Masi:
«Sul versante “no-euro” permangono allo stesso modo criticità speculari. Prendiamo ad esempio proprio l’articolo di sollevazione che criticava quello di Cesaratto, verso la fine leggiamo: “Ma tutto ciò avrebbe senso solo a partire da una valutazione positiva sulla riformabilità dell’Unione europea e dell’euro. Riformabilità che invece non esiste, che è pari a zero. Non lo diciamo noi, lo dicono i fatti da tanti anni ormai". Questo atteggiamento, per quanto giustificato dai fatti, risulta impolitico tanto quanto avere il piano A senza credere nella necessità di un piano B». [sottolineatura nostra]

Per il Masi dunque la nostra linea politica — uscire dalla Ue per riconquistare piena la sovranità nazionale e popolare — per quanto giustificata DAI FATTI sarebbe "impolitica".

Questo asserto contiene una sfrontata contraddizione logica: una affermazione e la sua negazione non possono essere ambedue simultaneamente completamente vere. Non posso dire, ad esempio, Senso Comune è un movimento morto ma è vivo. O è morto o è vivo. Per dirla con Aristotele: «È impossibile che il medesimo attributo, nel medesimo tempo, appartenga e non appartenga al medesimo oggetto e sotto il medesimo riguardo».

Quand'è infatti che una qualsivoglia posizione è da considerarsi "impolitica"? Quando essa non poggia sulla "Analisi concreta della situazione concreta (Lenin). Quando, in estrema sintesi, non è realistica e confonde (ci direbbe Hegel) "l'essere col dover essere".

Per dirla col fondatore della teoria politica moderna Niccolò Machiavelli:
«Ma sendo l’intento mio scrivere cosa utile a chi la intende, mi è parso più conveniente andare drieto alla verità effettuale della cosa, che alla imaginazione di essa. E molti si sono imaginati republiche e principati che non si sono mai visti né conosciuti essere in vero; perché egli è tanto discosto da come si vive a come si doverrebbe vivere, che colui che lascia quello che si fa per quello che si doverrebbe fare impara piuttosto la ruina che la perservazione sua: perché uno uomo che voglia fare in tutte le parte professione di buono, conviene rovini infra tanti che non sono buoni». [Il Principe, Capitolo XV. sottolineatura nostra]

Masi riconosce la "verità effettuale" della cosa, la concreta realtà: ammette che l'Unione europea non da segni di riformabilità interna; pur tuttavia considera necessario che si avanzi un "credibile Piano A" per riformarla. La contraddizione qui non è solo logica, diventa una vera e propria assurdità politica: SE UNA COSA NON È RIFORMABILE OGNI "PIANO A" È IRREALISTICO, QUINDI IN QUESTO CASO SÌ DEL TUTTO "IMPOLITICO".

Per farla corta: "Impolitica" è ogni idea campata per aria, che non si appoggia su dati di fatto ed evidenze empiriche — tanto per dire la tragedia greca — ma sui propri desiderata. Discettare di riforme dell'Unione sapendo che data la sua struttura confederativa e oligarchica ciò implica l'unanimità dei 28 governi che la compongono non è solo "impolitico" è tanto fantastico quanto il gesto del barone di Munchausen che immaginò di uscire incolume dalle sabbie mobili tirandosi fuori per i propri capelli.

L'accusa di "impoliticità" è dunque da respingere al mittente.

Ma ascoltiamo come il Masi articola la sua critica:
«I motivi [della "impoliticità" della nostra posizione] sono molteplici, ma vorrei soffermarmi su due aspetti specifici: in primis il fatto che non basta avere ragione o avere una bella idea per fare in modo che questa si faccia strada nella società fino a diventare maggioritaria e applicabile, bisogna far sì che trovi radicamento e far capire alle persone che quella idea, o quel ragionamento, rappresenta effettivamente degli interessi (simbolici o materiali). Questo ci porta direttamente al secondo aspetto e cioè al fatto che la posizione del “no” è troppo spesso vista solamente come ipotesi distruttiva, è necessario, invece, mettere in luce gli aspetti costruttivi prima che quelli distruttivi. Avere un mito da proporre alla collettività, insomma. Come nelle parole di Melenchon: “Ciò che noi proponiamo può essere condiviso da tutti i popoli d’Europa: priorità per l’istruzione pubblica, la sanità e l’ambiente. Il linguaggio dei diritti umani, del progresso sociale ed ecologico è universale”».

Sorvolo per carità di patria su Mélenchon e la sua France Insoumise. Chi ha seguito passo passo Mélenchon, anzitutto la sua indecente campagna elettorale per le europee, sa bene che egli, come un maldestro prestigiatore, ha fatto opportunisticamente sparire ogni riferimento al "piano A Piano B" a favore di un messaggio tutto europeista alla Tsipras e alla Podemos — risultato: ecatombe elettorale.

Sono dunque due postulati politici del Masi.

Il primo è «che non basta avere ragione», non basta «che un'idea sia bella» perché diventi maggioritaria. Occorre che data idea rappresenti «effettivamente degli interessi (simbolici o materiali)».

