L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 18 luglio 2019

nel popolo eletto non tutti sono uguali prevale la legge del colore della pelle

Israele, la rabbia degli ebrei etiopici diventa musica

Nuove parole e suoni contro la repressione e il razzismo

15 LUGLIO, 12:58


(di Aldo Baquis)


TEL AVIV - Una rissa di rione, un agente che sfodera la pistola ed un adolescente di origine etiopica - Salomon Tekah - che stramazza morto a terra con un proiettile nel petto. All'indomani, in Israele il traffico è paralizzato da decine di migliaia di israeliani originari dell'Etiopia che protestano contro la polizia e contro fenomeni di razzismo di cui si sentono vittime. E subito la rabbia diventa musica di protesta dei giovani 'afro-israeliani'. Ancora poche settimane fa i loro nomi (Abate Berihun, Tamar Radah, Jeremy Cool Habash, Gili Yalou) erano sconosciuti. Per ascoltarli bisognava frequentare piccoli locali nelle cittadine del 'secondo Israele' (Lod, Bat Yam, Natanya), o attendere festival di musica indy.

Adesso invece, sull'onda delle rivolta nelle strade, sono invitati negli studi televisivi più ambiti. La loro musica (in ebraico, in amarico o in inglese) è entrata anche nella radio nazionali. L'israeliano medio si avvicina così alle radici della violenta protesta di questo mese: alla frustrazione di chi si è affacciato al mondo ai margini della società, marchiato dal colore della propria pelle, sempre sotto l'occhio sospettoso dei guardiani dell'ordine pubblico. "Mi vogliono arreso, con le manette ai polsi - denuncia il rapper Teddy Neguse. - Diecimila occhi mi seguono. In me vedono solo il colore, mi sospingono ai margini. Poi le prove le faranno scomparire, proprio come con Salmasa". Nei testi tornano con insistenza i nomi di Yosef Salmasa, Yehuda Biadga e Salomon Tekah: tre di dodici adolescenti di origine etiopica morti negli ultimi dieci anni in ruvidi contatti con la polizia. E con loro torna ricorrente l'incubo del 'taser', la pistola elettrica degli agenti.

"Ricordo le pazze corse notturne per sfuggire alla 'pistole-Volt' - canta Ofek Adanek - corse per la sopravvivenza, rapidi come Usain Bolt". "Non sparare, Israele" invoca un altro rapper, stravolgendo il versetto biblico "Non temere, Israele".

L'immigrazione in Israele degli ebrei di Etiopia (Beta Israel, in amarico, o Falasha) era iniziata negli anni Novanta come un sogno utopico. "Eravamo ragazzi delle dune, guardavamo le stelle, eravamo sognatori" canta Jeremy Cool Habash in una canzone intitolata: 'Israeliani nervosi'. L'utopia si e' infatti infranta: la realtà di Israele ha mortificato i più anziani, ma ha temprato la nuova generazione. Che nella musica cita artisti etiopici, il rythm and blues, il reggae, il hip-hop e il grove.

Ne emerge un mix energico e frizzante. Una di loro, Esther Rada, ha spiccato il volo nel mercato internazionale. In Israele è significativa la carriera del sassofonista Abate Berihun che è nato in Etiopia dove è cresciuto ascoltando Charlie Parker e John Coltrane e suonando musica nazionale locale. Immigrato in Israele, ha fatto il lavapiatti. Oggi però ha sfondato e ora accompagna Ehud Banai, una star della musica israeliana. "Lo dico sempre - conclude la 'afro soul singer' Aveva Dese - che la musica può sconfiggere il razzismo, può favorire l'eguaglianza e cambiare il mondo".

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