Mettiamo subito in chiaro una cosa: chi perora e dice di crede al "Piano A" — non entro nel merito, del tutto secondario, delle diavolerie e delle chimere economicistiche: camere di compensazione degli squilibri nelle bilance dei pagamenti (Target 2), bankor europeo di keynesiana memoria, bilancio federale, eurobond ecc. — ci sta proponendo de facto una versione paracula di altreuropesimo. Ci indica anzi la via per un consolidamento dell'Unione europea come entità geopolitica. Per quanti trucchi cosmetici si possano utilizzare, chi dice "Piano A" resta dunque intrappolato dentro l'idea imperiale e imperialistica dell'Unione, solo ne avanza una versione "progressista" e politicamente corretta. Al netto degli stratagemmi e delle tecnicalità economicistiche per riconfigurarla, gli amici pro-"Piano A" non negano che resterebbe una struttura imperialistica, per di più ben salda nelle mani della grande borghesia globalista.

Una brutta idea non diventa bella per il fatto che qualcuno si immagina di poterla sottoporre ad un intervento di chirurgia plastica. Non si capisce quindi perché mai sia auspicabile che i popoli debbano domani innamorarsi di un mostro esteticamente modificato.

Come questa Unione truccata possa infatti rappresentare «effettivamente» gli «interessi (simbolici o materiali)» dei popoli e delle classi subalterne, resta non solo un enigma ma una insensata distopia . Diciamola tutta: la brutta idea di una Ue riformata, se rappresenta «effettivamente degli interessi simbolici e materiali» sono quelli di potenti frazioni della borghesia globalista e liberista che vorrebbero solo moderare il predominio franco-tedesco, quindi di certa sinistra transgenica con la quale evidentemente il cordone ombelicale non è stato ancora rotto.

Ma veniamo al secondo postulato, che qui arriva il bello. Scrive il Masi che
«la posizione del “no” [intende l'Italexit] è troppo spesso vista solamente come ipotesi distruttiva, è necessario, invece, mettere in luce gli aspetti costruttivi prima che quelli distruttivi. Avere un mito da proporre alla collettività, insomma».

Anzitutto: non deve sfuggire che quest'accusa è una fotocopia sbiadita di quella che l'élite ordoliberista dominante rivolge al "campo sovranista". Ma andiamo alla sostanza. Anche l'accusa che vorrebbe attribuirci un'infantile quanto "distruttiva"politica dei "no" è da respingere al mittente.

Accetto che la limpida posizione della sinistra patriottica del rivendicare il ritorno alla piena sovranità nazionale sia condannata dalla grande borghesia (che trema all'idea di un disfacimento della Ue), che non lo capisca certi intellettuali che ostentano tanta sapienza populista faccio fatica ad ammetterlo. Ma forse fanno solo finta di non capire.

Rivendicare la sovranità nazionale perché mai sarebbe un "no distruttivo"? E' invece un gigantesco, positivo e costruttivo sì. Va da sé che ogni affermazione, ogni determinazione è per ciò stesso una negazione. L'Italia sovrana ad un polo, l'Unione europea con suoi vincoli esterni a quello opposto. Per quante siano le diavolerie economicistiche di chi vorrebbe salvare capra e cavoli — camere di compensazione degli squilibri nelle bilance dei pagamenti (Target 2), bankor europeo di keynesiana memoria, bilancio federale, eurobond ecc. — tra i due poli c'è opposizione antagonistica.

Siccome penso che ogni politica ha una base filosofica, ritengo che quella degli altreuropeisti di ogni risma sia la concezione irenica e cosmopolitica di Immanuel Kant, per di più quella manipolata dal restauro di Jürgen Habermas. La nostra base filosofica invece non solo affonda le radici nel realismo politico machiavelliano, si nutre alla fonte marxiana della politica come conflitto, quindi fa sua anche la concezione schimittiana del Politico come campo di tensione e lotta tra amico e nemico. Così mentre la impolitica distopia altreuropeista suppone che non ci siano più antagonismi ma solo agonismi (Chantal Mouffe), il nostro categorico sì alla sovranità nazionale, popolare e democratica è massimamente politico proprio perché identifica nell'Unione il nemico mortale, poiché è quello che ha sottratto la sovranità, che non otterremo senza una lotta senza tregua per il suo abbattimento.

Masi finisce in bellezza tirando in ballo la necessità, suppongo per mobilitare i popoli, di proporre un "mito". Pur egli tenendosi sul generico (non si capisce se parla di "mito" in senso soreliano, schmittiano, o minimalista laclausiano), egli ha ragione. Ma proprio perché ha ragione ha tremendamente torto.

Ma ve l'immaginate voi, rebus sic stantibus, i popoli europei sollevarsi, combattere per il "mito" di un "credibile Piano A" di riforma dell'Unione europea? Ve li immaginati cittadini scatenarsi e scendere per le strade per camere di compensazione degli squilibri nelle bilance dei pagamenti (Target 2), bankor europeo di keynesiana memoria, bilancio federale, eurobond?

Risate oceaniche....

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